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giovedì 2 agosto 2018

Rifiutare il concetto di "territori occupati" per avvicinare la pace?





World Israel News
Titolo originale: US Rejection of Term ‘Occupied Territories’ Brings Peace Closer

26 aprile 2018
di Daniel Krygier


Per la prima volta dal 1979, un documento ufficiale del Dipartimento di Stato USA ha rimosso la dicitura "occupati" con riferimento a Giudea e Samaria. Preso a sé, questo dato può apparire irrilevante. In realtà, è il riflesso di una nuova politica per il Medio Oriente, che agevolerà il conseguimento di una pace fra arabi e israeliani.
Sin da quando gli stati arabi fallirono l'impresa di distruggere Israele nell'ambito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la comunità internazionale ha inquadrato il conflitto in termini di «Occupazione israeliana della Palestina». Tuttavia, l'espressione «Territori palestinesi occupati» è di natura esclusivamente politica e non legale o storica. «Palestina» è il termine assegnato dai romani alla Giudea occupata, e mai alcuno "stato di Palestina" è esistito in Terra di Israele.
Nel suo monumentale lavoro "I presupposti giuridici e i confini di Israele nell'ambito del diritto internazionale", Howard Grief ha argomentato che il titolo legale che assegna la Terra di Israele al popolo ebraico, è previsto dalle dichiarazioni della comunità internazionale in seno alla Conferenza di Sanremo del 1920.

Le implicazioni di questo riconoscimento sono che le comunità ebraiche in Giudea e Samaria sono legittime dal punto di vista del diritto internazionale, anche se respinte regolarmente da un Palazzo di Vetro parziale e politicizzato e dall'Unione Europea in quanto tale. A differenza della ex Algeria occupata dai francesi, Giudea e Samaria costituiscono le radici ancestrali di Israele. Israele ha ottenuto questi territori in seguito ad una guerra difensiva, dopo essere stato attaccato dagli stati arabi confinanti. Dal momento che la "Palestina" non esiste, Giudea e Samaria dovrebbero essere definiti tutt'al più territori "contesi", e non occupati. Ciò implica che Israele ha pieni diritti in Giudea e Samaria.
Ciò non implica che Israele si arroghi il diritto di annettere gli interi territori in discussione. Non è neanche nell'interesse dello stato ebraico, aggiungere 2 milioni di arabi alla sua popolazione. Tuttavia, un futuro accordo definitivo di pace fra arabi e israeliani potrebbe prevedere l'annessione delle aree a maggioranza ebraica più popolate di Giudea e Samaria. Dopotutto, ciò rispetta lo spirito e la lettera della Risoluzione ONU 242, che contempla la possibilità che Gerusalemme trattenga parte dei territori contesi.

E questo ci riporta alla voluta omissione del termine "occupati" da parte di una recente nota della Diplomazia USA, con riferimento a Giudea e Samaria. È un dato politicamente rilevante, perché il fulcro del conflitto non è mai stata la presunta occupazione, quanto l'opposizione della comunità araba e musulmana alla rinascita dello Stato di Israele, a prescindere dai confini e dalla capitale. Sono stati gli arabi, e non certo gli ebrei, a respingere sistematicamente ogni accordi di pace che contemplasse due stati distinti, a partire dalle raccomandazioni britanniche elaborate nel 1937 dalla Commissione Peel.

Israele non occupa alcunché. Né è stato rifondato per offrire un rifugio alle genti scampate all'Olocausto, come recentemente affermato dalla star di Hollywood Natalie Portman.
I confini definitivi di Israele devono essere ancora definiti. Tuttavia, ciò che appare indiscutibile è che l'Israele moderno è la realizzazione storica e legale del diritto del popolo ebraico a vivere nella propria Terra.
Il percorso verso una pace duratura ed effettiva non può prescindere da questa realtà inoppugnabile.

lunedì 20 aprile 2015

Smontata la calunnia dell'acqua

Un altro prezioso contributo di NGO Monitor fornisce finalmente un'ampia analisi in merito alla ben nota accusa dell'acqua. Anche questa accusa, come vedremo, nasconde un preciso intento politico di biasimo e delegittimazione dello stato israeliano e, cosa ancor più grave, contribuisce a sostenere la tesi (insostenibile da ogni punto di vista, alla luce dei fatti) del cosiddetto "genocidio palestinese".
Come spesso mi è capitato di far rilevare, le bugie della propaganda anti-israeliana sono sintetiche, colpiscono l'immaginario e suscitano sentimenti accesi, qui si chiede al lettore invece di accendere il pensiero critico, di inseguire il percorso che smonta punto per punto le accuse, dedicando tempo ed attenzione all'approfondimento.
Fra le due modalità deve essere sempre e solo la prima quella vincente?
La risposta ad ognuno di noi:



Le Organizzazioni non governative (ONG) hanno incrementato la strumentalizzazione del problema dell'acqua nell'offensiva politica nei confronti di Israele. Si va dalle false accuse di «discriminazione» e di «sottrarre acqua», alle pressioni nei confronti di società internazionali affinché boicottino la compagnia israeliana idrica, la Mekerot; per giungere alla spudorata distorsioni degli accordi sottoscritti fra israeliani e palestinesi.
A seguito di queste campagne diffamatorie, la compagnia idrica olandese Vitens ha cancellato l'accordo di collaborazione pianificato con Mekerot; l'italiana Acea è stata indotta a fare altrettanto, e analoghe campagne hanno visto la luce nel Regno Unito e in Argentina.

Le questione e le dispute legate ai diritti sull'acqua non sono definite dai confini internazionali tracciati su una mappa. Una stretta collaborazione e cooperazione fra le parti è prescritta affinché i problemi siano risolti in modo creati e costruttivo, onde l'accesso ad acque pulite e sicure sia garantito in modo paritario e ottimale. Inoltre, la complessità e la centralità della questione delle acque nel conflitto arabo-israeliano sono esasperate dalla scarsità della medesima a livello locale. Infatti, in questo ambito è stato istituito un "Comitato Congiunto per l'acqua" israelo-palestinese" (JWC), allo scopo di «gestire tutte le problematiche relative all'acqua potabile e alle acque sporche nel West Bank». Il processo decisionale alla base del JWC è di tipo «consensuale, inclusa la pianificazione, le procedute e le altre problematiche». Analogamente, un principio cardine del Trattato di Pace fra Israele e Giordania del 1994 prevede che «la cooperazione nelle problematiche relative alle acque vada a beneficio di ambo le parti, e contribuirà ad alleviare la scarsità di acqua».
Sfortunatamente, malgrado l'esistenza di una cooperazione fra israeliani, palestinesi e giordani, l'acqua è diventata un'arma nelle mani delle ONG politicizzate, che usano le accuse sulla disponibilità e sui diritti idrici come parte dello strumentario di delegittimazione e di antinormalizzazione nei confronti di Israele. Le ONG presentano una descrizione distorta dei fatti, ignorando gli accordi negoziali fra Israele e palestinesi, come gli Accordi Interinale del 1995 (che seguirono gli Accordi di Oslo), allo scopo di accusare falsamente Israele di violazione del diritto internazionale; quando nella realtà la fornitura di acqua da parte di Israele è ben superiore a quella precisata negli Accordi.
Questa narrativa inoltre accusa falsamente Israele di bloccare i progetti di sviluppo idrico palestinesi, inclusi gli impianti di trattamento delle acque reflue, di creare una «crisi idrica» a Gaza, e di fornire ai palestinesi la «quantità strettamente necessaria a sopravvivere, fornendo al contempo generose quantità di acqua ai coloni». Sotto diversi punti di vista, le campagne delle ONG hanno ricalcato l'agenda politica palestinese.

