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lunedì 26 gennaio 2015

Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali

Ripubblichiamo un interessante articolo del 2013 in merito ad uno dei tanti rapporti ONU sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte israeliana. Ne avrete sentito parlare anche voi dei 7.000 "bambini palestinesi" illegalmente incarcerati in Israele. Possiamo fidarci ciecamente dei rapporti che producono le agenzie dell'ONU?
Vediamo...



Un ragazzino palestinese viene fermato da due militari israeliani
durante una protesta (AFP Photo / Hazem Bader)


Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali 

di Noemi Cabitza 
Rights Reporter, 11 marzo 2013

Ci risiamo. Ancora una agenzia ONU che per meri interessi economici usa il paravento dei bambini palestinesi e pubblica un rapporto basato letteralmente sul nulla, fatto di illazioni, di testimonianze non verificabili e stravolge completamente il concetto di "difesa dell'infanzia" assolvendo completamente i genitori dei bambini (i veri responsabili delle azioni dei minori) mentre punta sul lato che, in termini economici, è più remunerativo: Israele. 

Questa volta è il momento dell'UNICEF che, non paga dei milioni di dollari che ogni anno spreca in assurdi quanto improbabili progetti di difesa dell'infanzia palestinese (dove per altro si insegna l'odio verso Israele), con il concreto timore di un taglio consistente dei fondi, prova la carte dello shock e si inventa di sana pianta un rapporto unilaterale basato sul nulla e su testimonianze non verificabili da nessuno. La tecnica non è nuova, ma a tutto c'è un limite. 

   Andando con ordine, lo scorso 6 marzo l'UNICEF emette un rapporto intitolato "Children in israeli Military detention", sottotitolo: "Observation and Recommendations". Nel rapporto si racconta che ogni giorno almeno due minori palestinesi vengono arrestati dagli israeliani. Negli ultimi dieci anni sarebbero stati 7.000. Si racconta poi che i minori vengono prelevati nella notte, trasportati in luoghi lontani con un viaggio che dura anche 24 ore durante il quale vengono bendati e legati, privati dei servizi sanitari ecc. ecc. A parte la sciocchezza del viaggio che dura 24 ore (cosa fanno, li fanno girare in tondo? In 24 ore Israele si attraversa completamente almeno quattro volte), quello che appare più assurdo è il sistema descritto, palesemente volto a descrivere la figura del militare israeliano come una sorta di mostro (arriva nella notte, ti lega, ti benda e ti porta via), quando invece è risaputo che i militari israeliani e la polizia agiscono alla luce del sole e in pieno giorno (e i media ne sanno qualcosa dato che, chissà come mai, sono sempre pronti a riprendere gli arresti). 

   L'UNICEF addirittura scrive che il maltrattamento al minore inizia quando "il suo sonno tranquillo viene brutalmente interrotto dall'irruzione in casa dei militari" i quali urlano, spaccano mobili, fanno domande e chiedono spiegazioni. A parte l'assurdità della descrizione, secondo l'UNICEF una irruzione in casa di sospetti andrebbe fatta con delicatezza, suonare il campanello, chiedere il permesso di entrare, magari offrire una sigaretta. Ma il bello viene dopo. L'UNICEF scrive infatti che «il minore viene prelevato con la forza, senza spiegazioni né la possibilità di salutare o parlare con i familiari, ma con frasi vaghe come «è ricercato» oppure «lo riporteremo più tardi». Da lì comincia il viaggio verso i centri di detenzione". Anche in questo caso si tenta palesemente e smaccatamente di descrivere i militari israeliani come degli aguzzini senza pietà (il poverino non può salutare i genitori), senza una base legale (non dicono perché lo portano via) e bugiardi (lo riportiamo dopo). 


L'immagine che accompagna il rapporto UNICEF

   La realtà dei fatti è ben diversa da quella che viene descritta dall'UNICEF. Prima di tutto parliamo di ragazzi di 16/17/18 anni, non di bambini, ragazzi che si sono macchiati di atti di violenza contro civili e militari israeliani. Tirare un sasso contro una macchina o contro una persona non è un atto goliardico, è un reato che può portare a gravissimi danni. La stampa occidentale sorvola sul numero di incidenti e relativi feriti (altissimo) che si verifica a causa del lancio di sassi. Insomma, si tende a decontestualizzare il contesto facendo passare l'idea che poi, in fondo, lanciare una pietra di qualche Kg contro una persona o una macchina non sia poi così grave. 

