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giovedì 24 maggio 2012

C'è un punto su cui Golda Meir, Zahir Muhsein e Yasser Arafat sono d'accordo, quale?

"Il popolo palestinese non esiste". Questa realtà evidente a chiunque fino a 40 anni fa è diventata oggi una sorta di bestemmia, la prova provata del razzismo di chiunque osi ricordarlo. Quanti filo-palestinesi sono a conoscenza di queste verità storiche documentate?










Il popolo “palestinese” non esiste
Di Joseph Farrah
Posted: July 11, 2002
© 2002 WorldNetDaily.com


Un titolo provocatorio? E’ molto di più. E’ la verità.
La verità non cambia. La verità è la verità. Se una cosa era vera 50 anni fa, 40 anni fa, 30 anni fa, è ancora vera oggi. E la verità è che solo 30 anni fa, non c’era molta confusione riguardo alla questione palestinese.

Forse vi ricorderete che l’ex Primo Ministro israeliano GOLDA MEIR FECE LA CORAGGIOSA DICHIARAZIONE POLITICA: “NON ESISTE UN POPOLO PALESTINESE”.

Questa affermazione da allora è stata fonte di scherno e derisione da parte dei propagandisti arabi. Amano parlare del “razzismo” di Golda Meir. Amano insinuare che si trattasse di negazionismo storico. Amano dire che la sua affermazione è palesemente falsa, una deliberata menzogna, un inganno strategico.

Ciò di cui non amano parlare, invece, sono LE DICHIARAZIONI MOLTO SIMILI FATTE DA YASSER ARAFAT e dal suo ristretto cerchio di dirigenza politica anni dopo che Golda Meir aveva detto la verità – che non esiste una distinta identità culturale o nazionale palestinese.

Così, nonostante il fatto che sia comunemente accettato che esista un popolo palestinese, voglio riportare queste dichiarazioni scomode fatte da Arafat e dai suoi sostenitori quando ancora non si preoccupavano molto delle pubbliche relazioni.




Il 31 marzo 1977, il giornale olandese Trouw pubblicò un’intervista con un membro del comitato direttivo dell’OLP, Zahir Muhsein. Ecco le sue dichiarazioni: 
“IL POPOLO PALESTINESE NON ESISTE. La creazione di uno Stato Palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato d’Israele per “l’unità araba”. In realtà non c’è differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. SOLO PER RAGIONI POLITICHE E STRATEGICHE OGGI PARLIAMO DELL’ESISTENZA DI UN POPOLO PALESTINESE, visto che gli interessi arabi richiedono che venga creato un distinto “popolo palestinese” che si opponga al sionismo. Per motivi strategici, la Giordania, che è uno Stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa mentre, come palestinese, posso indubbiamente rivendicare Haifa, Jaffa, Beer- Sheva e Gerusalemme. Comunque, appena riconquisteremo tutta la Palestina, non aspetteremo neppure un minuto ad unire Palestina e Giordania”.
Piuttosto esplicito, vero? E’ perfino più chiaro della dichiarazione di Golda Meir. Conferma quello che ho scritto nel titolo. E non si tratta di una dichiarazione unica nel suo genere. 
Arafat stesso fece una dichiarazione di questo tipo, decisa ed inequivocabile, nel 1993. 
Questo dimostra che, alla fine, LA QUESTIONE DELLO STATO PALESTINESE E’ UN SOTTERFUGIO IDEATO PER ARRIVARE ALL’OBIETTIVO DI DISTRUGGERE ISRAELE.


In effetti, lo stesso giorno in cui Arafat firmò la “Declaration of Principles” nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana. Ecco cosa disse: 
“Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele”.
Non importa quante persone siano convinte che il desiderio di fondare uno Stato Palestinese sia sincero e che sia la soluzione per portare la pace in Medio Oriente, queste persone vengono prese in giro.

