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giovedì 2 agosto 2018

Hamas smentisce il Corriere della Sera




“Quella bambina non l’ha uccisa Israele”Hamas smentisce i media ma il caso è diventato virale sui nostri giornali e tv

“Layla al Ghandour è il volto del massacro di Gaza”, aveva titolato al Jazeera, infiammando la rabbia del mondo arabo-islamico. La foto della bambina palestinese di otto mesi morta il 14 maggio al confine con Israele ha fatto subito il giro di tutti i media occidentali, Corriere della Sera compreso che l’aveva messa in prima pagina. Nessuno aveva resistito: “Strage a Gaza, anche una neonata”, un’agenzia di stampa. “Una bambina muore nella nube di Gaza”, scandiva il Los Angeles Times. “Una bambina di Gaza muore, è nato un simbolo” riferiva il New York Times nel servizio di Declan Walsh. “Orrore: bambina uccisa nella repressione israeliana” proseguiva l’Huffington Post. “Il volto angelico di una bambina di otto mesi uccisa dal gas a Gaza”, ammoniva il Mirror. Ansamed: “59 morti, fra cui una bambina di otto mesi uccisa dal gas”. “Una madre stringe la figlia di otto mesi uccisa dai soldati israeliani”, il titolo del Daily Mail. “Il bilancio delle proteste di Gaza sale a 61, bambina muore per lacrimogeni”, riportava il Washington Post. Dalla Rai alle tv europee, nei desk room era tutto un dire: “Hanno ucciso pure una bambina”. E Abu Mazen, il presidente “moderato” dell’Autorità palestinese, si è fatto fotografare in ospedale mentre sfoglia la stampa araba con una vignetta in prima pagina, dove un soldato israeliano asfissia una bambina palestinese. I paragoni non potevano mancare con Aylan Kurdi, il bambino morto annegato su una spiaggia turca, e Omran Daqneesh, ricoperto di sangue e polvere ad Aleppo. Anche il funerale orchestrato da Hamas per Layla a Gaza ha fatto il giro del mondo. Sulla Rai, Massimo Gramellini ha paragonato la foto di Layla a “un quadro di Caravaggio”.
Soltanto che ieri il ministero della Salute sotto la guida di Hamas a Gaza ha dichiarato di aver rimosso il nome della bambina dalla lista delle persone rimaste uccise negli scontri con le truppe israeliane. E’ lo stesso ministero che, una settimana prima, aveva detto che Layla era “morta per inalazione di gas lacrimogeni”. Il portavoce del ministero, il dottor Ashraf al Qidra, ha detto che un’indagine è stata effettuata e che “Layla al Ghandour non è elencata tra i martiri.”
Eppure, i media avrebbero potuto essere fin dall’inizio più cauti, visto che un medico di Gaza aveva dichiarato il giorno dopo all’Associated Press che la bambina aveva una malattia preesistente e di non credere che la sua morte fosse stata causata dai gas israeliani. Ma i giornali erano eccitati dal sangue e dai morti, non un dubbio su quei genitori palestinesi che portavano i bambini (in questo caso con una malattia cardiaca) a uno scontro in cui sanno che ci saranno i gas lacrimogeni e il fumo di pneumatici bruciati. Nessuno voleva dubitare della verità stabilita da “fonti mediche palestinesi”, quando si sa quanta libertà e trasparenza ci siano in quella regione. Ma Layla non era più una bambina, un essere umano, ma un simbolo politico, una causa. L’avvocato americano Alan Dershowitz ha scritto sul Jerusalem Post: “Hamas trae vantaggio da ogni morte che Israele causa accidentalmente. Per questo Hamas esorta donne e bambini a farsi martiri. Parlare di ‘strategia del bambino morto’ può sembrare crudele: infatti è una strategia crudele. Si deve accusare chi la utilizza cinicamente. E si devono accusare i mass-media che fanno il gioco di coloro che la utilizzano, quando si limitano a riportare il conteggio dei corpi e non la deliberata tattica di Hamas che porta a quel risultato“.
Israele è stato trasformato in un “babykiller”, da quegli stessi media che hanno glissato sui bambini israeliani di Sderot, di Sbarro, di Maalot, i Fogel, gli Hatuel, le vittime del terrore palestinese. Per loro non c’è Caravaggio. Il prossimo World Press Photo è già pronto per Haitham Imad, il fotografo che ha immortalato Layla fra le braccia della madre. “C’è una guerra e noi non siamo neppure sul campo di battaglia”, ha detto tre giorni fa Michel Oren, vice ministro israeliano per la Diplomazia, a proposito dei media. Il giornalismo ha svolto un ruolo centrale nell’attacco di quel lunedì al legittimo diritto di Israele di difendere i propri confini e cittadini. I media faranno ammenda ora che nuove informazioni sono venute alla luce? Ci vuole coraggio per ammettere di aver sbagliato.

domenica 18 ottobre 2015

Il BDS sostiene il terrorismo non i diritti

18 ottobre 2015: iniziativa molto chiara del Movimento BDS che chiede al Governo egiziano di supportare Hamas e la intifada palestinese. Nulla a che vedere con forme di boicottaggio pacifiche.


Il Cairo - conferenza stampa di Ramy Shaath, portavoce del Movimento BDS in Egitto

Se serviva una ulteriore prova che il Movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions) non è affatto un movimento pacifista che supporta la causa palestinese ma è invece un movimento profondamente antisemita che punta alla distruzione di Israele, questa prova arriva dall’Egitto dove oggi il movimento BDS organizza al Cairo una manifestazione a favore della intifada palestinese e di Hamas, non a favore dei Diritti dei palestinesi o della economia palestinese, non a favore del boicottaggio di Israele, ma proprio a favore della rivolta armata, o intifada, contro Israele.
La manifestazione che si chiuderà con una conferenza stampa e una mostra punta dritto a chiedere al Governo egiziano di sostenere la lotta armata dei palestinesi. La parola boicottaggio è sparita dal gergo del Movimento BDS, adesso si parla apertamente di lotta armata.
«Lo scopo principale della campagna è quello di sostenere la intifada palestinese» ha detto Ramy Shaath, portavoce del Movimento BDS in Egitto in un incontro con la stampa egiziana per la presentazione della manifestazione «e in seconda battuta quello di dirigere l’attenzione internamente alla questione palestinese e dare una risposta alle distorsioni presentate da alcuni media per quanto riguarda gli attuali sviluppi in Palestina». Ma Ramy Shaath è molto critico anche con il Governo egiziano che nei confronti di Hamas ha attuato politiche molto dure. «Il nostro obiettivo è quello di spingere l’Egitto e la sua gente a prendere una posizione più forte contro Israele e spingerlo a ridefinire la strategia di sicurezza nazionale dell’Egitto» ha detto Shaath «dall’assedio in corso a Gaza fino alla barriera di sicurezza costruita dall’Egitto, la politica egiziana è andata esattamente in senso opposto a quello che chiediamo noi». Quindi, riassumendo, l’obbiettivo del Movimento BDS è quello di far cambiare la politica dell’Egitto nei confronti dei terroristi di Hamas e invece di ostacolarli passare ad aiutarli. Cosa c’entra tutto questo con il boicottaggio a Israele ce lo dovrebbero spiegare i vertici del BDS.
Ramy Shaath è stato molto critico anche con i media egiziani che a suo dire hanno adottato una narrativa dei fatti che accadono in Israele e in West Bank molto simile a quella dei media israeliani. In sostanza il Movimento BDS accusa i media egiziani di raccontare la verità invece che distorcerla. A una domanda precisa da parte di un giornalista che chiedeva se il Movimento BDS sostiene o meno la intifada palestinese la risposta di Ramy Shaath è stata secca e precisa: SI.
Fino ad oggi il Movimento BDS ha sempre sostenuto la lotta armata palestinese ma, subdolamente, aveva sempre nascosto il suo sostegno alla lotta armata e al terrorismo dietro a una causa apparentemente pacifista come il boicottaggio di Israele. Ora per la prima volta esce allo scoperto.
Scritto da Shihab B.
link: http://www.rightsreporter.org/il-bds-sostiene-il-terrorismo-non-i-diritti-ecco-la-prova/

lunedì 26 gennaio 2015

Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali

Ripubblichiamo un interessante articolo del 2013 in merito ad uno dei tanti rapporti ONU sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte israeliana. Ne avrete sentito parlare anche voi dei 7.000 "bambini palestinesi" illegalmente incarcerati in Israele. Possiamo fidarci ciecamente dei rapporti che producono le agenzie dell'ONU?
Vediamo...