Le ONG che hanno condotto questa campagna diffamatoria includono Al Haq, Al Haq, Palestinian Center for Human Rights (PCHR), BADIL, Coalition of Women for Peace/Who Profits, e EWASH (una coalizione di ONG palestinesi, organizzazioni internazionali per lo sviluppo, e agenzie ONU). ONG internazionali ed europee, come Human Rights Watch, Amnesty International eUnited Civilians for Peace (UCP: un ombrello che comprende l'olandese ICCOOxfam Novib, Pax - meglio nota come Pax Christi - e Cordaid), analogamente accusano Israele di negare un «equo accesso all'acqua», architettando accuse infondate sulla fornitura di acqua ai palestinesi.
Non di rado, queste ONG riconoscono di agire sulla base di motivazioni politiche ed ideologiche, e non per garantire un migliore accesso alle risorse idriche da parte di Israele. Ad esempi, EWASH si è opposta alla costruzione di un impianto di desalinizzazione a Gaza, che avrebbe sensibilmente migliorato l'approvvigionamento idrico, sostenendo che avrebbe «accomodato l'occupazione» e «legittimato le azioni israeliane». EWASH inoltre ha affermato, malgrado l'evidenza opposta, che «la desalinizzazione sia una «soluzione tampone», mentre è pacifico per tutti che la desalinizzazione sarebbe un rimedio definitivo per la scarsità oggettiva di fonti idriche.


LE CALUNNIE PIU' RICORRENTI

Accusa. «Mekerot approfitta del controllo israeliano di un'area sottoposta ad occupazione. Gli Accordi di Oslo impediscono ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico, e negano la possibilità di acquistare acqua da altri stati o da aziende internazionali» (Who Profits, 2013). «Israele impedisce la costruzione e la gestione di infrastrutture idriche nel 59% del West Bank, nella zona nota come Area C, mediante la negazione sistematica di permessi di costruire o ripristinare impianti idrici» (Al Haq, 2013).

Realtà. Il coinvolgimento di Israele nel settore idrico nel West Bank, nonché la fornitura idrica ad alcune comunità palestinesi e agli insediamenti ebraici nel West Bank, sono regolati dagli Accordi Interinali del 1995, sottoscritti da Israele e dall'OLP, e garantiti dalla comunità internazionale. Al contrario di quanto affermano alcune ONG, questo accordo non «preclude ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico e della depurazione». L'articolo 40 afferma che l'approvazione dei progetti idrici nel West Bank è demandata al JWC, che si esprime all'unanimità. I palestinesi sono liberi di realizzare tutti gli impianti che desiderano, a patto che vi sia la preventiva approvazione del JWC. Una volta approvato il progetto, Israele non ha alcuna autorità sulle aree B e C. I progetti idrici palestinesi nell'area C, sottoposta a controllo amministrativo e militare israeliano, richiedono il permesso dell'Israeli Ministry of Defense Civil Administration (CA). Tuttavia, nella maggior parte dei casi l'implementazione di questi progetti è demandata al PWA. In molti casi i palestinesi rinunciano ad implementare progetti già approvati e finanziati, per motivazioni politiche legate dal conflitto con Israele, e per le pressioni esercitate dalla lobby agricola palestinese.
Dal 2000 il CA ha approvato 73 richieste su 76 presentate con riferimento all'area C. Il carteggio fra CA e PWA dimostra che progetti approvati nel 2001 non sono stati ancora eseguiti nel 2009. Ulteriori 44 progetti approvati dal JWC nelle area A e B, inclusi diversi impianti per il trattamento delle acque reflue, condutture primarie e reti di distribuzione che raggiungono diverse città e villaggi, nonché cisterne idriche; non sono ancora stati implementati.
Infine Mekerot non trae alcun profitto dalla fornitura di acqua ai palestinesi. Il prezzo corrisposto è stabilito di mutuo accordo, alla luce degli Accordi Interinali di Oslo. Questo prezzo, fissato a 1,66 shekel israeliani per metro cubo (1996), è stato in seguito aggiornato a 2,85 shekel, alla luce della crescita dei costi di produzione. L'entrata complessiva per Mekerot è pari a 4,16 shekel per metro cubo; tale in realtà da comportare una perdita. Come riferimento, gli israeliani pagano 8,89 shekel per metro cubo, sussidiando così l'erogazione di acqua ai palestinesi.

Accusa. «Il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni sulle importazioni dalla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni necessari per lo sviluppo e la manutenzione degli impianti, hanno indotto il raggiungimento di una crisi nella questione idrica» (EWASH, 2015). «Il blocco ha privato i bambini di Gaza della normale possibilità di bere acqua pulita» (Save the Children, 2012). «Stringenti restrizioni imposte da Israele negli ultimi anni all'accesso alla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni occorrenti per la riparazione degli impianti, hanno cagionato un ulteriore deterioramento della qualità dell'acqua e degli impianti di desalinizzazione a Gaza» (Amnesty, 2009).

Realtà. Gli Accordi di Oslo prevedono che la manutenzione degli impianti idrici a Gaza sia interamente demandata ai palestinesi (eccezion fatta per gli insediamenti e le basi militari), con Israele che si impegna a fornire 5 milioni di metri cubi all'anno ai palestinesi. Pertanto, dopo il disimpegno unilaterale del 2005, il governo di Hamas e l'Autorità Palestinese sono gli unici responsabili della situazione di Gaza.
Malgrado gli incessanti attacchi missilistici contro le famiglie israeliane da parte di Hamas da Gaza, Israele ha continuato a mantenere l'impegno di fornire la quantità di acqua prevista dagli Accordi di Oslo. Inoltre, malgrado le aggressioni, il personale dell'azienda dell'acqua israeliana ha garantito la riparazione e la manutenzione degli impianti a Gaza.
Un fattore cruciale nella scarsità di acqua a Gaza è la mediocre manutenzione della rete idrica, che comporta una perdita di acqua del 40% (a fronte del 3% della rete israeliana e del 33% di perdita nel West Bank). Affrontare questa problematica migliorerebbe in modo decisivo la disponibilità di acqua a Gaza, e ciò senza assistenza dall'esterno. Il trattamento delle acque reflue, il riciclo, l'irrigazione a goccia migliorerebbero immediatamente la situazione idrica nella Striscia.
Nel lungo periodo, la desalinizzazione è probabilmente l'unica soluzione per fornire una fonte affidabile e sicura di acqua a Gaza (come in Israele). La comunità internazionale si è offerta di costruire questi impianti; ma i palestinesi e le ONG si rifiutano di collaborare , sostenendo che normalizzerebbe la situazione, legittimando Israele.
Malgrado i problemi di sicurezza, Israele ha consentito che a Gaza entrino impianti idrici, completando la costruzione di una conduttura aggiuntiva, che fornire a Gaza ulteriori 5 milioni di metri cubi di acqua all'anno.

Accusa: «Mekorot sfrutta le sorgenti palestinesi, rifornisce gli insediamenti e trasfesce l'acqua palestinese attraverso la linea verde» (Who Profits, 2013); «Negli ultimi anni, i palestinesi hanno acquistato circa 50 MCM acqua all'anno. Questa acqua viene estratta dalla Mekorot dalla falda acquifera montana e i palestinesi dovrebbero essere in grado di estrarsela da soli se fossero autorizzati a scavare e mantenere i propri pozzi» (Stop the Wall, 2013).

Realtà: Water Agreement consente ai palestinesi di scavare e mantenere i propri pozzi, e la maggior parte dei pozzi in Cisgiordania sono di proprietà e gestiti da palestinesi. Mekorot scava pozzi in Cisgiordania come concordato coi palestinesi nel JWC, al fine di rifornire l'acqua per palestinesi e israeliani a prescindere dalla nazionalità. Niente di questa l'acqua viene trasportata dalla Mekorot fuori della Cisgiordania. L'acqua è fornita esclusivamente ai residenti della Cisgiordania palestinesi e israeliani. Infatti, dei circa 57 MMC (milioni di metri cubi) che Israele ha inviato ai palestinesi della West Bank nel 2013, solo circa 10 MMC provengono da pozzi della Cisgiordania. Il resto viene trasferito dall'interno di Israele nella Cisgiordania. In altre parole, Israele usa quantità significative della propria acqua per alimentare i palestinesi e non il contrario, come sostenuto dalle ONG. Le rivendicazioni delle ONG per quanto riguarda le "fonti palestinesi d'acqua" (in questo caso la falda acquifera di montagna - l'unica grande fonte di acqua in Cisgiordania) sono prive di fondamento. La falda acquifera di montagna è un acquifero comune; due terzi rientrano Israele, e il rimanente terzo sotto la Cisgiordania.

