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lunedì 20 aprile 2015

Smontata la calunnia dell'acqua

Un altro prezioso contributo di NGO Monitor fornisce finalmente un'ampia analisi in merito alla ben nota accusa dell'acqua. Anche questa accusa, come vedremo, nasconde un preciso intento politico di biasimo e delegittimazione dello stato israeliano e, cosa ancor più grave, contribuisce a sostenere la tesi (insostenibile da ogni punto di vista, alla luce dei fatti) del cosiddetto "genocidio palestinese".
Come spesso mi è capitato di far rilevare, le bugie della propaganda anti-israeliana sono sintetiche, colpiscono l'immaginario e suscitano sentimenti accesi, qui si chiede al lettore invece di accendere il pensiero critico, di inseguire il percorso che smonta punto per punto le accuse, dedicando tempo ed attenzione all'approfondimento.
Fra le due modalità deve essere sempre e solo la prima quella vincente?
La risposta ad ognuno di noi:



Le Organizzazioni non governative (ONG) hanno incrementato la strumentalizzazione del problema dell'acqua nell'offensiva politica nei confronti di Israele. Si va dalle false accuse di «discriminazione» e di «sottrarre acqua», alle pressioni nei confronti di società internazionali affinché boicottino la compagnia israeliana idrica, la Mekerot; per giungere alla spudorata distorsioni degli accordi sottoscritti fra israeliani e palestinesi.
A seguito di queste campagne diffamatorie, la compagnia idrica olandese Vitens ha cancellato l'accordo di collaborazione pianificato con Mekerot; l'italiana Acea è stata indotta a fare altrettanto, e analoghe campagne hanno visto la luce nel Regno Unito e in Argentina.

Le questione e le dispute legate ai diritti sull'acqua non sono definite dai confini internazionali tracciati su una mappa. Una stretta collaborazione e cooperazione fra le parti è prescritta affinché i problemi siano risolti in modo creati e costruttivo, onde l'accesso ad acque pulite e sicure sia garantito in modo paritario e ottimale. Inoltre, la complessità e la centralità della questione delle acque nel conflitto arabo-israeliano sono esasperate dalla scarsità della medesima a livello locale. Infatti, in questo ambito è stato istituito un "Comitato Congiunto per l'acqua" israelo-palestinese" (JWC), allo scopo di «gestire tutte le problematiche relative all'acqua potabile e alle acque sporche nel West Bank». Il processo decisionale alla base del JWC è di tipo «consensuale, inclusa la pianificazione, le procedute e le altre problematiche». Analogamente, un principio cardine del Trattato di Pace fra Israele e Giordania del 1994 prevede che «la cooperazione nelle problematiche relative alle acque vada a beneficio di ambo le parti, e contribuirà ad alleviare la scarsità di acqua».
Sfortunatamente, malgrado l'esistenza di una cooperazione fra israeliani, palestinesi e giordani, l'acqua è diventata un'arma nelle mani delle ONG politicizzate, che usano le accuse sulla disponibilità e sui diritti idrici come parte dello strumentario di delegittimazione e di antinormalizzazione nei confronti di Israele. Le ONG presentano una descrizione distorta dei fatti, ignorando gli accordi negoziali fra Israele e palestinesi, come gli Accordi Interinale del 1995 (che seguirono gli Accordi di Oslo), allo scopo di accusare falsamente Israele di violazione del diritto internazionale; quando nella realtà la fornitura di acqua da parte di Israele è ben superiore a quella precisata negli Accordi.
Questa narrativa inoltre accusa falsamente Israele di bloccare i progetti di sviluppo idrico palestinesi, inclusi gli impianti di trattamento delle acque reflue, di creare una «crisi idrica» a Gaza, e di fornire ai palestinesi la «quantità strettamente necessaria a sopravvivere, fornendo al contempo generose quantità di acqua ai coloni». Sotto diversi punti di vista, le campagne delle ONG hanno ricalcato l'agenda politica palestinese.

Le ONG che hanno condotto questa campagna diffamatoria includono Al Haq, Al Haq, Palestinian Center for Human Rights (PCHR), BADIL, Coalition of Women for Peace/Who Profits, e EWASH (una coalizione di ONG palestinesi, organizzazioni internazionali per lo sviluppo, e agenzie ONU). ONG internazionali ed europee, come Human Rights Watch, Amnesty International eUnited Civilians for Peace (UCP: un ombrello che comprende l'olandese ICCOOxfam Novib, Pax - meglio nota come Pax Christi - e Cordaid), analogamente accusano Israele di negare un «equo accesso all'acqua», architettando accuse infondate sulla fornitura di acqua ai palestinesi.
Non di rado, queste ONG riconoscono di agire sulla base di motivazioni politiche ed ideologiche, e non per garantire un migliore accesso alle risorse idriche da parte di Israele. Ad esempi, EWASH si è opposta alla costruzione di un impianto di desalinizzazione a Gaza, che avrebbe sensibilmente migliorato l'approvvigionamento idrico, sostenendo che avrebbe «accomodato l'occupazione» e «legittimato le azioni israeliane». EWASH inoltre ha affermato, malgrado l'evidenza opposta, che «la desalinizzazione sia una «soluzione tampone», mentre è pacifico per tutti che la desalinizzazione sarebbe un rimedio definitivo per la scarsità oggettiva di fonti idriche.


LE CALUNNIE PIU' RICORRENTI

Accusa. «Mekerot approfitta del controllo israeliano di un'area sottoposta ad occupazione. Gli Accordi di Oslo impediscono ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico, e negano la possibilità di acquistare acqua da altri stati o da aziende internazionali» (Who Profits, 2013). «Israele impedisce la costruzione e la gestione di infrastrutture idriche nel 59% del West Bank, nella zona nota come Area C, mediante la negazione sistematica di permessi di costruire o ripristinare impianti idrici» (Al Haq, 2013).

Realtà. Il coinvolgimento di Israele nel settore idrico nel West Bank, nonché la fornitura idrica ad alcune comunità palestinesi e agli insediamenti ebraici nel West Bank, sono regolati dagli Accordi Interinali del 1995, sottoscritti da Israele e dall'OLP, e garantiti dalla comunità internazionale. Al contrario di quanto affermano alcune ONG, questo accordo non «preclude ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico e della depurazione». L'articolo 40 afferma che l'approvazione dei progetti idrici nel West Bank è demandata al JWC, che si esprime all'unanimità. I palestinesi sono liberi di realizzare tutti gli impianti che desiderano, a patto che vi sia la preventiva approvazione del JWC. Una volta approvato il progetto, Israele non ha alcuna autorità sulle aree B e C. I progetti idrici palestinesi nell'area C, sottoposta a controllo amministrativo e militare israeliano, richiedono il permesso dell'Israeli Ministry of Defense Civil Administration (CA). Tuttavia, nella maggior parte dei casi l'implementazione di questi progetti è demandata al PWA. In molti casi i palestinesi rinunciano ad implementare progetti già approvati e finanziati, per motivazioni politiche legate dal conflitto con Israele, e per le pressioni esercitate dalla lobby agricola palestinese.
Dal 2000 il CA ha approvato 73 richieste su 76 presentate con riferimento all'area C. Il carteggio fra CA e PWA dimostra che progetti approvati nel 2001 non sono stati ancora eseguiti nel 2009. Ulteriori 44 progetti approvati dal JWC nelle area A e B, inclusi diversi impianti per il trattamento delle acque reflue, condutture primarie e reti di distribuzione che raggiungono diverse città e villaggi, nonché cisterne idriche; non sono ancora stati implementati.
Infine Mekerot non trae alcun profitto dalla fornitura di acqua ai palestinesi. Il prezzo corrisposto è stabilito di mutuo accordo, alla luce degli Accordi Interinali di Oslo. Questo prezzo, fissato a 1,66 shekel israeliani per metro cubo (1996), è stato in seguito aggiornato a 2,85 shekel, alla luce della crescita dei costi di produzione. L'entrata complessiva per Mekerot è pari a 4,16 shekel per metro cubo; tale in realtà da comportare una perdita. Come riferimento, gli israeliani pagano 8,89 shekel per metro cubo, sussidiando così l'erogazione di acqua ai palestinesi.