Un ragazzino palestinese viene fermato da due militari israeliani
durante una protesta (AFP Photo / Hazem Bader)


Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali 

di Noemi Cabitza 
Rights Reporter, 11 marzo 2013

Ci risiamo. Ancora una agenzia ONU che per meri interessi economici usa il paravento dei bambini palestinesi e pubblica un rapporto basato letteralmente sul nulla, fatto di illazioni, di testimonianze non verificabili e stravolge completamente il concetto di "difesa dell'infanzia" assolvendo completamente i genitori dei bambini (i veri responsabili delle azioni dei minori) mentre punta sul lato che, in termini economici, è più remunerativo: Israele. 

Questa volta è il momento dell'UNICEF che, non paga dei milioni di dollari che ogni anno spreca in assurdi quanto improbabili progetti di difesa dell'infanzia palestinese (dove per altro si insegna l'odio verso Israele), con il concreto timore di un taglio consistente dei fondi, prova la carte dello shock e si inventa di sana pianta un rapporto unilaterale basato sul nulla e su testimonianze non verificabili da nessuno. La tecnica non è nuova, ma a tutto c'è un limite. 

   Andando con ordine, lo scorso 6 marzo l'UNICEF emette un rapporto intitolato "Children in israeli Military detention", sottotitolo: "Observation and Recommendations". Nel rapporto si racconta che ogni giorno almeno due minori palestinesi vengono arrestati dagli israeliani. Negli ultimi dieci anni sarebbero stati 7.000. Si racconta poi che i minori vengono prelevati nella notte, trasportati in luoghi lontani con un viaggio che dura anche 24 ore durante il quale vengono bendati e legati, privati dei servizi sanitari ecc. ecc. A parte la sciocchezza del viaggio che dura 24 ore (cosa fanno, li fanno girare in tondo? In 24 ore Israele si attraversa completamente almeno quattro volte), quello che appare più assurdo è il sistema descritto, palesemente volto a descrivere la figura del militare israeliano come una sorta di mostro (arriva nella notte, ti lega, ti benda e ti porta via), quando invece è risaputo che i militari israeliani e la polizia agiscono alla luce del sole e in pieno giorno (e i media ne sanno qualcosa dato che, chissà come mai, sono sempre pronti a riprendere gli arresti). 

   L'UNICEF addirittura scrive che il maltrattamento al minore inizia quando "il suo sonno tranquillo viene brutalmente interrotto dall'irruzione in casa dei militari" i quali urlano, spaccano mobili, fanno domande e chiedono spiegazioni. A parte l'assurdità della descrizione, secondo l'UNICEF una irruzione in casa di sospetti andrebbe fatta con delicatezza, suonare il campanello, chiedere il permesso di entrare, magari offrire una sigaretta. Ma il bello viene dopo. L'UNICEF scrive infatti che «il minore viene prelevato con la forza, senza spiegazioni né la possibilità di salutare o parlare con i familiari, ma con frasi vaghe come «è ricercato» oppure «lo riporteremo più tardi». Da lì comincia il viaggio verso i centri di detenzione". Anche in questo caso si tenta palesemente e smaccatamente di descrivere i militari israeliani come degli aguzzini senza pietà (il poverino non può salutare i genitori), senza una base legale (non dicono perché lo portano via) e bugiardi (lo riportiamo dopo). 


L'immagine che accompagna il rapporto UNICEF

   La realtà dei fatti è ben diversa da quella che viene descritta dall'UNICEF. Prima di tutto parliamo di ragazzi di 16/17/18 anni, non di bambini, ragazzi che si sono macchiati di atti di violenza contro civili e militari israeliani. Tirare un sasso contro una macchina o contro una persona non è un atto goliardico, è un reato che può portare a gravissimi danni. La stampa occidentale sorvola sul numero di incidenti e relativi feriti (altissimo) che si verifica a causa del lancio di sassi. Insomma, si tende a decontestualizzare il contesto facendo passare l'idea che poi, in fondo, lanciare una pietra di qualche Kg contro una persona o una macchina non sia poi così grave. 

Ma quello che soprattutto l'UNICEF non fa, in palese contrasto con la sua "mission", è sorvolare bellamente sul problema reale che sta alla base di queste violenze: i genitori. Se un ragazzo cresce in una famiglia in cui gli viene insegnato che l'unico ebreo buono è l'ebreo morto, la colpa non è del ragazzo, è dei genitori. Se nei campi estivi (parecchi gestiti proprio dall'UNICEF) ai bambini viene insegnato che Israele non esiste e che gli ebrei vanno gettati a mare, la colpa non è dei bambini se crescono con quella mentalità, è degli "educatori". In qualsiasi altra parte del mondo se un minore tira una pietra contro qualcosa o qualcuno provocando danni e feriti, prima viene arrestato (anche se minore) poi i suoi genitori vengono inquisiti per omessa sorveglianza o, nel peggiore dei casi, per istigazione nel caso in cui il gesto del minore sia riconducibile all'insegnamento dei genitori. Questo con i palestinesi non avviene mai. 


I campi estivi di Hamas. 
Migliaia di palestinesi tra 6 e 15 anni parteciperanno ad attività di stampo militare
Fonte: La Stampa 


   In questo l'UNICEF ha grosse responsabilità, prima di tutto perché tollera che ai ragazzi palestinesi venga inculcato l'odio sin da piccoli (cos'è questa se non una violazione dei Diritti dei bambini?) poi perché non affronta il problema alla base, cioè quello dell'educazione alla pace. 

   Insomma, siamo di fronte all'ennesimo rapporto spazzatura che guarda caso esce proprio quando si fanno sempre più insistenti le voci di tagli al budget dell'UNICEF in Cisgiordania, tagli che derivano proprio dalla gestione semi-terroristica dell'educazione infantile. 

   E' vero, alcuni minori che si sono resi colpevoli di gravi atti di violenza sono detenuti in carceri israeliani (istituti di pena per minori) così come avviene in ogni parte del mondo. Ma non ci sono torture, rapimenti nella notte o cose del genere, anzi, nella maggioranza dei casi i minori vengono curati e istruiti, cosa che a casa loro non avviene. L'UNICEF, se facesse veramente il suo lavoro, dovrebbe preoccuparsi di come i genitori arabi educano i minori e del fatto che i cosiddetti "palestinesi" inculcano nei loro bambini l'idea del martire (lo shaid) invece che quella della pace e della convivenza. Ma su questo non vedremo mai una sola parola, semplicemente perché non rende. 


I bambini palestinesi spesso vengono spinti dai genitori ad inscenare dei tafferugli con i militari
a favore di videocamera e macchina fotografica. Guarda il video.


