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giovedì 17 luglio 2014

Noi siriani, morti di serie C



di Shady Hamadi
pubblicato in Gariwo: la foresta dei Giusti
14 luglio 2014


Anche oggi l’aviazione siriana sta bombardando le città del Paese. Aleppo soccombe lentamente, schiacciata dalla forza distruttrice dei barili bomba – riempiti anche di pezzi di metallo, così da colpire ancora più persone - sganciati dagli elicotteri dell’esercito. Come al solito, a far accendere i riflettori mediatici sulla più grande tragedia degli ultimi tre decenni, sono sempre e solo le notizie di jihadisti con passaporto occidentale andati in Siria a combattere, le lamentele di una giornalista per la paga troppo bassa o il turista di guerra giapponese che va a fotografare i corpi straziati dei siriani. Degli oltre cento morti giornalieri, da quattro anni a questa parte, a nessuno importa perché ci si è abituati.

Ben altra cosa è il conflitto israelo-palestinese, caricato all’inverosimile di simbolismo e ideologia e per questo capace di annientare qualsiasi dissenso interno in entrambe le parti. Da giorni Israele conduce raid aerei su Gaza e, in cambio, Hamas continua a lanciare una pioggia di missili sulle città israeliane vicine. Il dibattito si è acceso: si tifa uno o l’altro schieramento, si manifesta nelle piazze, anche italiane, scandendo i nomi delle vittime, si dà dei terroristi agli israeliani o ai palestinesi. Per la Siria nulla di tutto questo accade. Qualcuno vede Assad come un “dittatore buono”, antimperialista e estremo difensore dei palestinesi contro Israele. Pochi sanno, o non vogliono sapere, che centinaia di palestinesi sono morti di fame nel campo profughi di Yarmuk, a Damasco, assediato ancora oggi dalle forze fedeli ad Assad. Troppo pochi sanno, o non vogliono sapere, che migliaia di palestinesi si sono andati ad aggiungere all’esercito di profughi (6 milioni) che hanno lasciato la Siria. Suleyman, palestinese di Yermuk, da me incontrato alla stazione centrale di Milano, è uno di loro. Rifugiato in Siria dal 48, Suleyman è sordomuto, ma nonostante questo mi ha mimato, mugugnando e gesticolando, la tragedia che si è lasciato alle spalle: una tragedia di serie C. Sì, di serie C. Se c’è qualcuno che ha ritenuto le vittime israeliane di serie A e quelle palestinesi di B, lasciatemi dire che quelle siriane sono di C!

La voce del mondo si alza indignata contro i raid aerei israeliani e i missili di Hamas ma lascia Assad libero di continuare il suo genocidio (non trovo espressione più appropriata) e si preoccupa solo dei terroristi dell’Isis che, guarda caso, combattono le forze dell’opposizione siriana e non il regime, quasi ci fosse una convergenza di interessi. Nel frattempo, il Papa piange solo i cristiani crocifissi (si è scoperto poi che erano musulmani) ma non Wissam Sara, figlio di uno scrittore rinchiuso per anni nelle carceri siriane, morto sotto torture indicibili. Ma, d’altra parte, la guerra in Siria è “difficile da comprendere, senza parti da poter sostenere: in un buio di tutti contro tutti” - come commentava Roberto Saviano qualche giorno fa. Se questo assunto fosse vero, allora i siriani meriterebbero di morire perché non sono stati capaci di indicare chi sostenere a Saviano e agli altri che la pensano come lui. Eppure Primo Levi, osannato dallo stesso Saviano, ci insegna che nel buio c’è sempre una luce di giustizia. Questa giustizia è ancora viva, ed è rappresenta dalla parte da sostenere. Questo gruppo è composto dagli ultimi superstiti di quel movimento che ha dato vita nel 2011 alla rivoluzione siriana. Sono scrittori, giovani, pacifisti, cristiani e musulmani che gridano solidarietà dall’angolo dove sono stati relegati. Purtroppo, forse ne sono consapevoli, non la otterranno perché l’Occidente non crede in loro. Forse ci crederebbe se Hamas o Israele fossero il responsabile di quello che avviene in Siria ma, poiché è un dittatore arabo a macellare il suo stesso popolo, va bene così. Siamo ipocriti, questa è la verità. Scegliamo di stare in silenzio, credendo di essere neutrali, ma è proprio questa scelta che aiuta il proseguimento del massacro.

Forse, quando tutto sarà finito, bisognerà portare chi ha scelto di non fare nulla, giustificandosi dicendo che è una guerra di tutti contro tutti o che Assad è un buono perché protegge le minoranze, a vedere le fosse comuni ad Aleppo. L’unica certezza che oggi abbiamo noi siriani è che non siamo né palestinesi, né israeliani, per questo i nostri morti possono essere dimenticati.