Accusa: «Il settanta per cento dell'acqua assegnata per insediamenti nella Valle del Giordano occupata proviene dai pozzi della Mekorot» (Who Profits, 2013); «I pozzi israeliani nella valle del Giordano producono circa 40 MMC all'anno ... usati quasi esclusivamente dai circa 9.000 coloni che operano gli insediamenti agricoli nella valle» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: ai residenti israeliani nella valle del Giordano sono dati circa 10 milioni di metri cubi all'anno in meno rispetto al volume dell'acqua dei pozzi della valle del Giordano che era stata esplicitamente approvata per il loro consumo nell'accordo di Oslo del 1995. Allo stesso tempo, circa 7 milioni di metri cubi di acqua del National Water Carrier di Israele sono annualmente forniti ai palestinesi in comunità (tra cui Gerico, Uja, Bardale, e altri) nella Valle del Giordano. Detto questo, la fornitura di acqua agli insediamenti della Valle del Giordano, così come la perforazione di pozzi in quella regione, sono tutte in conformità con l'accordo sull'acqua tra Israele e Autorità Palestinese, e sono condotte sotto l'autorità del JWC. Mekorot non sta privando i palestinesi di acqua nella Valle del Giordano o in qualsiasi altro luogo. La stragrande maggioranza dell'acqua che Mekorot fornisce alla West Bank (a palestinesi e israeliani) viene inviata da Israele (attraverso il Nazionale Water Carrier di Israele). Inoltre, i palestinesi hanno estratto meno del 50% della loro acqua di falda approvata dai pozzi della Valle del Giordano. Le estrazioni annuali dalla falda acquifera montana orientale, che forniscono sia palestinesi e israeliani nella Valle del Giordano, rimangono ben al di sotto della capacità della falda acquifera.

Accusa: «Mekorot permette una vasta produzione agricola in insediamenti illegali israeliani» (Who Profits, 2013).

RealtàCirca il 60% di tutta l'acqua utilizzata in agricoltura israeliana in Cisgiordania o è trattata dallo scarico delle acque reflue o proviene da altre fonti non potabili (ad esempio acque saline salmastre e deflussi di allagamenti), e l'acqua è fornita agli insediamenti in conformità con gli accordi internazionali vincolanti. Al contrario, i palestinesi si rifiutano di utilizzare acque reflue trattate e utilizzano solo acqua potabile per uso agricolo, pari al 50% del consumo palestinese di acqua dolce e aggravando così la crisi idrica. In molti casi, soprattutto nel nord della West Bank, gli agricoltori utilizzano l'acqua estratta da pozzi illegali e non ne pagano il consumo, ciò permette loro di sperperare acqua in modo irresponsabile. Inoltre, anche quando i finanziamenti da organismi internazionali e governi stranieri sono prontamente disponibili,la PA non ha presentato (p.5) progetti per la costruzione di impianti di trattamento delle acque reflue (WWTP), che potrebbero fornire fonti d'acqua aggiuntive per le esigenze agricole e ridurre l'inquinamento delle fonti d'acqua naturale, come anche il flusso delle acque reflue verso Israele.

Accusa: «Mekorot fornisce molta più acqua agli insediamenti che alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è una distorsione palese del sistema di approvvigionamento idrico in Cisgiordania. La PWA è responsabile della fornitura di acqua alle comunità palestinesi. L'approvvigionamento idrico di Israele agli insediamenti fa parte della dotazione d'acqua di Israele come previsto dal Comitato Congiunto per l'Acqua, e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. In generale, Mekorot fornisce più acqua ogni anno alla PA (57 MMC) rispetto a quella a cui sarebbe vincolato a base all'accordo sull'acqua (29 MMC, di cui 5 MMC sono forniti a Gaza). Questo in aggiunta all'acqua prodotta dagli stessi palestinesi (circa 140 MMC all'anno).

Accusa: «Al servizio dei coloni, Mekorot limita i rifornimenti idrici alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013); Mekorot riduce regolarmente la distribuzione / quantità di acqua fornita alle comunità palestinesi durante i caldi mesi estivi, mentre raddoppia il consumo delle colonie (EWASH, 2011).

Realtà: l'approvvigionamento idrico israeliano agli insediamenti fa parte della dotazione di Israele di acqua e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. Inoltre, Israele fornisce meno acqua per i cittadini israeliani in Cisgiordania di quella stipulata negli accordi di Oslo e trasferisce la quota rimanente ai palestinesi.

Accusa: «Mekorot applica prezzi dell'acqua discriminatori, fatturando ai palestinesi tariffe più elevate rispetto a quelle israeliane» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è completamente falsa. Come detto sopra, Mekorot vende acqua alla PA in perdita, la fattura 2,85 NIS per MMC (come previsto nell'accordo sull'acqua), mentre il costo di produzione per Mekorot è di 4,16 NIS per MMC.
Mekorot fa pagare ai cittadini israeliani 8,89 NIS per MMC per l'uso domestico.

Accusa: «Il 30% dell'acqua si disperde dalle tubature d'acquedotto palestinesi - perché Israele si rifiuta di permetterne il rinnovo» (Amici della Terra in Palestina / PENGON, 2014).

Realtà: La PWA perde il 33% dell'acqua nel suo sistema ogni anno (rispetto al 3% nel sistema israeliano) a causa dei furti all'interno della rete di acqua del Palestinian Water Authority e per la scarsa manutenzione. Israele non impedisce ai palestinesi di riparare il proprio sistema di tubi. Molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute malamente e sono ferme per riparazioni per lunghi periodi di tempo, a causa della mancanza della capacità tecnica di riparare le pompe e della mancanza di sforzi concertati per farlo.

I furti di acqua dei palestinesi, da entrambe le reti israeliane e palestinesi, è uno dei principali motivi della perdita di acqua. Di più 250 trivellazioni illegali è ben nota l'esistenza nel nord della West Bank solamente. L'autorità israeliana dell'acqua disconnette 600 di questi collegamenti ogni anno. Le richieste israeliane di ripristinare la Supervisione Congiunta [israelo-palestinese] e le Squadre di Supervisione e Controllo (JSETs) al fine di combattere i furti d'acqua sono state respinte dai palestinesi. I verbali delle riunioni JWC mostrano che in molti casi la PWA si era impegnata a chiudere trivellazioni illegali, ma senza darne seguire. Quando il CA alla fine li demolita, la PWA protestava. Inoltre, molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute male e sono chiuse per riparazioni per lunghi periodi di tempo a causa della mancanza di capacità tecnica di riparare le pompe e in alcuni casi per il rifiuto di accettare l'assistenza israeliana.

Accusa: «Il vasto pompaggio di Mekorot sta riducendo la quantità di acqua di sorgenti e pozzi palestinesi» (Who Profits, 2013); «Israele limita la quantità di acqua disponibile annualmente per i palestinesi ... mentre ha continuato a costantemente sovraestrarre l'acqua per il proprio utilizzo in misura di gran lunga superiore al consumo annuo sostenibile dellafalda acquifera» (Amnesty International, 2009); «La sovraestrazione d'acqua da parte di Israele ha provocato un calo della falda in Cisgiordania» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: Israele non riduce la disponibilità di acqua ai palestinesi in Cisgiordania. Le estrazioni d'acqua di Mekorot all'interno della Cisgiordania sono molto al di sotto degli importi previsti che sono attentamente impostati da esperti di acqua e approvati dal Comitato Congiunto israeliano-palestinese per l'acqua.