   Per finire alcuni dati: i minori attualmente detenuti in istituti di pena israeliani sono 174, di questi oltre l'80% hanno più di 16 anni e scontano una pena che va da sei a otto mesi. Non ci sono detenuti minori di 16 anni. Le istituzioni internazionali li possono visitare ogni volta che vogliono, anche senza preavviso. La Croce Rossa Internazionale li visita TUTTI almeno una volta ogni due settimane. Dove sta la tortura o la detenzione illegale in tutto questo?    

lunedì 4 agosto 2014

Daniel e Leonardo: italiani al fronte per Israele




Forse non è così risaputo che sono molti i nostri connazionali che decidono di servire nell'esercito israeliano, con le più diverse mansioni. Pubblichiamo qui l'articolo di Fiamma Nirenstein che intervista due ventenni italiani impegnati nell'operazione "Margine di protezione".


di Fiamma Nirenstein
Ven, 01/08/2014


Dietro di loro il campo è punteggiato di colonne di fumo. Non sai se è stata una cannonata oppure una delle mille trappole preparate da Hamas, tonnellate di esplosivo nelle case e sotto terra; depositi di missili; gallerie che saltano per aria, quelle che con un piano strategico Hamas aveva scelto di usare per attaccare Israele con le sue unità terroriste.

Così è la guerra di terra, ragazzi di 19, 20 anni s'inoltrano a Gaza e affrontano la battaglia, e la morte, per distruggere le armi di Hamas. Ogni tanto prendono fiato per qualche ora, ed è così che riusciamo a parlare con due soldati molto speciali perché sono italiani, della specie dei «soldati soli» che vengono per servire e lasciano i genitori a rodersi d'ansia a casa. I nostri due hanno dato un abbraccio alla mamma a Milano e a Roma e sono venuti convinti che valga la pena rischiare la vita, da noi un concetto quasi inesplicabile. Chi scrive ricorda che durante una lezione di storia mediorientale alla Luiss di Roma chiese ai ragazzi chi di loro avrebbe rischiato la vita per il proprio Paese: nessuno assentì, proprio nessuno.

I nostri due soldati si chiamano Leonardo, 25 anni, e Daniel, 20enne arruolato in Marina. Daniel è romano di origine livornese, la passione del mare l'ha nel sangue: «Adesso, dalla mia nave sorvegliamo e pattugliamo la costa di Gaza, controlliamo chi entra e chi esce, evitiamo che escano terroristi per attaccare le coste di Israele. È un compito fondamentale, il mare non ha confini sorvegliati, è senza fine, ci vogliono un allenamento perfetto e un'attenzione totale. A volte siamo bersagliati di razzi dalla riva e da altri battelli, allora hai un momento di paura, però ti mordi le labbra e pensi a quando tornerai in porto, e con i tuoi compagni riparlerai dell'accaduto, mangerai, forse potrai finalmente dormire, starai insieme agli amici, questo ti compensa di tutto, l'incredibile vicinanza fra di noi». 

Leonardo è laureato in filosofia al San Raffaele di Milano, poi ha preso un master all'Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, a Roma. È appena finito il corso che il suo futuro l'ha visto solo in Israele e poi nell'esercito, e poi, ancora, nei Golani: «L'unità dei miei sogni, prove di ammissione e corsi molto difficili. All'inizio mi chiedevano se ero venuto perché avevo preso una botta in testa, ma adesso siamo un tutt'uno». Leonardo è appena uscito da Gaza: «Sono sporco, con gli abiti puzzolenti, gli occhi mi si chiudono, la mia ragazza mi lascerebbe subito se mi vedesse ora». Deve sistemare la sua attrezzatura (fucile, zaino, abiti) per essere pronto alla prossima missione. Non sa quando rientrerà, ma può capitare in ogni minuto. Essere un Golani è il mito di ogni israeliano, l'unità su cui si cantano canzoni epiche, in cui si è uno per l'altro ignorando l'ombra della morte. Dietro di lui tre settimane di giornate e nottate senza soluzione di continuità: «Dall'inizio dell'operazione non dormo in un letto, le ore di sonno non sono mai più di tre o quattro». 

Ma Leonardo non vuole parlare di sé: gli brucia spiegare di affrontare un nemico senza scrupoli nell'uso della sua gente: «Ho avuto l'impressione che i cittadini di Gaza siano autentici schiavi. Ho visto case in cui la camera dei bambini è adornata con fotografie dei terroristi, cartine da cui è cancellata Israele, stelle di Davide trasformate in svastiche, depositi di armi. Non un segno di umanità, di pace - dice desolato - Hamas è vile. Abbiamo fermato il fuoco molte volte perché un terrorista si copriva con un bambino, o perché comparivano donne e vecchi. Dietro arrivano i terroristi. 
Prima di entrare in azione tuttavia l'ultima indicazione che ti dà il comandante è di non puntare il fucile su chi non è armato, condividere il tuo stesso cibo e la tua acqua con chi non ha da mangiare o da bere, fermare tutto se appare un bambino». 

Due dei migliori amici di Daniel, Shon di 19 anni e Jordan, 22, il primo venuto da Los Angeles, il secondo da Parigi, per combattere, sono stati uccisi: «Jordan era fidanzato con la gemella della mia fidanzata. Sì sappiamo che la morte è una possibilità, ma non ci si pensa, io sto bene con i miei compagni» dice Daniel. La mia famiglia sta in pensiero, telefono ogni volta che arrivo in porto, circa due volte a settimana. 

Quelli che non capiscono cosa stiamo facendo devono venire per un paio di giorni a Ashkelon o in un kibbutz con scoppi, sirene, distruzioni, dove la gente non può uscire, i bambini devono restare nel sottosuolo, le famiglie non hanno più lavoro.. C'è un Paese che deve essere salvato, io sono qui per questo». A 20 anni? Leonardo ha una sua risposta: «Chi non si fida dei giovani dovrebbe dare un'occhiata da queste parti, la vita è nelle mani dei ragazzi. Il mio comandante ha 20 anni, ha perso il padre in un attentato, è una persona di un equilibrio e di un senso di responsabilità assoluti. 
Ieri eravamo in Libano, ora a Gaza, il compito è sempre grande, difendi un popolo che ti ama e ti rispetta.
Persino i miei genitori, che mi mancano, sanno che qui la denominazione «chaial boded», «soldato solo», è sbagliata. Posso bussare ora alla porta di un kibbutz, chiedere di fare una doccia e dormire un po': si precipiterebbero in cucina, preparerebbero le cose migliori e mi riempirebbero di regali».

venerdì 1 agosto 2014

Intervista: noi abitanti di Gaza ostaggi di Hamas




Non capita tutti i giorni di parlare con un abitante di Gaza senza avere intorno mille controllori e mille spie di Hamas pronte a riferire ai terroristi quello che il poveretto racconta. Ci è capitato due giorni fa al valico di Kerem Shalom, temporaneamente riaperto dalle autorità israeliane, durante il passaggio di merci prodotte nella Striscia di Gaza e destinate al mercato europeo quando l’imprenditore di Gaza che accompagnava il carico si è soffermato per pochi minuti a parlare con noi della situazione attuale nella Striscia di Gaza.

Quanti sono a Gaza gli imprenditori come lei che esportano i loro prodotti attraverso Israele? 
Diverse centinaia. Alcuni artigiani che producono prodotti di eccellenza come mobili, complementi di arredamento, prodotti artigianali, altri che esportano frutta, altri ancora prodotti della agricoltura.

Quali sono le difficoltà che incontrate? 
Per quanto mi riguarda il reperimento delle materie prime, altri che producono prodotti deteriorabili hanno il problema delle continue chiusure dei valichi di frontiera. Può succedere che a causa della chiusura del valico non riescano ad esportare i loro prodotti che dopo pochi giorni diventano invendibili a causa del loro deterioramento.

Parliamo di lei, perché ha problemi a reperire le materie prime? 
Non è tanto la difficoltà a reperire le materie prime che si trovano e non sono nella lista di quelle vietate (non diremo di quali materie prime parla l’imprenditore per non farlo identificare), è il loro prezzo che cresce continuamente.

Cioè i suoi fornitori aumentano continuamente i prezzi? 
Non sono i fornitori ad aumentare i prezzi, anzi ultimante sono diminuiti e molti prodotti dovrebbero far parte degli aiuti internazionali quindi a costi di poco superiori allo zero. Sono le imposte che crescono continuamente.