Analisi di Shady Hamadi, scrittore e attivista siriano

mercoledì 30 maggio 2012

Boualem Sansal, scrittore algerino: «La Privamera araba non è ancora iniziata»


18 OTTOBRE 2011
da: Frontierenews.it


Boualem Sansal, scrittore algerino, che quest’anno ha vinto il Friedenspreis (Premio della pace), ha affermato: «La Primavera araba non è ancora cominciata. I grandi problemi sono ancora irrisolti. E non si tratta solo dei dittatori, che naturalmente debbono scomparire. No, c’è la questione della cultura e quella dell’islamismo».

Sansal, quasi alla soglia dei 61 anni, risiede a Boumerdès, una città sul mare a circa 40 chilometri da Algeri. E’ stato licenziato nel 2003 dal suo posto di direttore generale del ministero dell’Industria per via delle molte critiche dei suoi libri verso il regime del presidente Bouteflika. La moglie, docente, ha perso il lavoro; il fratello, proprietario di una piccola attività commerciale, è stato costretto a chiudere.

Nonostante tutto ciò, Sansal non vuole saperne di lasciare l’Algeria: «Voglio aiutare a preparare la riconquista della democrazia dopo tanti anni di menzogne. Ai giovani viene insegnata una storia ufficiale totalmente falsa. E in più pesa su di loro il pericolo della propaganda fanatica dell’islamismo estremista».

Sansal, autore di sei romanzi e di molti saggi, ha provato enorme felicità nel momento in cui gli è stata rivelata la notizia del premio: «Soprattutto perché la Germania, come gli altri Paesi europei, finora non riconoscevano i movimenti democratici del Nordafrica, anzi intrattenevano buoni rapporti con i dittatori».

Ha sempre preferito scrivere i suoi libri in lingua francese e da sempre non accetta l’arabizzazione del paese. Nel romanzo intitolato «Il villaggio del tedesco», ha introdotto un paragone tra l’islamismo jihadista e il nazismo. «Studiando il Terzo Reich, ho visto che là c’erano gli stessi ingredienti che ritrovo nel mio Paese e negli altri regimi arabi. E sono: partito unico, militarizzazione del Paese, lavaggio del cervello, falsificazione della storia, affermazione dell’esistenza di un complotto (i principali colpevoli sono Israele e l’America), glorificazione dei martiri e della guida suprema del Paese, onnipresenza della polizia, grandi raduni di massa, progetti faraonici di opere pubbliche (come la terza moschea più grande del mondo costruita dal presidente Bouteflika). Solo quando gli algerini, i tunisini, gli egiziani, i libici si saranno liberati da questo castello di menzogne, solo allora potrà cominciare la Primavera araba. Per questo rimango in Algeria».

Sono andato a Gerusalemme e ne sono tornato felice…

Boualem Sansal è nato ad Algeri. Formatosi come un ingegnere con un dottorato in economia, ha iniziato a scrivere romanzi all’età di 50 dopo aver lasciato il suo lavoro di alto funzionario del governo algerino. L’assassinio del presidente Boudiaf nel 1992 e l’ascesa del fondamentalismo islamico in Algeria lo hanno ispirato a scrivere del suo paese. Sansal continua a vivere con la moglie e due figlie in Algeria, nonostante le polemiche che i suoi libri hanno suscitato in patria. Al Festival internazionale di Letteratura 2007 a Berlino, è stato presentato come uno scrittore “esiliato in patria”. Egli sostiene che l’Algeria sta diventando una roccaforte dell’estremismo islamico e il paese sta perdendo le sue basi intellettuali e morali.




Lettera aperta, 24 maggio 2012



Cari fratelli, cari amici, d’Algeria, di Palestina, d’Israele e d’altrove,

Scrivo queste poche righe per darvi mie notizie. Forse siete preoccupati per me. Io sono un uomo semplice, sapete, uno scrittore che non ha mai preteso altro che la felicità di raccontare storie, queste storie  “da non raccontare”, come dice il mio amico regista, Jean-Pierre Lledo , ma ecco che la gente ha deciso di interferire nelle nostre relazioni di fraternità e di amicizia e hanno fatto di me un oggetto di scandalo.

Rendetevi conto, mi accusano niente di meno che di alto tradimento della nazione araba e del mondo musulmano nella sua interezza. Vuol dire che non ci sarà nemmeno un processo. Queste persone sono di Hamas, persone pericolose e calcolatrici, che hanno preso in ostaggio la povera gente di  Gaza e la ricattano ogni giorno da anni, in una specie di buco nero, assicurato dal blocco israeliano, e ora vengono a dettare a noi, a noi che in tutte le maniere cerchiamo di liberarcene, quello che dobbiamo pensare, dire e fare e ci sono anche altri, individui anonimi, amareggiati e pieni di fiele, chiusi a tutti, che ritrasmettono l’odio come possono, attraverso la rete. E’  attraverso loro, per mezzo dei loro comunicati vendicativi ed i loro insulti a tutto tondo, che avete saputo del mio viaggio e io sono qui per confermare, perché non ci sia confusione nelle vostre menti e per fare chiarezza tra le noi: SONO ANDATO IN ISRAELE.