Accusa. «Il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni sulle importazioni dalla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni necessari per lo sviluppo e la manutenzione degli impianti, hanno indotto il raggiungimento di una crisi nella questione idrica» (EWASH, 2015). «Il blocco ha privato i bambini di Gaza della normale possibilità di bere acqua pulita» (Save the Children, 2012). «Stringenti restrizioni imposte da Israele negli ultimi anni all'accesso alla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni occorrenti per la riparazione degli impianti, hanno cagionato un ulteriore deterioramento della qualità dell'acqua e degli impianti di desalinizzazione a Gaza» (Amnesty, 2009).

Realtà. Gli Accordi di Oslo prevedono che la manutenzione degli impianti idrici a Gaza sia interamente demandata ai palestinesi (eccezion fatta per gli insediamenti e le basi militari), con Israele che si impegna a fornire 5 milioni di metri cubi all'anno ai palestinesi. Pertanto, dopo il disimpegno unilaterale del 2005, il governo di Hamas e l'Autorità Palestinese sono gli unici responsabili della situazione di Gaza.
Malgrado gli incessanti attacchi missilistici contro le famiglie israeliane da parte di Hamas da Gaza, Israele ha continuato a mantenere l'impegno di fornire la quantità di acqua prevista dagli Accordi di Oslo. Inoltre, malgrado le aggressioni, il personale dell'azienda dell'acqua israeliana ha garantito la riparazione e la manutenzione degli impianti a Gaza.
Un fattore cruciale nella scarsità di acqua a Gaza è la mediocre manutenzione della rete idrica, che comporta una perdita di acqua del 40% (a fronte del 3% della rete israeliana e del 33% di perdita nel West Bank). Affrontare questa problematica migliorerebbe in modo decisivo la disponibilità di acqua a Gaza, e ciò senza assistenza dall'esterno. Il trattamento delle acque reflue, il riciclo, l'irrigazione a goccia migliorerebbero immediatamente la situazione idrica nella Striscia.
Nel lungo periodo, la desalinizzazione è probabilmente l'unica soluzione per fornire una fonte affidabile e sicura di acqua a Gaza (come in Israele). La comunità internazionale si è offerta di costruire questi impianti; ma i palestinesi e le ONG si rifiutano di collaborare , sostenendo che normalizzerebbe la situazione, legittimando Israele.
Malgrado i problemi di sicurezza, Israele ha consentito che a Gaza entrino impianti idrici, completando la costruzione di una conduttura aggiuntiva, che fornire a Gaza ulteriori 5 milioni di metri cubi di acqua all'anno.

Accusa: «Mekorot sfrutta le sorgenti palestinesi, rifornisce gli insediamenti e trasfesce l'acqua palestinese attraverso la linea verde» (Who Profits, 2013); «Negli ultimi anni, i palestinesi hanno acquistato circa 50 MCM acqua all'anno. Questa acqua viene estratta dalla Mekorot dalla falda acquifera montana e i palestinesi dovrebbero essere in grado di estrarsela da soli se fossero autorizzati a scavare e mantenere i propri pozzi» (Stop the Wall, 2013).

Realtà: Water Agreement consente ai palestinesi di scavare e mantenere i propri pozzi, e la maggior parte dei pozzi in Cisgiordania sono di proprietà e gestiti da palestinesi. Mekorot scava pozzi in Cisgiordania come concordato coi palestinesi nel JWC, al fine di rifornire l'acqua per palestinesi e israeliani a prescindere dalla nazionalità. Niente di questa l'acqua viene trasportata dalla Mekorot fuori della Cisgiordania. L'acqua è fornita esclusivamente ai residenti della Cisgiordania palestinesi e israeliani. Infatti, dei circa 57 MMC (milioni di metri cubi) che Israele ha inviato ai palestinesi della West Bank nel 2013, solo circa 10 MMC provengono da pozzi della Cisgiordania. Il resto viene trasferito dall'interno di Israele nella Cisgiordania. In altre parole, Israele usa quantità significative della propria acqua per alimentare i palestinesi e non il contrario, come sostenuto dalle ONG. Le rivendicazioni delle ONG per quanto riguarda le "fonti palestinesi d'acqua" (in questo caso la falda acquifera di montagna - l'unica grande fonte di acqua in Cisgiordania) sono prive di fondamento. La falda acquifera di montagna è un acquifero comune; due terzi rientrano Israele, e il rimanente terzo sotto la Cisgiordania.

Accusa: «Il settanta per cento dell'acqua assegnata per insediamenti nella Valle del Giordano occupata proviene dai pozzi della Mekorot» (Who Profits, 2013); «I pozzi israeliani nella valle del Giordano producono circa 40 MMC all'anno ... usati quasi esclusivamente dai circa 9.000 coloni che operano gli insediamenti agricoli nella valle» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: ai residenti israeliani nella valle del Giordano sono dati circa 10 milioni di metri cubi all'anno in meno rispetto al volume dell'acqua dei pozzi della valle del Giordano che era stata esplicitamente approvata per il loro consumo nell'accordo di Oslo del 1995. Allo stesso tempo, circa 7 milioni di metri cubi di acqua del National Water Carrier di Israele sono annualmente forniti ai palestinesi in comunità (tra cui Gerico, Uja, Bardale, e altri) nella Valle del Giordano. Detto questo, la fornitura di acqua agli insediamenti della Valle del Giordano, così come la perforazione di pozzi in quella regione, sono tutte in conformità con l'accordo sull'acqua tra Israele e Autorità Palestinese, e sono condotte sotto l'autorità del JWC. Mekorot non sta privando i palestinesi di acqua nella Valle del Giordano o in qualsiasi altro luogo. La stragrande maggioranza dell'acqua che Mekorot fornisce alla West Bank (a palestinesi e israeliani) viene inviata da Israele (attraverso il Nazionale Water Carrier di Israele). Inoltre, i palestinesi hanno estratto meno del 50% della loro acqua di falda approvata dai pozzi della Valle del Giordano. Le estrazioni annuali dalla falda acquifera montana orientale, che forniscono sia palestinesi e israeliani nella Valle del Giordano, rimangono ben al di sotto della capacità della falda acquifera.

Accusa: «Mekorot permette una vasta produzione agricola in insediamenti illegali israeliani» (Who Profits, 2013).

RealtàCirca il 60% di tutta l'acqua utilizzata in agricoltura israeliana in Cisgiordania o è trattata dallo scarico delle acque reflue o proviene da altre fonti non potabili (ad esempio acque saline salmastre e deflussi di allagamenti), e l'acqua è fornita agli insediamenti in conformità con gli accordi internazionali vincolanti. Al contrario, i palestinesi si rifiutano di utilizzare acque reflue trattate e utilizzano solo acqua potabile per uso agricolo, pari al 50% del consumo palestinese di acqua dolce e aggravando così la crisi idrica. In molti casi, soprattutto nel nord della West Bank, gli agricoltori utilizzano l'acqua estratta da pozzi illegali e non ne pagano il consumo, ciò permette loro di sperperare acqua in modo irresponsabile. Inoltre, anche quando i finanziamenti da organismi internazionali e governi stranieri sono prontamente disponibili,la PA non ha presentato (p.5) progetti per la costruzione di impianti di trattamento delle acque reflue (WWTP), che potrebbero fornire fonti d'acqua aggiuntive per le esigenze agricole e ridurre l'inquinamento delle fonti d'acqua naturale, come anche il flusso delle acque reflue verso Israele.

Accusa: «Mekorot fornisce molta più acqua agli insediamenti che alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è una distorsione palese del sistema di approvvigionamento idrico in Cisgiordania. La PWA è responsabile della fornitura di acqua alle comunità palestinesi. L'approvvigionamento idrico di Israele agli insediamenti fa parte della dotazione d'acqua di Israele come previsto dal Comitato Congiunto per l'Acqua, e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. In generale, Mekorot fornisce più acqua ogni anno alla PA (57 MMC) rispetto a quella a cui sarebbe vincolato a base all'accordo sull'acqua (29 MMC, di cui 5 MMC sono forniti a Gaza). Questo in aggiunta all'acqua prodotta dagli stessi palestinesi (circa 140 MMC all'anno).

