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lunedì 4 giugno 2012

Ogni accusa è buona: Israele e i profughi del Sudan



Costantemente sotto i riflettori della stampa occidentale e di quella stampa “alternativa” che opera esclusivamente nel web tramite siti e blog, lo Stato di Israele viene periodicamente accusato delle colpe più varie. Tali colpe dovrebbero riconfermare, agli occhi di noi lettori, quelle qualità mostruose di cui si fa portatore lo Stato Ebraico, ovvero il razzismo, la violenza, il classismo, la mancanza di etica e democrazia e così via dicendo. Ma siamo proprio sicuri che le accuse che vengono mosse ad Israele siano effettivamente fondate o piuttosto ci troviamo troppo spesso di fronte a distorsioni, inesattezze, notizie false, terminologie tendenziose e/o offensive che diventano poi luoghi comuni passivamente condivisi?

Facciamo un esempio concreto.
Negli articoli che leggiamo in questi giorni si denuncia con toni infuocati il fatto che Israele respinga i profughi del Sudan e che preveda di “deportare” (queste le terminologie usate!) quelli già presenti sul suo territorio.

Questa mezza notizia imprecisa ovviamente rincara la dose di vecchie e nuove accuse mai veramente analizzate dalla maggioranza dei lettori, ma grazie alle quali Israele si è guadagnato per una buona fetta del pubblico l'immagine di “Stato antidemocratico”, anzi meglio, di “Stato dell’apartheid”.
Così, il lettore medio italiano, non troppo informato di realtà mediorientali ma desideroso di commentare su facebook le ultime notizie, si sente confortato da una tale massa di accuse sentite e risentite in tutte le salse che non esita a tranciare giudizi, ovviamente negativi, sul “grado di eticità”, di “democraticità” e di “legittimità” dello Stato di Israele.
E dunque, di sillogismo in sillogismo, se Israele è uno Stato “antidemocratico” e privo di etica, insomma uno “Stato dell’apartheid”, di che si lamenta poi?

Allora facciamo un ragionamento un po' più articolato e vediamo se veramente la notizia che riguarda i rifugiati Sudanesi è utile come prova del nove del tanto decantato razzismo imputato allo Stato di Israele.

Innanzitutto dobbiamo chiederci: da chi esattamente scappano questi disperati del Sudan? Chi governa in Sudan? Di quale etica si fa portatore?
Ricordiamoci che questi profughi non emigrano per migliorare le loro condizioni economiche, ma per salvarsi la vita. Chi mette a repentaglio la vita dei Sudanesi?
Omar al-Bashir, l’imposizione della Shari’a, le responsabilità nel genocidio del Darfur e nella Seconda Guerra Civile
Link qui http://www.overland.org/blog/79-approfondimenti/657-approfondimento-il-sudan-ostaggio-di-un-governo-criminale-.html
Sudan, prove di guerra, pace, fondi neri e sharìa
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2010/12/21/sudan-prove-di-guerra-pace-fondi-neri-e-sharia/
Al-Bashir appoggiato da un altro Stato campione dei diritti umani: la Cina
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/03/05/sudan-arresto-di-bashir-dura-protesta-di-pechino-allonu/
Il governo sudanese bombarda i rifugiati sudanesi nel Sud-Sudan
Link: http://www.unhcr.it/news/dir/18/view/1133/sud-sudan-condanna-per-i-raid-aerei-sui-rifugiati-sudanesi-113300.html
L’etica della Polizia Sudanese
Link: http://corriereimmigrazione.blogspot.it/2012/05/sudan-profughi-feriti-e-uccisi-nel.html
In altre parole, niente integralismo islamico = niente profughi del Sudan. Possiamo scavalcare a piè pari le cause scatenanti del fenomeno distruttivo?
Eppure tutti sorvolano sull'argomento, strano no?