L’ho detto prima e lo ripeterò ancora, nella storia del mondo, LA PALESTINA NON E’ MAI ESISTITA COME NAZIONE. La regione conosciuta come Palestina è stata governata prima dagli antichi romani, poi dai musulmani e dai crociati cristiani, poi dall’impero ottomano e, per poco tempo, dagli inglesi dopo la prima guerra mondiale. Gli inglesi acconsentirono a restituire almeno una parte della terra agli ebrei, visto che era la terra dei loro padri. Non è mai stata governata dagli arabi come una nazione a se stante.

Perché adesso è diventata una priorità cruciale?
La risposta sta NELLA MASSICCIA CAMPAGNA DI DISINFORMAZIONE E NELLO SPIETATO TERRORISMO DEGLI ULTIMI 40 ANNI.


Golda Meir aveva ragione. La sua dichiarazione viene avvalorata dalla verità della storia e dalle esplicite, ma poco conosciute, dichiarazioni di Arafat e dei suoi seguaci.
Israele e l’occidente non devono arrendersi al terrorismo concedendo agli assassini quello che vogliono – il trionfo nelle pubbliche relazioni e una vittoria strategica. 

Non è troppo tardi per dire no al terrorismo. NON E’ TROPPO TARDI PER DIRE NO AD UN ALTRO STATO ARABO TERRORISTA. NON E’ TROPPO TARDI PER DIRE LA VERITA’ RIGUARDO ALLA PALESTINA.


______________
Joseph Farah è un arabo-americano di religione cristiano-evangelica. Dirige il quotidiano online WorldNetDaily, una delle voci più ascoltate della cultura conservatrice americana.

Traduzione dall’inglese a cura del
Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana

domenica 20 maggio 2012

La bugia che partori’ l’UNRWA

maggio 14, 2012

Un buon esempio di sfacciata menzogna  palestinese contro Israele è la “Giornata della Catastrofe”, il cosiddetto Nakba Day . A quanto pare il primo arabo a coniare questo concetto fu lo storico siriano  Costantino Zureiq, nel suo libro del 1948, Ma’na al-Nakba (il significato del disastro). Ma la commemorazione nazionale ufficiale fu inaugurata soltanto nel 1998, da Yasser Arafat. In seguito alla dichiarazione di Arafat di riconoscere ufficialmente il giorno, oltre un milione di arabi palestinesi hanno partecipato a marce e altri eventi.

Qual è il disastro che il Nakba Day commemora ? Niente meno che il giorno in cui Israele ha dichiarato l’indipendenza, nel 1948. E per aggiungere al danno la beffa, i palestinesi commemorano la giornata nazionale del disastro ogni anno, in coincidenza con la Giornata dell’Indipendenza di Israele, il 15 maggio.
Perché la Dichiarazione di Indipendenza di Israele è stata un disastro per i palestinesi? Questo ci riporta alla Guerra d’Indipendenza di Israele del 1948. L’esodo palestinese del 1948 , noto anche come Nakba, cioè il “disastro”, “la catastrofe”, o “il cataclisma”, si è verificato quando circa 725.000 arabi palestinesi fuggirono o furono espulsi dalle loro case, durante questa guerra amara.
Digitando “Nakba” sul web, la ricerca restituisce numerosi siti web palestinesi che  pretendono di spiegare questo evento della storia palestinese, ricercando simpatia e anche donazioni finanziarie per i numerosi palestinesi “rifugiati” nei paesi arabi, discendenti dei profughi originari del 1948. All’epoca nella quale questo problema si sviluppo’, a seguito dell’arrivo di centinaia di palestinesi negli stati confinanti, gli arabi rifiutarono di accettare qualsiasi soluzione al problema, addossandolo a Israele. Israele dal canto suo decise di accettarne una piccola percentuale. Ma per gli arabi la soluzione era o tutto o niente.
Così i profughi palestinesi fuggiti Israele nel 1948 durante la Guerra d’Indipendenza rimasero bloccati in squallidi campi in Giordania, Libano, Siria, Iraq ed Egitto. E hanno fatto molto comodo per la propaganda politica contro Israele, calata sulle spalle dei palestinesi.  Una domanda sorge spontanea: esattamente come hanno fatto a diventare profughi i palestinesi, nel 1948? La prima causa è stata sicuramente la Guerra d’Indipendenza stessa. I palestinesi che vivevano in Cisgiordania e Striscia di Gaza e nel resto dell’ Yishuv ebraico, respinsero con veemenza il piano di partizione delle Nazioni Unite per la Palestina, e presero le armi contro lo stato nascente di Israele. In altre parole, i palestinesi che divennero profughi non furono solo spettatori innocenti. Erano combattenti attivi che si gettarono nella mischia con i paesi invasori arabi, il cui scopo era quello di annientare lo Stato ebraico alla nascita.

