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venerdì 10 agosto 2018

Bimba, prestami la tua foto, chi vuoi che se ne accorga?


Oggi è il 9 agosto 2018 e ancora una volta con cinismo disgustoso la propaganda palestinese mette in rete la foto di una dolce bambina che viene spacciata per vittima dei bombardamenti israeliani a Gaza.
La notizia parla dell'uccisione di una donna incinta e della figlioletta Bayan Abu Khamash... ma sarà veramente lei?
Basta una accurata ricerca in rete e presto viene svelata dal sito israellycool.com  l'ennesima truffa: la foto della bimba è stata rubata su Instagram, lei si chiama Elle McBroom, sta benissimo e vive a Los Angeles.
Qui : http://www.israellycool.com/2018/08/09/palestinian-blood-libel-of-the-day-the-baby-and-her-pregnant-mother-edition/

Ora la domanda è sempre la stessa: sarà vera almeno la notizia della morte della bambina e della madre incinta (in tal caso ci uniamo con sincerità al dolore dei parenti sopravvissuti), oppure si tratta della consueta notizia non verificata dai nostri media che sta facendo il giro del globo sull'onda dell'emozione?


Speriamo sinceramente che sia tutto falso, che la madre incinta e la bimba - se esistono veramente - siano sane e al sicuro ma intanto una cosa è certa: questa foto è un fake, aiutaci a segnalarlo!

lunedì 26 gennaio 2015

Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali

Ripubblichiamo un interessante articolo del 2013 in merito ad uno dei tanti rapporti ONU sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte israeliana. Ne avrete sentito parlare anche voi dei 7.000 "bambini palestinesi" illegalmente incarcerati in Israele. Possiamo fidarci ciecamente dei rapporti che producono le agenzie dell'ONU?
Vediamo...



Un ragazzino palestinese viene fermato da due militari israeliani
durante una protesta (AFP Photo / Hazem Bader)


Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali 

di Noemi Cabitza 
Rights Reporter, 11 marzo 2013

Ci risiamo. Ancora una agenzia ONU che per meri interessi economici usa il paravento dei bambini palestinesi e pubblica un rapporto basato letteralmente sul nulla, fatto di illazioni, di testimonianze non verificabili e stravolge completamente il concetto di "difesa dell'infanzia" assolvendo completamente i genitori dei bambini (i veri responsabili delle azioni dei minori) mentre punta sul lato che, in termini economici, è più remunerativo: Israele. 

Questa volta è il momento dell'UNICEF che, non paga dei milioni di dollari che ogni anno spreca in assurdi quanto improbabili progetti di difesa dell'infanzia palestinese (dove per altro si insegna l'odio verso Israele), con il concreto timore di un taglio consistente dei fondi, prova la carte dello shock e si inventa di sana pianta un rapporto unilaterale basato sul nulla e su testimonianze non verificabili da nessuno. La tecnica non è nuova, ma a tutto c'è un limite. 

   Andando con ordine, lo scorso 6 marzo l'UNICEF emette un rapporto intitolato "Children in israeli Military detention", sottotitolo: "Observation and Recommendations". Nel rapporto si racconta che ogni giorno almeno due minori palestinesi vengono arrestati dagli israeliani. Negli ultimi dieci anni sarebbero stati 7.000. Si racconta poi che i minori vengono prelevati nella notte, trasportati in luoghi lontani con un viaggio che dura anche 24 ore durante il quale vengono bendati e legati, privati dei servizi sanitari ecc. ecc. A parte la sciocchezza del viaggio che dura 24 ore (cosa fanno, li fanno girare in tondo? In 24 ore Israele si attraversa completamente almeno quattro volte), quello che appare più assurdo è il sistema descritto, palesemente volto a descrivere la figura del militare israeliano come una sorta di mostro (arriva nella notte, ti lega, ti benda e ti porta via), quando invece è risaputo che i militari israeliani e la polizia agiscono alla luce del sole e in pieno giorno (e i media ne sanno qualcosa dato che, chissà come mai, sono sempre pronti a riprendere gli arresti). 

   L'UNICEF addirittura scrive che il maltrattamento al minore inizia quando "il suo sonno tranquillo viene brutalmente interrotto dall'irruzione in casa dei militari" i quali urlano, spaccano mobili, fanno domande e chiedono spiegazioni. A parte l'assurdità della descrizione, secondo l'UNICEF una irruzione in casa di sospetti andrebbe fatta con delicatezza, suonare il campanello, chiedere il permesso di entrare, magari offrire una sigaretta. Ma il bello viene dopo. L'UNICEF scrive infatti che «il minore viene prelevato con la forza, senza spiegazioni né la possibilità di salutare o parlare con i familiari, ma con frasi vaghe come «è ricercato» oppure «lo riporteremo più tardi». Da lì comincia il viaggio verso i centri di detenzione". Anche in questo caso si tenta palesemente e smaccatamente di descrivere i militari israeliani come degli aguzzini senza pietà (il poverino non può salutare i genitori), senza una base legale (non dicono perché lo portano via) e bugiardi (lo riportiamo dopo). 


L'immagine che accompagna il rapporto UNICEF

   La realtà dei fatti è ben diversa da quella che viene descritta dall'UNICEF. Prima di tutto parliamo di ragazzi di 16/17/18 anni, non di bambini, ragazzi che si sono macchiati di atti di violenza contro civili e militari israeliani. Tirare un sasso contro una macchina o contro una persona non è un atto goliardico, è un reato che può portare a gravissimi danni. La stampa occidentale sorvola sul numero di incidenti e relativi feriti (altissimo) che si verifica a causa del lancio di sassi. Insomma, si tende a decontestualizzare il contesto facendo passare l'idea che poi, in fondo, lanciare una pietra di qualche Kg contro una persona o una macchina non sia poi così grave. 

