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mercoledì 7 agosto 2013

Musica per la fratellanza? No, grazie!



L'analisi di Federico Steinhaus 

Una fiammella di speranza, subito spenta dal gelido vento dell'estremismo

La somma di due eventi positivi può sfociare in un risultato devastante? Nel mondo arabo sì, a quanto pare. Nel campo profughi di Jenin, tristemente noto a chiunque segue le vicende della regione, è stata formata una piccola orchestra di 13 musicisti dagli 11 ai 18 anni, maschi e femmine. Questa piccola orchestra ha deciso di chiamarsi "Strumenti a corda della pace". Già questa notizia da sola ha la capacità di aprire i nostri cuori alla speranza: ma allora non tutti i giovani sono stati avvelenati nell'animo dalla propaganda dell'odio a loro dedicata dalla televisione e dalle scuole palestinesi? Evviva! Ma non basta. Questa orchestra è andata a suonare a Holon, in Israele, per un gruppo di sopravvissuti alla Shoah. Magnifico! Commovente! I primi brani eseguiti sono stati la canzone araba "Noi cantiamo per la pace" e due brani per violini e tamburi arabi. Un brano è stato perfino dedicato al soldato Shalit, rapito da Hamas 1000 giorni or sono. Già. Ma al rientro a Jenin le autorità politiche palestinesi hanno sciolto questa orchestra "di pace", la cinquantenne direttrice del gruppo Wafa Younis è stata espulsa dal campo profughi ed il suo appartamento è stato chiuso. Leaders ed attivisti del campo profughi hanno affermato che l'Olocausto è un "problema politico" e che la partecipazione dei bambini al concerto rappresentava "una questione pericolosa" in quanto si contrapponeva alla identità culturale e nazionale palestinese. "Elementi sospetti" si celavano dietro questa vicenda allo scopo di sminuire l'eroismo dei residenti del campo profughi durante l'invasione israeliana del 2002. Il portavoce di diversi gruppi politici del campo, Ramzi Fayad, ha condannato questo evento affermando che esiste una ferma opposizione a qualsiasi forma di normalizzazione con Israele. 


(Informazione Corretta, 30 marzo 2009) 

lunedì 4 giugno 2012

Ogni accusa è buona: Israele e i profughi del Sudan



Costantemente sotto i riflettori della stampa occidentale e di quella stampa “alternativa” che opera esclusivamente nel web tramite siti e blog, lo Stato di Israele viene periodicamente accusato delle colpe più varie. Tali colpe dovrebbero riconfermare, agli occhi di noi lettori, quelle qualità mostruose di cui si fa portatore lo Stato Ebraico, ovvero il razzismo, la violenza, il classismo, la mancanza di etica e democrazia e così via dicendo. Ma siamo proprio sicuri che le accuse che vengono mosse ad Israele siano effettivamente fondate o piuttosto ci troviamo troppo spesso di fronte a distorsioni, inesattezze, notizie false, terminologie tendenziose e/o offensive che diventano poi luoghi comuni passivamente condivisi?

Facciamo un esempio concreto.
Negli articoli che leggiamo in questi giorni si denuncia con toni infuocati il fatto che Israele respinga i profughi del Sudan e che preveda di “deportare” (queste le terminologie usate!) quelli già presenti sul suo territorio.

Questa mezza notizia imprecisa ovviamente rincara la dose di vecchie e nuove accuse mai veramente analizzate dalla maggioranza dei lettori, ma grazie alle quali Israele si è guadagnato per una buona fetta del pubblico l'immagine di “Stato antidemocratico”, anzi meglio, di “Stato dell’apartheid”.
Così, il lettore medio italiano, non troppo informato di realtà mediorientali ma desideroso di commentare su facebook le ultime notizie, si sente confortato da una tale massa di accuse sentite e risentite in tutte le salse che non esita a tranciare giudizi, ovviamente negativi, sul “grado di eticità”, di “democraticità” e di “legittimità” dello Stato di Israele.
E dunque, di sillogismo in sillogismo, se Israele è uno Stato “antidemocratico” e privo di etica, insomma uno “Stato dell’apartheid”, di che si lamenta poi?

Allora facciamo un ragionamento un po' più articolato e vediamo se veramente la notizia che riguarda i rifugiati Sudanesi è utile come prova del nove del tanto decantato razzismo imputato allo Stato di Israele.