Che viaggio! e che accoglienza! Perdonatemi per non averlo io stesso annunciato prima di partire, ma capirete, ci voleva discrezione, Israele non è una meta turistica per gli arabi, anche se… quelli, non pochi, che mi hanno preceduto in questa terra di latte e miele, lo hanno fatto di nascosto, con nomi falsi o passaporti presi a prestito, come a suo tempo fece la coraggiosa signora Khalida Toumi, allepoca fervente oppositrice al regime poliziesco e fondamentalista in Algeria, ed oggi brillante ministro della cultura, impegnatissima nella caccia ai traditori, agli apostati e agli harkis.
E’ a lei in particolare che gli algerini devono il loro vivere ogni giorno i problemi e la rabbia nel loro bel paese. I suoi doganieri non mi avrebbero mai  lasciato uscire, se mi fossi presentato con un biglietto d’aereo Algeri / Tel Aviv in una mano e nell’altra un visto israeliano appena incollato sul mio passaporto bello verde. Mi domando se si sarebbero spinti a gasarmi. Ho agito altrimenti  e l’astuzia ha pagato: ho preso la via della Francia, munito di un visto israeliano “volante” recuperato a Parigi, rue Rabelais, ed ora mi trovo in possesso di mille e una storia che mi riprometto di raccontarvi in dettaglio in un prossimo libro, se Dio ci concede la vita.

Vi parlero’ di Israele e degli israeliani, di come li possiamo vedere con i nostri  propri occhi, sul posto, senza intermediari, lontano dalla dottrina, ed essendo certi di non dover subire nessuna “prova della verità” al ritorno. Il fatto è che in questo mondo non c’è un altro paese e un altro popolo come loro. Mi affascina e mi rassicura che ognuno di noi sia unico. L’unicità infastidisce, è vero, ma tendiamo ad amarla, perché la perdita è davvero irreparabile.



Parlerò anche di Gerusalemme, Al-Quds. Mi sembra di aver percepito che questo posto non sia davvero una città ed i suoi abitanti non siano realmente tali; c’è un’irrealtà  nell’aria e certezze di un tipo sconosciuto sulla terra. Nella vecchia città multimillenaria,  è semplicemente inutile cercare di capire, tutto è sogno e magia, vi si incontrano i profeti, i più grandi, ed i re, i più maestosi, li interroghiamo, parliamo loro come ad amici del quartiere: Abramo, Davide, Salomone, Maria, Gesù e Maometto l’ultimo della linea, che la salvezza sia su di loro, passando da un mistero all’altro, senza transizione, ci  si muove attraverso i millenni e il paradosso, in un cielo uniformemente bianco ed il sole, sempre ardente. Il presente e le novità sembrano talmente effimere che ben presto non ci pensiamo più. Se esiste un viaggio celeste in questo mondo, è qui che tutto comincia. E non è qui che Cristo ha fatto la sua ascensione al cielo, e Maometto il suo Mi’raj sul suo destriero Buraq, guidato dall’angelo Gabriele?

Ci si chiede quale sia il fenomeno che tiene tutto in ordine, in modo molto moderno, del resto, perché Gerusalemme è una città, vera e propria capitale, con strade pulite, marciapiedi lastricati, case solide, auto dinamiche, alberghi e ristoranti interessanti, alberi ben curati, e tanti turisti provenienti da tutti i paesi… ad eccezione dei paesi arabi, soli nel mondo a non poter venire, a non essere in grado di visitare il loro luogo di nascita, il luogo magico dove nascono le loro religioni, la cristiana così come quella musulmana.



Sono gli arabi e gli  ebrei israeliani  che ne beneficiano, li vedono tutti i giorni, tutto l’anno, mattina e sera, apparentemente senza mai stancarsi del loro mistero. Non possiamo contare i turisti in questi labirinti, sono troppo numerosi, più dei nativi, e la maggior parte si comportano come se fossero pellegrini venuti da lontano.

Raggruppamenti compatti che si incrociano tra loro senza mescolarsi: inglesi, indù, giapponesi, cinesi, francesi, olandesi, etiopi, brasiliani, ecc, accompagnati da guide instancabili, che giorno dopo giorno, in ogni linguaggio della creazione, raccontano alla folla incantata la leggenda dei secoli. Se si tende l’orecchio, si capisce davvero che si tratta di una città celeste e terrestre allo stesso tempo, e perché tutti vogliano possederla e morire per lei.
Quando si vuole l’eternità, ci si uccide per averla, è stupido, ma si può capire. Io stesso mi sono sentito diverso, schiacciato dal peso delle mie domande, io, il solo del gruppo ad aver toccato con le sue mani i tre luoghi sacri della Città Eterna: il Kotel (Muro del Pianto), il Santo Sepolcro e la Cupola della Roccia. In quanto ebrei o cristiani, i miei compagni, gli altri scrittori del festival, non potevano accedere al Monte del Tempio, il terzo luogo sacro dell’Islam, dove sorgono la Cupola della Roccia, Qubat as- Sakhrah, scintillante nel suo colore azzurro, e l’imponente moschea di al-Aqsa, Haram al-Sharif. Sono stati ricacciati indietro, senza esitazione, dall’agente del Waqf, assistito da due poliziotti israeliani di guardia all’ingresso della Spianata, per preservarla da ogni contatto non-halal.