Ci sono stati casi in cui i palestinesi sono stati allontanati con la forza e deportati da Israele? Probabilmente, ma forse in una guerra è sempre meglio peccare per eccesso di cautela, quando si tratta di avversari armati. E la cronaca mostra che non c’è mai stato un funzionario del governo israeliano che abbia firmato un documento per l’allontanamento e l’espulsione di eventuali combattenti palestinesi.

Il fatto è che nel 1948 i leader arabi palestinesi incoraggiarono fortemente  la loro componente a lasciare Israele, promettendo di poter tornare in seguito alle loro case da vincitori, liberati dalla scomoda presenza ebraica, risultato che era unanimamente considerato ovvio. I leader arabi dissero alla popolazione palestinese di uscire dal pericolo e lasciare che gli eserciti invasori arabi facessero il loro lavoro, senza interferenze. Fu uno dei motivi dell’esodo.  L’osservanza del Nakba Day, pertanto, non ha nulla a che fare con fatti storici, ma scaturisce solo ed esclusivamente dall’ impulso nazionale di esprimere odio e rancore contro il popolo ebraico e contro Israele. Fu una guerra che Israele fu costretto ad affrontare per difendersi e non c’è mai stata nessuna guerra nella storia che non abbia causato un problema di rifugiati. Ma ecco che fu ideata l’UNRWA.
L’Unrwa è la mega-agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai profughi palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. I fondi Unrwa in totale ammontano a cinquecento milioni di dollari. Da cinquantasei anni l’Unrwa impersona il simbolo stesso del doppio standard applicato dalla comunità internazionale per quanto riguarda la guerra del mondo arabo contro Israele. La principale missione dell’Unrwa, agenzia unica nel suo genere fra quelle dell’Onu sui profughi di tutto il mondo, non è stata finora di aiutare i palestinesi ad affrontare la realtà, dopo la guerra del 1948. Aiutare i profughi palestinesi a reinserirsi non è il suo scopo. L’Unrwa è stata usata per mantenere i profughi palestinesi esattamente nella condizione e nel luogo in cui si trovano, affinché possano servire per giustificare l’infinita guerra contro Israele. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’Unrwa, essi continuano a essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.
“La creazione dell’Unrwa rispondeva alla strategia araba di usare i campi profughi come un’arma sempre eternamente puntata contro lo stato di Israele”, ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz. O per dirla senza garbo con James Lindsay, già alto funzionario dell’agenzia Onu, “l’Unrwa è un’agenzia con fini politici e terroristici”. Nell’ultima guerra a Gaza, i terroristi islamici di Hamas sparavano all’esercito israeliano dagli edifici della Unrwa. Molti impiegati dell’Unrwa sono membri non solo delle principali fazioni terroristiche palestinesi come l’ala militare di Fatah, ma anche del gruppo jihadista  Hamas. Fra i candidati della lista Hamas, eletti nelle elezioni palestinesi, un certo numero risulta sul libro paga dell’Unrwa. Hamas ha persino gestito la sua nuova emittente televisiva dall’interno di una moschea, relativamente al sicuro, nel campo profughi di Jabalya, gestito, guarda caso, dall’Unrwa.
L’Unrwa impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole, invocanti lo sterminio degli ebrei. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture Unrwa. In una scuola dell’Unrwa lavorava Awad al-Qiq: una lunga carriera come insegnante, ma anche il principale fabbricatore di bombe per il Jihad islamico. E’ rimasto ucciso nel 2008 mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili da usare contro Israele. La Unrwa ha permesso ad Hamas di nascondere armi e uomini nelle sue ambulanze. Nidal Nazal, autista di ambulanze dell’Unrwa, fu arrestato nel 2002 dopo che il suo automezzo era stato usato per trasportare terroristi impegnati nella preparazione di attentati suicidi. Un altro dipendente della Unrwa era Said Sayyam, ministro dell’Interno di Hamas, ucciso dall’aviazione israeliana, imam nelle moschee più fondamentalistiche di Gaza e teorico dei rapimenti dei soldati israeliani. E’ stato lui a imporre alle donne palestinesi l’uso del velo islamico negli edifici governativi. Noto per la sua ferocia con i militanti palestinesi accusati di “collaborazionismo”, Sayyam era anche indicato dagli Stati Uniti come il responsabile dell’uccisione di funzionari americani nei Territori palestinesi. QUI
L’UNRWA quindi, è stato l’ente che, appositamente creato, ha continuato ad assegnare lo status di profugo “ereditario”, unico caso al mondo. Dalla cifra iniziale di profughi, stimata tra i 5000 e i 7500, sono attualmente calcolati intorno ai 5.000.000 e continueranno ad aumentare.