Accusa: «Al servizio dei coloni, Mekorot limita i rifornimenti idrici alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013); Mekorot riduce regolarmente la distribuzione / quantità di acqua fornita alle comunità palestinesi durante i caldi mesi estivi, mentre raddoppia il consumo delle colonie (EWASH, 2011).

Realtà: l'approvvigionamento idrico israeliano agli insediamenti fa parte della dotazione di Israele di acqua e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. Inoltre, Israele fornisce meno acqua per i cittadini israeliani in Cisgiordania di quella stipulata negli accordi di Oslo e trasferisce la quota rimanente ai palestinesi.

Accusa: «Mekorot applica prezzi dell'acqua discriminatori, fatturando ai palestinesi tariffe più elevate rispetto a quelle israeliane» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è completamente falsa. Come detto sopra, Mekorot vende acqua alla PA in perdita, la fattura 2,85 NIS per MMC (come previsto nell'accordo sull'acqua), mentre il costo di produzione per Mekorot è di 4,16 NIS per MMC.
Mekorot fa pagare ai cittadini israeliani 8,89 NIS per MMC per l'uso domestico.

Accusa: «Il 30% dell'acqua si disperde dalle tubature d'acquedotto palestinesi - perché Israele si rifiuta di permetterne il rinnovo» (Amici della Terra in Palestina / PENGON, 2014).

Realtà: La PWA perde il 33% dell'acqua nel suo sistema ogni anno (rispetto al 3% nel sistema israeliano) a causa dei furti all'interno della rete di acqua del Palestinian Water Authority e per la scarsa manutenzione. Israele non impedisce ai palestinesi di riparare il proprio sistema di tubi. Molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute malamente e sono ferme per riparazioni per lunghi periodi di tempo, a causa della mancanza della capacità tecnica di riparare le pompe e della mancanza di sforzi concertati per farlo.

I furti di acqua dei palestinesi, da entrambe le reti israeliane e palestinesi, è uno dei principali motivi della perdita di acqua. Di più 250 trivellazioni illegali è ben nota l'esistenza nel nord della West Bank solamente. L'autorità israeliana dell'acqua disconnette 600 di questi collegamenti ogni anno. Le richieste israeliane di ripristinare la Supervisione Congiunta [israelo-palestinese] e le Squadre di Supervisione e Controllo (JSETs) al fine di combattere i furti d'acqua sono state respinte dai palestinesi. I verbali delle riunioni JWC mostrano che in molti casi la PWA si era impegnata a chiudere trivellazioni illegali, ma senza darne seguire. Quando il CA alla fine li demolita, la PWA protestava. Inoltre, molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute male e sono chiuse per riparazioni per lunghi periodi di tempo a causa della mancanza di capacità tecnica di riparare le pompe e in alcuni casi per il rifiuto di accettare l'assistenza israeliana.

Accusa: «Il vasto pompaggio di Mekorot sta riducendo la quantità di acqua di sorgenti e pozzi palestinesi» (Who Profits, 2013); «Israele limita la quantità di acqua disponibile annualmente per i palestinesi ... mentre ha continuato a costantemente sovraestrarre l'acqua per il proprio utilizzo in misura di gran lunga superiore al consumo annuo sostenibile dellafalda acquifera» (Amnesty International, 2009); «La sovraestrazione d'acqua da parte di Israele ha provocato un calo della falda in Cisgiordania» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: Israele non riduce la disponibilità di acqua ai palestinesi in Cisgiordania. Le estrazioni d'acqua di Mekorot all'interno della Cisgiordania sono molto al di sotto degli importi previsti che sono attentamente impostati da esperti di acqua e approvati dal Comitato Congiunto israeliano-palestinese per l'acqua.

Riduzioni della capacità di alimentazione della falda acquifera può verificarsi come risultato di anni consecutivi di scarse precipitazioni nella regione. Come notato sopra, Israele risponde convogliando più acqua dalle risorse proprie di Israele, piuttosto che rischiare sovraestrazioni dai pozzi della Cisgiordania.

Al contrario, centinaia di pompe idriche abusive palestinesi (pp.10-11), in particolare nella parte settentrionale della falda acquifera montana in Cisgiordania, hanno abbassato il livello dell'acqua nella falda acquifera montana, minacciando di peggiorare la qualità dell'acqua. Allo stesso tempo, Mekorot ha ridotto il suo pompaggio dalla falda acquifera montana negli ultimi anni, al fine di mantenere i livelli di estrazione dell'acqua sostenibili.

Allo stesso tempo, pur avendo ricevuto i permessi nel 2000 per pozzi nella sottoutilizzata falda acquifera orientale, la PWA ha perforato meno della metà dei pozzetti approvati. Israele ha offerto anche l'Autorità palestinese di costruire un impianto di desalinizzazione in terra israeliana, vicino ad Hadera, al fine di soddisfare i loro bisogni; l'Autorità palestinese ha rifiutato questa offerta.

Inoltre, la PWA non ha installato i contatori dell'acqua in circa il 50% delle case palestinesi e sulla maggior parte delle pompe agricole e quindi non è in grado di monitorarne l'utilizzo e riscuotere il pagamento da parte dei clienti.

Accusa: «La politica e le operazioni di Mekorot ignorano la Linea Verde» (Who Profits, 2013).

Realtà: Tutte le operazioni di Mekorot in Cisgiordania sono svolte nel quadro dell'accordo del 1995 e in base alle decisioni consensuali del JWC. Mekorot fornisce acqua a entrambe le comunità palestinesi e israeliane in Cisgiordania, e fornisce l'acqua al di sopra e al di là dell'importo pattuito con l'accordo di Oslo, un accordo riconosciuto a livello internazionale. Al contrario, la PWA ignora la responsabilità di fornire soluzioni idriche per i cittadini palestinesi, viola l'accordo sull'acqua in molti modi, consente la maggior parte delle acque reflue e inquinanti dei palestinesi di fluire in Israele (palesemente ignorando la linea verde), e scarica la colpa delle proprio carenze sulle spalle di Israele.



CONCLUSIONE

Data l'importanza dell'acqua per tutti i popoli della regione, è sconcertante che le ONG lo utilizzano come strumento per promuovere agende politiche anti-israeliane.

I problemi relativi all'acqua sono stati affrontati in dettaglio nell'accordo del 1995 acqua, sotto l'egida della comunità internazionale. Con riserva di ulteriori negoziati tra le parti, le disposizioni e i meccanismi concordati quindi sono pienamente vincolanti e devono essere rispettati. Le ONG che affermano di promuovere i diritti umani dovrebbero attenersi ai fatti rapidamente disponibili e facilmente accessibili e invitare l'Autorità palestinese e il governo di Hamas a Gaza ad accettare la proprie responsabilità in questo campo nei confronti dei cittadini palestinesi.

La vasta campagna internazionale su questo tema, che diffonde informazioni false e distorte, è parte integrante del tentativo di demonizzare e delegittimare Israele. Le ONG alla ribalta in questi sforzi non promuovono la pace e non aiutano i palestinesi a migliorare la loro accesso ad acque sane e pulite. 


Articolo originale:
Myths vs. Facts: NGOs and the Destructive Water Campaign Against Israel.

pubblicato in italiano da Il Borghesino:  

martedì 15 luglio 2014

Non serve essere sionisti per riconoscere un falso ideologico

 A chiunque frequenti i social network è capitato di sicuro almeno una volta di trovarsi sotto gli occhi questo collage di mappe, anzi propendo per l'idea che soprattutto in questi giorni in cui il conflitto è sotto la lente dei media, queste cartine spuntino fuori in continuazione nelle nostre pagine home di facebook, condivise da amici, associazioni, siti di informazione, politici... quanti di loro in buona fede pensano di fare un servizio all'informazione e non sanno che si tratta di un collage menzognero?
Eppure non c'è nulla da fare, la forza della propaganda sta nella sua sintesi, nella velocità di quel messaggio che si coglie al volo, a colpo d'occhio, mentre le smentite sono lente e pesanti, si portano dietro un sacco di parole e richiedono volontà, tempo, attenzione che i più non hanno.
Ad ogni modo ci sembra il caso di ritentare ancora la via della correttezza storica e abbiamo scelto a questo scopo la voce di una persona che di certo non si può definire "un sionista", ma che pur giudicando pesantemente la questione dell'espansione territoriale israeliana, centra a nostro avviso il punto focale della questione: 

"basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza."
Questo per noi è il punto. Non solo chi combatte per una giusta causa, ma soprattutto chi si spende per aiutare un percorso di pacificazione vera e profonda, non può in alcun modo appoggiarsi alle menzogne o a mezze verità pretestuose.
15 luglio 2014




La mappa bugiarda su Israele e Palestina
di Giovanni Fontana
19 novembre 2012

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.
La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.
Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini palestinesi coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)

Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.
Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)

IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.
IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.
IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.
Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.
IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”. Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.
Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi senza continuità territoriale, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).
Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.
Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.


