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giovedì 3 maggio 2012

L'accordo Moro coi terroristi arabi



Notiziario Ucei, 18 agosto 2010

“Cossiga ci lascia dopo aver rivelato una vicenda per noi molto importante quanto dolorosa. Quella che legava il terrorismo palestinese dell'Olp allo stato italiano negli anni Settanta e Ottanta, il cosiddetto lodo Moro, ovvero l'immunità goduta dall'Olp in Italia in cambio del mancato ricorso ad azioni terroristiche sul suolo nazionale. Vicenda che, come la storia ci insegna, non trovò applicazione da parte della stessa Olp in Europa e in Italia, dove ci furono gli attentati al Caffè de Paris, all'aeroporto di Fiumicino, alla nave Achille Lauro e soprattutto alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 con l'uccisione del piccolo Stefano Tachè.
Per questo motivo, conclude Pacifici, "auspichiamo che i complici di allora diano risposte alle rivelazioni dell'amico Francesco Cossiga".

Verità scottanti che erano emerse solo nell'ottobre del 2008, nel corso di un'intervista esclusiva rilasciata da Cossiga al giornalista Menachem Gantz del quotidiano israeliano Yediot Aharonot. In quella circostanza Cossiga aveva spiegato che in cambio di una mano libera in Italia, "i palestinesi avevano assicurato la sicurezza del nostro Stato e l'immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d'Israele".

"Per evitare problemi - si legge nell'intervista - l'Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita.
Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l'Italia più degli americani, l'Italia si arrese ai primi".

Poi un'altra dichiarazione choc del Picconatore: "Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L'Italia ha un accordo con Hezbollah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente". Cossiga viene a conoscenza di questi intricati legami con il terrorismo palestinese quando è nominato ministro dell'Interno nel 1976. "Già allora mi fecero sapere - afferma spalancando un cassetto fino ad allora sigillato - che gli uomini dell'OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all'artiglieria pesante e ad accontentarsi di armi leggere".

 Qualche anno più tardi, quando Cossiga diventa presidente del Consiglio, l'accordo tra Stato e terroristi emerge con maggiore chiarezza: "Durante il mio mandato una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo. I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare".

Nel giro di alcuni giorni una sua fonte personale all'interno del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), che lui chiama "gola profonda", passa al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. L'input è libanese: "In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che, secondo l'accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati".

Su quella pagina buia e mai veramente approfondita era tornato proprio negli scorsi giorni uno dei commentatori del notiziario quotidiano dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che scrive coperto dallo psudonimo "Il Tizio della sera". Il suo pensiero, espresso in terza persona, ci fa ulteriormente riflettere su come il caso Moro sia un capitolo di storia italiana ancora poco conosciuto:


"Scopre due anni dopo, in un'intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, che esisteva un cosiddetto accordo Moro, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l'Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall'equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne.*** Smette di leggere l'intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più". 

http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/?TAG=terrorismo%20palestinese%20in%20italia



*** il riferimento è ovviamente al citato attacco alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, che costò la vita al bambino Stefano Gaj Tachè, ci teniamo a sottolineare che ancora oggi, nel 2012 non è stato riconosciuto dallo Stato Italiano come vittima del terrorismo nonostante le ripetute richieste.
Come mai?


domenica 15 aprile 2012

«Monaco ' 72, i brigatisti italiani sapevano dell' attacco»



Dall'Archivio Storico del Corriere della Sera
(16 luglio 2005) - Corriere della Sera

DAL NOSTRO INVIATO RAMAT HASHARON (Israele) - Riunioni periodiche a Parigi: italiani, francesi e tedeschi insieme ai palestinesi di Settembre Nero. I piani per l'attentato al villaggio olimpico di Monaco ' 72. E un sedicente «brigatista rosso» che avrebbe cercato di fermare la strage.