Sono passato grazie al mio passaporto che attesta il mio essere algerino e cosi’, per deduzione, musulmano. Non ho negato, al contrario, ho recitato un versetto del Corano, riesumato dai miei ricordi d’infanzia, che apertamente ha sbalordito il portiere: era la prima volta nella sua vita che vedeva un algerino. Credeva che, a parte l’emiro Abd-el-Kader, fossero tutti un po' sefarditi, un po’ atei, un po’ qualche altra cosa. E’ divertente, il mio piccolo passaporto verde mi ha aperto le frontiere dei luoghi santi più velocemente di quanto mi abbia aperto le frontierei Schengen in Europa, dove la sola vista di un passaporto verde risveglia immediatamente l’ulcera dei doganieri.


Beh, vi dico francamente, da questo viaggio sono tornato felice e soddisfatto. Ho sempre creduto che fare non fosse la cosa più difficile, ma mettersi in condizione di essere pronto a iniziare a farlo.

La rivoluzione è qui, nell’idea intima che siamo finalmente pronti a muoverci, a cambiare sé stessi per cambiare il mondo. E’ il primo passo, molto più che l’ultimo, a farci raggiungere l’obiettivo. Mi sono detto che la pace è soprattutto una questione di uomini: è questione troppo seria per essere lasciata nelle mani dei governi o, ancora meno, dei partiti. Parlano di territorio, di sicurezza, di soldi, di condizioni, di garanzie, firmano documenti, fanno cerimonie, alzano bandiere, preparano piani B.

Gli uomini non fanno nulla di tutto questo, fanno cio’ che fanno gli uomini: vanno al caffè, al ristorante, si siedono intorno al fuoco, si riuniscono in uno stadio, si trovano a un festival, su una spiaggia e condividono bei momenti, mescolano le loro emozioni e alla fine si fanno la promessa di incontrarsi di nuovo. “Ci vediamo domani”, “Cin cin”, “L’anno prossimo a Gerusalemme”, dicono. Questo è quello che abbiamo fatto a Gerusalemme. Uomini e donne di molti paesi, scrittori, riuniti in un festival della letteratura a parlare dei loro libri, dei loro sentimenti davanti al dolore del mondo e altro, e soprattutto di ciò che mette gli uomini nelle condizioni di poter un giorno cominciare a fare la pace, e alla fine ci siamo promessi di rivederci, di scriverci almeno.



Non mi ricordo che in quei cinque giorni e notti trascorsi a Gerusalemme (il terzo giorno, con un rapido ritorno a Tel Aviv per condividere una splendida serata con i nostri amici dell’Istituto francese), abbia una sola volta parlato della guerra. L’abbiamo scordata, abbiamo evitato di parlarne o abbiamo fatto come se un’epoca fosse passata e fosse arrivato il momento di parlare di pace e di futuro? Indubbiamente, non si può parlare sia di guerra e pace allo stesso momento, una esclude l’altra.
Mi è dispiaciuto molto, però, non ci fosse nessun palestinese tra noi. Dopo tutto, la pace è da fare tra israeliani e palestinesi. Io non sono in guerra né con l’uno né con l’altro e non so perché li amo entrambi, allo stesso modo, come fratelli dall’inizio del mondo. Sarei in pace se, in un giorno non lontano,  fossi invitato a Ramallah, con degli scrittori israeliani; è un bel posto per parlare di pace e di quel famoso primo passo che permetta di andarci.

Voglio in special modo ricordare David Grossman, questo monumento della letteratura israeliana e mondiale. Ho trovato formidabile che due scrittori come noi, due uomini onorati con lo stesso premio, il “Friedenspreis des Deutschen Buchhandels”, il Premio per la Pace dei librai tedeschi, a un anno di distanza, lui nel 2010, io nel 2011, si ritrovino insieme nel 2012 a parlare di pace, in questa città, Gerusalemme, al-Quds, dove ebrei e arabi convivono, dove le tre religioni del libro si dividono il cuore umano. Il nostro incontro sarà l’inizio di un grande raduno di scrittori per la pace? Questo miracolo si produrrà nel 2013? Spesso il caso è malizioso e ci fa dire cose che non devono nulla al caso.
Da qualche parte, sulla strada di casa, tra Gerusalemme e Algeri.