Infatti – a differenza dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees), l’organismo che si fa carico di tutti i profughi del mondo che non siano palestinesi – l’UNRWA garantisce i suoi servizi a tutti i discendenti dei profughi palestinesi della guerra del 1948 anche dopo più generazioni: un meccanismo attraverso il quale l’ammontare dei profughi palestinesi registrati non fa che aumentare ogni anno. QUI
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” :
«Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 5 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.»
I palestinesi sono stati usati come carne da macello dai loro vicini arabi e non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non saperlo. Ed enti come l’UNRWA hanno creato su di loro la propria fortuna. Questa è la vera Nakba palestinese.
Ancora sull’UNRWA:
QUI e QUI

domenica 15 aprile 2012

Israele Stato ebraico: il diritto all'autodeterminazione




Diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico

Il concetto di "stato ebraico" designa l'aspirazione nazionale del popolo ebraico all'autodeterminazione sul territorio del suo stato. Si tratta di un diritto attribuito a tutto il popolo dal diritto internazionale in materia di diritti dell'uomo. C'è un ampio consenso per il quale si applica agli ebrei la definizione di "popolo" secondo l'insieme dei criteri definiti dal diritto internazionale. Il diritto all'auto determinazione è inscritto nelle convenzioni internazionali e nell'articolo 1 della Convenzione sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, che la più parte dei paesi hanno sottoscritto. Inoltre si tratta di un diritto che ai nostri giorni ha valore  accettato. E' importante notare che lo stato d'Israele non introduce elementi religiosi nella definizione del suo carattere ebraico ma crea uno spazio pubblico nel quale il gruppo maggioritario ebraico puo' esprimere la sua identità collettiva, per esempio attraverso le celebrazioni delle feste ebraiche, eventi culturali o dando priorità all'immigrazione ebraica. Il termine "stato ebraico" ha lo scopo di esprimere la nozione di nazione e non di religione.

Ad esempio, sebbene Israele abbia instaurato il sabato come giorno di riposo settimanale conformemente al costume della religione ebraica, ogni lavoratore ha diritto di domandare al suo datore di lavoro - e questo di ottemperare alla richiesta - che un altro giorno di risposo settimanale gli sia accordato, rimpiazzando il sabato, a seconda della sua appartenenza religiosa. A titolo d'esempio, in paesi come Francia, Germania, Stati Uniti e molti altri, le feste nazionali continuano ad essere festeggiate in concomitanza con le feste cattoliche, e la domenica è stata decretata giorno di riposo settimanale come è comune nel costume e la la religione cristiana, malgrado una routine democratica e laica profondamente radicata.