Ma quello che soprattutto l'UNICEF non fa, in palese contrasto con la sua "mission", è sorvolare bellamente sul problema reale che sta alla base di queste violenze: i genitori. Se un ragazzo cresce in una famiglia in cui gli viene insegnato che l'unico ebreo buono è l'ebreo morto, la colpa non è del ragazzo, è dei genitori. Se nei campi estivi (parecchi gestiti proprio dall'UNICEF) ai bambini viene insegnato che Israele non esiste e che gli ebrei vanno gettati a mare, la colpa non è dei bambini se crescono con quella mentalità, è degli "educatori". In qualsiasi altra parte del mondo se un minore tira una pietra contro qualcosa o qualcuno provocando danni e feriti, prima viene arrestato (anche se minore) poi i suoi genitori vengono inquisiti per omessa sorveglianza o, nel peggiore dei casi, per istigazione nel caso in cui il gesto del minore sia riconducibile all'insegnamento dei genitori. Questo con i palestinesi non avviene mai. 


I campi estivi di Hamas. 
Migliaia di palestinesi tra 6 e 15 anni parteciperanno ad attività di stampo militare
Fonte: La Stampa 


   In questo l'UNICEF ha grosse responsabilità, prima di tutto perché tollera che ai ragazzi palestinesi venga inculcato l'odio sin da piccoli (cos'è questa se non una violazione dei Diritti dei bambini?) poi perché non affronta il problema alla base, cioè quello dell'educazione alla pace. 

   Insomma, siamo di fronte all'ennesimo rapporto spazzatura che guarda caso esce proprio quando si fanno sempre più insistenti le voci di tagli al budget dell'UNICEF in Cisgiordania, tagli che derivano proprio dalla gestione semi-terroristica dell'educazione infantile. 

   E' vero, alcuni minori che si sono resi colpevoli di gravi atti di violenza sono detenuti in carceri israeliani (istituti di pena per minori) così come avviene in ogni parte del mondo. Ma non ci sono torture, rapimenti nella notte o cose del genere, anzi, nella maggioranza dei casi i minori vengono curati e istruiti, cosa che a casa loro non avviene. L'UNICEF, se facesse veramente il suo lavoro, dovrebbe preoccuparsi di come i genitori arabi educano i minori e del fatto che i cosiddetti "palestinesi" inculcano nei loro bambini l'idea del martire (lo shaid) invece che quella della pace e della convivenza. Ma su questo non vedremo mai una sola parola, semplicemente perché non rende. 


I bambini palestinesi spesso vengono spinti dai genitori ad inscenare dei tafferugli con i militari
a favore di videocamera e macchina fotografica. Guarda il video.


   Per finire alcuni dati: i minori attualmente detenuti in istituti di pena israeliani sono 174, di questi oltre l'80% hanno più di 16 anni e scontano una pena che va da sei a otto mesi. Non ci sono detenuti minori di 16 anni. Le istituzioni internazionali li possono visitare ogni volta che vogliono, anche senza preavviso. La Croce Rossa Internazionale li visita TUTTI almeno una volta ogni due settimane. Dove sta la tortura o la detenzione illegale in tutto questo?    

venerdì 18 luglio 2014

L'Onu ritrova razzi in una sua scuola a Gaza, aperta un'inchiesta

L'Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato di aver lanciato un'inchiesta sul ritrovamento di 20 razzi nascosti in una delle sue scuole a Gaza. "Ieri, nel corso di una regolare ispezione in uno dei suoi edifici, l'Unrwa ha scoperto circa 20 razzi nascosti in una scuola vuota nella Striscia di Gaza", ha fatto sapere l'agenzia con un comunicato, nel quale denuncia una "palese violazione" del diritto internazionale.

"L'Unrwa condanna con forza il gruppo o i gruppi responsabili di aver piazzato armi in una delle sue installazioni - si legge ancora nella nota - Si tratta di una violazione palese della inviolabilità dei suoi edifici, in base al diritto internazionale". Si è trattato, secondo l'agenzia Onu, del primo incidente di questo tipo, che ha "messo in pericolo i civili, compreso lo staff (Onu, ndr) e ha messo a rischio la missione fondamentale dell'Unrwa".

Nel comunicato si precisa che l'agenzia ha "informato le parti interessate", "ha poi preso tutte le misure necessarie per la rimozione degli oggetti" e ha "lanciato un'inchiesta". Israele ha più volte accusato Hamas di usare edifici civili per depositare e lanciare i suoi razzi e ha anche usato questo argomento per spiegare l'alto numero di civili uccisi nei suoi raid a Gaza.

venerdì 11 luglio 2014

Altro che fionda e sassi: arsenali modernissimi e scudi umani

 

il 5 marzo 2014 l'IDF intercetta nel Mar Rosso il cargo Klos-C
in viaggio dall'Iran con un carico destinato ad Hamas.

 

Cari pacifinti, 


per motivi su cui preferisco non esprimermi, voi ignorate diversi aspetti dell'attuale crisi di Gaza 


La disponibilità anche di Hamas di armamenti pesanti in quantità industriale...



 


Il loro utilizzo in massicce bordate di bombardamento casuale sulla popolazione civile, che si protrae da molti anni e si è intensificato negli ultimi giorni...


  

Le rampe di lancio nascoste tra le abitazioni civili...





La teorizzazione e pratica della 'tecnologia' degli scudi umani, da molti anni...






Lo schieramento di civili in funzione di scudi umani è cosa ben documentata...





L'aperta e pubblica rivendicazione della 'tecnologia' degli scudi umani (un crimine di guerra)...

fonte: http://www.idfblog.com/blog/2014/07/08/hamas-uses-human-shields/ 


fonte: http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7Yq6KZIGGwbWYV2rCr8sDPfT09JJfk1Si4RYItLZreBqI1a9UBVMOMlchh04motfpJGidgMe2%2bIFkNzDtMSrJW8APH1WOApepXMR2VgVN3BE%3d


... Ognuno è perfettamente libero di ignorare questi elementi. E certo, ogni vittima innocente colpisce e inorridisce. Quindi indignatevi pure per gli inevitabili - in senso stretto, effettivo, fisico - effetti collaterali dei combattimenti, per altro non a caso inferiori a quelli causati da qualunque altro conflitto, compresi tutti quelli per cui vi indignate molto più raramente, volendo usare un gentile eufemismo. Anche in contesti in cui la 'tecnologia' degli scudi umani e l'aspirazione al martirio non rivestono un ruolo tanto rilevante. Ma per quanto possiate essere indignati, dite: voi cosa fareste al posto di Israele? Perché se l'unica vostra risposta è: suicidatevi - o fottetevi oppure rinunciate a vivere da popolo libero e scappate - allora non dovreste stupirvi di quanto il vostro suggerimento venga così arrogantemente ignorato.