Come sarebbe un imbroglio uguale e contrario
Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la stessa definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 – e, cioè, “cosa Israele riconosce della Palestina” – per tutte e quattro le mappe si avrebbe questa situazione:
mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.
In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.


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Articolo originale: http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/


lunedì 12 agosto 2013

Ada Ascarelli Sereni: storia di una sionista italiana




Ancora negli ultimi mesi della sua vita, quando la incontrai vestita di seta blu a piccoli fiori bianchi nell'albergo per anziani “Nof yerushalaim” fra i mobili italiani con cui aveva sistemato le sue due stanze, Ada Sereni spirava energia e grazia; era dura nei giudizi e dolce nei modi, accurata nel parlare e non dimentica di un aristocratico lieve accento romanesco.

Si sarebbe spenta a 92 anni, nel novembre del 1998; era giunta in Israele nel 1927. La sua è la vicenda di un'eroina prima nascosta e silente all'ombra di Enzo Sereni, suo marito, e poi, dopo la sua tragica morte, di una leader intrepida e avventurosa, un'autentica salvatrice di decine di migliaia di vite e di anime scampate alla Shoah e dirette verso la loro risurrezione in Israele.

Ada Sereni nacque Ascarelli, a Roma, il 20 giugno 1905: la sua era una famiglia ebraica raffinata, colta e benestante. Alla piccola Ada si raccontava del nonno Ariel, che, fornitore di lana del Papa, non aveva mai dovuto sottostare alle restrizioni che serravano gli ebrei di Roma nel ghetto.
Ariel aveva persino una proprietà in via Giulia. La tradizione ebraica era forte anche se laica, il padre di Ada leggeva la Bibbia ai suoi figli e la teneva sempre vicino al suo letto; una volta si era spinto a visitare Gerusalemme arrampicandosi per la strada da Jaffa alla tanto sognata culla degli Ebrei, ma lo stato della città, che anche Stendhal o Mark Twain hanno descritto come rovinoso, lo convinse a non ritentare dal viaggio mai più.

Ada incontrò a scuola il suo grande amore, Enzo Sereni, che era già allora un sionista che mescolava la poesia del sogno del ritorno alla casa antica degli ebrei agli ideali socialisti. Enzo catturò l'anima di Ada e la portò con sé verso gli studi storico filosofici, ma Ada già desiderava imparare cose più pratiche, più effettive: la chimica era la sua materia preferita, e le dette grande soddisfazione, più avanti, poter riprendere gli studi nella direzione da lei prescelta. La coppia si sposò a Roma e presto nacque Hana, la prima figlia.

Enzo Sereni, sionista e partigiano della Brigata Ebraica

Nel luglio 1927, con la bambina piccolissima, Enzo e Anna cominciarono un'avventura entusiasmante e terribile, quella del ritorno in Israele, la cui ricostruzione doveva passare attraverso un'autentica mutazione antropologica che prevedeva il farsi contadino e operaio da una parte, e intellettuale e studioso dall'altra, secondo la tradizionale visione dell'idealismo marxista. Nel congresso sionista di Livorno Enzo aveva detto: «Non ci sarà riscatto per il nostro popolo sino a quando saremo noi stessi a tornare a Eretz Israel per costruirla anche manualmente; il nostro popolo non avrà diritto alla pace fra gli altri popoli finché non si sarà creata una normale struttura proletaria e contadina».

Enzo era sostenuto da una famiglia sionista e antifascista (anche il fratello Emilio che poi diventò un dirigente del Pci a quel tempo lo era); Ada costruiva da sola, nell'amore, nell'abnegazione personale, la sua nuova inusitata identità. Così, sistemati nel paesino di Rehovot, Ada passò il periodo più difficile della sua vita: Enzo andava nel “pardes”, il campo orlato di palme e eucalipti a piantare, irrigare, potare aranci; e lei restava in una casa senza acqua corrente, con la toilette fuori di casa, la bambina piccola. La decisione di passare a vivere in un kibbutz «dove almeno ci saranno i giardini» fu di Ada. Così la famiglia Sereni fondò con un piccolo gruppo di compagni il kibbutz Givat Brenner.

Ai genitori che non avrebbero mai capito in che cosa consisteva la nuova durissima esperienza collettiva, Ada scrisse che avevano comprato una bella fattoria: ma i compagni, i «haverim» dormivano e vivevano sotto le tende, salvo i bambini (nacque nel frattempo anche un'altra piccola Sereni, Hagar) cui i genitori costruirono una capanna col pavimento di terra battuta. «La gioia era stata grande per tutti – raccontava Ada parlando del passaggio al suo kibbutz, Givat Brenner – per l'arabo che aveva venduto un pezzo di terra arida e incolta per l'e norme somma di diecimila sterline [...] per noi 28 giovani pieni di sogni e di entusiasmo per la nuova società che avremmo creata e voluta giusta, lontano dalla ricchezza che corrompe, a contatto con la natura».

Il kibbutz Givat Brenner con le tende e gli alloggi per i bambini in costruzione, 1934 circa

La vita fu durissima anche se la coppia fioriva di idealismo e capacità personali: Ada divenne direttrice della fabbrica Rimon (Melograna) di succhi e conserve; la fama di Enzo si diffuse, egli divenne un leader del movimento kibbutzistico e socialista famoso in tutto l'Yishuv da cui sarebbe nata Israele. Nel kibbutz Givat Brenner presto vi fu una biblioteca, e i rapporti con i villaggi arabi erano in origine di lavoro e di pace. Ma nel 1929 il kibbutz diventò invece, sovente attaccato concentricamente da un rifiuto arabo che si faceva sempre più aspro, un luogo assediato e pericoloso.

Enzo e Ada resistettero insieme agli altri alla vita tanto difficile, mentre nel ‘31 nasceva il terzo figlio, Daniel, che tragicamente sarebbe stato falciato a una parata aerea nel 1954; nel 1933 Enzo fu scelto come inviato (shaliach) del suo movimento socialista proprio nella Germania del potere hitleriano aperta sorto.
Più tardi, la famiglia fu spostata a New York, dove Ada divenne la organizzatrice di una autentica comune di educatori (tutti accompagnati dalla famiglie, tutti nella stessa grande casa) di giovani pionieri. Ordine, garbo, fantasia e puntiglio, anche talvolta in polemica con il temperamento nervoso e appassionato del marito, così tutti ricordano le caratteristiche di Ada.

Nel 1938, dopo le Leggi Razziali, al kibbutz giunse un gruppo di ebrei dall'Italia. Il fiato dell'Olocausto si faceva affannoso su Israele, la tragedia cominciava ad essere nota. Nel 1944 si formò la Brigata Ebraica che combatté in Europa comandata da ufficiali ebrei.

L'Hagana e il Palmach, le due formazioni militari dell'Yishuv, decisero di lanciare alcuni uomini dietro le linee tedesche per prendere contatto con gli ebrei e incitarli a combattere. Enzo Sereni, la cui fama di uomo indispensabile, integro, coraggioso, era ormai un dato di fatto, si offrì di paracadutarsi. Già erano cadute fucilate dai nazisti dopo essersi infiltrate in Europa due giovanissime e oggi mitiche figure, Anna Senesh e Aviva Reich.

