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giovedì 2 agosto 2018

Hamas smentisce il Corriere della Sera




“Quella bambina non l’ha uccisa Israele”Hamas smentisce i media ma il caso è diventato virale sui nostri giornali e tv

“Layla al Ghandour è il volto del massacro di Gaza”, aveva titolato al Jazeera, infiammando la rabbia del mondo arabo-islamico. La foto della bambina palestinese di otto mesi morta il 14 maggio al confine con Israele ha fatto subito il giro di tutti i media occidentali, Corriere della Sera compreso che l’aveva messa in prima pagina. Nessuno aveva resistito: “Strage a Gaza, anche una neonata”, un’agenzia di stampa. “Una bambina muore nella nube di Gaza”, scandiva il Los Angeles Times. “Una bambina di Gaza muore, è nato un simbolo” riferiva il New York Times nel servizio di Declan Walsh. “Orrore: bambina uccisa nella repressione israeliana” proseguiva l’Huffington Post. “Il volto angelico di una bambina di otto mesi uccisa dal gas a Gaza”, ammoniva il Mirror. Ansamed: “59 morti, fra cui una bambina di otto mesi uccisa dal gas”. “Una madre stringe la figlia di otto mesi uccisa dai soldati israeliani”, il titolo del Daily Mail. “Il bilancio delle proteste di Gaza sale a 61, bambina muore per lacrimogeni”, riportava il Washington Post. Dalla Rai alle tv europee, nei desk room era tutto un dire: “Hanno ucciso pure una bambina”. E Abu Mazen, il presidente “moderato” dell’Autorità palestinese, si è fatto fotografare in ospedale mentre sfoglia la stampa araba con una vignetta in prima pagina, dove un soldato israeliano asfissia una bambina palestinese. I paragoni non potevano mancare con Aylan Kurdi, il bambino morto annegato su una spiaggia turca, e Omran Daqneesh, ricoperto di sangue e polvere ad Aleppo. Anche il funerale orchestrato da Hamas per Layla a Gaza ha fatto il giro del mondo. Sulla Rai, Massimo Gramellini ha paragonato la foto di Layla a “un quadro di Caravaggio”.
Soltanto che ieri il ministero della Salute sotto la guida di Hamas a Gaza ha dichiarato di aver rimosso il nome della bambina dalla lista delle persone rimaste uccise negli scontri con le truppe israeliane. E’ lo stesso ministero che, una settimana prima, aveva detto che Layla era “morta per inalazione di gas lacrimogeni”. Il portavoce del ministero, il dottor Ashraf al Qidra, ha detto che un’indagine è stata effettuata e che “Layla al Ghandour non è elencata tra i martiri.”
Eppure, i media avrebbero potuto essere fin dall’inizio più cauti, visto che un medico di Gaza aveva dichiarato il giorno dopo all’Associated Press che la bambina aveva una malattia preesistente e di non credere che la sua morte fosse stata causata dai gas israeliani. Ma i giornali erano eccitati dal sangue e dai morti, non un dubbio su quei genitori palestinesi che portavano i bambini (in questo caso con una malattia cardiaca) a uno scontro in cui sanno che ci saranno i gas lacrimogeni e il fumo di pneumatici bruciati. Nessuno voleva dubitare della verità stabilita da “fonti mediche palestinesi”, quando si sa quanta libertà e trasparenza ci siano in quella regione. Ma Layla non era più una bambina, un essere umano, ma un simbolo politico, una causa. L’avvocato americano Alan Dershowitz ha scritto sul Jerusalem Post: “Hamas trae vantaggio da ogni morte che Israele causa accidentalmente. Per questo Hamas esorta donne e bambini a farsi martiri. Parlare di ‘strategia del bambino morto’ può sembrare crudele: infatti è una strategia crudele. Si deve accusare chi la utilizza cinicamente. E si devono accusare i mass-media che fanno il gioco di coloro che la utilizzano, quando si limitano a riportare il conteggio dei corpi e non la deliberata tattica di Hamas che porta a quel risultato“.
Israele è stato trasformato in un “babykiller”, da quegli stessi media che hanno glissato sui bambini israeliani di Sderot, di Sbarro, di Maalot, i Fogel, gli Hatuel, le vittime del terrore palestinese. Per loro non c’è Caravaggio. Il prossimo World Press Photo è già pronto per Haitham Imad, il fotografo che ha immortalato Layla fra le braccia della madre. “C’è una guerra e noi non siamo neppure sul campo di battaglia”, ha detto tre giorni fa Michel Oren, vice ministro israeliano per la Diplomazia, a proposito dei media. Il giornalismo ha svolto un ruolo centrale nell’attacco di quel lunedì al legittimo diritto di Israele di difendere i propri confini e cittadini. I media faranno ammenda ora che nuove informazioni sono venute alla luce? Ci vuole coraggio per ammettere di aver sbagliato.

martedì 27 gennaio 2015

Quali origini per il "popolo palestinese"?

Riproponiamo un ottimo articolo di Y. K. Cherson, tradotto in italiano da Il Borghesino, in cui si percorrono le tappe della storia di Israele, alla ricerca di attestazioni storiche dell'esistenza del popolo palestinese a fianco di quello ebraico. 