La storia che da oltre trent'anni Ankie Spitzer sta mettendo insieme, un pezzo dopo l'altro, ha ancora molti punti oscuri. Qualcosa, però, questa donna tenace - allora moglie 26enne dell'allenatore di scherma della squadra israeliana, oggi sull'orlo dei sessant'anni corrispondente della tv pubblica olandese dal Medio Oriente - è riuscita a scoprire.
Scriverà tutto, presto, in un libro, insieme a un' altra delle vedove di Monaco, Ilana Romano. E in quel contesto darà maggiori dettagli su una vicenda che adesso, per la prima volta, ha deciso di cominciare a rivelare: «Sei anni fa ho incontrato un italiano, che diceva di essere un brigatista. Mi ha portato carte e documenti, e mi ha convinta. Sono sicura che mi abbia raccontato la verità: tutti sapevano della strage almeno due mesi prima che fosse attuata. E nessuno ha fatto nulla per fermarla». L' uomo s' era fatto vivo anche subito dopo l' attentato. Ma Ankie, allora spossata dalle telefonate anonime e dai presunti testimoni, non aveva voluto incontrarlo. Si era convinta a farlo solo più tardi, grazie alla mediazione di «un importante imprenditore israeliano» che aveva garantito per l'italiano. «Fissammo un appuntamento in una città europea. Ci incontrammo nella mia camera d' albergo. Ero con Ilana, un avvocato e altra gente. L' uomo era estremamente paranoico: appena entrato andò a controllare che non ci fosse nessuno dietro alle tende».

Cinquant' anni, vestiti eleganti, buona conoscenza del tedesco, una vita normale. Se aveva fatto parte dell'estrema sinistra italiana, ne era uscito pulito. «Raccontò dei legami tra i gruppi italiani, francesi, i tedeschi del Baader-Meinhof, con i palestinesi dell' Olp e di Settembre Nero: lavoravano tutti insieme a quel tempo in Europa, fine anni Sessanta, inizi Settanta». L' uomo parlò di una «spaccatura»: «Disse che c' era un' ala delle Brigate Rosse che voleva fare la rivoluzione con le armi, e un' altra che invece era contraria». Insisteva su questo punto: una rottura che attraversava tutti gruppi. Avrebbe fatto anche il nome di Daniel Cohn-Bendit (che raggiunto al telefono precisa però di essere assolutamente estraneo a questa storia: tra l' altro, «ai tempi dei fatti io ero stato espulso dalla Francia», dopo il maggio ' 68).

Nella versione dell' uomo, questa sorta di rete internazionale teneva periodiche riunioni, «soprattutto a Parigi»: «Si conoscevano, sapevano gli uni dei piani degli altri». E quindi: «Tutti erano informati di cosa i palestinesi stessero preparando a Monaco». L' uomo era contrario: «Mi spiegò che apparteneva all'ala che si opponeva alla lotta armata». E davanti all'ipotesi di un'azione terroristica al villaggio olimpico decise di intervenire. «Volevo spiegare al mondo quel che stava per accadere, mi disse». A fine maggio 1972 l'uomo andò a Parigi: «Cercò il sostegno dei gruppi francesi che avrebbero potuto avere influenza».
Niente.
«Allora andò in Germania. Davanti a un avvocato firmò una dichiarazione giurata, con tutto quello che sapeva. E andò dai servizi segreti, ad Amburgo. Gli dissero che non era di loro competenza e lo mandarono a Monaco, in una sorta di quartier generale. Lì, chiese di essere ricevuto, ma gli dissero di aspettare». Dopo dieci giorni ancora non l' avevano chiamato.
«L' uomo provò allora a convincere altre persone - Ankie non vuole su questo punto dare dettagli - senza successo».

Il 5 settembre un commando di Settembre Nero penetrò nel villaggio olimpico di Monaco. Andrei Spitzer sarebbe stato tra gli ostaggi uccisi in aeroporto. Lui e Ankie avevano appena avuto una bambina, Anouk: oggi ha 33 anni. La signora Spitzer da allora ha avuto un altro marito e tre figli. Lavora con il cognome da ragazza, ma quando racconta questa storia vuole essere chiamata con il nome dell'allenatore di scherma. «In qualche modo glielo devo - dice - : sono decisa a continuare la mia battaglia per la verità». Che passa anche per la ricerca di risposte: se in tanti sapevano, perché nessuno è intervenuto? «L' ho chiesto qui in Israele al capo dell' intelligence militare: avevate avuto segnalazioni? Mi ha detto che 5 giorni prima avevano avuto informazioni su "un attentato nel corso di un evento internazionale in Europa ai primi di settembre", ma che non le avevano messe in relazione con i Giochi Olimpici...».

Alessandra Coppola

http://archiviostorico.corriere.it/2005/luglio/16/Monaco_brigatisti_italiani_sapevano_dell_co_8_050716060.shtml