Altra costellazione di domande: come mai i profughi Sudanesi bussano alle porte di Israele?
Il Sudan NON CONFINA con Israele. Prendete Google Maps o altro sito a voi più gradito e controllate, i profughi che fuggono a nord per raggiungere Israele attraversano l’intero Egitto, come mai non si fermano in Egitto?
Traffico d’organi e violenze in Egitto (Sinai)
Link: http://habeshia.blogspot.it/2012/05/profughi-schiavi-nel-sinai.html
Le testimonianze di chi raggiunge Israele
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Qual è stata in passato la politica di Israele rispetto ai rifugiati?
Un caso esemplare: 1977, Israele e i profughi vietnamiti
Link: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Immigration/VietBoatPeople.html
E di certo non si potrà sospettare che i vietnamiti fossero di religione ebraica, giusto? (N.B solo 2 anni prima, nel 1975, Israele era stato definito in una inqualificabile risoluzione ONU come Stato razzista inquanto Sionista… ma allora questo famigerato razzismo, in cosa consiste? Chi sostiene questa TESI ieri come oggi? Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/in-nuovo-antisemitismo-si-gioca-allonu.html)

Dal 2007, però, la situazione si è fatta ingestibile, si tratta di flussi da decine di migliaia di profughi verso un paese che conta 7 milioni di abitanti, grande come l’Emilia Romagna, con tensioni sociali molto forti. Nessuno nega le condizioni disastrose dei profughi, ma va detto che, oltre ad essere attive sul territorio un buon numero di associazioni che li sostengono e aiutano concretamente, le Istituzioni israeliane cercano soluzioni legali e internazionali al problema, ad esempio cercano di prendere accordi col neonato e ancora instabile stato del Sud Sudan per migliorarne le condizioni generali e rimpatriare i profughi che potrebbero ritornare nelle loro terre d’origine al riparo dalle persecuzioni… e queste sarebbero le famigerate “deportazioni” di cui si vaneggia in questi giorni?
Link: http://www.weeklystandard.com/keyword/Danny-Ayalon

E poi sarebbe utile uno sguardo più ampio sul problema dei rifugiati in tutta l’area: è solo Israele a dover fare i conti con un flusso che non riesce più a gestire? Vediamo solo alcuni casi.
Alcune notizie dal sito ufficiale dell’UNHCR
Link: http://www.unhcr.it/cerca/risultati.php?k=1&search=OIM&start=10&num_record_tot=49
Rifugiati fra Libia e Tunisia
Link: http://www.unicef.it/doc/2686/libia-odissea-dei-rifugiati-devastate-le-tende-scuola-nel-campo-profughi.htm
L’Egitto si prepara a bloccare l’ingresso dei rifugiati
http://www.secondoprotocollo.org/?p=1873
Rifugiati ai lavori forzati in Libia?
http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/17/articolo/1681/eritrei-in-libia-rischiano-i-lavori-forzati-
E parlando di profughi e rifugiati, vogliamo dirlo chiaramente che l’UNHCR ha a disposizione solo 3,3 miliardi di dollari all’anno (dato 2010) per far fronte ai problemi di tutto il mondo, mentre circa 1 miliardo (sempre dati 2010) viene convogliato esclusivamente sui profughi palestinesi?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
Anche questo è un problema etico: forse i profughi del Sudan sono profughi di serie B, ecco perché la comunità internazionale, in collaborazione con i singoli governi, non riesce comunque a gestire l’emergenza.
I profughi palestinesi sono oggi (grazie alla regola assurda dell’ereditarietà dello status) circa 4,7 milioni, ma solo la seconda guerra civile in Sudan produsse ben 4 milioni di profughi (senza contare i profughi del Darfur), è chiaro che c’è qualcosa che non va?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
E’ chiaro che le Nazioni Unite per prime applicano due pesi e due misure?

*****



Dunque, alla fine di questa breve carrellata che mostra solo per sommi capi il contesto socio-politico reale in cui cominciare a comprendere il problema dei profughi del Sudan, possiamo dire veramente che questo sia una sorta di cartina al tornasole della mancanza di democraticità in Israele? Del suo innegabile razzismo? Chi ci garantisce che anche le altre accuse mosse ad Israele quotidianamente non soffrano della stessa ristrettezza di vedute, se non addirittura di fondamenti semplicemente menzogneri?
Se già non lo conoscete, vi invito a dedicare un po' di tempo a studiare il caso del cosiddetto "massacro di Jenin" che ha gettato -e continua a gettare- infamia su Israele e il suo esercito.
Jenin e la nuova guerra fondata sui "diritti umani"
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/onu-ong-e-la-guerra-fondata-sui.html
Il film "Jenin Jenin" le accuse false e i finanziamenti dell'Autorità Palestinese

Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano.html


Chi contesta Israele e le sue politiche dalla sua finestra sul web parla spesso di etica, allora a me viene in mente che anche nel fare informazione (e nel divulgarla tramite associazioni, blog e social network) ci dovrebbe essere un’etica. Innanzitutto prendersi in carico la necessità di porsi delle domande e di darsi delle risposte al di là dei preconcetti che ognuno di noi può avere, fare una ricerca con i mezzi che tutti abbiamo a disposizione, raccogliere dati, fatti e documenti, prima di scrivere e divulgare.
Questo è etico, tutto il resto è chiacchiera, oppure propaganda... e fra le due non si sa più dire quale sia il male minore.

Fare le pulci alle altrui democrazie sulla base di analisi come minimo superficiali è facile, in fondo nessuno Stato è perfetto, soprattutto di fronte alle emergenze. Allora, tenuto conto che nessuno Stato è perfetto, e quindi neanche Israele, l’unica risposta seria che si può dare alle accuse vuote che circolano in rete è una proposta: per verificare nei fatti quel tasso di eticità e di democrazia PERCEPITA e VISSUTA da chi vive in Israele e ha conosciuto cosa significa vivere in altri Stati vicini, o transitarci da rifugiato, si potrebbe cominciare a chiedere direttamente proprio ai profughi del Sudan che, nonostante tutte le difficoltà, da anni vivono protetti dalla democrazia di Israele.
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Sarebbe questo il famoso “Stato dell'apartheid”?

A chi parla con troppa leggerezza di realtà che non conosce, appoggiandosi a comodi luoghi comuni, affibbiando ad Israele ogni sorta di etichetta infamate, bisogna ricordare che nella democratica Australia, qualcuno ha alzato la voce contro questo malcostume dilagante e finalmente arrivano le prime scuse.
La “natura offensiva” delle etichette imposte ad Israele dalla stampa
Link: http://honestreporting.com/aussie-editor-apologizes-for-apartheid-headline/
Quando cominceremo a leggere notizie simili anche in Italia?


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di Sionismoistruzioniperluso.blogspot.it

martedì 22 maggio 2012

Il muro? Basta non sia israeliano!

di Jerrold L. Sobel



Da tempo immemore, recinzioni di sicurezza sono state costruite in tutto il mondo, spesso in territori contesi, per dissuadere i terroristi, i trafficanti di droga e gli immigrati clandestini. Non fanno piacere a nessuno, eppure si continuano a costruire in tutto il mondo:

India / Pakistan – L’India sta costruendo una recinzione lungo la maggior parte del suo confine con il Pakistan, 1.800 miglia nel territorio conteso del Kashmir. La recinzione è stata progettata per impedire ai terroristi di attraversare il confine dal Pakistan e lanciare attacchi in India. Costituito da filo spinato, e proiettori giganti,  è una barriera formidabile, in grado di svolgere il compito per il quale è stata costruita.
La barriera fra India e Pakistan
Kirghizistan / Uzbekistan – Una disputa sulla terra ha portato alla costruzione unilaterale di un recinto di filo spinato da parte dell’Uzbekistan, per sicurizzare il confine con il Kirghizistan, nell’autunno del 1999. La recinzione è stata costruita dopo che terroristi islamici provenienti dal Kirghizistan furono accusati di attentati dinamitardi nella capitale uzbeka, Tashkent. La costruzione del muro ha causato difficoltà economiche nelle aree povere agricole della valle di Fergana ed ha separato molte famiglie in questa regione di confine.
La barriera di sicurezza fra Kirghizistan e Uzbekistan 
Ancora più interessante è la barriera di sicurezza, attualmente in costruzione, tra Arabia Saudita e Yemen. Si estende in tutti i 1.800 chilometri di confine condiviso con lo Yemen. Apparentemente creata per prevenire la violenza che dallo Yemen potrebbe riversarsi nel Regno, ha comunque creato disagi alle persone che vivono nei paesi lungo la loro frontiera comune.
Baghdad / Iraq – Nel tentativo di porre fine alla violenza settaria in quella devastata zona, è stato creato, nel 2007, un muro di 7,1 tonnellate di cemento, in sezioni alte 12 piedi .
La barriera di Baghdad
Afghanistan-Pakistan – Creato da Pakistan, nel settembre 2005, per arginare il flusso dei talebani e di al-Qaeda nel loro paese. La recinzione il cui scopo si è dimostrato infruttuoso, doveva coprire il confine comune per 1.500 miglia. Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha fortemente contestato la costruzione, sostenendo che sarebbe stato come “schiavizzare gli afgani”, ma la costruzione continua.
La barriera Pakistan / Iran
Una barriera di divisione esiste anche tra Iran / Pakistan, Spagna / Marocco, e anche in Italia, dove è stato costruito a 10 metri di muro d’acciaio nota come “il Muro di via Anelli” costruito per arginare la violenza delle bande, lo spaccio di droga, la prostituzione, appena fuori la città di Padova.
Il "muro di via Anelli" innalzato a Padova dalla giunta di centro-sinistra
per ragioni di ordine pubblico nel 2006