Palestinesi: un popolo inventato

di Y.K. Cherson
9 gennaio 2014
titolo originale:
 
PALESTINIANS: THE INVENTED PEOPLE

«La storia del popolo palestinese risale fino al...». A questo punto gli storici arabi non trovano l'accordo: alcuni sostengono che il "popolo palestinese" vanta 4.000 anni di storia; altri si spingono fino a 10.000 anni, c'è chi parla di 30.000 anni e non manca chi spara addirittura 100.000 anni di storia: il che renderebbe l'uomo di Neanderthals piuttosto giovanile a confronto dell'"uomo palestinese". Ma sebbene gli storici arabi non concordino sulla data di nascita del palestinese, su un aspetto sono unanimi: è comparso sulla Terra molto prima degli ebrei, dei romani o dei greci. 
C'è solo un problema: di tutta questa millenaria storia, non si trova alcuna traccia.

Nel 721 a.C., gli assiri conquistarono il Regno di Israele. È un fatto storico accertato che nessuno contesta. Magari il glorioso "popolo palestinese" avrà combattuto eroicamente contro l'aggressore, cagionando pesanti perdite? Non proprio: non c'è una sola testimonianza che sia una, che fa menzione di questo popolo. Può essere che centinaia di migliaia di "palestinesi" abbiano combattuto eroicamente contro gli assiri, senza che questi se ne siano accorti? Allo stesso tempo, però, i resoconti storici riportano diffusamente le battaglie contro gli israeliani. Insomma gli assiri notarono benissimo gli israeliani, ma non scorsero nemmeno un "palestinese".
Perché gli assiri non si imbatterono in nemmeno un palestinese? Forse perché il re Sargon II era sionista. 

E che dire dei babilonesi? lo stesso mistero ci attende quando iniziamo a leggere i resoconti babilonesi circa la conquista del Regno di Giudea, avvenuta fra il 597 e il 582 a.C. Gli ebrei si scorgono in ogni pagina. E i palestinesi? niente, nemmeno una citazione isolata. Neanche i babilonesi si sono imbattuti in essi.

Ma di sicuro i persiani li hanno scovati, lasciandoci una dettagliata descrizione di questo meraviglioso popolo, della sua sterminata cultura, delle sue abitudini, della lingua parlata. Macché: anche loro ci hanno deluso. I resoconti storici ci parlano degli ebrei, di come Ciro concesse loro il diritto di tornare a Gerusalemme, dei satrapi persiani che comandarono in Giudea e Israele. Ma dei palestinesi, ancora una volta nessuna parola.

Ma ciò che rende spassosa questa ricerca è la circostanza che lo stesso Alessandro il Grande percorse tutta la costa della Palestina da Tiro a Gaza nel 332, senza imbattersi mai in nemmeno un palestinese: soltanto ebrei. Dove diavolo si nascondevano i palestinesi?
Certo: stiamo parlando di assiri, babilonesi, persiani; gente vissuta tanto tempo fa. Ma che dire dei romani, che pur erano così zelanti nella conservazione della memoria? la storia non cambia.

I romani spiegano con dovizia di particolari come assediarono Gerusalemme, informandoci scrupolosamente di come gli ebrei tentarono disperatamente di respingerne l'assalto. Descrivono le rivolte degli ebrei e come esse furono soffocate, indugiando in dettagli su come gli ebrei si difesero a Masada, su come i romani divisero la Giudea, ribattezzandola in "Palestina", su come rinominarono Gerusalemme "Aelia Capitolina". Ci raccontano un sacco di cose; ma non menzionano nemmeno una volta i "palestinesi". E peraltro, sebbene ribattezzarono quelle terre "Palestina", continuarono a chiamare i suoi abitanti come da migliaia di anni si soleva fare: ebrei. 
La Palestina divenne il nome ufficiale di quella terra, ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi "ebrei".

Un momento! è dov'era il "popolo palestinese" quando arrivarono gli arabi? è una domanda da un milione di dollari. Gli arabi moderni si autodefiniscono "palestinesi"; come si definivano gli arabi del VII secolo, quelli che conquistarono la Palestina? Qualcuno per caso è a conoscenza di un documento, che sia uno, scritto dai dominanti arabi in Palestina, che esprimesse un concetto anche vagamente vicino a quello di "palestinesi"? niente da fare, nessuna menzione...

La situazione diventa davvero divertente. Gli arabi oggi si scaldano quando narrano di loro avi che hanno vissuto in Palestina da "tempi immemorabili", ma i loro avi non hanno alcuna idea di questo glorioso e antico passato. Ma dopotutto, la dominazione araba in Palestina non è durata così tanto. 
Soltanto 300 anni dopo la loro conquista giunsero i turchi - prima di mamelucchi, poi gli ottomani - a spodestarli. Essi comandarono in Palestina per sei secoli: forse questa volta a sufficienza per rinvenire un gruppo etnico folto e glorioso come quello del "popolo palestinese". Questa volta avremo migliore fortuna?
Macché! le statistiche ufficiali dei turchi censirono ebrei, arabi, circassi in Palestina, e fornirono dati dettagliati sui musulmani, sui cristiani e sugli ebrei; ma neanche una volta menzionarono alcun "popolo palestinese".

Dunque assiri, babilonesi, greci, romani, persiani e arabi; mai hanno menzionato, neppure di sfuggita, il "popolo palestinese". I turchi, in 600 anni di occupazione della Palestina, non hanno mai trovato traccia di palestinesi. 

E dove mai si nascondeva questo antico e incredibilmente eroico popolo dopo il 1917? le diverse commissioni della Lega delle Nazioni (progenitrice delle Nazioni Unite) non ne hanno mai trovato traccia; tutti i documenti della Lega delle Nazioni di quel periodo citano soltanto ebrei e arabi, ma mai una volta si cita il palestinese come popolo. 
Magari a parlare di "popolo palestinese" all'epoca erano i politici occidentali? neanche a dirlo: i delegati di undici diverse nazioni visitarono quei luoghi e trovarono una realtà attesa. Vale a dire, due gruppi in conflitto, arabi ed ebrei, le cui aspirazioni nazionali non potevano essere conciliate. «Palestinesi? e chi sono?...».