Il diritto degli ebrei all'autodeterminazione ha ricevuto riconoscimento internazionale durante gli ultimi secoli

Il diritto degli ebrei all'autodeterminazione è stato riconosciuto dalla comunità internazionale dal 18° secolo. Nel 1799 Napoleone vedendo negli ebrei gli eredi legittimi della Palestina, dette loro il diritto di erigere uno stato. Il secondo presidente degli Stati Uniti d'America, John Adams, dichiaro' il suo desiderio di vedere il popolo ebraico stabilire uno stato sovrano in Giudea.
Abraham Lincoln dichiaro' che il ritorno del popolo ebraico nel suo territorio naturale in Palestina era un sogno nobile condiviso da molti americani.
Nel 1917, la dichiarazione Balfur fu un primo riconoscimento del sogno sionista da parte di una grande potenza. Questo riconoscimento fu incoraggiato da Italia, Francia e Stati Uniti. La dichiarazione Balfur fu all'origine della formazione della maggioranza di popolazione ebrea in Israele, dando al popolo ebraico il diritto all'auto determinazione e il riconoscimento internazionale di tale diritto. Il 24 luglio 1922, il mandato britannico fu approvato dalla Lega delle Nazioni che convenne quanto segue:
“Considerato che è qui riconosciuta la connessione storica del popolo ebraico con la Palestina e per tale motivo il diritto a ricostituire la loro sede nazionale in quel paese".
In questo modo l' aspirazione alla creazione di uno stato ebraico passo' da politica a obbligo del diritto internazionale. Questo principio è accompagnato dalla conoscenza internazionale e fu espresso di nuovo dal presidente Barak Obama recentemente nel suo discorso del 19 maggio 2011.

Riassumendo, nonostante possa sembrare che la costituzione di uno stato ebraico sia per i palestinesi una pietra d'inciampo, si vede che nel passato i palestinesi non hanno sempre espresso la stessa opposizione.
Nella dichiarazione d'indipendenza palestinese nel 1988, Yasser Arafat si rifece, fra l'altro, alla risoluzione 181 delle Nazioni Unite (piano di spartizione) nella quale fu stipulato che la Palestina sarà divisa in due stati, uno ebraico l'altro arabo.

http://ambisrael.fr/letat-disrael-en-tant-quetat-juif-fondements/

Israele e palestinesi: rinfreschiamoci la memoria






C'è un assente importante, nel modo con cui in questi giorni viene raccontato l'ennesimo scontro tra Israele e i terroristi di Hamas: la verità storica. Israele è tornato (ma in certi immaginari semplici non ha mai smesso di esserlo) quella entità malvagia che nega il diritto dei palestinesi ad avere uno stato. E il raid israeliano e le vittime che ha prodotto sono l'ennesima prova delle colpe del governo di Gerusalemme.

«Dimenticare come si è arrivati a questo punto» 

sembra essere la parola d'ordine di una generazione di cronisti e commentatori colpiti all'improvviso dal morbo di Alzheimer. Curiosamente (si fa per dire) nove volte su dieci gli smemorati sono gli stessi che si riempiono la bocca con le frasi fatte sul «dovere della memoria».