Ada ricorda che «quella fu forse l'unica volta in cui dissi a Enzo di non perseguire una sua scelta. Fu irremovibile». Si lanciò sotto mentite spoglie («Samuel Barda») in divisa inglese nella notte fra il 14 e il 15 maggio del 1944 e se ne conosce la tragica sorte da qual che testimonianza personale e alcune carte: catturato, fu portato come prigioniero a Dachau, e poi fu fucilato.

Quando il suo adorato sparisce nel nulla, Ada si arma, oltre che della consueta energia, di un solitario e leonino senso di avventura, lascia tutto e parte alla ricerca di Enzo, convinta che l'incredibile forza della personalità del marito debba aver lasciato tracce indelebili in chiunque abbia avuto la ventura di incontrarlo. E di fatto, troverà sulla sua strada molti prigionieri dei tedeschi scampati che raccontano di un gentiluomo italiano venuto dalla Palestina che fino all'ultimo aveva donato il suo cibo e la sua sapienza con generosità a quanti incontrava.

Ada in Italia viene incaricata, come condizione per proseguire la sua permanenza lontano dal kibbutz, di una sua missione personale: organizzare l'immigrazione clandestina verso le spiagge della Palestina per l'Agenzia Ebraica, in barba alla leggi britanniche che proibiscono agli ebrei di immigrare, secondo il Libro Bianco concepito dall'Inghilterra per sedare lo scontento arabo.

Sono leggi che si dimostrano crudeli oltre misura, dato che gli ebrei che erano riusciti a sopravvivere ai campi di sterminio non avevano altro obiettivo al mondo che quello di approdare a una casa che fosse la loro per sempre, da cui nessuno potesse deportarli per bruciarli vivi. Gli inglesi abbordavano e bloccavano le navi cariche di migliaia di scampati ad Auschwitz, compresi vecchi e bambini, spesso in pessime condizioni di salute, prima che toccassero Haifa o Jaffa, e respingevano gli ebrei verso l'Europa; ci furono affondamenti, morti, feriti, decine di episodi tragici insanguinarono le acque del Mediterraneo.




È famosa la vicenda dell'Exodus, (da cui il famoso film con Paul Newman e Eva Marie Saint in cui Ada è rappresentata) in cui la nave, carica fino allo stremo, fu respinta due volte: ripartita dalla Francia (proveniva dagli Usa) solo grazie a un lungo sciopero della fame fu al suo arrivo in Israele rispedita in alto mare con un autentico assalto militare britannico, con i suoi 4.500 profughi. Il compito di Ada, era innanzitutto acquistare clandestinamente le navi, che variavano dai pescherecci a grandi battelli che potessero contenere, stipati, migliaia di passeggeri; organizzare l'afflusso dei profughi e curare che esse potessero salpare, in genere nottetempo, cariche del necessario (leggi la storia dei ragazzi di Salvino).

Ada fu di un'abilità e di un'energia eroica, finì anche in carcere, percorse la penisola con mezzi di fortuna e di nascosto incontrando mediatori marittimi, capi del Mossad e dell'immigrazione, soffrì con i profughi attese, rinunce, delusioni, gioì di immense vittorie morali, riuscì a risolvere con le autorità italiane situazioni che apparivano irrisolvibili, e trovò, come racconta nel suo libro I clandestini del mare edito da Mursia, una sostanziale simpatia per gli scampati da Auschwitz.

A La Spezia nel febbraio del ‘46 la nave Fede fu prima fermata dai carabinieri in assetto di guerra cui erano state fornite false informazioni sui passeggeri a scopo di boicottaggio. Quando, scesi dalla nave con l'intervento di Ada i mille passeggeri mostrarono tutti quanti il numero tatuato sul braccio sotto le armi puntate, i carabinieri italiani girarono le armi per eventualmente difendere la nave da attacchi di male intenzionati, e lasciarla partire.

Nel ‘47 Ada decise di restare ancora in Italia come capo dell'organizzazione per l'assistenza che seguitava ad avviare i profughi in Israele. Si calcola che ne abbia messi sulle sue navi circa 28mila. Più avanti, tornata in Israele, le sue attività di aiuto alla popolazione civile, e in particolare a quella palestinese di Gaza dove per incarico del governo cercò di organizzare servizi dopo il 1967, non si fermarono mai. Ma il suo compito e il significato che Ada stessa gli attribuiva si compendiano nella conclusione del suo libro: «Dalla partenza del piccolo Dallin (una imbarcazione ndr.), nell'agosto del 1945 al maggio del 1948, circa 75mila persone erano partite illegalmente dall'Europa e circa 25mila dall'Italia. La notte del 14 maggio (1948 ndr.) partì dal «campo climatico» di Formia l'ultima nave di quella flotta senza bandiera che per tre anni aveva solcato le acque del Mediterraneo.

Partì nel modo consueto, ma i libri di bordo non vennero nascosti, né venne cambiato il nome della nave, perché in quel medesimo giorno un'assemblea memorabile di leader israeliani aveva proclamato la ricostituzione dello Stato d'Israele». Certo Ada, come mi disse durante il nostro incontro, si struggeva nel pensare alla gioia che questo epocale evento avrebbe dato anche ad Enzo.

Fiamma Nirenstein



Comunisti italiani e sionismo

Palmiro Togliatti ad un convegno nel 1960


La deflagrazione tra Israele e il Partito comunista italiano avvenne tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno del 1967. A fare da detonatore per l’esplosione, fu la «guerra dei Sei giorni» con cui lo Stato ebraico reagì ad una minaccia di distruzione e sconfisse il fronte arabo, che rappresentava una popolazione venticinque volte superiore a quella israeliana. Già la sera del 28 maggio - pochi giorni prima del conflitto - si tenne a Roma, al portico d’Ottavia, una veglia per Israele nel corso della quale l’architetto Bruno Zevi, il quale fino a pochi anni prima si definiva «azionista-comunista», disse: «Io non desidero polemizzare con i comunisti più del dovuto, perché noi tutti sappiamo che i comunisti sono stati in molte occasioni a fianco della minoranza ebraica italiana, perché sappiamo che ogni volta che, nel passato, questo quartiere ha subito offese antisemite, i comunisti sono stati tra i primi a venire qui e a portarci l’aiuto della loro solidarietà». Poi, con un crescendo di voce, («senza rancore, senza astio ma con chiarezza», precisò), puntando l’indice verso le Botteghe Oscure, aggiunse: visto che, come dite, «c’è il pericolo che gli Stati Uniti sostengano Israele, perché, per evitare che tale pericolo si concretizzi, non premete sull’Unione Sovietica affinché sia l’Unione Sovietica ad aiutare Israele?» Domanda fintamente ingenua, dal momento che Zevi quella sera sa benissimo (e lo dice apertamente) che «l’Unione Sovietica, oltre a non aiutare Israele, istiga e arma i Paesi arabi che vogliono distruggerlo». E racconta di «molti comunisti che si trovano in uno stato drammatico di imbarazzo». A quel punto alcuni militanti del Pci chiedono di poter prendere la parola. Ma l’intellettuale ex azionista Aldo Garosci pone la condizione che essi strappino in pubblico la tessera del loro partito.