10 luglio 2014
di Vanni Frediani

Come sarebbe il mondo se vincesse Hamas?




di Pierpaolo Pinhas Punturello
9 luglio 2014

Un solo minuto. Per un solo minuto vorrei vedere come sarebbe il mondo se vincesse Hamas. Se i regimi come l'Iran avessero la meglio sull'occidente, se i talebani governassero sull'Afganistan, se i califfati di Iraq fossero regimi legittimamente accettati dall'ONU. Vorrei vedere le libertà dei miei amici di sinistra che fine farebbero ( ohibò ma in fondo anche io sono di sinistra seppur ebreo ed israeliano...o no?) che fine farebbero le istanze femminili, i diritti delle donne, come vestirebbero le mie amiche di Napoli, Roma, Milano, Londra. Come sarebbe la vita dei miei amici gay che troppo spesso adorano Tel Aviv dimenticato il prezzo che ci costano le libertà di Tel Aviv. Vorrei vedervi tutti amici miei senza un Israele da boicottare e da accusare di ogni crimine, mentre con il burka, le barbe, le spose bambine, le lapidazioni ed i corpi degli omosessuali impiccati vivreste le vostre vite. Senza più aria, senza più senso, senza più vita. Io difendo questo e voi?

mercoledì 7 agosto 2013

Musica per la fratellanza? No, grazie!



L'analisi di Federico Steinhaus 

Una fiammella di speranza, subito spenta dal gelido vento dell'estremismo

La somma di due eventi positivi può sfociare in un risultato devastante? Nel mondo arabo sì, a quanto pare. Nel campo profughi di Jenin, tristemente noto a chiunque segue le vicende della regione, è stata formata una piccola orchestra di 13 musicisti dagli 11 ai 18 anni, maschi e femmine. Questa piccola orchestra ha deciso di chiamarsi "Strumenti a corda della pace". Già questa notizia da sola ha la capacità di aprire i nostri cuori alla speranza: ma allora non tutti i giovani sono stati avvelenati nell'animo dalla propaganda dell'odio a loro dedicata dalla televisione e dalle scuole palestinesi? Evviva! Ma non basta. Questa orchestra è andata a suonare a Holon, in Israele, per un gruppo di sopravvissuti alla Shoah. Magnifico! Commovente! I primi brani eseguiti sono stati la canzone araba "Noi cantiamo per la pace" e due brani per violini e tamburi arabi. Un brano è stato perfino dedicato al soldato Shalit, rapito da Hamas 1000 giorni or sono. Già. Ma al rientro a Jenin le autorità politiche palestinesi hanno sciolto questa orchestra "di pace", la cinquantenne direttrice del gruppo Wafa Younis è stata espulsa dal campo profughi ed il suo appartamento è stato chiuso. Leaders ed attivisti del campo profughi hanno affermato che l'Olocausto è un "problema politico" e che la partecipazione dei bambini al concerto rappresentava "una questione pericolosa" in quanto si contrapponeva alla identità culturale e nazionale palestinese. "Elementi sospetti" si celavano dietro questa vicenda allo scopo di sminuire l'eroismo dei residenti del campo profughi durante l'invasione israeliana del 2002. Il portavoce di diversi gruppi politici del campo, Ramzi Fayad, ha condannato questo evento affermando che esiste una ferma opposizione a qualsiasi forma di normalizzazione con Israele. 


(Informazione Corretta, 30 marzo 2009) 

sabato 26 maggio 2012

Ancora sul doppio linguaggio: disastro o vittoria?


Il problema del "doppio linguaggio" è una realtà sotto gli occhi di chiunque si occupi delle tematiche Mediorientali informandosi non solo tramite i media occidentali, ma anche tramite quelli locali. Palestinian Media Watch in particolare da anni denuncia questo comportamento inaccettabile da parte Palestinese. 

Appare evidente infatti che per trattare la questione ebraica ed israeliana, viene utilizzato un linguaggio decisamente epurato, improntato a toni di ragionevolezza e continui riferimenti ai diritti umani, alla pace, alla teoria della convivenza dei due popoli e due Stati per quanto riguarda la comunicazione verso l'Occidente. Tutt'altro atteggiamento viene utilizzato invece quando i destinatari dei messaggi mediatici sono i popoli arabi o la comunità musulmana nel mondo: qui emerge tutto l'odio razziale contro gli ebrei, il negazionismo, l'apologia del martire e le effettive intenzioni di cancellare dai territori della "grande nazione araba" lo Stato di Israele, per sostituirlo con uno Stato Palestinese e Musulmano (ideologia che ben è stata definita con il termine PALESTINISMO e che si oppone, per distruggerlo, al sionismo).

Solo di recente il problema del doppio linguaggio è stato sollevato per la prima volta in sede internazionale di fronte all'UNESCO, quando si scoprì che in un periodico finanziato dall'UNESCO stesso e destinato ai ragazzi palestinesi era stata pubblicata una glorificazione di Hitler inquanto sterminatore di ebrei.

La cosa incredibile è che queste glorificazioni, l'indottrinamento al disprezzo dell'ebreo e l'incitamento alla distruzione dello Stato di Israele non sono realtà poi tanto nascoste, infatti si trovano esplicitamente illustrate nei libri di testo comunemente utilizzati dai bambini palestinesi, le varie televisioni strabordano di esempi simili, per non parlare delle famose vignette "satiriche" antisemite e violente che hanno amplissima diffusione in tutto il mondo arabo.

Verrebbe da chiedersi come sia possibile questa cecità generalizzata della nostra società occidentale, vorremmo pensare che dopo i fatti dell'UNESCO la sensibilità media si sia innalzata, invece ancora una volta la tecnica del doppio linguaggio viene utilizzata sfacciatamente e nessuno sembra fare una piega.