Ma forse i politici arabi... Macché. I politici degli stati arabi erano netti su questo argomento: «consideriamo la Palestina parte della Siria araba, dalla quale non si è mai distaccato in alcun momento. Siamo connessi ad essa da legami nazionali, religiosi, linguistici, naturali, economici e geografici» (I Congresso dell'Associazione cristiano-musulmana, febbraio 1919).

Il rappresentante dell'Alto Comitato arabo presso le Nazioni Unite sottopose all'Assemblea Generale dell'ONU a maggio 1947 la seguente affermazione: «la Palestina è parte della provincia siriana», e «politicamente, gli arabi di Palestina non sono indipendenti, nel senso di formare un'entità politica separata».

Nel 1937 un leader arabo locale, Auni Bey Abdul-Hadi, riferì alla Commissione Peel, che in ultima analisi suggerì la partizione della Palestina: «non esiste alcuno stato chiamato Palestina! la "Palestina" è un termine inventato dai sionisti! non esiste alcuna Palestina nella Bibbia. Per secoli la nostra patria è stata la Siria»
E ancora:
«Palestina e Transgiordania sono una cosa sola» (Re Abdullah, riunione della Lega Araba al Cairo, 12 aprile 1948). Per cui gli arabi negli anni Quaranta non hanno mai fatto menzione dei cosiddetti "palestinesi"; ne' tantomeno scorsero mai una "Palestina". Ma da questo punto di vista c'è da dire perlomeno che fossero in buona compagnia...

Chissà che mai abbiano trovato questo misterioso "popolo palestinese" più avanti?... niente da fare. Il presidente siriano Hafez Assad, nel rivolgersi al leader dell'OLP - nonché "padre del popolo palestinese" - Yasser Arafat, così spiegava: «Non rappresenti la Palestina più di quanto facciamo noi. Non dimenticare questo punto: non esiste alcun popolo palestinese, non c'è nessuna entità palestinese; c'è solo la Siria. Siete parte integrante del popolo siriano, e la Palestina è parte della Siria. Siamo noi i veri rappresentanti del popolo palestinese». Naturalmente, il leader dei palestinesi respinse sdegnatamente al mittente queste insinuazioni...?
No, purtroppo stavamo scherzando: non lo fece.

Lo stesso Yasser Arafat specificò meglio il suo pensiero con una dichiarazione che ne confermava il pensiero nel 1993: «La questione dei confini non ci interessa. Da una prospettiva araba, non dobbiamo parlare di confini. La Palestina non è che una goccia nell'oceano. La nostra nazione è la Nazione Araba, che si allunga dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e oltre. L'OLP combatte Israele in nome del panarabismo. Quella che si chiama "Giordania in realtà non è altro che la Palestina».

Non molto tempo fa Azmi Bishara, ex deputato della Knesset espulso da Israele per aver passato informazioni riservate ad Hezbollah durante la II Guerra del Libano, e che si può definire tutt'altro che amichevole nei confronti di Israele; affermò la stessa convinzione: «il popolo palestinese non esiste»

«La verità è che la Giordania è Palestina, e la Palestina è la Giordania», sentenziò Re Hussein di Giordania nel 1981. Abdul Hamid Sharif, primo ministro della Giordania, dichiarò l'anno precedente: «palestinesi e giordani non hanno differenti nazionalità: entrambi hanno lo stesso passaporto, sono arabi e vantano la stessa cultura giordana».



Ma gli arabi, che ci assicurano di vivere in Palestina da tempi immemorabili, non consentono ovviamente a siriani e giordani di privarli del passato di cui vanno fieri. Credete? in realtà lo permettono eccome. E hanno seri motivi per farlo.
Lo sapevate che fino al 1950, il Jerusalem Post si chiamava Palestine Post?
che il giornale dell'Organizzazione Sionista negli Stati Uniti era il New Palestine?
che il nome originario della Bank Leumi era Anglo-Palestine Bank?
che il vecchio nome della compagnia elettrica israeliana era Palestine Electric Company?
che una volta esistevano la Palestine Foundation Fund e la Filarmonica di Palestina?
ed erano tutte organizzazioni ebraiche, fondate e gestite da ebrei!
In America, l'inno dei giovani sionisti recitava "Palestina, oh mia Palestina".

Fino alla fine degli anni Sessanta, chiamare un arabo "palestinese" corrispondeva a muovergli offesa, perché in questo modo erano etichettati in tutto il mondo gli ebrei. Tutti sapevano che Palestina era un modo alternativo per definire Israele e la Giudea, così come ad esempio Kemet era l'antico nome d'Egitto. Gli arabi che vivevano in Palestina si identificavano come arabi, e provavano irritazione se qualcuno li appellava come "palestinesi": «non siamo ebrei, siamo arabi», erano soliti replicare.

Libretto della stagione concertistica 1936/37
con la firma di Arturo Toscanini e 
Bronislaw Huberman 

In conclusione.
C'è uno stato in Estremo Oriente. Chi vi abita - e ci abitano da diversi decenni - definisce questo stato enfaticamente "la Terra del Sol Levante". Ad un certo punto viaggiatori occidentali e geografi battezzarono questo stato con un altro nome. Perché? forse perché non avevano inclinazione poetica, o forse lo visitarono al tramonto, o forse non erano in grado di pronunciare il nome in lingua originale. 
Ma la gente che qui abita ha forse ribattezzato il proprio stato con altro nome perché altri hanno deciso così? certo che no: sono la stessa gente e continuano a chiamare il loro paese "La Terra del Sol Levante"; anche se in Occidente è abituale chiamarlo Giappone.