Riduzioni della capacità di alimentazione della falda acquifera può verificarsi come risultato di anni consecutivi di scarse precipitazioni nella regione. Come notato sopra, Israele risponde convogliando più acqua dalle risorse proprie di Israele, piuttosto che rischiare sovraestrazioni dai pozzi della Cisgiordania.

Al contrario, centinaia di pompe idriche abusive palestinesi (pp.10-11), in particolare nella parte settentrionale della falda acquifera montana in Cisgiordania, hanno abbassato il livello dell'acqua nella falda acquifera montana, minacciando di peggiorare la qualità dell'acqua. Allo stesso tempo, Mekorot ha ridotto il suo pompaggio dalla falda acquifera montana negli ultimi anni, al fine di mantenere i livelli di estrazione dell'acqua sostenibili.

Allo stesso tempo, pur avendo ricevuto i permessi nel 2000 per pozzi nella sottoutilizzata falda acquifera orientale, la PWA ha perforato meno della metà dei pozzetti approvati. Israele ha offerto anche l'Autorità palestinese di costruire un impianto di desalinizzazione in terra israeliana, vicino ad Hadera, al fine di soddisfare i loro bisogni; l'Autorità palestinese ha rifiutato questa offerta.

Inoltre, la PWA non ha installato i contatori dell'acqua in circa il 50% delle case palestinesi e sulla maggior parte delle pompe agricole e quindi non è in grado di monitorarne l'utilizzo e riscuotere il pagamento da parte dei clienti.

Accusa: «La politica e le operazioni di Mekorot ignorano la Linea Verde» (Who Profits, 2013).

Realtà: Tutte le operazioni di Mekorot in Cisgiordania sono svolte nel quadro dell'accordo del 1995 e in base alle decisioni consensuali del JWC. Mekorot fornisce acqua a entrambe le comunità palestinesi e israeliane in Cisgiordania, e fornisce l'acqua al di sopra e al di là dell'importo pattuito con l'accordo di Oslo, un accordo riconosciuto a livello internazionale. Al contrario, la PWA ignora la responsabilità di fornire soluzioni idriche per i cittadini palestinesi, viola l'accordo sull'acqua in molti modi, consente la maggior parte delle acque reflue e inquinanti dei palestinesi di fluire in Israele (palesemente ignorando la linea verde), e scarica la colpa delle proprio carenze sulle spalle di Israele.



CONCLUSIONE

Data l'importanza dell'acqua per tutti i popoli della regione, è sconcertante che le ONG lo utilizzano come strumento per promuovere agende politiche anti-israeliane.

I problemi relativi all'acqua sono stati affrontati in dettaglio nell'accordo del 1995 acqua, sotto l'egida della comunità internazionale. Con riserva di ulteriori negoziati tra le parti, le disposizioni e i meccanismi concordati quindi sono pienamente vincolanti e devono essere rispettati. Le ONG che affermano di promuovere i diritti umani dovrebbero attenersi ai fatti rapidamente disponibili e facilmente accessibili e invitare l'Autorità palestinese e il governo di Hamas a Gaza ad accettare la proprie responsabilità in questo campo nei confronti dei cittadini palestinesi.

La vasta campagna internazionale su questo tema, che diffonde informazioni false e distorte, è parte integrante del tentativo di demonizzare e delegittimare Israele. Le ONG alla ribalta in questi sforzi non promuovono la pace e non aiutano i palestinesi a migliorare la loro accesso ad acque sane e pulite. 


Articolo originale:
Myths vs. Facts: NGOs and the Destructive Water Campaign Against Israel.

pubblicato in italiano da Il Borghesino:  

venerdì 1 agosto 2014

Gaza: ONU e ONG complici di Hamas e Jihad Islamica

aiuti umanitari entrano a Gaza da Israele





Dall’Onu e dalle Ong ci si aspetterebbe sempre una posizione imparziale e soprattutto volta alla protezione dei più deboli. Nel caso della Striscia di Gaza (come in altri casi simili) questo non solo non avviene ma si assiste all’esatto contrario, cioè si assiste alla difesa di Hamas e dei suoi traffici mafiosi a scapito della popolazione.

L’ultimo lampante esempio si è avuto ieri durante le commemorazioni dedicate all’anniversario della fine dell’operazione “Pillar of defense” che lo scorso anno Israele fu costretto a iniziare per fermare il lancio di centinaia di missili dalla Striscia di Gaza sul suo territorio. Ebbene durante questa commemorazione ha parlato James Rawley, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi il quale ha detto che «la situazione umanitaria a Gaza è peggiorata a causa della distruzione dei tunnel gestiti da Hamas da parte dell’Egitto e di Israele».

A parte che ci sarebbe da chiedersi cosa ci faccia un rappresentante dell’Onu in una manifestazione organizzata da un gruppo terrorista (Hamas) allo scopo di propagandare una immaginifica vittoria contro Israele. Poi, come può un rappresentante dell’Onu giustificare e difendere un mercato clandestino nelle mani  di una organizzazione mafiosa e terrorista come quello implementato da Hamas attraverso i tunnel? 
E come può un rappresentante dell’Onu ignorare completamente il fatto che tutti (e sottolineo tutti) gli aiuti umanitari che arrivano a Gaza attraverso Israele non vengono gestiti come dovrebbero dalle organizzazioni umanitarie ma vengono sequestrati e venduti da Hamas? 
E si, perché va detto che contemporaneamente alla distruzione dei tunnel che confinavano con l’Egitto, distruzione implementata dall’esercito egiziano per ragioni di sicurezza, è aumentato il flusso di aiuti da Israele verso Gaza come dimostrano i bollettini rilasciati periodicamente dal IDF. 

Come mai quegli aiuti la popolazione di Gaza li deve pagare quando invece li dovrebbe avere gratis? Solo di recente questo flusso è rallentato a causa della scoperta di un tunnel del terrore costruito da Hamas con il cemento entrato da Israele. Eppure di tutto questo James Rawley non ne ha fatto parola nonostante ne fosse perfettamente a conoscenza. E sia sa, chi tace acconsente.

Non da meno sono le Ong che accusano Israele e l’Egitto di isolare Gaza ma non dicono una parola sul motivo delle decisioni israeliane ed egiziane che poi sono le stesse e si chiamano Hamas e Jihad Islamica. 
Ma la cosa più scandalosa, in merito alle Ong, è che non fanno la minima menzione al fatto che tutte le loro operazioni nella Striscia di Gaza sono soggette all’approvazione di Hamas, cioè devono pagare il gruppo terrorista per l’attuazione di progetti umanitari o di sviluppo. 

Questo si che è scandaloso perché, nei fatti, degli oltre 300 progetti umanitari o di sviluppo finanziati dalla comunità internazionale nella Striscia di Gaza, solo un decimo vengono realmente implementati. Ma loro continuano ad accusare Israele ed Hamas di isolare Gaza.

Ora, ammesso che sia vero che la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza è peggiorata, di chi è la colpa? E’ ora di finirla con questa ipocrisia che poi, diciamocelo francamente, è direttamente legata alla richiesta di fondi alla comunità internazionale piuttosto che al reale pensiero delle condizioni di vita della popolazione di Gaza, perché se realmente a Onu e Ong gliene fregasse qualcosa della gente di Gaza denuncerebbero il sistema mafioso di Hamas e non le operazioni di difesa di Israele ed Egitto.


Sharon Levi


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venerdì 18 luglio 2014

L'Onu ritrova razzi in una sua scuola a Gaza, aperta un'inchiesta

L'Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato di aver lanciato un'inchiesta sul ritrovamento di 20 razzi nascosti in una delle sue scuole a Gaza. "Ieri, nel corso di una regolare ispezione in uno dei suoi edifici, l'Unrwa ha scoperto circa 20 razzi nascosti in una scuola vuota nella Striscia di Gaza", ha fatto sapere l'agenzia con un comunicato, nel quale denuncia una "palese violazione" del diritto internazionale.