Lei ci sta dicendo che Israele impone delle imposte sui prodotti che entrano a Gaza? 
No, Israele non impone imposte.

E chi le impone allora? 
Hamas pretende una quota su tutto quello che entra a Gaza, che siano aiuti umanitari, prodotti per l’edilizia o legno per la produzione di mobili poco importa. Qualsiasi cosa che entra a Gaza viene tassata da Hamas.

Insomma, una specie di pizzo. E a quanto ammonta il pizzo? 
Varia tra il 25% e il 40% a seconda della merce o dell’aiuto umanitario.

Come, anche gli aiuti umanitari?
Soprattutto gli aiuti umanitari. Su quelli l’imposta è al massimo perché non hanno alcun costo.

Ci faccia un esempio
Prendiamo un litro di latte con il marchio dell’Unione Europea. Dovrebbe essere distribuito gratis perché l’Unione Europea lo ha donato. Invece su quel litro di latte viene applicata una tassa del 40% sul suo valore. Per farmi capire, Hamas calcola il consto di un litro di latte intorno ai 300 sheqel sul quale applica la tassa massima del 40%. Quindi una donna che dovrebbe avere il latte gratis per i suoi bambini lo deve pagare l’equivalente di 120 sheqel. A Gaza non tutti se lo possono permettere. Se un metro cubo di legname viene offerto a 1.000 sheqel, è un esempio, l’artigiano di Gaza lo deve pagare 1.200 sheqel perché Hamas applica una imposta del 20% sul costo della materia prima. Quindi il 40% su quello che dovrebbe essere gratis è il 20%, ma cambia a seconda della materia prima, sulle merci importate.

Ma le ONG non dicono nulla? 
Non ho mai sentito una ONG protestare o dire qualcosa sul fatto che gli aiuti umanitari vengono tassati. Il più delle volte sono loro stessi gli esattori di Hamas, cioè distribuiscono i prodotti donati incassando per conto di Hamas la quota richiesta.

Ma perché la gente non si ribella a tutto questo? 
E come fa? Le armi le hanno solo quelli di Hamas e della Jihad (la Jihad Islamica n.d.r.) e se anche qualcuno prova a protestare sparisce nel nulla. Noi siamo prigionieri di Hamas, siamo ostaggi.

Eppure da noi arrivano immagini diverse della gente di Gaza. Ci risulta che Hamas abbia un largo seguito.
Non è vero nulla. La gente a Gaza è alla disperazione e si rende conto che la situazione è la conseguenza della presenza di Hamas. Noi saremmo i primi a essere contenti se Hamas scomparisse.

E’ preoccupato della situazione dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani da parte di Hamas? 
Sono molto preoccupato. Il mio fornitore israeliano mi racconta che c’è molta rabbia in Israele. Temo che prima o poi Israele scatenerà la sua forza militare contro Hamas e a pagarne il conto saremo ancora una volta noi povera gente. Lo ripeto, siamo ostaggi di Hamas, prigionieri. La gente di Gaza è stanca di questa vita, non state a sentire la propaganda di Hamas.

Ma abbiamo visto tutti le immagini della gente di Gaza che festeggiava per il rapimento dei tre ragazzi. 
Quelle sono immagini distribuite dalla propaganda di Hamas. A Gaza pochissimi hanno festeggiato per quel rapimento, sanno che per noi diventerà ancora più dura. Avevamo sperato che con la riconciliazione con Fatah le cose potessero migliorare, ma gli estremisti di Hamas ci hanno messo solo poche ore a rovinare tutto. Il carico che mi fanno passare oggi era pronto da diversi giorni e solo oggi hanno permesso il suo passaggio perché dopo il rapimento ogni valico era stato chiuso. In questi giorni chi aveva prodotti deteriorabili ha perso mesi e mesi di lavoro perché i suoi carichi destinati alla esportazione non sono potuti passare a causa di quel rapimento e sono andati al macero. Crede davvero che noi siamo contenti di tutto questo?

E perché Hamas ha fatto la riconciliazione con Fatah e poi ha rovinato tutto con questo rapimento? 
La situazione non è così semplice. I politici di Hamas erano contenti di questo accordo perché i loro affari risentivano negativamente dell’isolamento. Ma non avevano fatto i conti con gli estremisti che per far saltare l’accordo hanno organizzato il rapimento. A Gaza e all’interno di Hamas la situazione è molto complicata non è così semplice come sembra da fuori.


Purtroppo siamo costretti a fermarci qui anche se avremmo voluto continuare a lungo questa interessante conversazione, ma l’IDF preme per richiudere il valico e il nostro interlocutore non si sente molto al sicuro. Non ci sentiamo nemmeno di fare commenti lasciando ai lettori l’onere di trarre le proprie conclusioni.


Articolo scritto da Noemi Cabitza e Sarah F.
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lunedì 14 luglio 2014

Dal dondolo al bunker: lettera da Tel Aviv

 

Lettera da Tel Aviv
Pubblicata su facebook da
Giulia P. M.
12 luglio 2014

Salve, il mio nome è Giulia e abito a Tel Aviv.
Ci abito adesso, perché io non sono nata qui. Io sono di Rimini, la bella Rimini, in Romagna.
E' semplicemente capitato che sia venuta a vivere in questo paese, non l'avrei mai detto. Io mi sono solo innamorata di un timido ragazzo incontrato per caso sui banchi di scuola all'università, un ebreo e un israeliano.
Sono ormai due anni che mi sono trasferita e sento di dover condividere in questo delicato momento il mio bollettino. Io qui non ci sono nata, e non sono nemmeno ebrea. Ho guardato un po' stupita, come spettatrice, questo mondo in cui mi trovo. E ho imparato. Ho imparato che gli israeliani sono un popolo forte. Più forte di quello che avrei potuto immaginare. E allora voglio spiegare un po' il perché.

Tra una telefonata e un facetime a casa, nell'ultima settimana, mi sono ritrovata a dover correre alla disperata ricerca di un rifugio per me ed il mio piccolo bimbo di 3 mesi, stretto stretto fra le mie braccia. E in questo momento è proprio da qui che sto scrivendo, dal bunker di cemento che hanno costruito dentro il mio appartamentino.

Mi ero svegliata non da molto (si sa, con un bambino cosi piccolo le notti sono ancora lunghe). Ero sul terrazzo, sulla mia sedia a dondolo rossa comprata in uno dei nostri afosi venerdì di luglio, in un piccolo mercatino arabo. Il mio bimbo mi stava regalando uno dei suoi primi sorrisi del mattino, quando improvvisamente sento una sirena.
Non riesco a descrivere cosa significhi ascoltarla. Fra pochi ISTANTI un missile cadrà qui vicino.
I primi attimi sono sempre gli stessi. Non penso sia più di qualche secondo, ma inizialmente il mio cuore si ferma. Perde un battito. E mi chiedo se me lo stia immaginando, ancora. Perché da quando hanno cominciato a sparare i missili anche qui, io tutti i rumori li ascolto!
Alcune volte al giorno, se lavo i piatti mi fermo e spengo l'acqua, e ascolto. Ascolto se quel rumore è l'inizio di una sirena oppure un altro treno che passa vicino a casa mia. Perché io non sono mica nata qui. Mi ci devo abituare.  E questa volta è davvero.

E allora mi alzo subito dalla mia sedia a dondolo e trascino il mio cane, chiamo mio marito e la mia mamma, che mi è venuta a trovare per pochi giorni, per vedere il suo primo nipotino, e chiudo dietro di me la pesante porta del bunker.
Appena mi siedo, sento il mio cuore battere dentro le mie orecchie e un "boom" rimbomba nella stanza. Poi un altro. E un altro ancora. E la porta, che nella fretta non avevo chiuso a chiave, si apre improvvisamente. Noi non parliamo, per qualche secondo. Non sappiamo cosa sia successo, non lo possiamo sapere. E aspettiamo, in silenzio. Forse è finita per ora. Usciamo.