E c'è un Paese in Medio Oriente. La gente che vi abita da secoli lo chiama "Eretz Israel", la Terra di Israele. Poi ad un certo punto sono giunti gli occidentali e le hanno dato un altro nome. Il popolo che lì ha sempre abitato è cambiato? no di certo! si tratta della stessa gente, che continuerà a chiamare quella terra "La Terra di Israele"; anche se in Occidente si continua impropriamente a parlare di Palestina.


Toscanini, fervente antifascista, dirige il primo concerto della "Palestine Orchestra"
Tel Aviv, 26/12/1936


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N.B. Questo ottimo articolo offre molti spunti di riflessione, ma la storia è molto più ricca di testimonianze di quanto si possa sospettare. A chi desiderasse approfondire con ulteriori letture dal nostro blog consigliamo ad esempio:





lunedì 26 gennaio 2015

Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali

Ripubblichiamo un interessante articolo del 2013 in merito ad uno dei tanti rapporti ONU sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte israeliana. Ne avrete sentito parlare anche voi dei 7.000 "bambini palestinesi" illegalmente incarcerati in Israele. Possiamo fidarci ciecamente dei rapporti che producono le agenzie dell'ONU?
Vediamo...



Un ragazzino palestinese viene fermato da due militari israeliani
durante una protesta (AFP Photo / Hazem Bader)


Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali 

di Noemi Cabitza 
Rights Reporter, 11 marzo 2013

Ci risiamo. Ancora una agenzia ONU che per meri interessi economici usa il paravento dei bambini palestinesi e pubblica un rapporto basato letteralmente sul nulla, fatto di illazioni, di testimonianze non verificabili e stravolge completamente il concetto di "difesa dell'infanzia" assolvendo completamente i genitori dei bambini (i veri responsabili delle azioni dei minori) mentre punta sul lato che, in termini economici, è più remunerativo: Israele. 

Questa volta è il momento dell'UNICEF che, non paga dei milioni di dollari che ogni anno spreca in assurdi quanto improbabili progetti di difesa dell'infanzia palestinese (dove per altro si insegna l'odio verso Israele), con il concreto timore di un taglio consistente dei fondi, prova la carte dello shock e si inventa di sana pianta un rapporto unilaterale basato sul nulla e su testimonianze non verificabili da nessuno. La tecnica non è nuova, ma a tutto c'è un limite. 

   Andando con ordine, lo scorso 6 marzo l'UNICEF emette un rapporto intitolato "Children in israeli Military detention", sottotitolo: "Observation and Recommendations". Nel rapporto si racconta che ogni giorno almeno due minori palestinesi vengono arrestati dagli israeliani. Negli ultimi dieci anni sarebbero stati 7.000. Si racconta poi che i minori vengono prelevati nella notte, trasportati in luoghi lontani con un viaggio che dura anche 24 ore durante il quale vengono bendati e legati, privati dei servizi sanitari ecc. ecc. A parte la sciocchezza del viaggio che dura 24 ore (cosa fanno, li fanno girare in tondo? In 24 ore Israele si attraversa completamente almeno quattro volte), quello che appare più assurdo è il sistema descritto, palesemente volto a descrivere la figura del militare israeliano come una sorta di mostro (arriva nella notte, ti lega, ti benda e ti porta via), quando invece è risaputo che i militari israeliani e la polizia agiscono alla luce del sole e in pieno giorno (e i media ne sanno qualcosa dato che, chissà come mai, sono sempre pronti a riprendere gli arresti). 

   L'UNICEF addirittura scrive che il maltrattamento al minore inizia quando "il suo sonno tranquillo viene brutalmente interrotto dall'irruzione in casa dei militari" i quali urlano, spaccano mobili, fanno domande e chiedono spiegazioni. A parte l'assurdità della descrizione, secondo l'UNICEF una irruzione in casa di sospetti andrebbe fatta con delicatezza, suonare il campanello, chiedere il permesso di entrare, magari offrire una sigaretta. Ma il bello viene dopo. L'UNICEF scrive infatti che «il minore viene prelevato con la forza, senza spiegazioni né la possibilità di salutare o parlare con i familiari, ma con frasi vaghe come «è ricercato» oppure «lo riporteremo più tardi». Da lì comincia il viaggio verso i centri di detenzione". Anche in questo caso si tenta palesemente e smaccatamente di descrivere i militari israeliani come degli aguzzini senza pietà (il poverino non può salutare i genitori), senza una base legale (non dicono perché lo portano via) e bugiardi (lo riportiamo dopo). 


L'immagine che accompagna il rapporto UNICEF

   La realtà dei fatti è ben diversa da quella che viene descritta dall'UNICEF. Prima di tutto parliamo di ragazzi di 16/17/18 anni, non di bambini, ragazzi che si sono macchiati di atti di violenza contro civili e militari israeliani. Tirare un sasso contro una macchina o contro una persona non è un atto goliardico, è un reato che può portare a gravissimi danni. La stampa occidentale sorvola sul numero di incidenti e relativi feriti (altissimo) che si verifica a causa del lancio di sassi. Insomma, si tende a decontestualizzare il contesto facendo passare l'idea che poi, in fondo, lanciare una pietra di qualche Kg contro una persona o una macchina non sia poi così grave. 