"L'Unrwa condanna con forza il gruppo o i gruppi responsabili di aver piazzato armi in una delle sue installazioni - si legge ancora nella nota - Si tratta di una violazione palese della inviolabilità dei suoi edifici, in base al diritto internazionale". Si è trattato, secondo l'agenzia Onu, del primo incidente di questo tipo, che ha "messo in pericolo i civili, compreso lo staff (Onu, ndr) e ha messo a rischio la missione fondamentale dell'Unrwa".

Nel comunicato si precisa che l'agenzia ha "informato le parti interessate", "ha poi preso tutte le misure necessarie per la rimozione degli oggetti" e ha "lanciato un'inchiesta". Israele ha più volte accusato Hamas di usare edifici civili per depositare e lanciare i suoi razzi e ha anche usato questo argomento per spiegare l'alto numero di civili uccisi nei suoi raid a Gaza.

mercoledì 7 agosto 2013

“Europe’s Hidden Hand”, chiediamo trasparenza in Europa!


Ancora finanziamenti a scatola chiusa?

L’Unione Europa finanzia ong che di fatto promuovono il conflitto
L’Unione Europea versa denaro pubblico a organizzazioni non governative (ong) impegnate in varia misura in attività anti-israeliane, contraddicendo la propria stessa politica. È quanto emerge da un nuovo rapporto intitolato “Europe’s Hidden Hand” (La mano nascosta dell’Europa), pubblicato la scorsa settimana a Gerusalemme dall’organizzazione “NGO Monitor”.
Il rapporto rivela che, tra il 2005 e il 2007, la UE ha versato decine di milioni di euro dei contribuenti europei a ong le cui attività sono in diretta contraddizione con la politica dichiarata della UE stessa. Il rapporto di 50 pagine documenta inoltre una carenza di trasparenza e di responsabilità nella gestione dei fondi elargiti dalle UE alle ong.
Il documento analizza il processo di distribuzione dei fondi a tutta una serie di ong politicamente orientate, fra cui Christian Aid, Adalah, Machsom Watch e Israel Committee Against House Demolitions. Secondo NGO Monitor, molte di queste organizzazioni parteciparono attivamente alla famigerata Conferenza di Durban del 2001 (rimasta celebre come un’invereconda kermesse di propaganda anti-israeliana e anti-ebraica), e fanno costante riferimento a Israele come “lo stato razzista dell’apartheid”. Si tratta inoltre di ong che promuovono attivamente campagne per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Alcune propugnano apertamente “la cancellazione di Israele attraverso la creazione di uno stato unico” di Palestina.
“NGO Monitor” sottolinea come queste posizioni siano “in totale contraddizione” con gli impegni assunti dalla UE nell’ambito della Road Map – promossa dal Quartetto Usa, Ue, Russia, Onu – che esplicitamente prevede la coesistenza pacifica fra lo Stato di Israele e uno Stato palestinese.
Cosa preoccupante, prosegue il rapporto, queste ong esibiscono spesso apertamente il logo della UE sui loro materiali propagandistici, mettendo in questo modo sotto il patrocinio della UE le loro posizioni estremiste contrarie alla politica della UE stessa.
Nel rapporto, “NGO Monitor” dice d’aver contattato un certo numero di funzionari UE che tuttavia hanno per lo più dimostrato di “non potere o non volere” fornire le necessarie informazioni circa le politiche di finanziamento e il processo decisionale in questo campo. “La UE – si legge nel rapporto – predica trasparenza e responsabilità, ma non fa mostra né dell’una né dell’altra nei suoi finanziamenti a ong che perseguono obiettivi politici di parte. Nonostante le decine di milioni di euro versati dai contribuenti, non sembra esistere alcun quadro uniforme né un database centralizzato da cui ottenere informazioni circa i finanziamenti alle ong: i dati risultano assai spesso celati sotto molti strati di burocrazia. Inoltre, appaiono estremamente vaghe linee guida circa i finanziamenti alle ong, cosa che lascia le decisioni in merito alla mercé delle bizze e dei pregiudizi di anonimi funzionari della Commissione Europea che non sembrano rendere conto a nessuno”.
Il rapporto chiede alla UE di cambiare politica circa i fidanzamenti alle ong e di istituire chiare linee guida che siano in grado di precludere l’acceso ai finanziamenti alle ong che di fatto “promuovono il conflitto”. Se tali cambiamenti non verranno introdotti, continua il rapporto, la conseguenza sarà che la UE “si renderà nuovamente responsabile di finanziamenti che permettono a queste ong di continuare a demonizzare e delegittimare Israele”.
“Europe’s Hidden Hand” è il primo studio che analizza in modo sistematico i fondi UE alle ong. Un parlamentare europeo lo ha già utilizzato per fare pressione sulla Commissione affinché renda conto della politica e dei meccanismi in vigore a questo riguardo.
“Per troppo tempo – afferma il direttore di NGO Monitor, prof. Gerald Steinberg – la UE ha nascosto i finanziamenti diretti a ong palestinesi, europee e israeliane altamente faziose che, sotto la facciata della pace, del dialogo e dei diritti umani, di fatto promuovono la continuazione del conflitto. Il nostro rapporto chiama la UE ad esercitare su se stessa la trasparenza e la responsabilità che predica agli altri, e a garantire che i finanziamenti alle ong non erodano i valori e le politiche della stessa Unione Europea”.
(Da: Jerusalem Post, 1.04.08)

Verso Durban 2: le ombre sulla Conferenza Onu di Ginevra



di Stefano Magni, 18 Aprile 2009


Perché mai si dovrebbe disertare una conferenza Onu che ha il nobile intento di sradicare la discriminazione e la xenofobia? L’Italia è stata la prima nazione europea a chiamarsi fuori dalla conferenza contro il razzismo di Ginevra e, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Franco Frattini, non dovrebbe cambiare rotta. Israele è stata la prima nazione nel mondo a denunciarne il carattere tendenzioso e a disertare l’evento. Stati Uniti e Canada si sono ritirati subito dopo. La Germania e l’Olanda potrebbero non partecipare ai lavori che iniziano lunedì prossimo.
Questi Stati democratici e liberali sono improvvisamente diventati tutti razzisti? Tutto sommato, leggendo l’ultima bozza della Dichiarazione alla base della conferenza (presentata mercoledì scorso dopo numerose modifiche), non si trova altro che il normale insieme di argomenti contro il razzismo e la discriminazione. Ma non è per razzismo che così tanti governi democratici hanno deciso di non partecipare all’evento. La conferenza di Ginevra, infatti, si ripromette di completare e ampliare i lavori della conferenza di Durban (non a caso l’evento di Ginevra è stato ribattezzato Durban 2) dell’agosto 2001. Durban si risolse in una gigantesca kermesse anti-israeliana, in cui fu chiesto di ripristinare la risoluzione Onu del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo (approfondisci qui con il discorso di Herzog all'ONU e le slide riassuntive del rapporto Israele-ONU).

Nella dichiarazione finale delle Ong del 2001 si leggeva chiaramente questo obiettivo: “Il popolo palestinese ha diritto di resistere all’occupazione con ogni mezzo nei limiti della legge internazionale fino al raggiungimento dell’autodeterminazione e alla fine del sistema razzista israeliano, compresa la sua forma di apartheid”.
Riguardo allo Stato ebraico, si legge nel paragrafo successivo: “continue violazioni della convenzione di Ginevra, atti di genocidio e di pulizia etnica costituiscono la forma di apartheid praticata da Israele. Un aspetto rilevante di questo sistema razzista israeliano è la negazione del diritto al rientro dei profughi palestinesi, sancito dalla legge internazionale”.