La barriera Spagna / Marocco
Che cosa hanno in comune tutti questi muri, argini, e recinzioni di sicurezza? Che non sono in molti a conoscerli, questi e moltissimi altri. 
Ne parlano in pochissimi, come mai? La Grecia sta costruendo un muro al confine con la Turchia, ne avete avuto notizia? Ma se si tratta di Israele, eh allora è tutta un’altra storia!
Il 1 ° giugno 2001 un palestinese di nome Saeed Hotari era in fila fuori da una discoteca di Tel Aviv, il Delfinario. Mescolato tra centinaia di giovani, soprattutto nuovi immigrati dalla Russia, sembrava solo un altro ragazzo in procinto di divertirsi un venerdi’ sera. Non era cosi’. Secondo i sopravvissuti alla terribile esplosione che uccise 21 ragazzi e ne feri’ 132, Hotari fu visto battere un tamburo caricato con esplosivo e cuscinetti a sfera, appena prima della detonazione.
Come risultato di questo e di altri, ripetuti,  attacchi terroristici contro civili israeliani, un’organizzazione di base denominata “Fence for Life”  presentò una petizione al governo israeliano, per chiedere la creazione di una barriera tra centri abitati palestinesi e la popolazione ebraica.

L’idea non era nuova – era già stata affrontata da  Yitzhak Rabin nel 1994. A seguito di un attacco particolarmente brutale, a Tel Aviv, Rabin dichiaro’: “Dobbiamo decidere la separazione come filosofia.” Questa dichiarazione profetica fu fatta 6 anni prima della seconda intifada.
I piani per la recinzione furono rimandati nei primi anni dopo l’assassinio di Rabin, e rivisitati e messi in atto dal governo Sharon nel giugno 2002, quando gli attentati contro i civili israeliani si intensificarono. La barriera di difesa è quasi completamente costituita di filo spinato, solo una piccola parte è costituita da muro vero e proprio.
dimostranti “pacifisti” stanno distruggendo il “muro dell'Apartheid”


APARTHEID! APARTHEID! Ma solo per Israele si grida!
Nel solo periodo tra settembre 2000-2007, 1.218  israeliani sono stati uccisi, 8.341 feriti. 5.676 erano civili, meno della metà, 2.665 militari.
Le vittime della violenza palestinese e del terrorismo:
Come il grafico indica, la necessità e l’efficacia della barriera di sicurezza è evidente dalla diminuzione degli attentati nel 2002 (220 morti), a soli 3 morti nel 2007. A leggerli cosi’ sono solo numeri, ma erano persone, con i loro affetti, le loro famiglie, la loro vita da vivere.
La barriera è riuscita a fermare il terrorismo? Assolutamente no.  Lo scorso anno:
11 Marzo 2012 – Udi Fogel, 36 anni, e Ruth Fogel, 35, insieme a tre dei loro figli Yoav, 11, Elad, 4, e 3 mesi di età Hadas sono stati accoltellati a morte da terroristi nella loro casa a Itamar, in nord della Samaria.
23 marzo – Una donna, identificata dalla polizia come turista inglese di 56 anni, fu uccisa e circa 50 persone ferite quando una bomba esplose di fronte al Convention Center di Gerusalemme, vicino alla stazione centrale degli autobus. La bomba era stata collocata vicino a una cabina telefonica.
24 aprile – Ben-Yosef Livnat, 24 anni, di Gerusalemme  ucciso da un poliziotto palestinese alla Tomba di Giuseppe a Nablus.
23 settembre – Asher Palmer, 25 anni, e suo figlio Yonatan di un anno,  uccisi quando la loro auto si è schiantato sulla Route 60 nei pressi di Hebron, dopo essere stata colpita da pietre.
Attacchi come questi si possono verificare nonostante la barriera di sicurezza. Ma certamente centinaia se non migliaia di vite, non solo di ebrei, sono state salvate.
E l’ONU cosa ne pensa? Sembra essere d’accordo, di fronte a un nemico vile, le recinzioni di sicurezza salvano vite umane. A seguito di un attacco mortale contro i loro uffici di Baghdad, le Nazioni Unite hanno iniziato la costruzione di una barriera di sicurezza da 21 milioni dollari , intorno al loro quartier generale di New York.