Ma quello che soprattutto l'UNICEF non fa, in palese contrasto con la sua "mission", è sorvolare bellamente sul problema reale che sta alla base di queste violenze: i genitori. Se un ragazzo cresce in una famiglia in cui gli viene insegnato che l'unico ebreo buono è l'ebreo morto, la colpa non è del ragazzo, è dei genitori. Se nei campi estivi (parecchi gestiti proprio dall'UNICEF) ai bambini viene insegnato che Israele non esiste e che gli ebrei vanno gettati a mare, la colpa non è dei bambini se crescono con quella mentalità, è degli "educatori". In qualsiasi altra parte del mondo se un minore tira una pietra contro qualcosa o qualcuno provocando danni e feriti, prima viene arrestato (anche se minore) poi i suoi genitori vengono inquisiti per omessa sorveglianza o, nel peggiore dei casi, per istigazione nel caso in cui il gesto del minore sia riconducibile all'insegnamento dei genitori. Questo con i palestinesi non avviene mai. 


I campi estivi di Hamas. 
Migliaia di palestinesi tra 6 e 15 anni parteciperanno ad attività di stampo militare
Fonte: La Stampa 


   In questo l'UNICEF ha grosse responsabilità, prima di tutto perché tollera che ai ragazzi palestinesi venga inculcato l'odio sin da piccoli (cos'è questa se non una violazione dei Diritti dei bambini?) poi perché non affronta il problema alla base, cioè quello dell'educazione alla pace. 

   Insomma, siamo di fronte all'ennesimo rapporto spazzatura che guarda caso esce proprio quando si fanno sempre più insistenti le voci di tagli al budget dell'UNICEF in Cisgiordania, tagli che derivano proprio dalla gestione semi-terroristica dell'educazione infantile. 

   E' vero, alcuni minori che si sono resi colpevoli di gravi atti di violenza sono detenuti in carceri israeliani (istituti di pena per minori) così come avviene in ogni parte del mondo. Ma non ci sono torture, rapimenti nella notte o cose del genere, anzi, nella maggioranza dei casi i minori vengono curati e istruiti, cosa che a casa loro non avviene. L'UNICEF, se facesse veramente il suo lavoro, dovrebbe preoccuparsi di come i genitori arabi educano i minori e del fatto che i cosiddetti "palestinesi" inculcano nei loro bambini l'idea del martire (lo shaid) invece che quella della pace e della convivenza. Ma su questo non vedremo mai una sola parola, semplicemente perché non rende. 


I bambini palestinesi spesso vengono spinti dai genitori ad inscenare dei tafferugli con i militari
a favore di videocamera e macchina fotografica. Guarda il video.


   Per finire alcuni dati: i minori attualmente detenuti in istituti di pena israeliani sono 174, di questi oltre l'80% hanno più di 16 anni e scontano una pena che va da sei a otto mesi. Non ci sono detenuti minori di 16 anni. Le istituzioni internazionali li possono visitare ogni volta che vogliono, anche senza preavviso. La Croce Rossa Internazionale li visita TUTTI almeno una volta ogni due settimane. Dove sta la tortura o la detenzione illegale in tutto questo?    

sabato 19 luglio 2014

Gli slogan della resistenza sono vuoti, l'unico modo per fermare Israele è farci la pace


'Abdallah Hamid Al-Din (immagine: Youtube.com)

ABSTRACT 

In un articolo pubblicato il 12 luglio 2014 su Al-Hayat (quotidiano arabo con sede a Londra), lo scrittore ed intellettuale saudita Abdallah Hamid Al-Din ha sostenuto una posizione decisamente singolare, sottolineando che l'unica via percorribile per una soluzione al conflitto fra Palestina e Israele è quella della pace.

Al-Din ha criticato il modo in cui i Palestinesi gestiscono il conflitto – ad esempio la richiesta di poter realizzare il loro diritto al ritorno, che ha definito irrealistica, o il loro sostegno alla campagna di boicottaggio di Israele, che ha chiamato ipocrita – descrivendo tutto ciò come parte di una serie di politiche autodistruttive e di opportunità mancate che hanno caratterizzato le azioni palestinesi sin dall'insediamento dello stato ebraico.
Ha inoltre condannato la politica di perpetuazione delle sofferenze dei rifugiati, ritenendolo un inaccettabile e immorale sabotaggio della vita dei Palestinesi e del loro futuro.

Abdallah Hamid Al-Din ha concluso dicendo che la lotta per la pace è l'unico modo in cui i Palestinesi possono sconfiggere Israele, e che la vera resistenza sta rigettando illusioni e false speranze che erodono costantemente la causa palestinese, osservando anche
che queste sue parole sono basate su argomenti forniti dall'intellettuale americano Noam Chomsky.