Volantino distribuito dalle ONG partecipanti alla Conferenza Onu di Durban 


Non è un caso che la conferenza di Durban, nel 2001, divenne un linciaggio generale contro le delegazioni israeliane ed ebraiche. I continui riferimenti all’apartheid nella terra della segregazione incitarono l’odio delle delegazioni internazionali, e dell’opinione pubblica locale contro i gruppi che ancora osavano sventolare la stella di David. Joelle Fiss, attivista belga degli studenti ebrei europei, riporta chiaramente nel suo “Diario da Durban” numerosi episodi di violenza verbale e fisica contro le delegazioni ebraiche, più la diffusione di libelli antisemiti distribuiti dalle organizzazioni non governative arabe e islamiche di cui esiste ampia documentazione. In un volantino della comunità musulmana sudafricana, divenuto ormai celebre, Hitler si chiede “E se avessi vinto?” e la risposta, consolante per tutto il mondo arabo è: “Oggi Israele non esisterebbe e non ci sarebbe il bagno di sangue palestinese”. La testimonianza di Joelle Fiss rivela tutto lo sconcerto di chi, convinto di aver aderito a un evento mondiale contro il razzismo, si è trovato improvvisamente “in compagnia” di organizzazioni islamiche radicali come Hamas e Hezbollah, di movimenti jihadisti vicini a Bin Laden, di regimi dittatoriali pronti a chiedere l’annientamento di un intero popolo sulle orme di Hitler.

Il rischio che la conferenza di Ginevra diventi la replica di quello scandalo è molto forte. Già da oggi, a Ginevra sono iniziati i lavori di una conferenza del “Forum della Società Civile, la “Israel Review Conference”, il cui titolo è già un pamphlet anti-sionista: “United Against Apartheid, Colonialism and Occupation: Dignity & Justice for the Palestinian People” (Uniti contro l’apartheid, il colonialismo e l’occupazione: dignità e giustizia per il popolo palestinese). I sintomi di una nuova kermesse anti-sionista ci sono tutti, a partire dalla presenza, in qualità di vicepresidente, di Mahmoud Ahmadinejad. Proprio il presidente iraniano che chiede la distruzione di Israele, nega l’Olocausto e discrimina sistematicamente le donne e le minoranze religiose nel suo Paese, sarà sul podio in una conferenza Onu contro il razzismo.
Una conferenza il cui comitato preparatore è stato guidato dalla Libia: una dittatura che si è macchiata di crimini contro gli immigrati neri provenienti da tutta l’Africa, brutalmente deportati nel Sahara o lasciati linciare in numerosi pogrom nelle città libiche.
Un evento, quello di Ginevra, finanziato anche dall’Arabia Saudita, il regno integralista musulmano che addirittura separa le autostrade, non permettendo ai non musulmani di avvicinarsi ai luoghi santi della Mecca e di Medina. Lo stesso regno in cui le donne non possono neppure uscire di casa senza il consenso di un maschio della loro famiglia, non possono guidare un’automobile, hanno la metà dei diritti degli uomini quando sono di fronte a un giudice.

Nelle conferenze regionali preparatorie di Durban 2, l’Organizzazione della Conferenza Islamica ha chiesto di limitare la libertà di espressione, con una nuova legislazione internazionale, al fine di rispettare l’identità religiosa. E’ una richiesta che mina un diritto fondamentale riconosciuto dalla Dichiarazione Universale e che ha provocato la reazione di un’ottantina di Ong occidentali (fra cui il Partito Radicale Transnazionale e UnWatch, l’organizzazione che guida la “resistenza” contro Durban 2), ma che rischia ancora di condizionare i lavori, vista la presenza massiccia di regimi islamici ai lavori di Ginevra. Il Pakistan propone addirittura di rendere il “vilipendio alla religione” un crimine contro l’umanità.
Questi sono solo alcuni dei rischi che si correrebbero se si decidesse di legittimare la conferenza di Ginevra.

Il timore espresso dai Paesi scettici o assenti, Italia compresa, è quello di un “dirottamento” della causa antirazzista. In realtà, a ben vedere, leggendo attentamente le numerose bozze di Dichiarazione che si sono succedute in questi mesi, il “dirottamento” è insito nello stesso concetto teorico dell’antirazzismo. La Dichiarazione di Durban e il Programma di Azione (che viene ribadito e promosso anche dalla conferenza di Ginevra) si basano tutti sul principio della “affirmative action”, l’azione del governo volta a rimuovere le barriere sociali e culturali giudicate discriminatorie nei confronti di una minoranza. Già così si è fuori dal concetto classico di antirazzismo, basato sull’eguaglianza dei diritti individuali e sulla rimozione delle leggi statali discriminatorie: nel momento in cui lo Stato (Stato nazionale o organismo internazionale) interviene attivamente per tentare di garantire pari dignità ad ogni cultura, concedendo nuovi diritti all’uno o all’altro gruppo, siamo in presenza di un vero e proprio razzismo alla rovescia. Ogni gruppo sarà sicuramente indotto a chiedere e rivendicare maggiori diritti per sé, anche se a danno di altri. Dopodiché è solo una questione di gusti: ci sarà sempre chi, nel nome della tutela della dignità del proprio gruppo etnico o religioso, chiederà la soppressione della libertà di espressione, chi la soppressione della libertà di culto e chi, in modo più radicale, la soppressione di un intero Stato giudicato come “un sistema razzista”.

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Titolo originale:
Non tornare indietro sul boicottaggio
Durban 2, il nemico non è il razzismo ma la libertà di espressione
di Stefano Magni, per L'Occidentale
http://www.loccidentale.it/node/69916

domenica 20 maggio 2012

La bugia che partori’ l’UNRWA

maggio 14, 2012

Un buon esempio di sfacciata menzogna  palestinese contro Israele è la “Giornata della Catastrofe”, il cosiddetto Nakba Day . A quanto pare il primo arabo a coniare questo concetto fu lo storico siriano  Costantino Zureiq, nel suo libro del 1948, Ma’na al-Nakba (il significato del disastro). Ma la commemorazione nazionale ufficiale fu inaugurata soltanto nel 1998, da Yasser Arafat. In seguito alla dichiarazione di Arafat di riconoscere ufficialmente il giorno, oltre un milione di arabi palestinesi hanno partecipato a marce e altri eventi.

Qual è il disastro che il Nakba Day commemora ? Niente meno che il giorno in cui Israele ha dichiarato l’indipendenza, nel 1948. E per aggiungere al danno la beffa, i palestinesi commemorano la giornata nazionale del disastro ogni anno, in coincidenza con la Giornata dell’Indipendenza di Israele, il 15 maggio.
Perché la Dichiarazione di Indipendenza di Israele è stata un disastro per i palestinesi? Questo ci riporta alla Guerra d’Indipendenza di Israele del 1948. L’esodo palestinese del 1948 , noto anche come Nakba, cioè il “disastro”, “la catastrofe”, o “il cataclisma”, si è verificato quando circa 725.000 arabi palestinesi fuggirono o furono espulsi dalle loro case, durante questa guerra amara.
Digitando “Nakba” sul web, la ricerca restituisce numerosi siti web palestinesi che  pretendono di spiegare questo evento della storia palestinese, ricercando simpatia e anche donazioni finanziarie per i numerosi palestinesi “rifugiati” nei paesi arabi, discendenti dei profughi originari del 1948. All’epoca nella quale questo problema si sviluppo’, a seguito dell’arrivo di centinaia di palestinesi negli stati confinanti, gli arabi rifiutarono di accettare qualsiasi soluzione al problema, addossandolo a Israele. Israele dal canto suo decise di accettarne una piccola percentuale. Ma per gli arabi la soluzione era o tutto o niente.
Così i profughi palestinesi fuggiti Israele nel 1948 durante la Guerra d’Indipendenza rimasero bloccati in squallidi campi in Giordania, Libano, Siria, Iraq ed Egitto. E hanno fatto molto comodo per la propaganda politica contro Israele, calata sulle spalle dei palestinesi.  Una domanda sorge spontanea: esattamente come hanno fatto a diventare profughi i palestinesi, nel 1948? La prima causa è stata sicuramente la Guerra d’Indipendenza stessa. I palestinesi che vivevano in Cisgiordania e Striscia di Gaza e nel resto dell’ Yishuv ebraico, respinsero con veemenza il piano di partizione delle Nazioni Unite per la Palestina, e presero le armi contro lo stato nascente di Israele. In altre parole, i palestinesi che divennero profughi non furono solo spettatori innocenti. Erano combattenti attivi che si gettarono nella mischia con i paesi invasori arabi, il cui scopo era quello di annientare lo Stato ebraico alla nascita.