Il caso che vogliamo illustrare oggi riguarda i 1.550 condannati palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Almeno un paio di questi, che vengono intenzionalmente chiamati "prigionieri" ma che più giustamente dobbiamo chiamare "condannati", sono oggi in fin di vita a causa del prolungato digiuno che si sono auto-imposti. 

Il 24 Maggio 2012 Abbas organizza a beneficio dei media internazionali una conferenza stampa per lanciare un messaggio ufficiale condiviso dai rappresentanti dell'OLP e da rappresentanti di Fatah. 
Di fronte ai giornalisti (leggi qui) asserisce che dichiarerà il "disastro nazionale se uno qualsiasi dei 1.550 prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane dovesse morire". E prosegue precisando che riterrà  "il governo israeliano pienamente responsabile per la vita e il destino dei prigionieri palestinesi in digiuno", e minaccia che "non verrà tollerata" neanche la morte di un, cosiddetto, prigioniero.

Se nella dichiarazione diretta alla comunità internazionale Abbas mette l'accento sul fatto che la morte di questi condannati scioperanti rappresenterebbe una "catastrofe", tanto da rendere necessaria la dichiarazione di "disastro nazionale", tutt'altro registro viene utilizzato dagli scioperanti stessi che solo pochi giorni prima dichiarano 
“Se muoiono, la vittoria sarà più grande”, perché “In ogni caso, Israele verrà ritenuta responsabile” (leggi qui). E mentre gli scioperanti esplicitano la natura del ricatto immorale, nel frattempo il movimento per la jihad islamica ha già minacciato di riprendere gli attacchi missilistici da Gaza su Israele se uno dei prigionieri dovesse morire.

Allora, spiegateci un attimo, la morte di questi condannati palestinesi sarà un "disastro nazionale", una "catastrofe", o non sarà piuttosto considerata un giusto sacrificio dei buoni martiri islamici e quindi una "vittoria" che consentirà di riprendere con virulenza gli atti terroristici contro la incolpevole popolazione israeliana?


martedì 22 maggio 2012

Il muro? Basta non sia israeliano!

di Jerrold L. Sobel



Da tempo immemore, recinzioni di sicurezza sono state costruite in tutto il mondo, spesso in territori contesi, per dissuadere i terroristi, i trafficanti di droga e gli immigrati clandestini. Non fanno piacere a nessuno, eppure si continuano a costruire in tutto il mondo:

India / Pakistan – L’India sta costruendo una recinzione lungo la maggior parte del suo confine con il Pakistan, 1.800 miglia nel territorio conteso del Kashmir. La recinzione è stata progettata per impedire ai terroristi di attraversare il confine dal Pakistan e lanciare attacchi in India. Costituito da filo spinato, e proiettori giganti,  è una barriera formidabile, in grado di svolgere il compito per il quale è stata costruita.
La barriera fra India e Pakistan
Kirghizistan / Uzbekistan – Una disputa sulla terra ha portato alla costruzione unilaterale di un recinto di filo spinato da parte dell’Uzbekistan, per sicurizzare il confine con il Kirghizistan, nell’autunno del 1999. La recinzione è stata costruita dopo che terroristi islamici provenienti dal Kirghizistan furono accusati di attentati dinamitardi nella capitale uzbeka, Tashkent. La costruzione del muro ha causato difficoltà economiche nelle aree povere agricole della valle di Fergana ed ha separato molte famiglie in questa regione di confine.
La barriera di sicurezza fra Kirghizistan e Uzbekistan 
Ancora più interessante è la barriera di sicurezza, attualmente in costruzione, tra Arabia Saudita e Yemen. Si estende in tutti i 1.800 chilometri di confine condiviso con lo Yemen. Apparentemente creata per prevenire la violenza che dallo Yemen potrebbe riversarsi nel Regno, ha comunque creato disagi alle persone che vivono nei paesi lungo la loro frontiera comune.
Baghdad / Iraq – Nel tentativo di porre fine alla violenza settaria in quella devastata zona, è stato creato, nel 2007, un muro di 7,1 tonnellate di cemento, in sezioni alte 12 piedi .
La barriera di Baghdad
Afghanistan-Pakistan – Creato da Pakistan, nel settembre 2005, per arginare il flusso dei talebani e di al-Qaeda nel loro paese. La recinzione il cui scopo si è dimostrato infruttuoso, doveva coprire il confine comune per 1.500 miglia. Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha fortemente contestato la costruzione, sostenendo che sarebbe stato come “schiavizzare gli afgani”, ma la costruzione continua.
La barriera Pakistan / Iran
Una barriera di divisione esiste anche tra Iran / Pakistan, Spagna / Marocco, e anche in Italia, dove è stato costruito a 10 metri di muro d’acciaio nota come “il Muro di via Anelli” costruito per arginare la violenza delle bande, lo spaccio di droga, la prostituzione, appena fuori la città di Padova.
Il "muro di via Anelli" innalzato a Padova dalla giunta di centro-sinistra
per ragioni di ordine pubblico nel 2006

La barriera Spagna / Marocco
Che cosa hanno in comune tutti questi muri, argini, e recinzioni di sicurezza? Che non sono in molti a conoscerli, questi e moltissimi altri. 
Ne parlano in pochissimi, come mai? La Grecia sta costruendo un muro al confine con la Turchia, ne avete avuto notizia? Ma se si tratta di Israele, eh allora è tutta un’altra storia!
Il 1 ° giugno 2001 un palestinese di nome Saeed Hotari era in fila fuori da una discoteca di Tel Aviv, il Delfinario. Mescolato tra centinaia di giovani, soprattutto nuovi immigrati dalla Russia, sembrava solo un altro ragazzo in procinto di divertirsi un venerdi’ sera. Non era cosi’. Secondo i sopravvissuti alla terribile esplosione che uccise 21 ragazzi e ne feri’ 132, Hotari fu visto battere un tamburo caricato con esplosivo e cuscinetti a sfera, appena prima della detonazione.
Come risultato di questo e di altri, ripetuti,  attacchi terroristici contro civili israeliani, un’organizzazione di base denominata “Fence for Life”  presentò una petizione al governo israeliano, per chiedere la creazione di una barriera tra centri abitati palestinesi e la popolazione ebraica.