Seguono alcuni stralci dall'articolo originale:



Precisely At This Difficult Time, It Is Important To Be Realistic Rather Than Utter Empty Slogans Of Resistance

"I write [these words] in a difficult and tragic climate. There are dead and injured in Gaza. [Its] infrastructures are in ruins. Israel has unprecedented domestic and foreign consensus [for its attack]. Some might say: This isn't the time to write these kinds of words. But I believe it is unavoidable. In these times there is only one dominant voice: [the one that says] 'yes to the resistance; resistance is necessary; resistance will end the occupation; those who seek peace are traitors and Zionists.' But there is no choice but to give voice to [a different position], which says 'enough,' and calls for wisdom, for calm, for life. Therefore, precisely at this time, I insist on saying the following.
"How should we act today, 66 years after the establishment of the Jewish state, a state that enjoys international support and has a vast arsenal at its disposal?... If one wants to act in the world, one must accept reality even if one does not like it. Israel is part of this reality, and has been since 1948. I do not like [this] world order, but it is a fact. We must believe that every state is entitled to the same rights as any other. Every state has the right to afford its citizens a livable life. It's possible to utter many slogans, but if we want to realize goals, we must also clarify how they can be achieved.
"I support the refugees' right of return... Do the refugees and their descendents have the right to return [to their homes]? Yes! Do the Native Americans in the U.S. have the right to return to the regions that were theirs? Yes! Is that going to happen? No! Had I said to the Native Americans, 'I will uphold your right to return and I will expel the people of America – so [in the meantime, you must] remain in your wretched condition' – that would be patently immoral. The [Palestinian] refugees will never return [to their homes]. That's a fact. There is no international support for it, and even if there was, Israel would have used its nuclear weapons [to prevent it from happening]. So it won't happen.
"If the issue of the refugees worries you, [I say that] recognizing the Palestinian refugees' right of return is imperative, just as it is imperative to recognize the right of return of the Native American refugees and of many others. But the important thing is to invest efforts in improving the dire situation of the [Palestinian] refugees. [The problem is that] all I ever hear [is slogans] that follow the same reasoning as slogans [calling for] the Native Americans' right of return. I want to head a real proposal... one that takes into consideration the refugees and their suffering."

The U.S. Also Oppresses; Why Doesn't Anyone Call To Boycott It?   

"The hypocrisy of those calling to boycott Israel reeks to the heavens, because all their reasons for imposing the boycott are a hundred times more applicable to the U.S. or Britain. So why don't they boycott the U.S.? The call for a boycott does not come from the Palestinians, but from groups that call themselves 'the Palestinian people.' The Palestinians never agreed [among themselves] even on boycotting the settlements, let along boycotting Israel [as a whole]... The demand to boycott Tel Aviv University, [for example], or to boycott Israel until it ends the oppression [of the Palestinians], seems ridiculous to any reasonable person. Is there no oppression in the U.S.? Does anyone boycott Harvard [because of it]? This is hypocrisy. They demand [to boycott Israel] because it is easy. They compare it to [the boycott of] South Africa, without considering that the boycott [of that country] succeeded because the conditions for it were right. Whoever wants to recreate that model must work to recreate those conditions. Much of the Palestinians' actions are self-destructive. They have caused themselves harm, and today they have only two options: the two-state [solution] or a continuation of their plight.
"The statements above are not my own. They were made by Noam Chomsky, who has been fighting [for our cause] for 70 years, and is one of the most prominent intellectuals to endorse the Palestinian cause. He experienced it from the start, analyzed it, addressed it, supported it, worked and debated for it, and met with people connected to it. Chomsky says that there is [a form of] resistance that is immoral, illogical and harmful to the Palestinians. He claims that it is hypocrisy to demand boycotting Israel and not demand boycotting the U.S. Chomsky invokes the logic of [choosing between] limited and realistic options and ridicules those who invoke the logic of meaningless slogans. Is he treacherous, feeble or naive? Is he ignorant [in his] political analysis? Is he a Zionist?
"Ever since the 1947 [UN] partition resolution, the Palestinians' situation has steadily deteriorated, while Israel's situation is steadily improving. One does not need a vast amount of historical knowledge to understand that [the Arabs and Palestinians] missed one opportunity after another. Had the Arabs accepted the partition resolution, Israel's territory would have been considerably smaller than it is today, and had they agreed [to make] peace after the defeat of 1967, their situation would have [also] been better. Every opportunity missed by the Palestinians yielded huge profits for Israel."

True Resistance Is Resistance To Illusions And False Hopes

"Israel does not want a just peace. It really doesn't. It wants to take and not give. And we, for our part, have given it the opportunities to expand and to take. We often [study] the maps of Palestine from 1947 until after the year 2000 and say: 'Just look at all that aggression.' But we ignore the fact that the maps tell a different story, namely: 'Look at our obstinacy, our escapades and our trading in the [Palestinian] cause'. The Israelis took the land and banished the [Palestinian] people, but we took the Palestinians' future and wrapped it in false hopes... It is we who denied [the Palestinians] life. We and not Israel. Israel has banished 750,000 people, but for 66 years we have banished the lives and futures of millions...
"Genuine resistance is what will prevent Israel's future expansion and coerce Israel into restoring to the Palestinians some of their rights, if not all of them. We must acknowledge that Israel cannot be defeated by force today, and for the foreseeable future. Those who think otherwise are welcome to present a roadmap, as opposed to mere empty slogans. Slogans will not defend the Palestinians from bullets or prevent Israeli missiles from falling.
"The only way to stop Israel is peace. There are some people who don't understand that peace, too, is something you must struggle for with all your might. Israel does not want peace, because it does not need it. But the Palestinians do. Therefore it is necessary to persist with efforts to impose peace. No other option exists. True resistance is resistance to illusions and false hopes, and no longer leaning on the past in building the future.  Real resistance is to silently endure the handshake of your enemy so as to enable your people to learn and to live..."[2]

Endnotes:

[1] The reference is possibly to Chomsky's July 2, 2014 article in the U.S. magazine The Nation.
[2] Al-Hayat (London), July 12, 2014.



link all'articolo originale: http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/8075.htm

lunedì 14 luglio 2014

Dal dondolo al bunker: lettera da Tel Aviv

 