Innanzitutto dobbiamo chiederci: da chi esattamente scappano questi disperati del Sudan? Chi governa in Sudan? Di quale etica si fa portatore?
Ricordiamoci che questi profughi non emigrano per migliorare le loro condizioni economiche, ma per salvarsi la vita. Chi mette a repentaglio la vita dei Sudanesi?
Omar al-Bashir, l’imposizione della Shari’a, le responsabilità nel genocidio del Darfur e nella Seconda Guerra Civile
Link qui http://www.overland.org/blog/79-approfondimenti/657-approfondimento-il-sudan-ostaggio-di-un-governo-criminale-.html
Sudan, prove di guerra, pace, fondi neri e sharìa
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2010/12/21/sudan-prove-di-guerra-pace-fondi-neri-e-sharia/
Al-Bashir appoggiato da un altro Stato campione dei diritti umani: la Cina
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/03/05/sudan-arresto-di-bashir-dura-protesta-di-pechino-allonu/
Il governo sudanese bombarda i rifugiati sudanesi nel Sud-Sudan
Link: http://www.unhcr.it/news/dir/18/view/1133/sud-sudan-condanna-per-i-raid-aerei-sui-rifugiati-sudanesi-113300.html
L’etica della Polizia Sudanese
Link: http://corriereimmigrazione.blogspot.it/2012/05/sudan-profughi-feriti-e-uccisi-nel.html
In altre parole, niente integralismo islamico = niente profughi del Sudan. Possiamo scavalcare a piè pari le cause scatenanti del fenomeno distruttivo?
Eppure tutti sorvolano sull'argomento, strano no?

Altra costellazione di domande: come mai i profughi Sudanesi bussano alle porte di Israele?
Il Sudan NON CONFINA con Israele. Prendete Google Maps o altro sito a voi più gradito e controllate, i profughi che fuggono a nord per raggiungere Israele attraversano l’intero Egitto, come mai non si fermano in Egitto?
Traffico d’organi e violenze in Egitto (Sinai)
Link: http://habeshia.blogspot.it/2012/05/profughi-schiavi-nel-sinai.html
Le testimonianze di chi raggiunge Israele
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Qual è stata in passato la politica di Israele rispetto ai rifugiati?
Un caso esemplare: 1977, Israele e i profughi vietnamiti
Link: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Immigration/VietBoatPeople.html
E di certo non si potrà sospettare che i vietnamiti fossero di religione ebraica, giusto? (N.B solo 2 anni prima, nel 1975, Israele era stato definito in una inqualificabile risoluzione ONU come Stato razzista inquanto Sionista… ma allora questo famigerato razzismo, in cosa consiste? Chi sostiene questa TESI ieri come oggi? Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/in-nuovo-antisemitismo-si-gioca-allonu.html)

Dal 2007, però, la situazione si è fatta ingestibile, si tratta di flussi da decine di migliaia di profughi verso un paese che conta 7 milioni di abitanti, grande come l’Emilia Romagna, con tensioni sociali molto forti. Nessuno nega le condizioni disastrose dei profughi, ma va detto che, oltre ad essere attive sul territorio un buon numero di associazioni che li sostengono e aiutano concretamente, le Istituzioni israeliane cercano soluzioni legali e internazionali al problema, ad esempio cercano di prendere accordi col neonato e ancora instabile stato del Sud Sudan per migliorarne le condizioni generali e rimpatriare i profughi che potrebbero ritornare nelle loro terre d’origine al riparo dalle persecuzioni… e queste sarebbero le famigerate “deportazioni” di cui si vaneggia in questi giorni?
Link: http://www.weeklystandard.com/keyword/Danny-Ayalon

E poi sarebbe utile uno sguardo più ampio sul problema dei rifugiati in tutta l’area: è solo Israele a dover fare i conti con un flusso che non riesce più a gestire? Vediamo solo alcuni casi.
Alcune notizie dal sito ufficiale dell’UNHCR
Link: http://www.unhcr.it/cerca/risultati.php?k=1&search=OIM&start=10&num_record_tot=49
Rifugiati fra Libia e Tunisia
Link: http://www.unicef.it/doc/2686/libia-odissea-dei-rifugiati-devastate-le-tende-scuola-nel-campo-profughi.htm
L’Egitto si prepara a bloccare l’ingresso dei rifugiati
http://www.secondoprotocollo.org/?p=1873
Rifugiati ai lavori forzati in Libia?
http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/17/articolo/1681/eritrei-in-libia-rischiano-i-lavori-forzati-
E parlando di profughi e rifugiati, vogliamo dirlo chiaramente che l’UNHCR ha a disposizione solo 3,3 miliardi di dollari all’anno (dato 2010) per far fronte ai problemi di tutto il mondo, mentre circa 1 miliardo (sempre dati 2010) viene convogliato esclusivamente sui profughi palestinesi?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
Anche questo è un problema etico: forse i profughi del Sudan sono profughi di serie B, ecco perché la comunità internazionale, in collaborazione con i singoli governi, non riesce comunque a gestire l’emergenza.
I profughi palestinesi sono oggi (grazie alla regola assurda dell’ereditarietà dello status) circa 4,7 milioni, ma solo la seconda guerra civile in Sudan produsse ben 4 milioni di profughi (senza contare i profughi del Darfur), è chiaro che c’è qualcosa che non va?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
E’ chiaro che le Nazioni Unite per prime applicano due pesi e due misure?