lunedì 16 aprile 2012

Durban 2, il nemico non è il razzismo ma la libertà di espressione

Volantino distribuito durante la prima Conferenza di Durban del 2001


di Stefano Magni,18 Aprile 2009.

Perché mai si dovrebbe disertare una conferenza Onu che ha il nobile intento di sradicare la discriminazione e la xenofobia? L’Italia è stata la prima nazione europea a chiamarsi fuori dalla conferenza contro il razzismo di Ginevra e, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Franco Frattini, non dovrebbe cambiare rotta. Israele è stata la prima nazione nel mondo a denunciarne il carattere tendenzioso e a disertare l’evento. Stati Uniti e Canada si sono ritirati subito dopo. La Germania e l’Olanda potrebbero non partecipare ai lavori che iniziano lunedì prossimo.
Questi Stati democratici e liberali sono improvvisamente diventati tutti razzisti? Tutto sommato, leggendo l’ultima bozza della Dichiarazione alla base della conferenza (presentata mercoledì scorso dopo numerose modifiche), non si trova altro che il normale insieme di argomenti contro il razzismo e la discriminazione. Ma non è per razzismo che così tanti governi democratici hanno deciso di non partecipare all’evento.

La conferenza di Ginevra, infatti, si ripromette di completare e ampliare i lavori della conferenza di Durban (non a caso l’evento di Ginevra è stato ribattezzato Durban 2) dell’agosto 2001. Durban si risolse in una gigantesca kermesse anti-israeliana, in cui fu chiesto di ripristinare la risoluzione Onu del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. Nella dichiarazione finale delle Ong del 2001 si leggeva chiaramente questo obiettivo: “Il popolo palestinese ha diritto di resistere all’occupazione con ogni mezzo nei limiti della legge internazionale fino al raggiungimento dell’autodeterminazione e alla fine del sistema razzista israeliano, compresa la sua forma di apartheid”.
Riguardo allo Stato ebraico, si legge nel paragrafo successivo: “continue violazioni della convenzione di Ginevra, atti di genocidio e di pulizia etnica costituiscono la forma di apartheid praticata da Israele. Un aspetto rilevante di questo sistema razzista israeliano è la negazione del diritto al rientro dei profughi palestinesi, sancito dalla legge internazionale”. Non è un caso che la conferenza di Durban, nel 2001, divenne un linciaggio generale contro le delegazioni israeliane ed ebraiche.
I continui riferimenti all’apartheid nella terra della segregazione incitarono l’odio delle delegazioni internazionali, e dell’opinione pubblica locale contro i gruppi che ancora osavano sventolare la stella di David.

Joelle Fiss, attivista belga degli studenti ebrei europei, riporta chiaramente nel suo “Diario da Durban” numerosi episodi di violenza verbale e fisica contro le delegazioni ebraiche, più la diffusione di libelli antisemiti distribuiti dalle organizzazioni non governative arabe e islamiche di cui esiste ampia documentazione. In un volantino della comunità musulmana sudafricana, divenuto ormai celebre, Hitler si chiede “E se avessi vinto?” e la risposta, consolante per tutto il mondo arabo è: “Oggi Israele non esisterebbe e non ci sarebbe il bagno di sangue palestinese”. La testimonianza di Joelle Fiss rivela tutto lo sconcerto di chi, convinto di aver aderito a un evento mondiale contro il razzismo, si è trovato improvvisamente “in compagnia” di organizzazioni islamiche radicali come Hamas e Hezbollah, di movimenti jihadisti vicini a Bin Laden, di regimi dittatoriali pronti a chiedere l’annientamento di un intero popolo sulle orme di Hitler.