Boualem Sansal



lunedì 21 maggio 2012

Come gli Europei vedono gli Ebrei



Il Gatestone Institute ha promosso una ricerca sulle discriminazioni in Europa.
Tra queste, insieme agli stereotipi negativi verso gli immigrati, i Neri, i musulmani, l'antisemitismo è stato considerato una componente importante tra le ostilità crescenti riscontrate in Europa.

Nella ricerca, l'ostilità anti ebraica assume le forme "classiche": gli ebrei fanno parte di una cospirazione mondiale; hanno ucciso Gesù; sono usurai; non sono degni di fiducia; fanno del vittimismo; pensano solo ai soldi... o più attuali: sterminano i Palestinesi. In merito alla Shoah, l'inquietante novità sembra essere l'inversione degli ebrei che da vittime diventano carnefici.

Alcuni dati:




 “Gli Ebrei sfruttano la memoria della Shoah”

Polonia: 72%
Ungheria: 68%
Germania: 49%
Paesi Bassi: 17%
Gran-Bretagna: 21%


“Gli ebrei hanno troppa influenza nei Paesi nei quali vivono”


Ungheria: 70%
Polonia : 50%
Paesi Bassi: 6%
Gran-Bretagna: 13,9%
L'insieme di questi Paesi: 20%


“Gli ebrei si occupano solo di loro stessi”

Portogallo, Ungheria e Polonia: 51-57%
I sei altri Paesi: tra il 20 e il 30%

Abbastanza curiosamente, la maggioranza degli otto Paesi pensa che gli Ebrei abbiano arricchito la cultura dei paesi nei quali vivono; le cifre più alte nei Paesi Bassi,  (72%), la Gran-Bretagna (71%), e la Germania (69%).



“Israele stermina i Palestinesi”

Gli Europei: 40%
La Polonia: 63%
Il Portogallo: 48%
L’Italia: 37%
La Gran-Bretagna: 35%





L'articolo originale in francese QUI

lunedì 23 aprile 2012

Un minuto di silenzio per le vittime di Monaco 1972 - Petizione

 

 

Un minuto di Silenzio alle olimpiadi di Londra 2012



Al Comitato Internazionale dei Giochi Olimpici: 40 anni sono sufficienti!



Ai Giochi Olimpici di Monaco 1972, undici membri della squadra israeliana furono uccisi. Per quaranta anni le loro famiglie hanno chiesto al Comitato Olimpico Internazionale di osservare un minuto di silenzio in loro memoria. Per favore, firma la petizione.


Sono la moglie di Andrei Spitzer. Mio marito fu ucciso durante i Giochi Olimpici del 1972.
Domando un minuto di silenzio in memoria degli undici atleti israeliani, allenatori e arbitri, uccisi nei giochi Olimpici estivi a Monaco, nel 1972. Solo un minuto, ai giochi Olimpici estivi di Londra 2012 ed in ogni Gioco Olimpico, per promuovere la pace. 
Questi uomini furono figli, padri, fratelli, amici,  compagni di squadra, atleti. Andarono a Monaco nel 1072 come atleti olimpici; andarono in pace e tornarono a casa nelle bare, uccisi nel Villaggio Olimpico e mentre erano ostaggi nelle negoziazioni. 


Le famiglie degli 11 di Monaco cercano di ottenere il riconoscimento del massacro di Monaco dal Comitato Internazionale Olimpico da quattro decenni. Stiamo chiedendo un minuto di silenzio durante le cerimonie olimpiche di apertura dai Giochi di Montreal del '76. Finora queste richieste sono state lasciate cadere. Gli 11 atleti facevano parte della famiglia Olimpica; pensiamo dovrebbero essere ricordati nel contesto dei Giochi Olimpici.
 Chiediamo ancora una volta di essere ascoltati ora, alle Olimpiadi estive di Londra 2012. Nel 2010 i JCC Rockland, New York, mi contattarono e offrirono il loro aiuto, facendo loro la missione, durante il  JCC Maccabi Games del 2012,  di onorare gli undici di  Monaco di Baviera per mezzo di numerosi eventi, nonché guidando questa petizione.

Il silenzio è un giusto tributo per gli atleti che persero la vita sul palcoscenico olimpico. Il silenzio non contiene dichiarazioni, supposizioni o convinzioni e non richiede alcuna conoscenza del linguaggio da interpretare.

Non ho un'agenda politica o religiosa. Solo la speranza che a mio marito e agli altri uomini che andarono alle Olimpiadi in pace, amicizia e sportività sia dato quello che meritano. Un minuto di silenzio per dire
chiaramente al mondo che ciò che è accaduto nel 1972 non dovrà mai accadere di nuovo. Vi prego,  non lasciate che la storia si ripeta.