Ci sono stati casi in cui i palestinesi sono stati allontanati con la forza e deportati da Israele? Probabilmente, ma forse in una guerra è sempre meglio peccare per eccesso di cautela, quando si tratta di avversari armati. E la cronaca mostra che non c’è mai stato un funzionario del governo israeliano che abbia firmato un documento per l’allontanamento e l’espulsione di eventuali combattenti palestinesi.

Il fatto è che nel 1948 i leader arabi palestinesi incoraggiarono fortemente  la loro componente a lasciare Israele, promettendo di poter tornare in seguito alle loro case da vincitori, liberati dalla scomoda presenza ebraica, risultato che era unanimamente considerato ovvio. I leader arabi dissero alla popolazione palestinese di uscire dal pericolo e lasciare che gli eserciti invasori arabi facessero il loro lavoro, senza interferenze. Fu uno dei motivi dell’esodo.  L’osservanza del Nakba Day, pertanto, non ha nulla a che fare con fatti storici, ma scaturisce solo ed esclusivamente dall’ impulso nazionale di esprimere odio e rancore contro il popolo ebraico e contro Israele. Fu una guerra che Israele fu costretto ad affrontare per difendersi e non c’è mai stata nessuna guerra nella storia che non abbia causato un problema di rifugiati. Ma ecco che fu ideata l’UNRWA.
L’Unrwa è la mega-agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai profughi palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. I fondi Unrwa in totale ammontano a cinquecento milioni di dollari. Da cinquantasei anni l’Unrwa impersona il simbolo stesso del doppio standard applicato dalla comunità internazionale per quanto riguarda la guerra del mondo arabo contro Israele. La principale missione dell’Unrwa, agenzia unica nel suo genere fra quelle dell’Onu sui profughi di tutto il mondo, non è stata finora di aiutare i palestinesi ad affrontare la realtà, dopo la guerra del 1948. Aiutare i profughi palestinesi a reinserirsi non è il suo scopo. L’Unrwa è stata usata per mantenere i profughi palestinesi esattamente nella condizione e nel luogo in cui si trovano, affinché possano servire per giustificare l’infinita guerra contro Israele. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’Unrwa, essi continuano a essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.
“La creazione dell’Unrwa rispondeva alla strategia araba di usare i campi profughi come un’arma sempre eternamente puntata contro lo stato di Israele”, ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz. O per dirla senza garbo con James Lindsay, già alto funzionario dell’agenzia Onu, “l’Unrwa è un’agenzia con fini politici e terroristici”. Nell’ultima guerra a Gaza, i terroristi islamici di Hamas sparavano all’esercito israeliano dagli edifici della Unrwa. Molti impiegati dell’Unrwa sono membri non solo delle principali fazioni terroristiche palestinesi come l’ala militare di Fatah, ma anche del gruppo jihadista  Hamas. Fra i candidati della lista Hamas, eletti nelle elezioni palestinesi, un certo numero risulta sul libro paga dell’Unrwa. Hamas ha persino gestito la sua nuova emittente televisiva dall’interno di una moschea, relativamente al sicuro, nel campo profughi di Jabalya, gestito, guarda caso, dall’Unrwa.
L’Unrwa impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole, invocanti lo sterminio degli ebrei. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture Unrwa. In una scuola dell’Unrwa lavorava Awad al-Qiq: una lunga carriera come insegnante, ma anche il principale fabbricatore di bombe per il Jihad islamico. E’ rimasto ucciso nel 2008 mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili da usare contro Israele. La Unrwa ha permesso ad Hamas di nascondere armi e uomini nelle sue ambulanze. Nidal Nazal, autista di ambulanze dell’Unrwa, fu arrestato nel 2002 dopo che il suo automezzo era stato usato per trasportare terroristi impegnati nella preparazione di attentati suicidi. Un altro dipendente della Unrwa era Said Sayyam, ministro dell’Interno di Hamas, ucciso dall’aviazione israeliana, imam nelle moschee più fondamentalistiche di Gaza e teorico dei rapimenti dei soldati israeliani. E’ stato lui a imporre alle donne palestinesi l’uso del velo islamico negli edifici governativi. Noto per la sua ferocia con i militanti palestinesi accusati di “collaborazionismo”, Sayyam era anche indicato dagli Stati Uniti come il responsabile dell’uccisione di funzionari americani nei Territori palestinesi. QUI
L’UNRWA quindi, è stato l’ente che, appositamente creato, ha continuato ad assegnare lo status di profugo “ereditario”, unico caso al mondo. Dalla cifra iniziale di profughi, stimata tra i 5000 e i 7500, sono attualmente calcolati intorno ai 5.000.000 e continueranno ad aumentare.

Infatti – a differenza dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees), l’organismo che si fa carico di tutti i profughi del mondo che non siano palestinesi – l’UNRWA garantisce i suoi servizi a tutti i discendenti dei profughi palestinesi della guerra del 1948 anche dopo più generazioni: un meccanismo attraverso il quale l’ammontare dei profughi palestinesi registrati non fa che aumentare ogni anno. QUI
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” :
«Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 5 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.»
I palestinesi sono stati usati come carne da macello dai loro vicini arabi e non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non saperlo. Ed enti come l’UNRWA hanno creato su di loro la propria fortuna. Questa è la vera Nakba palestinese.
Ancora sull’UNRWA:
QUI e QUI

lunedì 14 maggio 2012

"La linea di partizione non sarà altro che una linea di fuoco e sangue"

La guerra arabo-israeliana del 1948 ha avuto luogo in due fasi. Durante la prima fase gli inglesi erano nel paese. Non era fisicamente possibile per gli ebrei espellere gli arabi con la forza. Le forze ebraiche erano deboli e gli inglesi impedivano massicce operazioni. Tuttavia, tra 100.000 e 300.000 profughi fuggirono entro il 15 maggio 1948, prima che gli inglesi lasciassero la Palestina.

Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale dell'ONU voto' la partizione del territorio sotto il Mandato Britannico conosciuto come Palestina, dividendolo in uno stato arabo e in uno stato ebraico, attuando le disposizioni di diritto internazionale, incorporate nel League of Nations British Mandate for Palestine (Si veda la risoluzione ONU 181: Partizione della Palestina.). Gli arabi si opposero alla decisione delle Nazioni Unite e alla creazione dello Stato ebraico. Il segretario della Lega Araba, Abdul Rahman Azzam Pasha, disse, dopo il voto delle Nazioni Unite, "La linea di partizione non sarà altro che una linea di fuoco e di sangue." (Ahron Bregman e El-Tahri, Jihan, Israele e gli arabi, TVbooks, NY 1998 p., 28).