Che strana sensazione. Ho paura, ancora il cuore batte forte e il mio bimbo mi stringe il braccio, rannicchiato come un piccolo ranocchio. Eppure mi sento fortunata. Fortunata! Io ho fatto tutto questo forse in 45 secondi. La sirena mi da un margine di al massimo 1 minuto e mezzo. A non piu di 40 km da qui io forse non sopravviverei. Perche loro hanno 15 secondi. 15 SECONDI. Se avessi avuto un altro bimbo e una casa a 2 piani, non sarei nemmeno riuscita ad andare a prendere l'altro bambino per metterli al sicuro entrambi. E loro sono bombardati qusi senza tregua dal 2005, esattamente da quando l'esercito israeliano ha lasciato Gaza nella speranza di favorire un dialogo di pace.

Però voglio dirvi qualcosa di chi sono io. Io sono una dottoressa. Ho studiato nella Bologna, La Rossa. E sono una ragazza normale, una piccola Romagnola. Sono cresciuta mangiando di gusto la piadina col prosciutto e andando alla spiaggia nelle affollate estati riminese. Sono anche cresciuta e stata educata in un ambente piuttosto di sinistra. Anche la mia mamma e una dottoressa, e la mia vita è stata sempre piuttosto tranquilla!

Quando mio marito, medico anche lui, mi ha chiesto dopo essersi laureato di trasferirmi a Tel Aviv, almeno per la nostra specializzazione, perche proprio gli mancava tanto casa sua, io quasi immediatamente e spontaneamente ho detto "si!". Nessun rimpianto. E da quando sono venuta a vivere qui ho incontrato tante persone cosi diverse da me, e ho conosciuto. E ho imparato. E non è stato sempre facile. Ho imparato che gli israeliani sono difficili. Che sono cocciuti. Che sono orgogliosi.
Ma ho anche imparato che gli israeliani sono persone buone. Che hanno un grande grande cuore. Che gli israeliani sono come una enorme, unica famiglia. Che sono solo 6 milioni. E che sono sognatori. E sanno combattere come nessun altro per i loro sogni.

Ma non mi si deve credere sulla parola. Voi non mi conoscete. Si deve venire. Tu, che controlli sdegnato gli aggiornamenti sul conflitto arabo-palestinese sul tuo giornale online. Tu che parli come se avessi la verità in mano, di quanto "gli israeliani potrebbero fare la pace con Hamas se solo veramente volessero".
Tu che pubblichi su Facebook foto di cui non capisici minimanete il significato, VIENI QUA. Parla per la prima volta nella tua vita con un ebreo. E con un israeliano. Vieni a conoscerci.
Prendi un biglietto, appena sarà di nuovo un po' piu calmo, prima che Hamas decida di bombardarci ancora, e invece di andare in vacanza altrove, prenditi qualche giorno per stupirti. Non hai idea di quello che vedrai. Della civiltà meravigliosa e delle persone che incontrerai.

Prima di concludere, dal momento che voglio andare a far compagnia a mio marito, che in quanto pediatra e tornato da un turno di 26 ore dove ha dovuto prendersi cura di bambini (sapete, anche noi abbiamo dei bimbi che amiamo) terrorizzati dagli allarmi, voglio scrivere questa ultima cosa.
Io sono una specializzanda in Cardiochirurgia (chiedete pure quante donne sono chirurghe o addirittura cardiochirurghe in Italia) e nel mio ospedale almeno la metà della mia giornata lavorativa la passo in sala a operare bambini malati di patologie cardiache e provenienti da tanti Paesi in tutto il mondo. Questo è il risultato dell'enorme sforzo di una associazione israeliana , "save a child's heart", il cui scopo è di identificare bambini con patologie al cuore e che non potrebbero sopravvivere senza una complessa operazione che i medici dei loro paesi non sanno eseguire.
E allora grazie a donazioni di persone da tutto il mondo e di tantissimi israeliani, si riesce a portarli da noi, spesso con la loro mamma, dove vengono operati e curati.

Il mio primario dr Sasson ne opera almeno 2 al giorno. Non si prende vacanze. Ritorna in ospedale a tutte le ore della notte. E solo perché lo sappiate, io questo non lo dico quasi mai, lo sapete da dove vengono la maggioranza dei bambini? Da Gaza. Io e con me tanti israeliani diamo i nostri risparmi per salvare il cuore e la vita di un bambino di Gaza.
Quella stessa Gaza che adesso mi fa stare chiusa con il MIO bambino dentro questo bunker e minaccia di abbattere l'aereo che mia mamma potrebbe prendere nei prossimi giorni. E allora da qui dentro io voglio dire che nonostante i loro missili e le loro minacce, il mio cuore è pieno di forza, e che io posso solo essere orgogliosa di essere una cittadina di questo meraviglioso paese che è Israele.





venerdì 11 luglio 2014

Altro che fionda e sassi: arsenali modernissimi e scudi umani

 

il 5 marzo 2014 l'IDF intercetta nel Mar Rosso il cargo Klos-C
in viaggio dall'Iran con un carico destinato ad Hamas.

 

Cari pacifinti, 


per motivi su cui preferisco non esprimermi, voi ignorate diversi aspetti dell'attuale crisi di Gaza 


La disponibilità anche di Hamas di armamenti pesanti in quantità industriale...



 


Il loro utilizzo in massicce bordate di bombardamento casuale sulla popolazione civile, che si protrae da molti anni e si è intensificato negli ultimi giorni...


  

Le rampe di lancio nascoste tra le abitazioni civili...





La teorizzazione e pratica della 'tecnologia' degli scudi umani, da molti anni...






Lo schieramento di civili in funzione di scudi umani è cosa ben documentata...





L'aperta e pubblica rivendicazione della 'tecnologia' degli scudi umani (un crimine di guerra)...

fonte: http://www.idfblog.com/blog/2014/07/08/hamas-uses-human-shields/ 


fonte: http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7Yq6KZIGGwbWYV2rCr8sDPfT09JJfk1Si4RYItLZreBqI1a9UBVMOMlchh04motfpJGidgMe2%2bIFkNzDtMSrJW8APH1WOApepXMR2VgVN3BE%3d


... Ognuno è perfettamente libero di ignorare questi elementi. E certo, ogni vittima innocente colpisce e inorridisce. Quindi indignatevi pure per gli inevitabili - in senso stretto, effettivo, fisico - effetti collaterali dei combattimenti, per altro non a caso inferiori a quelli causati da qualunque altro conflitto, compresi tutti quelli per cui vi indignate molto più raramente, volendo usare un gentile eufemismo. Anche in contesti in cui la 'tecnologia' degli scudi umani e l'aspirazione al martirio non rivestono un ruolo tanto rilevante. Ma per quanto possiate essere indignati, dite: voi cosa fareste al posto di Israele? Perché se l'unica vostra risposta è: suicidatevi - o fottetevi oppure rinunciate a vivere da popolo libero e scappate - allora non dovreste stupirvi di quanto il vostro suggerimento venga così arrogantemente ignorato.


10 luglio 2014
di Vanni Frediani

Scoop della BBC: le immagini da Gaza sono false



Come prevedibile, con il rinfocolarsi del terrorismo e con il conseguente intervento armato israeliano a Gaza, ricomincia a girare in rete e sui principali media internazionali tutto il repertorio di immagini fake che ben conosciamo, questa volta però se ne sono accorti anche alla BBC.
11 luglio 2014


Un interessante video della BBC mostra come la propaganda filo Hamas manipoli l’informazione sul conflitto attualmente in atto tra israeliani e palestinesi. Le immagini fatte girare da Hamas e riprese dalla stampa di tutto il mondo, in molti casi, o non sono attuali oppure sono state scattate in altre zone di guerra (Siria, Iraq, Iran, etc.). L’informazione che arriva da Gaza e dalla Cisgiordania, spesso, è filtrata da agenzie di stampa palestinesi vicine ai movimenti estremisti di quei territori.