Per mio marito Andrei e gli altri uccisi, dobbiamo ricordare la dottrina dello Spirito Olimpico ", per costruire un mondo pacifico e migliore, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e correttezza". Questo è più potente della politica.

40 anni sono un tempo sufficientemente lungo da aspettare.

Vai a www.munich11.org per saperne di più su come la Rockland JCC, a New York sostiene la nostra richiesta per porre rimedio all'ingiustizia, con il sostegno e la gratitudine delle famiglie degli 11 di Monaco e per conoscere la storia di un giorno che non dovremmo mai dimenticare .

Grazie. Ankie Spitzer e JCC Rockland.





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Aggiornamento:


La scorsa settimana, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha ancora una volta respinto la richiesta che le famiglie degli atleti israeliani, assassinati dai terroristi arabi ai Giochi di Monaco 1972, che chiedevano agli organizzatori un minuto di silenzio in loro ricordo.


Ankie Spitzer, il cui marito, Andre, fu uno degli 11 israeliani uccisi, ha detto che il CIO non ha voluto irritare i paesi arabi, ricordando la tragedia.


“Ci dicono che le delegazioni arabe si alzarebbero  e se ne andrebbero; ho risposto:  ‘Va bene, se non capiscono cosa sono le Olimpiadi, lasciateli andare”.


http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/155275#.T5_Ku2av-8k

lunedì 16 aprile 2012

’Israele e l'Europa : le ragioni di un malinteso’, Gran Rabbino Gilles Bernheim

 



L'interrogarsi sull'identità nazionale affiora come un malessere in Francia e in molti paesi dell'Unione europea. C'è chi ha analizzato questo malessere, i suoi sottintesi, le sue molteplici determinanti. Vorrei esaminare qui cos'è che appanna gli occhi di certi Europei rispetto alla lettura dell'indentità ebraica e dell'identità della nazione israeliana. Per questo devo risalire alla seconda guerra mondiale e descrivere tre profonde evoluzioni.
La prima concerne lo Stato-nazione, squalificato dai due grandi conflitti del XX° secolo in favore del progetto di una pace europea e dell'unione in uno spazio comune sorpassante le nazioni e le loro rivalità secolari. Si instaura un nuovo ordine sovra nazionale, innanzitutto giuridico ed economico, in reazione  all'orrore dello stato criminale nazista e dei regimi collaboratori. Questo bel progetto fu sostenuto, all'inizio, da uomini provenienti dalla Resistenza, di credo socialista e democristiano.
Ma questo progetto fu concepito e ha preso piede senza identità europea.
La seconda evoluzione è una reazione all'orrore della Shoah ed all'odio radicato nell'identità dell'Altro: lo sterminio degli ebrei in quanto tali.
Cio' consiste a sublimare l'Altro ed a farne l'apologia, in nome del "Mai più". Colui che è straniero, diverso, ossia suscettibile di divenire un nemico è ormai pensato come l'Altro, ma senza che il suo posto sia chiaro.
Colui che rifiuta l'Altro rifiuta il genere umano, puo' addirittura essere assimilato agli autori dei crimini contro l'umanità. Siamo tutti divenuti Altri, in una generalità indefinita e anonima nella quale l'individualismo è la sola cosa condivisa e dove tutto va bene perché tutto si vende.