Lettera da Tel Aviv
Pubblicata su facebook da
Giulia P. M.
12 luglio 2014

Salve, il mio nome è Giulia e abito a Tel Aviv.
Ci abito adesso, perché io non sono nata qui. Io sono di Rimini, la bella Rimini, in Romagna.
E' semplicemente capitato che sia venuta a vivere in questo paese, non l'avrei mai detto. Io mi sono solo innamorata di un timido ragazzo incontrato per caso sui banchi di scuola all'università, un ebreo e un israeliano.
Sono ormai due anni che mi sono trasferita e sento di dover condividere in questo delicato momento il mio bollettino. Io qui non ci sono nata, e non sono nemmeno ebrea. Ho guardato un po' stupita, come spettatrice, questo mondo in cui mi trovo. E ho imparato. Ho imparato che gli israeliani sono un popolo forte. Più forte di quello che avrei potuto immaginare. E allora voglio spiegare un po' il perché.

Tra una telefonata e un facetime a casa, nell'ultima settimana, mi sono ritrovata a dover correre alla disperata ricerca di un rifugio per me ed il mio piccolo bimbo di 3 mesi, stretto stretto fra le mie braccia. E in questo momento è proprio da qui che sto scrivendo, dal bunker di cemento che hanno costruito dentro il mio appartamentino.

Mi ero svegliata non da molto (si sa, con un bambino cosi piccolo le notti sono ancora lunghe). Ero sul terrazzo, sulla mia sedia a dondolo rossa comprata in uno dei nostri afosi venerdì di luglio, in un piccolo mercatino arabo. Il mio bimbo mi stava regalando uno dei suoi primi sorrisi del mattino, quando improvvisamente sento una sirena.
Non riesco a descrivere cosa significhi ascoltarla. Fra pochi ISTANTI un missile cadrà qui vicino.
I primi attimi sono sempre gli stessi. Non penso sia più di qualche secondo, ma inizialmente il mio cuore si ferma. Perde un battito. E mi chiedo se me lo stia immaginando, ancora. Perché da quando hanno cominciato a sparare i missili anche qui, io tutti i rumori li ascolto!
Alcune volte al giorno, se lavo i piatti mi fermo e spengo l'acqua, e ascolto. Ascolto se quel rumore è l'inizio di una sirena oppure un altro treno che passa vicino a casa mia. Perché io non sono mica nata qui. Mi ci devo abituare.  E questa volta è davvero.

E allora mi alzo subito dalla mia sedia a dondolo e trascino il mio cane, chiamo mio marito e la mia mamma, che mi è venuta a trovare per pochi giorni, per vedere il suo primo nipotino, e chiudo dietro di me la pesante porta del bunker.
Appena mi siedo, sento il mio cuore battere dentro le mie orecchie e un "boom" rimbomba nella stanza. Poi un altro. E un altro ancora. E la porta, che nella fretta non avevo chiuso a chiave, si apre improvvisamente. Noi non parliamo, per qualche secondo. Non sappiamo cosa sia successo, non lo possiamo sapere. E aspettiamo, in silenzio. Forse è finita per ora. Usciamo.

Che strana sensazione. Ho paura, ancora il cuore batte forte e il mio bimbo mi stringe il braccio, rannicchiato come un piccolo ranocchio. Eppure mi sento fortunata. Fortunata! Io ho fatto tutto questo forse in 45 secondi. La sirena mi da un margine di al massimo 1 minuto e mezzo. A non piu di 40 km da qui io forse non sopravviverei. Perche loro hanno 15 secondi. 15 SECONDI. Se avessi avuto un altro bimbo e una casa a 2 piani, non sarei nemmeno riuscita ad andare a prendere l'altro bambino per metterli al sicuro entrambi. E loro sono bombardati qusi senza tregua dal 2005, esattamente da quando l'esercito israeliano ha lasciato Gaza nella speranza di favorire un dialogo di pace.

Però voglio dirvi qualcosa di chi sono io. Io sono una dottoressa. Ho studiato nella Bologna, La Rossa. E sono una ragazza normale, una piccola Romagnola. Sono cresciuta mangiando di gusto la piadina col prosciutto e andando alla spiaggia nelle affollate estati riminese. Sono anche cresciuta e stata educata in un ambente piuttosto di sinistra. Anche la mia mamma e una dottoressa, e la mia vita è stata sempre piuttosto tranquilla!

Quando mio marito, medico anche lui, mi ha chiesto dopo essersi laureato di trasferirmi a Tel Aviv, almeno per la nostra specializzazione, perche proprio gli mancava tanto casa sua, io quasi immediatamente e spontaneamente ho detto "si!". Nessun rimpianto. E da quando sono venuta a vivere qui ho incontrato tante persone cosi diverse da me, e ho conosciuto. E ho imparato. E non è stato sempre facile. Ho imparato che gli israeliani sono difficili. Che sono cocciuti. Che sono orgogliosi.
Ma ho anche imparato che gli israeliani sono persone buone. Che hanno un grande grande cuore. Che gli israeliani sono come una enorme, unica famiglia. Che sono solo 6 milioni. E che sono sognatori. E sanno combattere come nessun altro per i loro sogni.

Ma non mi si deve credere sulla parola. Voi non mi conoscete. Si deve venire. Tu, che controlli sdegnato gli aggiornamenti sul conflitto arabo-palestinese sul tuo giornale online. Tu che parli come se avessi la verità in mano, di quanto "gli israeliani potrebbero fare la pace con Hamas se solo veramente volessero".
Tu che pubblichi su Facebook foto di cui non capisici minimanete il significato, VIENI QUA. Parla per la prima volta nella tua vita con un ebreo. E con un israeliano. Vieni a conoscerci.
Prendi un biglietto, appena sarà di nuovo un po' piu calmo, prima che Hamas decida di bombardarci ancora, e invece di andare in vacanza altrove, prenditi qualche giorno per stupirti. Non hai idea di quello che vedrai. Della civiltà meravigliosa e delle persone che incontrerai.