ECCO IL VIDEO:





Articolo originale : http://www.mediabias.it/bbc-scoop-gaza-israele/

Come sarebbe il mondo se vincesse Hamas?




di Pierpaolo Pinhas Punturello
9 luglio 2014

Un solo minuto. Per un solo minuto vorrei vedere come sarebbe il mondo se vincesse Hamas. Se i regimi come l'Iran avessero la meglio sull'occidente, se i talebani governassero sull'Afganistan, se i califfati di Iraq fossero regimi legittimamente accettati dall'ONU. Vorrei vedere le libertà dei miei amici di sinistra che fine farebbero ( ohibò ma in fondo anche io sono di sinistra seppur ebreo ed israeliano...o no?) che fine farebbero le istanze femminili, i diritti delle donne, come vestirebbero le mie amiche di Napoli, Roma, Milano, Londra. Come sarebbe la vita dei miei amici gay che troppo spesso adorano Tel Aviv dimenticato il prezzo che ci costano le libertà di Tel Aviv. Vorrei vedervi tutti amici miei senza un Israele da boicottare e da accusare di ogni crimine, mentre con il burka, le barbe, le spose bambine, le lapidazioni ed i corpi degli omosessuali impiccati vivreste le vostre vite. Senza più aria, senza più senso, senza più vita. Io difendo questo e voi?

giovedì 8 agosto 2013

Israele: un'isola che protegge i cristiani in Medio Oriente


Israele, unica isola che protegge i cristiani in Medio Oriente 
di Michael Oren 



La Basilica di Betlemme è sopravvissuta più di mille anni attraverso guerre e conquiste, ma il suo futuro in quel momento appariva in pericolo. Sulle sue antiche mura erano state vergate con la vernice a spruzzo le lettere arabe della parola HAMAS. Correva l'anno 1994 e la città stava per passare dal controllo israeliano a quello palestinese. 

In qualità di consigliere del governo israeliano, mi incontravo con i sacerdoti della Basilica su questioni inter-religiose. Erano sconfortati, ma anche troppo spaventati per sporgere denuncia. Gli stessi teppisti di Hamas che aveva profanato il loro santuario avrebbero potuto prendersi anche le loro vite.

Il trauma di quei sacerdoti è diventato oggi esperienza quotidiana fra i cristiani mediorientali. La loro percentuale, sulla popolazione complessiva mediorientale, è precipitata dal 20% di un secolo fa a meno del 5% oggi, e continua e decrescere. In Egitto, l'anno scorso, duecentomila cristiani copti sono fuggiti dalle loro case dopo i pestaggi e i massacri ad opera di folle di estremisti islamici. Dal 2003, 70 chiese irachene sono state bruciate e quasi mille cristiani uccisi solo a Bagdad, provocando la fuga di più di metà di quella comunità da un milione di persone. La conversione al cristianesimo è perseguita come reato capitale in Iran, il paese dove il mese scorso è stato condannato a morte il pastore evangelico Yousef Nadarkhani per apostasia (rinuncia all'islam). In Arabia Saudita le preghiere cristiane sono fuori legge anche in privato. 

Come un tempo vennero espulsi dai paesi arabi 800.000 ebrei, così oggi vengono costretti a fuggire i cristiani da terre dove hanno abitato per secoli. L'unico posto in Medio Oriente dove i cristiani non sono in pericolo, ma anzi fioriscono, è Israele. 

Dalla nascita d'Israele, nel 1948, le comunità cristiane del paese (ortodossi greci e russi, cattolici, armeni e protestanti) sono cresciute di più del 1.000%. I cristiani giocano un ruolo importante in tutti gli aspetti della vita israeliana, sono presenti in Parlamento, nel Ministero degli esteri, nella Corte Suprema. Sono esentati dal servizio militare di leva, ma migliaia di loro si arruolano come volontari prestando giuramento su un testo del Nuovo Testamento stampato in ebraico. I cristiani arabo-israeliani sono in media più benestanti e più scolarizzati della media degli ebrei israeliani, e prendono anche voti migliori nei test di immatricolazione. 

Questo non significa che i cristiani d'Israele non si imbattano a volte in manifestazioni di intolleranza. Ma a differenza del resto del Medio Oriente dove l'odio verso i cristiani è ignorato o addirittura incoraggiato, Israele è e rimane legato al solenne impegno contenuto nella sua Dichiarazione d'Indipendenza di riconoscere "completa eguaglianza a tutti i propri cittadini indipendentemente dalla loro religione". Israele garantisce libero accesso a tutti i Luoghi Santi cristiani, che rimangono sotto esclusiva tutela del clero cristiano. Quando i musulmani tentarono di erigere una moschea a ridosso della Basilica dell'Annunciazione a Nazareth, il governo israeliano intervenne per preservare la sacralità del santuario cristiano. 

In Israele si trovano molti i Luoghi Santi cristiani (come il luogo di nascita di San Giovanni Battista, Cafarnao, il Monte delle Beatitudini), ma lo stato d'Israele si estende su una parte soltanto di quella che la tradizione ebraica e cristiana considera Terra Santa. Il resto si trova nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ma in queste aree sotto controllo palestinese i cristiani patiscono le stesse condizioni dei loro correligionari nel resto del Medio Oriente. Da quando Hamas, nel 2007, ha preso il controllo della striscia di Gaza, metà della comunità cristiana che vi risiedeva è fuggita. Proibite sono le decorazioni natalizie cristiane e la pubblica esposizione del crocefisso. In una trasmissione televisiva del dicembre 2010, esponenti di Hamas incitarono i musulmani a trucidare i loro vicini cristiani. Rami Ayad, proprietario dell'unica libreria cristiana di Gaza, venne assassinato e il suo negozio ridotto in cenere. Si tratta della stessa Hamas con cui l'Autorità Palestinese che governa in Cisgiordania ha recentemente firmato un patto d'unità. Non c'è da stupirsi, quindi, se si registra un esodo di cristiani anche dalla Cisgiordania, dove un tempo erano il 15% della popolazione mentre ora non arrivano al 2%. 

C'è chi attribuisce questa fuga alla politica di Israele che negherebbe ai cristiani opportunità economiche, ne arresterebbe la crescita demografica e ne impedirebbe l'accesso ai Luoghi Santi di Gerusalemme. In realtà, la maggior parte dei cristiani di Cisgiordania vive in città come Nablus, Gerico e Ramallah che sono da sedici anni sotto il controllo dell'Autorità Palestinese: tutte città che hanno conosciuto una vistosa crescita economica e un forte aumento di popolazione… fra i musulmani. 

Israele, nonostante la vitale necessità di proteggere i suoi confini dai terroristi, in occasione delle festività consente l'accesso alle chiese di Gerusalemme anche ai cristiani provenienti sia dalla Cisgiordania, sia dalla striscia di Gaza. A Gerusalemme stessa il numero di residenti arabi, compresi i cristiani, è triplicato da quando la città è stata riunificata da Israele, nel 1967. 

Dunque deve esservi un'altra ragione per spiegare l'esodo dei cristiani dalla Cisgiordania. La risposta si trova a Betlemme. Sotto il patrocinio d'Israele (1967-1996), la popolazione cristiana della città era cresciuta del 57%. Dopo il 1996, invece, sotto l'Autorità Palestinese il loro numero è precipitato. Palestinesi armati si impossessarono di case cristiane da dove per anni i loro cecchini hanno fatto fuoco sule case dei prospicienti quartieri ebraici di Gerusalemme sud, fino a costringere Israele a costruire la barriera protettiva (che ora gli viene imputata). Palestinesi armati occuparono anche la Basilica della Natività, saccheggiandola e usandola come latrina. Oggi i cristiani, che a Betlemme erano la maggioranza, non costituiscono più di un quinto della popolazione di questa loro città santa. 