Alberto Jacoviello

Furono, quelli, giorni effettivamente di grande imbarazzo per quei pochi, pochissimi, intellettuali e dirigenti del Pci che, pur tra dubbi e cautele, vollero schierarsi dalla parte di Israele. Il direttore del quotidiano filocomunista «Paese Sera», Fausto Coen, fu costretto a dimettersi dopo che il capo della sezione esteri dell’«Unità», Alberto Jacoviello, era andato a rimproverare il «giornale fratello» per la linea eccessivamente benevola nei confronti di Israele e, in un’esplosione d’ira, aveva distrutto le matrici pronte per le rotative. Jacoviello godeva del pieno sostegno dell’allora direttore dell’«Unità» Gian Carlo Pajetta, che si era schierato senza esitazioni dalla parte dell’egiziano Nasser. E Pajetta divenne bersaglio di lettere oltremodo polemiche da parte di ebrei. Scrisse Mario Pontecorvo: «Io non credo che lei nell’animo possa veramente appoggiare Nasser che, è noto, distribuisce il Mein Kampf tra i suoi ufficiali». Vittorio Da Rodi fu ancora più diretto: tra i soldati di Israele, «che tu oggi accusi di aggressione, vi sono coloro che combatterono in Italia per la liberazione della tua e mia patria dal fascismo, prima ancora che tu, Pajetta, potessi fare il partigiano». Gli autori di queste e moltissime altre missive, però, più che gli esponenti del Pci prendevano a bersaglio gli «ebrei comunisti», accusati di essere simili ai loro correligionari de «La Nostra Bandiera», il foglio israelita che negli anni Trenta si era schierato con il regime fascista. Bersaglio privilegiato di questa offensiva fu il senatore comunista (ebreo) Umberto Terracini, definito dalla rivista «Shalom» «associato alla campagna antisemita dei suoi compagni di Polonia». Altro bersaglio fu Franco Fortini (ebreo solo da parte di padre, che nel 1940 aveva lasciato il cognome originario, Lattes, per prendere quello della madre) per aver dato alle stampe un libro, I cani del Sinai (De Donato), nel quale si accusavano le «dirigenze politiche israeliane» di essere «compartecipi» degli «interessi economico-militari americani e, subordinatamente, inglesi» in Medio Oriente. Ma l’uomo dello scandalo, se così si può dire, fu il senatore comunista Emilio Sereni, fratello di Enzo, grande esponente del sionismo italiano morto a Dachau nel 1944. Emilio (Mimmo) Sereni disapprovò «certe affermazioni» dei leader arabi, ma esortò a non dimenticare «la responsabilità che Israele porta per aver discriminato e cacciato un milione e trecentomila arabi e per aver partecipato all’aggressione del 1956, quando sarebbe stata una scelta lungimirante la solidarietà con Nasser che nazionalizzava la compagnia di Suez». Anche a lui giunse una pioggia di lettere da parte di correligionari. Dario Navarra: «Vede senatore, certe volte il nome che si porta può essere un peso, soprattutto se è un nome bello, legato ad una tradizione, ad un’idea; forse è una delle tragedie della civiltà moderna quando i figli rinnegano i padri ed i fratelli si tradiscono a vicenda». Renato Salmoni (reduce da Buchenwald, tiene a precisare di non essere «un accanito sionista»): «Trovo che per una questione di opportunità e diciamo di buon gusto, lei farebbe meglio a tacere». Suo cugino, il succitato Mario Pontecorvo, accusò Sereni di «servilismo fazioso» nei confronti del Pci e si spinse a chiedere che venisse «espulso da ogni forma di manifestazione ebraica».

Gamal Abdel Nasser


Questo genere di persone, scriveva ancora «Shalom», «devono solamente decidere se, in quanto uomini e in quanto ebrei, debbano appoggiare un gruppo ebraico minacciato di sterminio, oppure se valga per loro la pena, come comunisti, di accettare il sacrificio dei loro fratelli sull’altare dell’ideologia». E quando Arturo Schwarz, uno di questi israeliti difensori delle ragioni degli arabi, aveva avuto l’auto sfregiata da una svastica e da una scritta inneggiante ai palestinesi, «Shalom» aveva dedicato all’accaduto un articolo irridente fin dal titolo (Le piace Schwarz?) in cui si scriveva: «Forse qualcuno lo aveva preso per un ebreo vero».

Arturo Schwarz

A questi tormenti del 1967 sono dedicate le pagine centrali del libro di un brillante allievo di Salvatore Lupo, Matteo Di Figlia, Israele e la sinistra, pubblicato da Donzelli. Correttamente, però, il volume fa risalire la prima rottura tra ebrei e mondo comunista non già al 1967, bensì al 1952. Ed era stata una rottura dolorosa, dal momento che fino ad allora il rapporto tra socialisti, comunisti ed ebrei era stato molto stretto. Il 7 gennaio del 1946, quando partì da Vado Ligure la nave «Enzo Sereni» piena di israeliti che emigravano in Palestina, c’era un gruppo di ex partigiani rossi a vigilare sulle operazioni di imbarco. E nell’ottobre dello stesso 1946, dopo l’attentato dell’Irgun (organizzazione militare della destra sionista) all’ambasciata britannica di Roma, carabinieri e polizia sospettarono - è scritto in rapporti di due anni dopo - il coinvolgimento di persone del Pci «che mirerebbero a far tramontare definitivamente l’influenza inglese in quella regione». Anche il Partito socialista italiano, in particolare Pietro Nenni, fu in prima linea nel difendere le ragioni di Israele e a esaltare i kibbutz come un modello di socialismo. Molti ragazzi di sinistra, anche non ebrei, decisero di trascorrere un periodo in Israele a lavorare in qualche kibbutz. Il futuro leader di Potere operaio Toni Negri, all’epoca giovane socialista, scelse («inseguendo una gentile fanciulla») di trascorrere un anno in un kibbutz del Mapam e lì in Israele (ne ha scritto in Pipe-line. Lettere da Rebibbia, edito da Einaudi nel 1983 e riproposto da DeriveApprodi nel 2009) gli parve di poter finalmente vivere «pratiche tanto elementari, quanto radicali di comunismo»: «C’era, mordeva il reale quest’utopia; era concreta», fu la sua impressione. Socialisti e comunisti sostennero sui loro giornali l’emigrazione ebraica (è stato ritrovato un manifesto del Pci raffigurante una nave che fa rotta verso la Palestina, in cui si invitano militanti e simpatizzanti a raccogliere fondi a favore degli ebrei) e, nel 1948, dopo la nascita di Israele, Umberto Terracini ne chiese immediatamente - a nome del Pci - il riconoscimento.

Una fabbrica di confettura d'arance attiva nei pressi di Tel Aviv nel 1940

Nel mondo ebraico era nato nel 1945, su iniziativa di Joel Barromi e, poi, Marcello Savaldi, il Centro giovanile italiano del movimento sionista pionieristico «Hechalutz», che non nascondeva le proprie simpatie per il comunismo. Nella mozione di un congresso di «Hechalutz» (1947), l’organizzazione dichiarava di unirsi «ai lavoratori italiani nello sdegno per l’eccidio del Primo maggio a Portella della Ginestra, riaffermando in questa occasione la solidarietà con i partiti progressisti d’Italia». In un articolo del loro giornale si poteva leggere: «Disgraziatamente per noi, impariamo a nostre spese che l’ebraismo della diaspora non conosce proletariato». E ancora: «Mancano quei tipi quadrati di operai delle grandi officine, minatori, muratori, che nascono con l’istinto della lotta di classe e della solidarietà operaia; gli operai dalle schiene piegate che lavorano e studiano, vogliono conoscere e si ribellano al mondo che li fa lavorare, non li abbiamo mai visti tra noi ebrei; l’ebreo ricco che vende tappeti in un negozio di lusso e l’ebreo povero che vende cartoline su una bancarella non sono così lontani». Di passo in passo «Hechalutz» giunse ad auspicare «che il nostro Primo maggio non si limiti a richiedere l’unità dei lavoratori ebrei, ma miri ad una unità sempre più stretta coi lavoratori arabi».

Rudolf Slansky durante il processo

Ma venne, come dicevamo, il 1952. In molti paesi dell’Est europeo, ricostruisce Di Figlia, si tennero «una serie di processi sommari a imputati ebrei, tra cui spiccò quello a Rudolf Slansky, ex leader del Partito comunista cecoslovacco, impiccato lo stesso anno». Poi fu il 1953, quando a Mosca furono arrestati i «camici bianchi», medici ebrei accusati di aver complottato contro Stalin, e solo la morte del dittatore evitò l’avvio di una persecuzione antisemita per la quale si stava creando un clima adatto. In quegli stessi mesi un misterioso attentato all’ambasciata sovietica a Tel Aviv provocò la momentanea rottura delle relazioni diplomatiche tra Urss e Israele. In Italia socialisti e comunisti si schierarono senza esitazione dalla parte dell’Urss: «Il processo contro la banda Slansky», scrisse «l’Unità», «ha dimostrato come i dirigenti dello Stato d’Israele avessero posto il loro Stato e le loro rappresentanze diplomatiche all’estero, in particolare in Europa orientale, al servizio dei servizi di spionaggio americani». Ma qualche ebreo, come Amos Luzzatto, che nel dopoguerra si era iscritto al Pci, cominciò ad avere dei dubbi e, pur restando a sinistra, lasciò il partito.