Il rischio che la conferenza di Ginevra diventi la replica di quello scandalo è molto forte. Già da oggi, a Ginevra sono iniziati i lavori di una conferenza del “Forum della Società Civile, la “Israel Review Conference”, il cui titolo è già un pamphlet anti-sionista: “United Against Apartheid, Colonialism and Occupation: Dignity & Justice for the Palestinian People” (Uniti contro l’apartheid, il colonialismo e l’occupazione: dignità e giustizia per il popolo palestinese). I sintomi di una nuova kermesse anti-sionista ci sono tutti, a partire dalla presenza, in qualità di vicepresidente, di Mahmoud Ahmadinejad. Proprio il presidente iraniano che chiede la distruzione di Israele, nega l’Olocausto e discrimina sistematicamente le donne e le minoranze religiose nel suo Paese, sarà sul podio in una conferenza Onu contro il razzismo.
Una conferenza il cui comitato preparatore è stato guidato dalla Libia: una dittatura che si è macchiata di crimini contro gli immigrati neri provenienti da tutta l’Africa, brutalmente deportati nel Sahara o lasciati linciare in numerosi pogrom nelle città libiche. Un evento, quello di Ginevra, finanziato anche dall’Arabia Saudita, il regno integralista musulmano che addirittura separa le autostrade, non permettendo ai non musulmani di avvicinarsi ai luoghi santi della Mecca e di Medina. Lo stesso regno in cui le donne non possono neppure uscire di casa senza il consenso di un maschio della loro famiglia, non possono guidare un’automobile, hanno la metà dei diritti degli uomini quando sono di fronte a un giudice.

Nelle conferenze regionali preparatorie di Durban 2, l’Organizzazione della Conferenza Islamica ha chiesto di limitare la libertà di espressione, con una nuova legislazione internazionale, al fine di rispettare l’identità religiosa. E’ una richiesta che mina un diritto fondamentale riconosciuto dalla Dichiarazione Universale e che ha provocato la reazione di un’ottantina di Ong occidentali (fra cui il Partito Radicale Transnazionale e UnWatch, l’organizzazione che guida la “resistenza” contro Durban 2), ma che rischia ancora di condizionare i lavori, vista la presenza massiccia di regimi islamici ai lavori di Ginevra. Il Pakistan propone addirittura di rendere il “vilipendio alla religione” un crimine contro l’umanità.
Questi sono solo alcuni dei rischi che si correrebbero se si decidesse di legittimare la conferenza di Ginevra. Il timore espresso dai Paesi scettici o assenti, Italia compresa, è quello di un “dirottamento” della causa antirazzista. In realtà, a ben vedere, leggendo attentamente le numerose bozze di Dichiarazione che si sono succedute in questi mesi, il “dirottamento” è insito nello stesso concetto teorico dell’antirazzismo.
La Dichiarazione di Durban e il Programma di Azione (che viene ribadito e promosso anche dalla conferenza di Ginevra) si basano tutti sul principio della “affirmative action”, l’azione del governo volta a rimuovere le barriere sociali e culturali giudicate discriminatorie nei confronti di una minoranza. Già così si è fuori dal concetto classico di antirazzismo, basato sull’eguaglianza dei diritti individuali e sulla rimozione delle leggi statali discriminatorie: nel momento in cui lo Stato (Stato nazionale o organismo internazionale) interviene attivamente per tentare di garantire pari dignità ad ogni cultura, concedendo nuovi diritti all’uno o all’altro gruppo, siamo in presenza di un vero e proprio razzismo alla rovescia.

Ogni gruppo sarà sicuramente indotto a chiedere e rivendicare maggiori diritti per sé, anche se a danno di altri. Dopodiché è solo una questione di gusti: ci sarà sempre chi, nel nome della tutela della dignità del proprio gruppo etnico o religioso, chiederà la soppressione della libertà di espressione, chi la soppressione della libertà di culto e chi, in modo più radicale, la soppressione di un intero Stato giudicato come “un sistema razzista”.