L'estinzione delle comunità cristiane in Medio Oriente costituisce un'ingiustizia di dimensioni storiche. Eppure Israele rappresenta un esempio di come questa tendenza possa essere non solo prevenuta, ma ribaltata. Se godessero del rispetto e dell'apprezzamento che ricevono nello stato ebraico, anche nei paesi musulmani i cristiani potrebbero non solo sopravvivere, ma crescere e prosperare. 



(Wall Street Journal, 9 marzo 2012 - da israele.net)
http://www.ilvangelo-israele.it/approfondimenti/Israele_unica_isola.html

mercoledì 30 maggio 2012

Sono andato a Gerusalemme e ne sono tornato felice…

Boualem Sansal è nato ad Algeri. Formatosi come un ingegnere con un dottorato in economia, ha iniziato a scrivere romanzi all’età di 50 dopo aver lasciato il suo lavoro di alto funzionario del governo algerino. L’assassinio del presidente Boudiaf nel 1992 e l’ascesa del fondamentalismo islamico in Algeria lo hanno ispirato a scrivere del suo paese. Sansal continua a vivere con la moglie e due figlie in Algeria, nonostante le polemiche che i suoi libri hanno suscitato in patria. Al Festival internazionale di Letteratura 2007 a Berlino, è stato presentato come uno scrittore “esiliato in patria”. Egli sostiene che l’Algeria sta diventando una roccaforte dell’estremismo islamico e il paese sta perdendo le sue basi intellettuali e morali.




Lettera aperta, 24 maggio 2012



Cari fratelli, cari amici, d’Algeria, di Palestina, d’Israele e d’altrove,

Scrivo queste poche righe per darvi mie notizie. Forse siete preoccupati per me. Io sono un uomo semplice, sapete, uno scrittore che non ha mai preteso altro che la felicità di raccontare storie, queste storie  “da non raccontare”, come dice il mio amico regista, Jean-Pierre Lledo , ma ecco che la gente ha deciso di interferire nelle nostre relazioni di fraternità e di amicizia e hanno fatto di me un oggetto di scandalo.

Rendetevi conto, mi accusano niente di meno che di alto tradimento della nazione araba e del mondo musulmano nella sua interezza. Vuol dire che non ci sarà nemmeno un processo. Queste persone sono di Hamas, persone pericolose e calcolatrici, che hanno preso in ostaggio la povera gente di  Gaza e la ricattano ogni giorno da anni, in una specie di buco nero, assicurato dal blocco israeliano, e ora vengono a dettare a noi, a noi che in tutte le maniere cerchiamo di liberarcene, quello che dobbiamo pensare, dire e fare e ci sono anche altri, individui anonimi, amareggiati e pieni di fiele, chiusi a tutti, che ritrasmettono l’odio come possono, attraverso la rete. E’  attraverso loro, per mezzo dei loro comunicati vendicativi ed i loro insulti a tutto tondo, che avete saputo del mio viaggio e io sono qui per confermare, perché non ci sia confusione nelle vostre menti e per fare chiarezza tra le noi: SONO ANDATO IN ISRAELE.



Che viaggio! e che accoglienza! Perdonatemi per non averlo io stesso annunciato prima di partire, ma capirete, ci voleva discrezione, Israele non è una meta turistica per gli arabi, anche se… quelli, non pochi, che mi hanno preceduto in questa terra di latte e miele, lo hanno fatto di nascosto, con nomi falsi o passaporti presi a prestito, come a suo tempo fece la coraggiosa signora Khalida Toumi, allepoca fervente oppositrice al regime poliziesco e fondamentalista in Algeria, ed oggi brillante ministro della cultura, impegnatissima nella caccia ai traditori, agli apostati e agli harkis.
E’ a lei in particolare che gli algerini devono il loro vivere ogni giorno i problemi e la rabbia nel loro bel paese. I suoi doganieri non mi avrebbero mai  lasciato uscire, se mi fossi presentato con un biglietto d’aereo Algeri / Tel Aviv in una mano e nell’altra un visto israeliano appena incollato sul mio passaporto bello verde. Mi domando se si sarebbero spinti a gasarmi. Ho agito altrimenti  e l’astuzia ha pagato: ho preso la via della Francia, munito di un visto israeliano “volante” recuperato a Parigi, rue Rabelais, ed ora mi trovo in possesso di mille e una storia che mi riprometto di raccontarvi in dettaglio in un prossimo libro, se Dio ci concede la vita.

Vi parlero’ di Israele e degli israeliani, di come li possiamo vedere con i nostri  propri occhi, sul posto, senza intermediari, lontano dalla dottrina, ed essendo certi di non dover subire nessuna “prova della verità” al ritorno. Il fatto è che in questo mondo non c’è un altro paese e un altro popolo come loro. Mi affascina e mi rassicura che ognuno di noi sia unico. L’unicità infastidisce, è vero, ma tendiamo ad amarla, perché la perdita è davvero irreparabile.



Parlerò anche di Gerusalemme, Al-Quds. Mi sembra di aver percepito che questo posto non sia davvero una città ed i suoi abitanti non siano realmente tali; c’è un’irrealtà  nell’aria e certezze di un tipo sconosciuto sulla terra. Nella vecchia città multimillenaria,  è semplicemente inutile cercare di capire, tutto è sogno e magia, vi si incontrano i profeti, i più grandi, ed i re, i più maestosi, li interroghiamo, parliamo loro come ad amici del quartiere: Abramo, Davide, Salomone, Maria, Gesù e Maometto l’ultimo della linea, che la salvezza sia su di loro, passando da un mistero all’altro, senza transizione, ci  si muove attraverso i millenni e il paradosso, in un cielo uniformemente bianco ed il sole, sempre ardente. Il presente e le novità sembrano talmente effimere che ben presto non ci pensiamo più. Se esiste un viaggio celeste in questo mondo, è qui che tutto comincia. E non è qui che Cristo ha fatto la sua ascensione al cielo, e Maometto il suo Mi’raj sul suo destriero Buraq, guidato dall’angelo Gabriele?

Ci si chiede quale sia il fenomeno che tiene tutto in ordine, in modo molto moderno, del resto, perché Gerusalemme è una città, vera e propria capitale, con strade pulite, marciapiedi lastricati, case solide, auto dinamiche, alberghi e ristoranti interessanti, alberi ben curati, e tanti turisti provenienti da tutti i paesi… ad eccezione dei paesi arabi, soli nel mondo a non poter venire, a non essere in grado di visitare il loro luogo di nascita, il luogo magico dove nascono le loro religioni, la cristiana così come quella musulmana.



Sono gli arabi e gli  ebrei israeliani  che ne beneficiano, li vedono tutti i giorni, tutto l’anno, mattina e sera, apparentemente senza mai stancarsi del loro mistero. Non possiamo contare i turisti in questi labirinti, sono troppo numerosi, più dei nativi, e la maggior parte si comportano come se fossero pellegrini venuti da lontano.

Raggruppamenti compatti che si incrociano tra loro senza mescolarsi: inglesi, indù, giapponesi, cinesi, francesi, olandesi, etiopi, brasiliani, ecc, accompagnati da guide instancabili, che giorno dopo giorno, in ogni linguaggio della creazione, raccontano alla folla incantata la leggenda dei secoli. Se si tende l’orecchio, si capisce davvero che si tratta di una città celeste e terrestre allo stesso tempo, e perché tutti vogliano possederla e morire per lei.
Quando si vuole l’eternità, ci si uccide per averla, è stupido, ma si può capire. Io stesso mi sono sentito diverso, schiacciato dal peso delle mie domande, io, il solo del gruppo ad aver toccato con le sue mani i tre luoghi sacri della Città Eterna: il Kotel (Muro del Pianto), il Santo Sepolcro e la Cupola della Roccia. In quanto ebrei o cristiani, i miei compagni, gli altri scrittori del festival, non potevano accedere al Monte del Tempio, il terzo luogo sacro dell’Islam, dove sorgono la Cupola della Roccia, Qubat as- Sakhrah, scintillante nel suo colore azzurro, e l’imponente moschea di al-Aqsa, Haram al-Sharif. Sono stati ricacciati indietro, senza esitazione, dall’agente del Waqf, assistito da due poliziotti israeliani di guardia all’ingresso della Spianata, per preservarla da ogni contatto non-halal.