L’idea non era nuova – era già stata affrontata da  Yitzhak Rabin nel 1994. A seguito di un attacco particolarmente brutale, a Tel Aviv, Rabin dichiaro’: “Dobbiamo decidere la separazione come filosofia.” Questa dichiarazione profetica fu fatta 6 anni prima della seconda intifada.
I piani per la recinzione furono rimandati nei primi anni dopo l’assassinio di Rabin, e rivisitati e messi in atto dal governo Sharon nel giugno 2002, quando gli attentati contro i civili israeliani si intensificarono. La barriera di difesa è quasi completamente costituita di filo spinato, solo una piccola parte è costituita da muro vero e proprio.
dimostranti “pacifisti” stanno distruggendo il “muro dell'Apartheid”


APARTHEID! APARTHEID! Ma solo per Israele si grida!
Nel solo periodo tra settembre 2000-2007, 1.218  israeliani sono stati uccisi, 8.341 feriti. 5.676 erano civili, meno della metà, 2.665 militari.
Le vittime della violenza palestinese e del terrorismo:
Come il grafico indica, la necessità e l’efficacia della barriera di sicurezza è evidente dalla diminuzione degli attentati nel 2002 (220 morti), a soli 3 morti nel 2007. A leggerli cosi’ sono solo numeri, ma erano persone, con i loro affetti, le loro famiglie, la loro vita da vivere.
La barriera è riuscita a fermare il terrorismo? Assolutamente no.  Lo scorso anno:
11 Marzo 2012 – Udi Fogel, 36 anni, e Ruth Fogel, 35, insieme a tre dei loro figli Yoav, 11, Elad, 4, e 3 mesi di età Hadas sono stati accoltellati a morte da terroristi nella loro casa a Itamar, in nord della Samaria.
23 marzo – Una donna, identificata dalla polizia come turista inglese di 56 anni, fu uccisa e circa 50 persone ferite quando una bomba esplose di fronte al Convention Center di Gerusalemme, vicino alla stazione centrale degli autobus. La bomba era stata collocata vicino a una cabina telefonica.
24 aprile – Ben-Yosef Livnat, 24 anni, di Gerusalemme  ucciso da un poliziotto palestinese alla Tomba di Giuseppe a Nablus.
23 settembre – Asher Palmer, 25 anni, e suo figlio Yonatan di un anno,  uccisi quando la loro auto si è schiantato sulla Route 60 nei pressi di Hebron, dopo essere stata colpita da pietre.
Attacchi come questi si possono verificare nonostante la barriera di sicurezza. Ma certamente centinaia se non migliaia di vite, non solo di ebrei, sono state salvate.
E l’ONU cosa ne pensa? Sembra essere d’accordo, di fronte a un nemico vile, le recinzioni di sicurezza salvano vite umane. A seguito di un attacco mortale contro i loro uffici di Baghdad, le Nazioni Unite hanno iniziato la costruzione di una barriera di sicurezza da 21 milioni dollari , intorno al loro quartier generale di New York.

lunedì 7 maggio 2012

“Ho creduto alle cose che mi venivano dette…” il falso massacro di Jenin

Quando vi diranno con l'aria di chi la sa lunga: "Guardati Jenin Jenin", fate leggere questo...

7 maggio 2012, di Aaron Klein



Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario “Jenin, Jenin” che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d’aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d’aver ricevuto finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d’aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell’aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
 

Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d’aver ucciso “un grande numero di civili”, mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d’aver spianato l’intero campo profughi compresa un’ala del locale ospedale.
Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte “testimonianze oculari” con la chiara indicazione di indicarli come colpevoli di “crimini di guerra”.
Ora però Bakri ammette d’aver “prestato fede” a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. “Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film”, ha spiegato il regista.



Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d’aver costruito la sequenza come sua propria “scelta artistica”. 


Alla domanda se crede davvero che “durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato”, Bakri ha risposto “No, non lo credo”.

La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall’Autorità Palestinese, spiegando che “parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l’informazione nonché membro del comitato esecutivo dell’Olp sotto la direzione dell’allora leader palestinese Yasser Arafat.



Nell’aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la “culla” degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l’accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi.

Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.
Il film di Bakri mostra diversi “testimoni” che descrivono “brutalità” da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso “numerosissimi” palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L’autore tuttavia si guarda bene dall’indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.

Pierre Rehov filmmaker francese che ha girato sei documentari sull'intifada
entrando sotto copertura nelle zone palestinesi


Nel frattempo un altro film, “The Road To Jenin” di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri (guarda il video di presentazione qui). Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l’ospedale di Jenin spianandone un’intera ala con tutti i pazienti all’interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona.
Il direttore dell’ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: “Tutta l’ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti”. Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull’esterno dell’ala ovest, completamente intatta.


Rehov fornisce anche le immagini aeree dell’ospedale prese l’ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell’edificio sono normalmente in piedi.
Circa l’accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l’azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas.
Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale. “Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri”.
Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell’ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell’ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.


Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.
Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di BAMBINI PALESTINESI: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.
Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l’autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d’averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.

Aaron Klein

www.mynewsgate.net
http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/07/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano-dette/

giovedì 3 maggio 2012

Gli scudi umani: chi è la vittima di chi?

Sebbene non siano mancati anche nel caso di questa oltraggiosa consuetudine i tentativi di depistare l'opinione pubblica, l'orgoglio nazionale trionfa su tutto e sono gli stessi palestinesi a rivendicare l'invenzione della strategia dello scudo umano  Vedi qui per esempio l'articolo di The Palestinian Information center, che piange la morte del Dr. Rayyan, il quale con successo prese l'iniziativa in quel di Jbalya di usare diffusamente tale tecnica, sfruttando la pratica israeliana di avvertire prima di colpire obiettivi militari (qui i dettagli) , al fine di evitare quanto possibile vittime umane, e sfruttando questa pratica al fine opposto di concentrare la presenza di uomini, e specialmente donne e bambini negli obbiettivi militari.
All'epoca ciò aveva fermato le azioni militari, ma poi, come possiamo leggere dopo due anni di questa pratica, 
Nizar al-Rayyan viene colpito, non senza portare con sé altre 15 vite umane. 