Immagini della guerra di indipendenza di Israele

La Lega Araba, considero' i piani per la persecuzione di massa degli ebrei, che furono poi attuati e portarono alla massiccia espulsione degli ebrei dai paesi arabi. Gli Arabi iniziarono i disordini a Gerusalemme, attaccando le città ebraiche e i trasporti, mentre gli inglesi stavano a guardare. Gli ebrei contro attaccarono, e gli arabi cominciarono a lasciare la Palestina, in quanto la loro leadership disorganizzata si stava sbriciolando. Già il 30 gennaio 1948, il giornale di Jaffa, Sha'ab, avvertiva, "In testa alla nostra quinta colonna ci sono coloro che abbandonano le loro case e le imprese e vanno a vivere altrove .... Alle prime difficoltà se la danno a gambe per sfuggire il fardello della lotta. "

L'avvertimento fu inutile. L'esodo dei profughi arabi continuava. Nelle grandi città, Haifa e Yaffo-Tel-Aviv, agli attacchi arabi ai quartieri ebraici, risposero contrattacchi efficaci degli ebrei. Alla fine di aprile, gli arabi fuggirono Yaffo e Haifa in massa, nonostante le suppliche degli inglesi e delle autorità israeliane. Secondo il Console degli Stati Uniti in Haifa, "... i  leader arabi, dominati dai mufti locali" spingono "tutti gli arabi a lasciare la città, e un gran numero lo ha già fatto." (Aubrey Lippincott, Console Generale degli Stati Uniti in Haifa, 22 aprile 1948)

Allo stesso modo, Jamal Husseini, il nipote del Gran Mufti Hajj Amin El Husseini, riferi' alle Nazioni Unite che, "Gli arabi non volevano sottomettersi a una tregua, ma piuttosto preferirono abbandonare le loro case, i loro averi e tutto ciò che possedevano e lasciare la città, questo è in effetti quello che hanno fatto.». (Jamal Husseini, presidente ff del Comitato Palestina araba Superiore, parlando alle Nazioni Unite Consiglio di Sicurezza. Documenti ufficiali del Consiglio di sicurezza (n. 62), 23 aprile 1948, p. 14.)

Time Magazine del 3 maggio 1948, riferi' di Haifa:

     "L'evacuazione di massa, indotta in parte dalla paura, in parte da ordini di leader arabi, ha ridotto il quartiere arabo di Haifa in una città fantasma. Dietro gli ordini arabi c'era più che orgoglio e sfida . Sopprimendo i lavoratori arabi, i loro leader speravano di paralizzare Haifa. I leader ebrei, speranzosi hanno detto: "Torneranno in pochi giorni. Già alcuni stanno tornando. "

Il Times di Londra del 5 maggio 1948 ha riferito:

    "Le strade arabe sono stranamente deserte e, evidentemente, seguendo il misero esempio  della classe più abbiente c'è stato un esodo anche da Gerusalemme , pur se non nella stessa misura di Jaffa e Haifa."

 Nonostante l'opposizione araba, il 14 maggio 1948, mentre gli inglesi stavano lasciando la Palestina, David Ben Gurion dichiarò lo stato indipendente di Israele. La Dichiarazione di Indipendenza di Israele recitava:

"Nel bel mezzo di un'aggressione deliberata, abbiamo fatto appello ai cittadini arabi dello Stato di Israele per tornare alle vie della pace e fare la loro parte nello sviluppo dello Stato, con la piena e uguale cittadinanza e la rappresentanza dovuta nei suoi organi e nelle istituzioni - provvisori o permanenti. Offriamo la pace e l'amicizia a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e li invitiamo a cooperare con la nazione indipendente ebraica per il bene comune di tutti".


La reazione degli stati arabi fu molto diversa. Il 15 maggio, a dispetto delle Nazioni Unite gli stati arabi attaccarono Israele. Secondo il giornale egiziano, Akbar al Youm del 12 ottobre 1963, il 15 maggio 1948, "il Mufti di Gerusalemme chiese agli arabi della Palestina di lasciare il paese, perché i paesi arabi erano in procinto di entrare e combattere al loro posto . " Secondo il New York Times del 16 maggio 1948, il segretario della Lega Araba, Abdul Rahman Azzam Pasha dichiaro' "questa sarà una guerra di sterminio e un massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e crociati".

Secondo il palestinese Nimr al Hawari, nel suo libro "Sir Am Nakba" (il segreto della Nakba), pubblicato a Nazareth nel 1965, il Primo Ministro iracheno Nuri  al Said dichiaro':

    "Noi distruggeremo il paese con le nostre armi e cancelleremo ogni luogo dove gli ebrei possano trovare rifugio. Gli arabi dovrebbero condurre le loro mogli e i bambini in aree sicure, fino a quando i combattimenti saranno cessati."

Questa sembrerebbe essere la prova inequivocabile che gli arabi cominciarono la guerra, e che i leader arabi in realtà favorirono la fuga dei rifugiati all'inizio della guerra. Gli egiziani invasero Gaza e Israele, e bombardarono Tel Aviv. Il giordani invasero Gerusalemme, per giustificare la loro aggressione, la Lega Araba rilascio' una dichiarazione:

"I Governi degli Stati arabi sottolineano, in questa occasione, ciò che hanno già dichiarato prima della Conferenza di Londra e alle Nazioni Unite, che l'unica soluzione del problema palestinese è la creazione di uno Stato unitario palestinese ... (Per cui) i luoghi santi saranno conservati ed i diritti di accesso ad essi garantiti".

Ottavo (paragrafo):

"Gli Stati arabi, in modo deciso,  dichiarano che (il loro) intervento in Palestina era dovuto solo a queste considerazioni ed obiettivi, e che mirava a niente di più che porre fine alle condizioni generali (in Palestina). Per questo motivo, hanno grande fiducia che la loro azione avrà il sostegno delle Nazioni Unite; e (che sarà) considerata come un'azione volta alla realizzazione dei suoi obiettivi e di promozione dei suoi principi, come previsto nella sua Carta".

Gli arabi erano "fiduciosi" che l'ONU li avrebbe aiutati a sfidare una risoluzione delle Nazioni Unite! La dichiarazione continuava:

"L'aggressione sionista ha provocato l'esodo di più di un quarto di milione degli abitanti arabi dalle loro case, costringendoli a cercare rifugio nei paesi vicini arabi. Gli eventi che hanno avuto luogo in Palestina hanno smascherato le intenzioni aggressive e i disegni imperialisti dei sionisti, come le atrocità commesse contro gli abitanti arabi amanti della pace, soprattutto in Deir Yasin, Tiberias e altri".

Secondo tutte le fonti, non ci furono atrocità a Tiberiade. L'Haganah reagi' agli attacchi arabi e gli arabi partirono volontariamente. La rivelazione che un quarto di milioni di arabi erano già fuggiti dalla Palestina, mentre gli inglesi ne avevano ancora il controllo, è una chiara indicazione che la fuga dei rifugiati non era dovuta a espulsione forzata, dal momento che la "forza" a disposizione degli eserciti clandestini ebraici era trascurabile mentre c'erano 100.000 truppe britanniche in Palestina.
(....)


 Non c'è modo di poter mai ottenere giustizia totale e completa nel mondo reale. Coloro che insistono sulla "pace con giustizia" dovrebbero prendersi cura di ciò che sperano. Il nazista Gran Mufti di Gerusalemme sfuggì la punizione a Norimberga perché fu liberato dai francesi, apparentemente al fine di interferire con la politica britannica in Palestina. Morì nel suo letto. Le decine, forse centinaia, di migliaia di ebrei uccisi dai nazisti a causa del Mufti non riusciranno mai a ottenere giustizia. I profughi ebrei dei paesi arabi non avranno mai, probabilmente, speranza di essere risarciti per le proprietà che hanno perso, o per i secoli di umiliazione sotto il dominio musulmano. Gli ebrei di Gerusalemme, che morirono durante l'assedio per le bombe, la fame, lamalattia o le pallottole del  nemico non otterranno giustizia. Gli arabi innocenti, e c'erano sicuramente innocenti, che sono morti o sono stati espulsi nel 1948 non otterrano giustizia. I romani, gli arabi, i crociati, i turchi e i britannici che hanno invaso e ricoperto la terra di Israele non hanno mai affrontato la giustizia . La grande ingiustizia che si sta facendo agli ebrei di Israele e agli arabi della Palestina è la perpetuazione del conflitto e dell'odio, in nome di obiettivi impossibili e biasimevoli.

(ARTICOLO ORIGINALE QUI)