Prima di concludere, dal momento che voglio andare a far compagnia a mio marito, che in quanto pediatra e tornato da un turno di 26 ore dove ha dovuto prendersi cura di bambini (sapete, anche noi abbiamo dei bimbi che amiamo) terrorizzati dagli allarmi, voglio scrivere questa ultima cosa.
Io sono una specializzanda in Cardiochirurgia (chiedete pure quante donne sono chirurghe o addirittura cardiochirurghe in Italia) e nel mio ospedale almeno la metà della mia giornata lavorativa la passo in sala a operare bambini malati di patologie cardiache e provenienti da tanti Paesi in tutto il mondo. Questo è il risultato dell'enorme sforzo di una associazione israeliana , "save a child's heart", il cui scopo è di identificare bambini con patologie al cuore e che non potrebbero sopravvivere senza una complessa operazione che i medici dei loro paesi non sanno eseguire.
E allora grazie a donazioni di persone da tutto il mondo e di tantissimi israeliani, si riesce a portarli da noi, spesso con la loro mamma, dove vengono operati e curati.

Il mio primario dr Sasson ne opera almeno 2 al giorno. Non si prende vacanze. Ritorna in ospedale a tutte le ore della notte. E solo perché lo sappiate, io questo non lo dico quasi mai, lo sapete da dove vengono la maggioranza dei bambini? Da Gaza. Io e con me tanti israeliani diamo i nostri risparmi per salvare il cuore e la vita di un bambino di Gaza.
Quella stessa Gaza che adesso mi fa stare chiusa con il MIO bambino dentro questo bunker e minaccia di abbattere l'aereo che mia mamma potrebbe prendere nei prossimi giorni. E allora da qui dentro io voglio dire che nonostante i loro missili e le loro minacce, il mio cuore è pieno di forza, e che io posso solo essere orgogliosa di essere una cittadina di questo meraviglioso paese che è Israele.





venerdì 11 luglio 2014

Altro che fionda e sassi: arsenali modernissimi e scudi umani

 

il 5 marzo 2014 l'IDF intercetta nel Mar Rosso il cargo Klos-C
in viaggio dall'Iran con un carico destinato ad Hamas.

 

Cari pacifinti, 


per motivi su cui preferisco non esprimermi, voi ignorate diversi aspetti dell'attuale crisi di Gaza 


La disponibilità anche di Hamas di armamenti pesanti in quantità industriale...



 


Il loro utilizzo in massicce bordate di bombardamento casuale sulla popolazione civile, che si protrae da molti anni e si è intensificato negli ultimi giorni...


  

Le rampe di lancio nascoste tra le abitazioni civili...





La teorizzazione e pratica della 'tecnologia' degli scudi umani, da molti anni...






Lo schieramento di civili in funzione di scudi umani è cosa ben documentata...





L'aperta e pubblica rivendicazione della 'tecnologia' degli scudi umani (un crimine di guerra)...

fonte: http://www.idfblog.com/blog/2014/07/08/hamas-uses-human-shields/ 


fonte: http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7Yq6KZIGGwbWYV2rCr8sDPfT09JJfk1Si4RYItLZreBqI1a9UBVMOMlchh04motfpJGidgMe2%2bIFkNzDtMSrJW8APH1WOApepXMR2VgVN3BE%3d


... Ognuno è perfettamente libero di ignorare questi elementi. E certo, ogni vittima innocente colpisce e inorridisce. Quindi indignatevi pure per gli inevitabili - in senso stretto, effettivo, fisico - effetti collaterali dei combattimenti, per altro non a caso inferiori a quelli causati da qualunque altro conflitto, compresi tutti quelli per cui vi indignate molto più raramente, volendo usare un gentile eufemismo. Anche in contesti in cui la 'tecnologia' degli scudi umani e l'aspirazione al martirio non rivestono un ruolo tanto rilevante. Ma per quanto possiate essere indignati, dite: voi cosa fareste al posto di Israele? Perché se l'unica vostra risposta è: suicidatevi - o fottetevi oppure rinunciate a vivere da popolo libero e scappate - allora non dovreste stupirvi di quanto il vostro suggerimento venga così arrogantemente ignorato.


10 luglio 2014
di Vanni Frediani

Scoop della BBC: le immagini da Gaza sono false



Come prevedibile, con il rinfocolarsi del terrorismo e con il conseguente intervento armato israeliano a Gaza, ricomincia a girare in rete e sui principali media internazionali tutto il repertorio di immagini fake che ben conosciamo, questa volta però se ne sono accorti anche alla BBC.
11 luglio 2014


Un interessante video della BBC mostra come la propaganda filo Hamas manipoli l’informazione sul conflitto attualmente in atto tra israeliani e palestinesi. Le immagini fatte girare da Hamas e riprese dalla stampa di tutto il mondo, in molti casi, o non sono attuali oppure sono state scattate in altre zone di guerra (Siria, Iraq, Iran, etc.). L’informazione che arriva da Gaza e dalla Cisgiordania, spesso, è filtrata da agenzie di stampa palestinesi vicine ai movimenti estremisti di quei territori.

ECCO IL VIDEO:





Articolo originale : http://www.mediabias.it/bbc-scoop-gaza-israele/