La domanda che l'opinione pubblica dovrebbe porsi è: di chi sono quelle vittime?
Alcuni risponderanno: certamente di Israele, essendo illegale l'esistenza del paese e quindi non potendo un paese illegittimo essere in guerra.
Costoro dovrebbero chiedersi: a che pro vengono prodotte quelle vittime, e precisamente quelle immagini di vittime? 
Potrebbe aiutarli nel porsi questa domande anche la recente ondata di altrettanto ben documentati falsi di immagine di bambino (vedi qui); la domanda dovrebbe risuonare così: è possibile che nell'epoca dei media e delle opinioni pubbliche mondializzate, la ricerca della spettacolarizzazione del conflitto, arrivi al punto della creazione della vittima al fin della drammatizzazione del conflitto?
E se la risposta fosse: sì, è successo, succede nello specifico nel caso del conflitto più mediatizzato del pianeta, allora, che ruolo avrebbe l'opinione pubblica all'interno di questo gioco?
Perché è certamente quella occidentale, cresciuta in secoli di immagini sacre di madre e bambini, che pone come sommamente sacra l'immagine del bambino sacrificato. 
Non chiameremmo noi, quella stessa opinione pubblica che si straccia le vesti, che non verifica le fonti, che ha già deciso in anticipo chi sono le vittime e chi i colpevoli, responsabile della loro spendibilità come immagini di vittima, e complice infine del loro deliberato assassinio?

domenica 22 aprile 2012

Pacifisti contro i bambini palestinesi... perché?



Da giorni continuano ad arrivarmi lettere di amici che hanno a loro volta ricevuto una orribile lettera scritta da un gruppo che si oppone al contributo della Chiesa Valdese con l'8 per mille al progetto "Saving Children". La lettera giunge da parte da un gruppo italiano che si chiama Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per Israele e da "Ebrei contro l'occupazione", in modo capillare sembrano arrivare a chiunque abbia devoluto l'8 per mille alla chiesa valdese. Questa è una mia (parziale) risposta, la giro con la sensazione che a volte mi sembra che non ci sia proprio fine all'odio umano... e un po' mi dispero. Ecco qui, comunque, e scusatemi se non voglio neanche cercare di puntare il dito su tutte le inesattezze di quella brutta lettera.Manuela Dviri


Saving Children non è solo un progetto umanitario come ce ne sono molti, tutti validi, tutti preziosi, tutti creati per alleviare la sofferenza del popolo Palestinese , Saving Children è un progetto unico, rarissimo nella sua semplicità , nato nel cuore della piccola parte della società israeliana che ha ancora, malgrado tutto, a cuore il futuro della società palestinese e la salute dei loro bambini e non si arrende davanti alle difficoltà, continuando a lavorare con i Palestinesi in un rapporto di parità e rispetto per l'altro. Cercare di spegnere quella piccola luce di cooperazione tra i due popoli nel buio della violenza che li circonda è un atto, a mio parere, di grande violenza. 

Il progetto, nato da una richiesta di aiuto ricevuta da una madre palestinese e da un'idea di Shimon Peres, Premio Nobel per la Pace con Yasser Arafat e Yzhak Rabin, attuale Presidente dello Stato d'Israele, è un progetto a breve termine di "pronto soccorso" di aiuto a bambini palestinesi malati che per varie ragioni (come mancanza di strutture adeguate in Palestina o di medici palestinesi specializzati) vengono curati (gratis) in Israele. Il progetto si uccupa naturalmente anche del passaggio dei bambini in Israele, e delle loro famiglie.

Noi tutti speriamo che possa terminare il prima possibile, nè abbiamo alcuna intenzione di indebolire il sistema sanitario palestinese. Al contrario, "Saving" è infatti affiancato da un altro progetto, quest'ultimo a lungo termine, di training di medici palestinesi in ospedali israeliani, nella piena collaborazione con il Ministero della Sanità Palestinese, attraverso il quale già 160 medicini palestinesi si stanno o si sono specializzati in ospedali israeliani per poi tornare a lavorare negli ospedali palestinesi. 
Entrambi i progetti sono gestiti dal Dipartimento di Medicina del Centro Peres per la pace , in modo del tutto autonomo , e da due persone in tutto. Il dipartimento riceve inoltre uno sconto del 30-50% su tutte le procedure fornite dagli ospedali israeliani.

I bambini (ne sono stati curati negli ospedali israeliani fino ad ora circa 9000) sono indicati sempre e solo da medici palestinesi, e l'accettazione è decisa sempre e solo da medici palestinesi che sono a conoscenza di tutte le opzioni alternative all'interno del sistema sanitario palestinese. I casi di cui Saving si occupa sono quelli che hanno esaurito tutte le altre opzioni a causa della loro complessità o per altri motivi. In breve, la maggior parte dei bambini che passano attraverso questo programma hanno ben poche possibilità di sopravvivere altrimenti. 
Anzi, nessuna. Lo sanno bene i genitori dei bambini, lo sanno bene i loro medici. 

Il Centro Peres all'interno del quale si trova "Saving Children" è una ong non-politica e non è finanziato dal governo israeliano, nè ha alcun rapporto con il governo israeliano. Tutte le sue finanze,( che in tempi di crisi economica sono naturalmente molto diminuite) provengono da donazioni, la maggior parte, da fonti esterne ad Israele.

E naturalmente saremo anche ben lieti di fare incontrare i contestatori del progetto con la direttrice del progetto , Rahel Hadari, o invitarli a venire in loco e a toccare con mano la realtà di cui sto parlando perchè si possano rendere conto della sua trasparenza e dell'assurdità della loro contestazione. Quale sarebbe la loro alternativa? Preferirebbero forse veder morire dei bambini pur di dimostrare la malvagità di tutti gli israeliani, ovunque e comunque?

forse sì, ma non ci voglio neanche pensare.