Il peccato originale


Per cominciare: è vero che i palestinesi non hanno uno stato per colpa di Israele? La risposta è semplice: no. La colpa è degli stati arabi e degli stessi leader palestinesi. I quali, pur di impedire la creazione dello stato d'Israele prima, e di annientare l'«entità sionista» poi, non hanno esitato a sacrificare la causa della Palestina. Israele, infatti, aveva accettato già nel 1947 la presenza di uno stato palestinese ai suoi confini, così come previsto dalla risoluzione 181 delle Nazioni Unite. Approvata il 29 novembre del 1947, questa imponeva la creazione di uno stato arabo indipendente, di uno stato israeliano e di un'amministrazione internazionale controllata per la città di Gerusalemme.
Lo stato di Israele nacque ufficialmente il 14 maggio del 1948, mentre ancora si stavano ritirando le truppe inglesi. In quel momento, non esisteva alcuno stato palestinese. Sarebbe nato se la risoluzione dell'Onu fosse stata accolta. Gli israeliani l'avevano accettata. Ma i Paesi arabi no: il loro scopo, al quale ogni altro obiettivo doveva essere sacrificato, era la distruzione di Israele.
Già il 15 maggio, mentre le Nazioni Unite stavano a guardare, milizie provenienti da Transgiordania, Egitto, Siria, Libano e Iraq, aiutate da unità dell'Arabia Saudita e dello Yemen, provarono ad uccidere la nuova creatura nella culla. Il segretario della Lega Araba, Azzam Pasha, disse che quella che era appena iniziata sarebbe stata «una guerra di sterminio e un enorme massacro».
Il conflitto durò un anno. Al termine del quale, anche grazie alle divisioni tra gli aggressori, non solo Israele era sopravvissuto, ma aveva allargato il territorio controllato dalle sue forze, annettendo la Galilea e altre aree a maggioranza araba. L'armistizio con gli aggressori fu siglato nel 1949. L'Egitto vedeva riconosciuta l'occupazione della striscia di Gaza, mentre la Transgiordania si era annessa la Giudea e la Samaria, diventando Giordania, e aveva conquistato la città vecchia di Gerusalemme. Pur di non riconoscere il diritto di Israele a esistere, questi paesi si guardarono bene dal chiedere l'attuazione della risoluzione Onu che prevedeva anche la creazione dello stato palestinese.



Errori e orrori dell'Olp


Pure i palestinesi ci misero del loro. La loro rappresentanza ufficiale, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha sempre rivendicato come territori "minimi" dello stato palestinese la Giudea, la Samaria e la Striscia di Gaza, nacque nel 1964. E cioè quando, in seguito all'armistizio del 1949, Giudea e Samaria appartenevano alla Giordania e la Striscia di Gaza all'Egitto. È quindi a questi due stati che l'Olp si sarebbe dovuta rivolgere per ottenere i territori desiderati. Ma così non fu. Nell'atto costitutivo dell'Olp si legge che «la divisione della Palestina attuata nel 1947 e la fondazione di Israele sono illegali, nulle e non valide, perché contrarie alla volontà del popolo palestinese e al suo naturale diritto alla sua madrepatria». Gli stessi attentati palestinesi contro i civili israeliani iniziarono ben prima del controllo israeliano su Gaza, Giudea e Samaria, assunto nel 1967. In altre parole, furono gli stessi rappresentanti del popolo palestinese a respingere la risoluzione Onu che assegnava loro uno stato, anteponendo ai loro stessi interessi la distruzione del nemico sionista. Un atteggiamento che durò sino al 1988: solo in quell'anno, infatti, Yasser Arafat comunicò al presidente statunitense Bill Clinton che l'Olp intendeva riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Fregandosene della "fratellanza islamica", intanto, i paesi arabi, invece di accogliere i profughi palestinesi, avevano deciso che sarebbe stato meglio usarli come arma contro Israele. Con la complicità delle Nazioni unite, i profughi ottennero lo status di rifugiati anche se non erano stati residenti "abituali" in Palestina (come previsto dal diritto internazionale), ma vi avevano vissuto solo per un paio d'anni prima del 1948. Inoltre fu stabilito che sarebbero stati considerati rifugiati anche se avessero ottenuto una nuova nazionalità. Infine, lo status di rifugiato divenne ereditario: per la prima volta nella storia poteva essere trasmesso ai figli. Grazie alla
loro aggressione, quindi, gli stati arabi poterono dire al mondo che Israele aveva causato 900mila profughi palestinesi, il cui numero sarebbe aumentato negli anni, grazie all'incremento demografico. Una pistola carica puntata sul nemico: come spiegò nel 1961 il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, «se i rifugiati tornano in Israele, Israele cesserà di esistere».