Giovani pionieri ebrei progettano l'insediamento del kibbutz a Dovrat in Galilea nel 1946

Non così Guido Valabrega, un israelita di Torino che nel 1950 si era trasferito in Israele in un kibbutz di Ruchama e da lì scriveva ai suoi familiari che la rottura dei rapporti diplomatici tra Urss e Israele era tutta da imputare al governo di Tel Aviv, «anticomunista quale non lo è nemmeno De Gasperi» (nell’agosto del ’53 Valabrega fu espulso dal kibbutz e raccontò poi di esserne uscito «cantando l’ Internazionale e l’inno sovietico»). E neanche «Hechalutz», che accusò l’ebraismo italiano di «strumentalizzare i processi d’oltrecortina in chiave anticomunista». Quando poi, dopo la morte di Stalin, i «camici bianchi» furono prosciolti, «Hechalutz» ironizzò: «Era così comodo poter puntare sull’Idra sovietica all’attacco, la campagna antisemita era così utile agli stessi ebrei occidentali per la loro politica che oggi, sotto la patina di una sostenuta soddisfazione, si sente il rimpianto per un’occasione che va in fumo». E tutto proseguì come prima. Nel 1955, in occasione dell’anniversario della rivoluzione d’Ottobre, il giornale di «Hechalutz» pubblicò un appello inneggiante alla patria del socialismo che si concludeva con queste parole: «W l’Urss! W lo Stato di Israele! W l’amicizia eterna tra Israele e l’Urss».


Poi però fu il 1956, con la guerra per il canale di Suez: l’Urss (impegnata a reprimere la rivoluzione ungherese) si schierò con decisione dalla parte di Nasser contro Israele. Il Pci prese le stesse posizioni. Anche se, ha notato Marco Paganoni in un bel libro, Dimenticare Amalek (La Giuntina), «l’Unità» all’epoca difendeva ancora lo Stato ebraico «scindendo recisamente le sue responsabilità da quelle di Francia e Gran Bretagna». Stavolta a sinistra si distinse il Partito repubblicano. Ugo La Malfa criticò l’intervento militare di Gran Bretagna e Francia, ma difese Israele contro Nasser. E in Parlamento l’ex ministro repubblicano della Difesa, Randolfo Pacciardi, puntò l’indice contro i comunisti: «Là, in Israele, avete un popolo che si è svenato per la sua libertà. In Egitto avete un dittatore che voleva consolidare la sua potenza proprio con le armi dell’Unione Sovietica. È da ieri che quel dittatore andava predicando lo sterminio del popolo ebraico. Ma anche il popolo ebraico, se non siete diventati persino razzisti, ha diritto alla vita come tutti gli altri».
Tra i comunisti la simpatia per Israele cominciò ad attenuarsi. Ha notato sempre Paganoni che già nel febbraio del ’57 sull’«Unità» si cominciò a parlare di «mire espansionistiche» dello Stato israeliano. E, all’epoca del processo contro Adolf Eichmann (1961), «l’Unità» scelse di mettere in risalto le connivenze con il nazismo degli imprenditori tedeschi (Dietro i Lager di Adolf Eichmann stavano i trust dei Krupp e dei Farben, fu il titolo del 22 marzo 1961; L’eccidio in massa degli ebrei fu anche un affare economico, proseguiva l’8 aprile); stabilì poi un paragone tra l’operato di Eichmann e quello delle potenze occidentali in Africa e accusò il cancelliere tedesco dell’epoca, Konrad Adenauer, di aver favorito il reinserimento nei ranghi istituzionali di molti ex nazisti.


Le forze armate israeliane in azione nel deserto durante la guerra dei Sei giorni

Così, quando si giunse alla «guerra dei Sei giorni», a difendere - da sinistra - Israele (repubblicani a parte) restò quasi solo il socialista Pietro Nenni, che si spinse ad accusare due importanti leader democristiani, Amintore Fanfani e Aldo Moro, di aver assunto, per via delle loro cautele in merito a ragioni e torti di quel conflitto, «posizioni tecniciste» che rispondevano a «un certo vuoto morale». Sull’«Avanti!» un esponente dell’ebraismo romano, Jacob Schwartz, lodò pubblicamente la «coerenza» mostrata da Nenni. Dalle colonne dell’«Unità» un leader allora in ascesa, Enrico Berlinguer, accusò Nenni di essere un epigono di «quel vecchio filone di interventismo sedicente di sinistra che ha finito sempre per colludere con quello reazionario». In quegli stessi giorni si consumò una divisione nel settimanale «L’Espresso», dove il direttore Eugenio Scalfari - pur con una grande attenzione all’uso delle parole - decise di prendere le distanze da Israele provocando una crisi con alcuni importanti collaboratori, tra cui Bruno Zevi e Leo Valiani. «Se gli anticomunisti sbagliano e sbagliano gli americani, è nostro obbligo dirlo con tanta maggiore fermezza in quanto si tratta non di errori degli avversari ma di errori nostri», scrisse Scalfari il 16 giugno del 1967 in una lettera personale a Valiani.

Stesso genere di argomentazione - ma a parti invertite - fu quello usato da Pier Paolo Pasolini che in una lettera su «Nuovi Argomenti» scrisse: «L’unico modo di essere veracemente amici dei popoli arabi in questo momento non è forse aiutarli a capire la politica folle di Nasser, che non dico la storia, ma il più elementare senso comune ha già giudicato e condannato? O quella dei comunisti è una sete insaziabile di autolesionismo? Un bisogno invincibile di perdersi, imboccando sempre la strada più ovvia e disperata? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal Partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?» Ma Pasolini sbagliava previsione. Quelli che lui definiva «intellettuali marxisti» - ad eccezione dei radicali ricostituiti sotto la guida di Marco Pannella - si schierarono pressoché all’unanimità su posizioni simili a quelle di Scalfari. Persino ebrei comunisti (come il già citato Valabrega e, a Roma, il consigliere comunale Piero Della Seta) sostennero, racconta Di Figlia, la validità della posizione filoaraba dell’Urss e di altri Paesi socialisti, affermando che Israele «aveva attaccato per risolvere una crisi economica ormai evidente». Tra le poche eccezioni, quelle pur sorvegliatissime del giurista Luciano Ascoli e di Umberto Terracini, entrambi convocati «privatamente» dai vertici del Pci per rendere conto delle loro posizioni.

Pier Paolo Pasolini mentre intervista alcuni abitanti dei kibbutz israeliani

Opportunamente Di Figlia tiene a precisare che è improprio ricondurre per intero al Pci questo contenzioso. Così come non si può «adottare l'unico canone interpretativo della cieca obbedienza a Mosca, abbastanza valido per gli anni Cinquanta, ma non per il periodo successivo». Il Pci «fu anti-israeliano mentre era impegnato in un farraginoso ma progressivo allontanamento dall'Urss, e molti gruppi nati dopo il '68 che espressero giudizi durissimi verso Israele, osteggiavano apertamente il Pci e il modello sovietico». La scelta di Israele di mantenere i territori occupati nel 1967 fu avversata anche da molti esponenti del Partito socialista. A questo proposito, scrive Di Figlia, «è rilevantissimo il caso del Psi negli anni della segreteria di Bettino Craxi: questi non permise il prevalere di una corrente massimalista, scommise tutto su una svolta socialdemocratica e finalmente libera da ogni retaggio marxista; nello stesso periodo il Psi accentuò la vocazione filopalestinese». Non ci fu, dunque, «un'automatica correlazione tra critica a Israele e ortodossia comunista, né tra quest'ultima e l'antisemitismo di sinistra, che, nato da posizioni antisioniste, non va letto come il cangiante lascito di quello nazifascista, di quello sovietico, o dell'antigiudaismo cattolico».