Sono passato grazie al mio passaporto che attesta il mio essere algerino e cosi’, per deduzione, musulmano. Non ho negato, al contrario, ho recitato un versetto del Corano, riesumato dai miei ricordi d’infanzia, che apertamente ha sbalordito il portiere: era la prima volta nella sua vita che vedeva un algerino. Credeva che, a parte l’emiro Abd-el-Kader, fossero tutti un po' sefarditi, un po’ atei, un po’ qualche altra cosa. E’ divertente, il mio piccolo passaporto verde mi ha aperto le frontiere dei luoghi santi più velocemente di quanto mi abbia aperto le frontierei Schengen in Europa, dove la sola vista di un passaporto verde risveglia immediatamente l’ulcera dei doganieri.


Beh, vi dico francamente, da questo viaggio sono tornato felice e soddisfatto. Ho sempre creduto che fare non fosse la cosa più difficile, ma mettersi in condizione di essere pronto a iniziare a farlo.

La rivoluzione è qui, nell’idea intima che siamo finalmente pronti a muoverci, a cambiare sé stessi per cambiare il mondo. E’ il primo passo, molto più che l’ultimo, a farci raggiungere l’obiettivo. Mi sono detto che la pace è soprattutto una questione di uomini: è questione troppo seria per essere lasciata nelle mani dei governi o, ancora meno, dei partiti. Parlano di territorio, di sicurezza, di soldi, di condizioni, di garanzie, firmano documenti, fanno cerimonie, alzano bandiere, preparano piani B.

Gli uomini non fanno nulla di tutto questo, fanno cio’ che fanno gli uomini: vanno al caffè, al ristorante, si siedono intorno al fuoco, si riuniscono in uno stadio, si trovano a un festival, su una spiaggia e condividono bei momenti, mescolano le loro emozioni e alla fine si fanno la promessa di incontrarsi di nuovo. “Ci vediamo domani”, “Cin cin”, “L’anno prossimo a Gerusalemme”, dicono. Questo è quello che abbiamo fatto a Gerusalemme. Uomini e donne di molti paesi, scrittori, riuniti in un festival della letteratura a parlare dei loro libri, dei loro sentimenti davanti al dolore del mondo e altro, e soprattutto di ciò che mette gli uomini nelle condizioni di poter un giorno cominciare a fare la pace, e alla fine ci siamo promessi di rivederci, di scriverci almeno.



Non mi ricordo che in quei cinque giorni e notti trascorsi a Gerusalemme (il terzo giorno, con un rapido ritorno a Tel Aviv per condividere una splendida serata con i nostri amici dell’Istituto francese), abbia una sola volta parlato della guerra. L’abbiamo scordata, abbiamo evitato di parlarne o abbiamo fatto come se un’epoca fosse passata e fosse arrivato il momento di parlare di pace e di futuro? Indubbiamente, non si può parlare sia di guerra e pace allo stesso momento, una esclude l’altra.
Mi è dispiaciuto molto, però, non ci fosse nessun palestinese tra noi. Dopo tutto, la pace è da fare tra israeliani e palestinesi. Io non sono in guerra né con l’uno né con l’altro e non so perché li amo entrambi, allo stesso modo, come fratelli dall’inizio del mondo. Sarei in pace se, in un giorno non lontano,  fossi invitato a Ramallah, con degli scrittori israeliani; è un bel posto per parlare di pace e di quel famoso primo passo che permetta di andarci.

Voglio in special modo ricordare David Grossman, questo monumento della letteratura israeliana e mondiale. Ho trovato formidabile che due scrittori come noi, due uomini onorati con lo stesso premio, il “Friedenspreis des Deutschen Buchhandels”, il Premio per la Pace dei librai tedeschi, a un anno di distanza, lui nel 2010, io nel 2011, si ritrovino insieme nel 2012 a parlare di pace, in questa città, Gerusalemme, al-Quds, dove ebrei e arabi convivono, dove le tre religioni del libro si dividono il cuore umano. Il nostro incontro sarà l’inizio di un grande raduno di scrittori per la pace? Questo miracolo si produrrà nel 2013? Spesso il caso è malizioso e ci fa dire cose che non devono nulla al caso.
Da qualche parte, sulla strada di casa, tra Gerusalemme e Algeri.


Boualem Sansal



sabato 26 maggio 2012

Israele è responsabile! Disastro o vittoria?














Ramallah: Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato ieri il "disastro nazionale" se uno qualsiasi dei 1.550 prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane dovesse morire.

Abbas ha ricordato che due degli scioperanti, Bilal Diab e Thaer Halahla, sono entrati nel loro 75esimo giorno senza cibo, e diversi gruppi per i diritti internazionali e governi si sono detti preoccupati che i prigionieri possano morire se continuano a rifiutare il cibo."La situazione dei prigionieri è estremamente pericolosa", ha detto 
Abbas in una riunione del comitato esecutivo dell'OLP.
"Alcuni di loro corrono il rischio di un danno reale, e questo sarebbe un disastro nazionale che nessuno può tollerare. Spero e prego Dio che nessuno si faccia male perché sarebbe una grave catastrofe."
Il comitato ha invitato tutti i palestinesi ad osservare oggi una giornata di digiuno in solidarietà con i prigionieri.


Ha poi convocato una conferenza stampa dopo la riunione della leadership palestinese, cui hanno partecipato anche il Comitato Esecutivo dell'OLP, il Comitato Centrale di Fatah e di altre fazioni palestinesi.
Yasser Abd Rabbo, segretario generale dell'OLP, ha affermato che la leadership palestinese si aspetta che i palestinesi che vivono nei Territori Palestinesi e quelli della (cosiddetta, ndr) diaspora 
decidano di digiunare e di inviare
 di un messaggio ai prigionieri palestinesi per esprimere loro il pieno sostegno dei loro compatrioti.


"Chiediamo alle Nazioni Unite e le istituzioni dei diritti umani di agire immediatamente e senza tardare oltre, per affrontare il caso dei prigionieri palestinesi in digiuno", ha detto Rabbo."Il governo israeliano dovrebbe rispondere positivamente alle esigenze giuste dei prigionieri palestinesi. Noi riteniamo il governo israeliano pienamente responsabile per la vita e il destino dei prigionieri palestinesi in digiuno", ha sottolineato.
OstacoliL'OLP ritiene che la lettera del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non abbia fornito risposte chiare ai principali ostacoli che impediscono il riavvio del processo di pace nella regione."La lettera di Netanyahu ha risposto alle questioni fondamentali che stanno nel percorso del rilancio dei negoziati di pace"."La lettera non ha affrontato invece le attività coloniali israeliane nei territori palestinesi, soprattutto a Gerusalemme Est, né ha riconosciuto i confini del 1967 come base per il processo di pace", ha detto.L'OLP ha condannato Israele ultime decisioni coloniali con cui essi sequestrati terreni privati ​​e pubblici in Cisgiordania e Gerusalemme est occupata.

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Ecco l'ultima trovata dei rappresentati delle autorità palestinesi per far pressione su Israele in maniera immorale giocando impunemente con la vita dei palestinesi stessi. Ancora il solito doppio linguaggio: per le conferenze stampa dedicate agli occidentali parlano di "dramma nazionale", di "catastrofe", ma solo un paio di giorni fa esultavano fra di loro dicendo che lo sciopero avrà maggiore efficacia se qualche palestinese dovesse morire... insomma, se gli scioperanti muoiono sarà una vittoria o un dramma nazionale?