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Pubblicato in facebook da Manuela Dviri, che ha gentilmente messo il testo a disposizione della condivisione.

mercoledì 18 aprile 2012

La Fondazione Ford finanzia B'tselem e altre ONG, vediamo...



di EDWIN BLACK, Jewish Telegraphic Agency


Edwin Black  è un giornalista investigativo, vincitore di numerosi premi, che lavora regolarmente per il New York Times ed altre testate internazionali. E' autore di 65 best-sellers tradotti in 14 lingue in 61 Paesi, ma l'unico suo libro tradotto in italiano è il famosissimo "L'IBM e l'Olocausto".
Il suo lavoro di ricerca è focalizzato su odio razziale e genocidi, corruzione e criminalità delle multinazionali, cattiva condotta governativa, frodi accademiche, abusi nel campo della beneficenza, dipendenza dal petrolio, energie alternative e ricerca storica. Ha ricevuto per ben 10 volte la nomination per il Premio Pulitzer, recentemente ha vinto numerosi premi editoriali di alto livello.


La Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all'anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesiOgni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 premi nei campi dell'arte, dell'educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale.
Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un'abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti.

Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale - è filantropico

La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito "i diritti umani e la giustizia sociale" - cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e "agit prop".


"La Ford Foundation controlla attentamente tutti i programmi e i materiali abilitati con i suoi fondi" sostiene il vice presidente della fondazione per le comunicazioni, Alex WildeDiversi tra i beneficiari hanno anche confermato che Ford richiede relazioni dettagliate di item stampati e piani di sviluppo dei siti web, a volte anche due o tre volte all'anno. Quindi la Fondazione è sempre perfettamente al corrente dei frutti della sua filantropia.


Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all'estero.
Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell'Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO "partner".

Nel febbraio 2003, l'Advocacy Institute, porto' un gruppo di colleghi PNGO a Washington in un programma finanziato dalla Ford "per rafforzare la capacità di advocacy delle PNGO" Il programma comprendeva "sviluppo del messaggio, costruzione della coalizione, media", così come "l'accesso e la persuasione di decision maker", secondo una dichiarazione che è apparsa a metà agosto alla pagina web dell'Istituto.

I Dati Ford  indicano che la fondazione nel 2000 ha concesso all'Advocacy Institute 180.000 $ "per rafforzare il ruolo di una rete di ONG palestinesi." I fondi per PNGO sono stati conteggiati nei "doni" della fondazione negli Stati Uniti, non in quelli dell'ufficio del Cairo.

Solo un anno più tardi, nell'agosto del 2001, PNGO fu uno dei principali gruppi che spinsero per le risoluzioni anti-israeliane in occasione della Conferenza UN-World contro il razzismo a Durban, in Sud Africa.
Di sicuro c'è che Ford ha concesso diversi milioni di dollari americani a gruppi pacifisti ebrei e israeliani. Per esempio, Ford in passato ha concesso 500 mila dollari al programma di pace in Medio Oriente dell'American Reform Judaism mouvement, noto come "cercare la pace, perseguire la giustizia", che cerca di mobilitare la comunità ebraica americana del Nord  per la giustizia sociale in Israele.

Ford finanzia anche diversi gruppi di dissidenti e per i diritti umani, basati in Israele. L'elenco comprende  B'Tselem, Rabbini per i Diritti Umani, e Hamoked.

B'Tselem attualmente riceve 250.000 dollari per quello che le relazioni della Ford descrivono come "monitoraggio dei diritti umani in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che documenta le violazioni, e sostiene le politiche per i cambiamenti".

A Rabbini per i Diritti Umani sono stati concessi più di $ 250.000 per quelle che le relazioni Ford descrivono come "attività didattiche che promuovono politiche dei diritti dell'uomo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza."

Il rabbino Arik Ascherman, direttore esecutivo del gruppo, ha dichiarato che il denaro della Ford è stato utilizzato per sviluppare un sito Web, piazzare annunci su giornali, e portare altri rabbini in Israele per conoscere i diritti umani.


L'anno scorso,sono stati concessi a Hamoked $ 300.000 per quello che le relazioni Ford descrivono, in sintesi, come "azioni di advocacy e legali per promuovere i diritti umani dei palestinesi nei Territori Occupati dove si presentino violazioni dei diritti umani da parte delle autorità israeliane".

B'Tselem e Rabbini per i diritti umani, mentre fermamente perorano l'advocacy per i diritti umani palestinesi, hanno anche pubblicamente condannato la campagna di attentati suicidi palestinesi e il terrorismo verso i civili israeliani.

Mr. Ascherman ha parlato favorevolmente di Ford, commentando, "La nostra esperienza con la Ford è stata molto positiva."
Ha anche detto che, mentre "sarebbe sbagliato per un organismo finanziatore di avere una pesante ingerenza" in generale, il responsabile delle sovvenzioni dovrebbe "garantire che i fondi siano spesi per gli obiettivi che sostengono, e mi piace pensare che gli obiettivi della Fondazione Ford non includono l'anti-semitismo".
  
"Noi di Rabbini per i Diritti Umani ovviamente aborriamo le organizzazioni anti-sioniste e anti-semite", ha detto il rabbino Brian Walt del gruppo della filiale nordamericana.

La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che
promuove i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai "gruppi di pace e giustizia sociale" in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF.
Aaron Back, l'ex responsabile del programma Ford per Israele, supervisionerà il nuovo finanziamento.


Il denaro sarà impiegato per "aumentare i nostri fondi in Israele e contribuire a sviluppare la capacità delle organizzazioni civili, fondamentali per rafforzare la propria democrazia", ​​secondo il presidente di Ford, Susan Berresford.
L'azione si sposterà in futuro ai  grant-making dagli uffici Ford di New York al New Israel Fund. Non è ancora chiaro quali gruppi riceveranno denaro dal fondo "doni". La stragrande maggioranza dei fondi di Ford per il Medio Oriente sono concessi a pro-palestinesi e diritti dei gruppi islamici.
L'elenco è lungo intere pagine

Ad esempio, l'anno scorso, il Centro Al Mezan per i diritti umani a Gaza ha ricevuto $ 100,000 per quello che le realazioni  Ford descrivono come "lavoro di advocacy per i diritti economici, sociali e culturali a Gaza".