Nello stesso tempo, sotto il duplice effetto della costruzione europea e della mondializzazione, la politica e il diritto si sono indeboliti e sono tornati alla loro missione primaria: organizzare il vivere insieme, gestire le tensioni e le violenze all'interno e fuori delle frontiere. Le nostre società europee fanno ormai prevalere i diritti sui doveri; sono diventate individualiste.
Queste evoluzioni conducono ad un'Europa desiderosa di sorpassare gli antagonismi culturali per aprirsi al multiculturalismo,  che elimina il problema della relazione all'altro, allo straniero, al diverso ma che è molto spesso chiamata in causa da particolarismi propri a paesi inquieti, ognuno, per il proprio avvenire.
A causa dell'assenza di un'identità chiara l'Europa si rivela incapace di rispondere a questioni poste da altro che non sia il consumismo. E non ha potuto impedire il ritorno della "pulizia etnica" alla sua periferia. Piuttosto che assumersi i propri doveri e prendersi le proprie responsabilità non puo' far altro che proporre indignazioni compassionevoli.
Si è cosi' installata la compassione per le vittime, l'Altro in stato di debolezza, dall'identità sminuita, di fatto la sola identità che sia compatibile con lo spazio poco chiaro, mal definito che gli è attribuito.   Scordando che, come diceva già Hannah Arendt, "la compassione senza giustizia è uno dei più potenti complici del diavolo".
Israele ha preso il cammino inverso, dopo essere stata a lungo vittima, dopo aver fecondato l'umanità a partire da un'identità cosi' forte da traversare la storia. E dopo che gli uomini che ne avevano condiviso valori e ideali non furono intervenuti durante la sua messa a morte.  Non è inutile ricordare che il numero di ebrei uccisi in Europa durante la Shoah resta superiore alla popolazione ebrea di Israele di quest'anno. Israele fonda il suo Stato-nazione nel momento nel quale lo Stato-nazione è squalificato in Europa.  La guerra comincia in Israele nel momento nel quale finisce in Europa. E Israele non puo' far altro che vincere.
Oggi Israele è accusato di comportarsi come gli oppressori di ieri. E' perfino accusato di essere Stato nazista, di essere Stato razzista.  Forse un giorno ci sarà chi griderà che Israele è uno Stato antisemita. Un'ideologia della sostituzione è cosi' all'opera in Europa, dopo la teologia della sostituzione avanzata dalla cristianità per auto-riconoscersi "vera" Israele.
In questa lettura del mondo, i non ebrei  avendo appreso la lezione dalla storia si comportano come il "vero" ebreo per mezzo della creazione dell'Europa, dell'elevazione al sovra nazionale, dell'apologia dell'Altro e dell'universale. Al contrario, gli ebrei in Israele si comporteranno come l'europeo di prima della guerra, ancorato al suo Stato-nazione.
L'ideologia della sostituzione riposa su una falsificazione dell'identità ebraica. Distorce l'universalismo in un relativismo indifferente, spogliato da obblighi reciproci ma al quale il confronto con cio' che è differente è insopportabile. Riprende in maniera  sconsiderata e automatica i clichés e le menzogne della propaganda anti israeliana. Come la realtà francese, americana, palestinese o cinese, la realtà israeliana è lontana da essere perfetta e non deve essere né idealizzata né santificata.
Piuttosto, come tutte le realtà straniere, deve essere pensata a partire da sé stessa e non attraverso sé stessa.
Come scriveva Emmanuel Levinas, "non si tratta di pensare insieme me e l'altro, ma d'essere di fronte". Ora, nel caso specifico di Israele, il pensiero deve in primo luogo respingere la propensione all'offesa uscita dalle fogne dell'odio- un odio che gli ebrei hanno il diritto di pretendere sia bandito a mai più dall'Europa. Per un europeo conoscere Israele suppone incontrare una realtà che va contro il suo quadro di riferimenti. Solo un pensiero libero puo' al tempo stesso slegare e arricchire il presente delle informazioni dal passato e farne avvenire "Cio' che nessun occhio ha mai visto" (Is. 64.3)
Pensare liberamente comincia con lo scegliere le parole, resistere agli automatismi, agli amalgami, ai sillogismi riduttori e distruttori.

Gilles Bernheim, Grand rabbin de France
Article paru dans l’édition du Monde 31.12.10

Documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sull'antisemitismo Parte VII

 



























Proposte di lavoro

Nel corso dei lavori di indagine sono emerse talune puntuali proposte di lavoro, già richiamate in precedenza e che si reputa opportuno richiamare:

definire misure per dare attuazione alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il genocidio
e il suo incitamento; sostenere la proposta del Premio Nobel Elie Wiesel per l’adozione di una risoluzione dell’Onu che dichiari il terrorismo come crimine contro l'umanità;
promuovere la sigla e ratifica del Protocollo aggiuntivo alla convenzione di Budapest sul
crimine informatico del 2003, eventualmente anche mediante un’iniziativa legislativa
parlamentare; avviare un dibattito sull’efficacia dell’azione di contrasto al negazionismo e al revisionismo storico; monitorare l’iniziativa internazionale di deferimento del Presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Ahmadinejad, presso la Corte penale internazionale per incitamento al
genocidio.


Gli italiani e l’antisemitismo
Dall’”Indagine sul Pregiudizio Antiebraico” condotta nel 2007 da CDEC e ISPO (dati riportati nel corso dell’audizione del CDEC del 25 febbraio 2010):

Il 44% della popolazione italiana mostra qualche pregiudizio o atteggiamento ostile agli ebrei. Esso si può scomporre in quattro sottogruppi.
Il primo (10%) condivide gli stereotipi antiebraici «classici»: ad esempio, gli ebrei non «sono italiani fino in fondo», «non ci si può mai fidare del tutto di loro» e «sotto sotto sono sempre vissuti alle spalle degli altri», respingendo però i pregiudizi «contingenti» (verso Israele e Shoah).
Il secondo (11% della popolazione) approva invece solamente gli stereotipi «moderni», mentre respinge quelli «classici» e «contingenti». Per costoro, «gli ebrei sono ricchi e potenti», «controllano e muovono la politica, i media e la finanza» ed inoltre «sono più fedeli a Israele piuttosto che al Paese in cui sono nati».
Il terzo gruppo (12%) è caratterizzato da convinzioni «contingenti» («tutti gli ebrei
strumentalizzano la Shoah per giustificare la politica di Israele», «parlano troppo delle loro tragedie trascurando quelle degli altri», «gli ebrei si comportano da nazisti con i palestinesi»), ma non concorda con i pregiudizi «classici».
Il quarto gruppo è quello degli «antisemiti puri» (12% degli italiani), ovvero coloro che
condividono tutte le tipologie di stereotipi sopra elencati, da quelli «classici» a quelli «contingenti».