Ciò detto, dopo il 1967 i rapporti tra Israele e sinistra italiana - eccezion fatta per Pietro Nenni, Ugo La Malfa, dopo di lui Giovanni Spadolini, Giorgio La Malfa e l'intero gruppo dirigente repubblicano, intellettuali d'area inclusi - andarono sempre più peggiorando. Le linee dell'esposizione sono quelle già tracciate da Maurizio Molinari in La sinistra e gli ebrei in Italia (1967-1993) edito da Corbaccio. La sinistra quasi per intero sposò la causa palestinese. Quella extraparlamentare, all'epoca influente, appoggiò i fedayn più radicali. Giorgio Israel ha così raccontato una cena estiva con un gruppo di amici: «A un certo punto, tra una chiacchiera e l'altra, un "compagno" toscano prorompe in un'invettiva violentissima contro gli ebrei: capitalisti, sanguisughe, imperialisti, assassini del proletariato e chi più ne ha più ne metta. Reagisco indignato, definendo il suo linguaggio come fascista e razzista, cerco di trovare ampia solidarietà e ... sorpresa, mi ritrovo nell'isolamento più assoluto. Nessuno mi difende, nemmeno i più cari amici». Ai tempi dell'attentato di Settembre nero all'Olimpiade di Monaco (1972) la solidarietà per gli atleti israeliani trucidati fu assai trattenuta. Stefano Jesurum, all'epoca militante del Movimento studentesco, riferisce nel libro Israele nonostante tutto (Longanesi) di essere corso quel giorno dalla sua «famiglia» politica, ma di essere stato gelato con queste parole: «Su questi temi voi compagni ebrei è meglio che stiate zitti». Nel volgere di pochi anni non valse più, mai, neanche l'evidenza dei fatti. Israele aveva sempre torto. Sempre. Nel 1973, in occasione della guerra dello Yom Kippur, dopo l'attacco dell'Egitto «l'Unità» sostenne che il «vero aggressore» era Israele per il fatto che non aveva ancora «restituito i territori occupati nel '67». Anche se, con il passare del tempo, i dirigenti del Pci - in privato, però - cominciarono a prendere le distanze dai regimi arabi. In un libro di memorie (Con Arafat in Palestina. La sinistra italiana e la questione mediorientale, Editori Riuniti) l'allora responsabile della commissione esteri del Pci, Antonio Rubbi, ha raccontato che, negli anni Ottanta, dopo un viaggio in Libano, Siria e Iraq, Giancarlo Pajetta gli confidò di aver incontrato «una massa di imbroglioni e ipocriti». «Il Pajetta che ancora all'inizio degli anni Settanta parlava di "nazione araba" e di "socialismo arabo"», fu l'impressione di Rubbi, «semplicemente non esisteva più».

Certo, qualcosa iniziava a cambiare. Giorgina Arian Levi, nipote acquisita di Palmiro Togliatti (in quanto figlia di una sorella di Rita Montagnana, prima moglie del segretario del Pci) passa da posizioni decisamente filosovietiche e anti-israeliane alla denuncia, nel 1977, della propaganda contro Israele in Unione Sovietica, propaganda che, scrive, «sorprende per l'assenza di concrete argomentazioni politiche e per lo sconfinamento dall'antisionismo all'antisemitismo». «La sedimentazione antisemita che risale alla Russia zarista», prosegue, «non è del tutto morta, anche sessant'anni dopo la gloriosa rivoluzione d'Ottobre».

Bruno Zevi, ex militante azionista, che attaccò il Pci in nome della difesa d’Israele

Discorso a parte merita poi un'altra ribellione allo spirito dei tempi, alla quale Di Figlia dedica pagine molto interessanti. È quella del Partito radicale di Pannella. E di Gianfranco Spadaccia che, in un congresso, polemizza apertamente con quanti hanno la tentazione di sposare le iniziative filopalestinesi dell'ultrasinistra: «Vogliamo costruire una politica che abbia come bussola di orientamento... i diritti umani, la democrazia; basta battersi romanticamente per le lotte di liberazione che poi producono oppressioni più atroci». I radicali, osserva Di Figlia «non furono i neocon italiani, ma furono i primi a difendere le ragioni israeliane usando un tassello centrale della proposta neocon, cioè quello dei diritti umani». Su questa base, «il sostegno a Israele divenne un tratto distintivo del Pr negli anni di Pannella molto più di quanto non lo fosse stato in quelli di Mario Pannunzio». Bruno Zevi, in dissenso con la politica di Craxi tutta a favore di Arafat, prendeva la tessera del Partito radicale, di cui sarebbe divenuto presidente onorario. Ma il clima generale in Italia restava quello di cui si è detto prima. Per la sinistra, quasi tutta, gli israeliani dovevano sempre essere criticati e agli ebrei toccava il bizzarro (bizzarro?) compito di recitare in pubblico il «mea culpa» per quel che si decideva a Gerusalemme e a Tel Aviv.

Il giorno dell'attentato alla Sinagoga di Roma in cui fu assassinato Stefano Gay Tachè, di due anni

Nel 1982, quando Israele invade il Libano, scatta immediata e unanime la condanna da parte dell'intera sinistra. Un gruppo nutrito di ebrei italiani si affretta a sottoscrivere un manifesto, Perché Israele si ritiri, che reca in testa la firma di Primo Levi. Dopo il massacro di palestinesi a Sabra e Chatila (da parte dei falangisti libanesi che agiscono indisturbati per l'omesso controllo degli israeliani), i toni nei confronti di Israele si fanno più violenti. Per una strana (strana?) proprietà transitiva tali «critiche» vengono estese a tutti gli ebrei. Un corteo sindacale depone una bara sui gradini del Tempio di Roma. Poco tempo dopo, un attentato alla stessa sinagoga della capitale provoca la morte di un bambino: Stefano Taché. Questo orribile delitto provoca un soprassalto: da quel momento cambia qualcosa di importante, di molto importante. Viene allo scoperto un sentimento - fino ad allora quasi nascosto - di «appartenenza» orgogliosa al popolo ebraico: Natalia Ginzburg, Furio Colombo, Anna Rossi Doria, Fiamma Nirenstein (che pure aveva firmato l'appello di cui si è appena detto, criticato da suo padre, Alberto Nirenstein), Mario Pirani, Anna Foa, Janiki Cingoli, Clara Sereni, Gabriele Eschenazi rifiutano una volta per tutte - quanto meno chi fino a poco prima si era prestato - di recitare la parte degli «ebrei buoni» chiamati sul palco quando c'è da accusare Gerusalemme.

Un ruolo fondamentale nell'accompagnare questa presa di coscienza lo svolge un intellettuale torinese, Angelo Pezzana (che stranamente nel libro di Matteo Di Figlia non è neanche citato). Ancor più importante, nel favorire questo risveglio di coscienza tra gli ebrei di sinistra, la rivista «Shalom» sotto la direzione di Luciano Tas. Dalle colonne di «Repubblica» Rosellina Balbi, con un coraggioso articolo, incita gli ebrei di sinistra a non sentirsi più in dovere di «discolparsi» per quel che ha fatto Israele. Piero Fassino imprime al Pci una svolta nella politica estera che implica l'eliminazione del pregiudizio, una maggiore attenzione (di volta in volta) alle ragioni di Israele e ai torti del modo arabo: «Non si è posta sufficientemente in rilievo la centralità della questione della democrazia e dei diritti umani nei paesi mediorientali», riconosce, echeggiando le antiche posizioni del Partito radicale, in un'intervista ad Antonio Carioti che significativamente compare su «La Voce Repubblicana».

Il resto è storia recente, ben ripercorsa nelle pagine conclusive del libro di Matteo Di Figlia. Storia di anni in cui si è continuato, da sinistra, a criticare questo o quell'atto del governo israeliano, pur con toni duri, ma con una minore indulgenza a quel genere di antisionismo che per decenni aveva coperto vere e proprie forme di antisemitismo. Anche se il tic di chiedere ai «compagni ebrei» di essere in prima fila quando c'è da attaccare Israele è ben lungi dall'essere scomparso del tutto.

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Titolo originale: "E gli ebrei rifiutarono il ricatto antisionista. La svolta con l’attentato alla sinagoga di Roma"
di Paolo Mieli
15 maggio 2012