Il Centro Al Mezan lavora in stretta collaborazione con l'International Solidarity Movement (ISM), che mette in scena azioni di disobbedienza civile per ostacolare le forze di sicurezza israeliane che operano nei territori. Il centro gestisce anche un sito Web, a www.mezan.org, che cerca di documentare le presunte atrocità israeliane e le violazioni del diritto internazionale, e che denuncia anche la guerra di Israele contro il gruppo fondamentalista islamico Hamas.

In un suo recente, tipico, comunicato stampa, il centro Al Mezan  afferma che "Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno intensificato palesemente la loro aggressione contro i civili palestinesi nei territori occupati durante la settimana scorsa."
Al Mezan è una delle numerose ONG palestinesi che si riferiscono alle Forze di Difesa israeliane come forze di occupazione israeliane. OPT è l'abbreviazione di "territori occupati palestinesi.
 


Oltre l'aumento del finanziamento Ford, Al Mezan riceve anche finanziamenti dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione, la Commissione Internazionale dei Giuristi in Svezia, l'Alto Commissario dell'ONU per i diritti umani, e diverse altre fonti comunità delle Nazioni Unite ed europee.

Una seconda agenzia palestinese, che opera sotto il nome di Istituto della Sanità, Sviluppo, Informazione e politica, ha ricevuto $ 60,000  di sovvenzioni Ford a titolo "Media Arte e Cultura", più un secondo premio per 
75,000 in "La sessualità e la salute riproduttiva."
L'istituto gestisce un sito Web di incitamento all'odio, www.palestinemonitor.org, dedicato alla mobilitazione di azioni mondiali contro Israele e il sionismo. La pagina principale raccomanda vivamente  l'attivismo .


Ad esempio, una pagina del sito, di metà agosto, sottotitola "Come si può agire per la causa palestinese?" E propone due link palestinesi, uno dei quali è: "Boicottaggio dei prodotti israeliani" Cliccando su questo link si va ad un altro sito, www.boycottisrael.org, che comprende un elenco di aziende americane da boicottare in Israele, tra cui Johnson & Johnson, Disney e Starbucks.

A metà agosto, Palestine Monitor nella propria pagina "Attivismo" ha offerto la copertura entusiastica di un tentativo, nel settembre 2002, da parte di manifestanti pro-palestinesi di entrare nei locali Caterpillar di Washington, allo scopo di presentare un cosiddetto "mandato popolare" d'arresto per "crimini di guerra" relativi al vendita di bulldozer a Israele.



Una terza entità, il Jerusalem Media and Communications Centre, ha recentemente ricevuto tre borse di studio per un totale di 365 mila dollari per creare quello che le relazioni Ford descrivono come "servizi di media per la stampa estera e un settimanale elettronico", così come "potenziamento delle attività dei media relative alla situazione di crisi".


Il centro pubblica "Il Rapporto Palestina", che si trova a www.palestinereport.org. Questo sito web utilizza le immagini e le testimonianze drammatiche per dipingere Israele come uno stato di apartheid colpevole di crimini di guerra, violazioni del diritto internazionale, e massacri ripetuti.

All'inizio di ottobre, una delle caratteristiche principali
del sito Web era una sezione cliccabile dal titolo "Dalla Rivoluzione alla Rivoluzione", che "si concentra sulla politica interna palestinese, le forze politiche, e le crepe nella corazza di unità".

Un importante link nella lista "Risorse" porta ai siti Web di sei fazioni palestinesi. 

Molti di essi sono elencati dal Dipartimento di Stato come gruppi terroristici, tra cui il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jihad islamica e Hamas.

Quando al  Jerusalem Media and Communications Centre fu chiesto se le altre organizzazioni potessero essere indicate come valide, un funzionario rispose: "Abbiamo solo link alle organizzazioni più grandi e migliori".


Un portavoce del Dipartimento di Stato, dell'Ufficio affari per il Medio Orient che ha visto "The Palestine Report" e le sue pagine link a siti terroristici ha dichiarato: "Sono a disagio con il finanziamento di questo sito e in particolare per questi suoi collegamenti. Molto scomodi"

Yehudit Barsky, direttore della divisione della American Jewish Committee per il Medio Oriente e il terrorismo internazionale, ha aggiunto, "Credo che questo dimostri che abbiamo negli Stati Uniti chi non ha prestato attenzione - le fondazioni possono essere utilizzate in un modo che nessuno puo' immaginare. Qui vediamo un sito Web che promuove organizzazioni terroristiche.  La Ford Foundation non se ne interessa."
lo è l'incaricato della fondazione, vice media director, Thea Lurie, o il suo socio Joe Voeller.
      
Durante questa indagine, Mr. Wilde ha rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda riguardante PNGO, Policy Institut, Jerusalem Media and Communications Centre, o qualsiasi altro aspetto del coinvolgimento della fondazione con le ONG palestinesi.
 
Ma in una delle sei pagine di risposte scritte alle domande che la Fondazione ha rilasciato solo dopo che questa indagine è stata completata, Mr. Wilde ha detto: "Siamo una organizzazione grant making. Sosteniamo beneficiari per concordare le attività e non dettare quel che devono dire."


Ha anche detto"
Il nostro lavoro per i diritti umani riflette un impegno verso i principi che vanno oltre la partigianeria e la politica, ai diritti fondamentali e le tutele che gli esseri umani possiedono in virtù solo di essere nati".

Durante una visita al quartier generale di Ford a New York, i funzionari di fondazione spazzato via le domande relative alla propaganda anti-israeliana. Ha scherzato un alto funzionario Ford: "L'anti-sionismo è negli occhi di chi guarda."

UNA TORRE DI SOLDI
il quartier generale della Fondazione Ford a Manhattan.

 http://www.featuregroup.com/fgarchive/nysun.com/nysun.com2/index.html