Settembre nero


Nel 1967 fu persa un'altra occasione. Egitto, Iraq, Siria, Giordania, Libano e Arabia Saudita, forti dei mezzi militari e dell'addestramento forniti dall'Unione Sovietica, si erano addossati ai confini di Israele. L'Egitto aveva bloccato lo stretto di Tiran e il porto di Eilat, impedendo l'accesso al mare a Israele e dichiarando l'iniziodella guerra. Ma il comandante israeliano, Yitzhak Rabin, il 5 giugno aveva attaccato i nemici con un blitz e, grazie a un uso spregiudicato dell'aeronautica, in soli sei giorni era riuscito a sbaragliarli. Il 10 giugno arrivò il cessate il fuoco. L'esercito israeliano aveva preso il controllo di Gerusalemme vecchia, della Giudea e della
Samaria (sottratte alla Giordania); della penisola del Sinai e di Gaza (tolte all'Egitto); delle alture del Golan (strappate alla Siria).
Israele, però, era pronto a rinunciare a queste conquiste. In cambio, chiedeva il riconoscimento da parte degli stati arabi coinvolti. Avrebbe potuto essere l'occasione per riproporre la creazione di uno stato palestinese. Ma la risposta della Lega Araba, anche in questo caso, fu netta: «Nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, nessuna trattativa con Israele». Unilateralmente, e avversati da tutti gli altri stati arabi, l'Egitto (nel 1979) e la Giordania (nel 1994) accettarono di riconoscere Israele, ottenendo indietro
buona parte dei territori persi durante le fallite aggressioni militari.
Fu in seguito alla guerra dei sei giorni che i palestinesi compirono uno degli errori più deleteri per la loro causa. Il conflitto, infatti, aveva provocato un nuovo esodo di miliziani palestinesi verso la Giordania. Ben presto, sotto l'insegna dell'Olp di Arafat, costoro si erano dati al terrorismo, uccidendo civili e militari giordani e provando più volte ad assassinare re Hussein. Il quale, nel settembre del 1970, ricorse all'esercito, massacrandone a migliaia e cacciando i fedayn dell'Olp in Libano. Sarà proprio Settembre nero, l'organizzazione terroristica palestinese nata in seguito a questa esperienza, a uccidere undici atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco nel 1972 e a compiere molti altri attentati terroristici.
Ma lo sbaglio politico più grave Arafat lo commise nel luglio del 2000, con la sua scelta scellerata di respingere gli accordi di Camp David proposti dal premier laburista israeliano Ehud Barak e voluti dal presidente statunitense Bill Clinton. Barak aveva messo sul tavolo l'assegnazione al nuovo stato palestinese del 97 per cento del territorio della Giudea-Samaria, l'intera striscia di Gaza, quasi tutti i quartieri arabi di Gerusalemme est e la spianata delle moschee, ad eccezione del muro del pianto. Clinton offriva aiuti economici internazionali per trenta miliardi di dollari, che sarebbero stati usati per aiutare il rimpatrio dei profughi palestinesi e - in parte minore - di quelli israeliani.


La "vittoria" di Arafat

Avesse detto sì, Arafat sarebbe ricordato oggi come il padre della patria palestinese. Invece il vecchio terrorista che nel 1974 si era presentato all'Onu con la pistola nella fondina, e che venti anni dopo aveva vinto il più discutibile dei premi Nobel per la pace, decise di respingere l'offerta. Non riteneva sufficienti le proposte di Israele, e forse non giudicava congrua nemmeno l'offerta economica di Clinton.
Di sicuro non era uomo nato per firmare accordi, ma per sparare ai nemici. Arafat tornò nei territori palestinesi mostrando due dita in segno di vittoria, mentre la folla lo acclamava. Di lì a poco, contro Israele, sarebbero iniziati gli attentati suicidi dei martiri palestinesi. Donne e bambini imbottiti di esplosivo e spediti a immolarsi, che restano a tutt'oggi la migliore metafora della gloriosa "vittoria" di Arafat.
Non è un caso che oggi Arabia Saudita, Giordania ed Egitto sembrino quasi confortati dall'operazione di "pulizia" che Israele sta realizzando nella striscia di Gaza. Più che da Israele, questi paesi sono preoccupati da Siria ed Iran, i grandi sponsor del terrorismo.
Per tutti costoro, la causa dello stato palestinese è sempre stata un pretesto, mai un fine. A maggior ragione adesso, dopo sessant'anni di errori e fallimenti.

Fausto Carioti
01/12/2008
http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/?TAG=arafat