*****



Dunque, alla fine di questa breve carrellata che mostra solo per sommi capi il contesto socio-politico reale in cui cominciare a comprendere il problema dei profughi del Sudan, possiamo dire veramente che questo sia una sorta di cartina al tornasole della mancanza di democraticità in Israele? Del suo innegabile razzismo? Chi ci garantisce che anche le altre accuse mosse ad Israele quotidianamente non soffrano della stessa ristrettezza di vedute, se non addirittura di fondamenti semplicemente menzogneri?
Se già non lo conoscete, vi invito a dedicare un po' di tempo a studiare il caso del cosiddetto "massacro di Jenin" che ha gettato -e continua a gettare- infamia su Israele e il suo esercito.
Jenin e la nuova guerra fondata sui "diritti umani"
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/onu-ong-e-la-guerra-fondata-sui.html
Il film "Jenin Jenin" le accuse false e i finanziamenti dell'Autorità Palestinese

Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano.html


Chi contesta Israele e le sue politiche dalla sua finestra sul web parla spesso di etica, allora a me viene in mente che anche nel fare informazione (e nel divulgarla tramite associazioni, blog e social network) ci dovrebbe essere un’etica. Innanzitutto prendersi in carico la necessità di porsi delle domande e di darsi delle risposte al di là dei preconcetti che ognuno di noi può avere, fare una ricerca con i mezzi che tutti abbiamo a disposizione, raccogliere dati, fatti e documenti, prima di scrivere e divulgare.
Questo è etico, tutto il resto è chiacchiera, oppure propaganda... e fra le due non si sa più dire quale sia il male minore.

Fare le pulci alle altrui democrazie sulla base di analisi come minimo superficiali è facile, in fondo nessuno Stato è perfetto, soprattutto di fronte alle emergenze. Allora, tenuto conto che nessuno Stato è perfetto, e quindi neanche Israele, l’unica risposta seria che si può dare alle accuse vuote che circolano in rete è una proposta: per verificare nei fatti quel tasso di eticità e di democrazia PERCEPITA e VISSUTA da chi vive in Israele e ha conosciuto cosa significa vivere in altri Stati vicini, o transitarci da rifugiato, si potrebbe cominciare a chiedere direttamente proprio ai profughi del Sudan che, nonostante tutte le difficoltà, da anni vivono protetti dalla democrazia di Israele.
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Sarebbe questo il famoso “Stato dell'apartheid”?

A chi parla con troppa leggerezza di realtà che non conosce, appoggiandosi a comodi luoghi comuni, affibbiando ad Israele ogni sorta di etichetta infamate, bisogna ricordare che nella democratica Australia, qualcuno ha alzato la voce contro questo malcostume dilagante e finalmente arrivano le prime scuse.
La “natura offensiva” delle etichette imposte ad Israele dalla stampa
Link: http://honestreporting.com/aussie-editor-apologizes-for-apartheid-headline/
Quando cominceremo a leggere notizie simili anche in Italia?


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di Sionismoistruzioniperluso.blogspot.it

lunedì 7 maggio 2012

“Ho creduto alle cose che mi venivano dette…” il falso massacro di Jenin

Quando vi diranno con l'aria di chi la sa lunga: "Guardati Jenin Jenin", fate leggere questo...

7 maggio 2012, di Aaron Klein



Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario “Jenin, Jenin” che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d’aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d’aver ricevuto finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d’aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell’aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
 

Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d’aver ucciso “un grande numero di civili”, mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d’aver spianato l’intero campo profughi compresa un’ala del locale ospedale.
Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte “testimonianze oculari” con la chiara indicazione di indicarli come colpevoli di “crimini di guerra”.
Ora però Bakri ammette d’aver “prestato fede” a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. “Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film”, ha spiegato il regista.



Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d’aver costruito la sequenza come sua propria “scelta artistica”. 


Alla domanda se crede davvero che “durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato”, Bakri ha risposto “No, non lo credo”.

La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall’Autorità Palestinese, spiegando che “parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l’informazione nonché membro del comitato esecutivo dell’Olp sotto la direzione dell’allora leader palestinese Yasser Arafat.



Nell’aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la “culla” degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l’accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi.

Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.
Il film di Bakri mostra diversi “testimoni” che descrivono “brutalità” da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso “numerosissimi” palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L’autore tuttavia si guarda bene dall’indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.

Pierre Rehov filmmaker francese che ha girato sei documentari sull'intifada
entrando sotto copertura nelle zone palestinesi


Nel frattempo un altro film, “The Road To Jenin” di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri (guarda il video di presentazione qui). Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l’ospedale di Jenin spianandone un’intera ala con tutti i pazienti all’interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona.
Il direttore dell’ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: “Tutta l’ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti”. Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull’esterno dell’ala ovest, completamente intatta.


Rehov fornisce anche le immagini aeree dell’ospedale prese l’ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell’edificio sono normalmente in piedi.
Circa l’accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l’azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas.
Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale. “Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri”.
Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell’ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell’ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.


Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.
Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di BAMBINI PALESTINESI: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.
Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l’autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d’averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.

Aaron Klein

www.mynewsgate.net
http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/07/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano-dette/