Opinioni e atteggiamenti verso gli ebrei
Agli intervistati è stato chiesto di esprimere un livello di accordo con 16 item relativi agli ebrei. Gli item categorizzano alcune dimensioni del pregiudizio: alcune rimandano al pregiudizio classico, altre al pregiudizio moderno, altre ancora riguardano il pregiudizio contingente, legato a Israele.



Le tre cifre riportate sotto ogni affermazione -item- rappresentano le tre percentuali di:
Consenso -  Neutro (area grigia) -  Dissenso


NON CI SI PUÒ MAI FIDARE DEL TUTTO DEGLI EBREI
18,9  48.4  32.7
GLI EBREI SONO PIÙ LEALI VERSO ISRAELE CHE VERSO IL LORO PAESE
26,0  56,8  17,2
GLI EBREI SI SONO TRASFORMATI DA UN POPOLO DI VITTIME IN UN POPOLO
DI AGGRESSORI
26,4  51,6  22,0
GLI EBREI HANNO DATO UN GRANDE IMPULSO A DIVERSI SETTORI DELLA
SOCIETÀ ITALIANA
27,1  58,6  14,3
GLI EBREI FANNO AI PALESTINESI QUELLO CHE I NAZISTI HANNO FATTO
AGLI EBREI
21,6  48,6  29,4
SOTTO SOTTO GLI EBREI SONO SEMPRE VISSUTI ALLE SPALLE DEGLI ALTRI
15,1  52,4  32,6
GLI EBREI CONTROLLANO I MEZZI DI COMUNICAZIONE IN MOLTI PAESI DEL
MONDO
25,3  55,6  19,1
GLI EBREI NON SONO ITALIANI FINO IN FONDO
23,1  44,0  32,8
LA SCIENZA MODERNA NON SAREBBE QUELLA CHE E’ SENZA IL CONTRIBUTO
DEGLI SCIENZIATI EBREI
26,8  57,0  16,3
GLI EBREI MUOVONO LA FINANZA MONDIALE A LORO VANTAGGIO
31,7  50,0  18,2
GLI EBREI RIESCONO SEMPRE AD AVERE UN POTERE POLITICO
SPROPORZIONATO
27,1  53,0  19,9
NONOSTANTE IL CONFLITTO GLI EBREI SONO SENSIBILI ALLE SOFFERENZE DEL
POPOLO PALESTINESE
23,3  56,3  20,4
LA CULTURA OCCIDENTALE E’ DEBITRICE DI MOLTE IDEE
FONDAMENTALI NEI CONFRONTI DELLA CULTURA EBRAICA
22,6  60,8  16,7
GLI EBREI PARLANO TROPPO DELLE LORO TRAGEDIE E TRASCURANO
QUELLE DEGLI ALTRI
30,3  49,8  19,8
GIRA E RIGIRA I SOLDI SONO SEMPRE IN MANO AGLI EBREI
26,7  49,3  24,0
APPROFITTANO DELLO STERMINIO NAZISTA PER GIUSTIFICARE LA
POLITICA ISRAELE
24,5  50,7  24,8

Una percentuale molto elevata - talvolta superiore alla metà del campione - non concorda né dissente con le affermazioni proposte. Questa area grigia, di apparente neutralità, talvolta è dovuta alla mancanza di conoscenza del tema o dell’argomentazione specifica e infatti troviamo qui concentrati i ceti più marginali. Altre volte tuttavia sembra sottendere un’area di pregiudizio.


I giovani italiani e l’antisemitismo

(Dati fornititi nel corso dell’audizione del 16 novembre 2010 sulla base di un’indagine dell’Istituto IARD presentata nel 2010)


L’indagine riguarda i giovani in una fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il 60% degli
intervistati appartiene alla realtà studentesca o è laureato.
Tra i giovani italiani, il 22% risulta antisemita. Tuttavia, il 71% di essi non ha mai avuto rapporti diretti con gli ebrei.


L'intolleranza della fetta antisemita dei giovani italiani si esplica anche in un atteggiamento di chiusura verso alcune situazioni, soprattutto l'idea di avere una figlia che fa coppia con un ebreo (51%), quota che scende leggermente (48%) se la cosa riguarda un figlio maschio, o la sensazione di avere un capo ebreo (38%), che vivrebbero invece con più tranquillità il fatto di avere un collega ebreo (29%). Poco accettate, ma più tollerate, le situazioni che contemplano un vicino di casa ebreo (35%) o la possibilità di sedere alla stessa tavola durante la cena (29%).