Ma quello che soprattutto l'UNICEF non fa, in palese contrasto con la sua "mission", è sorvolare bellamente sul problema reale che sta alla base di queste violenze: i genitori. Se un ragazzo cresce in una famiglia in cui gli viene insegnato che l'unico ebreo buono è l'ebreo morto, la colpa non è del ragazzo, è dei genitori. Se nei campi estivi (parecchi gestiti proprio dall'UNICEF) ai bambini viene insegnato che Israele non esiste e che gli ebrei vanno gettati a mare, la colpa non è dei bambini se crescono con quella mentalità, è degli "educatori". In qualsiasi altra parte del mondo se un minore tira una pietra contro qualcosa o qualcuno provocando danni e feriti, prima viene arrestato (anche se minore) poi i suoi genitori vengono inquisiti per omessa sorveglianza o, nel peggiore dei casi, per istigazione nel caso in cui il gesto del minore sia riconducibile all'insegnamento dei genitori. Questo con i palestinesi non avviene mai. 


I campi estivi di Hamas. 
Migliaia di palestinesi tra 6 e 15 anni parteciperanno ad attività di stampo militare
Fonte: La Stampa 


   In questo l'UNICEF ha grosse responsabilità, prima di tutto perché tollera che ai ragazzi palestinesi venga inculcato l'odio sin da piccoli (cos'è questa se non una violazione dei Diritti dei bambini?) poi perché non affronta il problema alla base, cioè quello dell'educazione alla pace. 

   Insomma, siamo di fronte all'ennesimo rapporto spazzatura che guarda caso esce proprio quando si fanno sempre più insistenti le voci di tagli al budget dell'UNICEF in Cisgiordania, tagli che derivano proprio dalla gestione semi-terroristica dell'educazione infantile. 

   E' vero, alcuni minori che si sono resi colpevoli di gravi atti di violenza sono detenuti in carceri israeliani (istituti di pena per minori) così come avviene in ogni parte del mondo. Ma non ci sono torture, rapimenti nella notte o cose del genere, anzi, nella maggioranza dei casi i minori vengono curati e istruiti, cosa che a casa loro non avviene. L'UNICEF, se facesse veramente il suo lavoro, dovrebbe preoccuparsi di come i genitori arabi educano i minori e del fatto che i cosiddetti "palestinesi" inculcano nei loro bambini l'idea del martire (lo shaid) invece che quella della pace e della convivenza. Ma su questo non vedremo mai una sola parola, semplicemente perché non rende. 


I bambini palestinesi spesso vengono spinti dai genitori ad inscenare dei tafferugli con i militari
a favore di videocamera e macchina fotografica. Guarda il video.


   Per finire alcuni dati: i minori attualmente detenuti in istituti di pena israeliani sono 174, di questi oltre l'80% hanno più di 16 anni e scontano una pena che va da sei a otto mesi. Non ci sono detenuti minori di 16 anni. Le istituzioni internazionali li possono visitare ogni volta che vogliono, anche senza preavviso. La Croce Rossa Internazionale li visita TUTTI almeno una volta ogni due settimane. Dove sta la tortura o la detenzione illegale in tutto questo?    

lunedì 4 agosto 2014

Daniel e Leonardo: italiani al fronte per Israele




Forse non è così risaputo che sono molti i nostri connazionali che decidono di servire nell'esercito israeliano, con le più diverse mansioni. Pubblichiamo qui l'articolo di Fiamma Nirenstein che intervista due ventenni italiani impegnati nell'operazione "Margine di protezione".


di Fiamma Nirenstein
Ven, 01/08/2014


Dietro di loro il campo è punteggiato di colonne di fumo. Non sai se è stata una cannonata oppure una delle mille trappole preparate da Hamas, tonnellate di esplosivo nelle case e sotto terra; depositi di missili; gallerie che saltano per aria, quelle che con un piano strategico Hamas aveva scelto di usare per attaccare Israele con le sue unità terroriste.

Così è la guerra di terra, ragazzi di 19, 20 anni s'inoltrano a Gaza e affrontano la battaglia, e la morte, per distruggere le armi di Hamas. Ogni tanto prendono fiato per qualche ora, ed è così che riusciamo a parlare con due soldati molto speciali perché sono italiani, della specie dei «soldati soli» che vengono per servire e lasciano i genitori a rodersi d'ansia a casa. I nostri due hanno dato un abbraccio alla mamma a Milano e a Roma e sono venuti convinti che valga la pena rischiare la vita, da noi un concetto quasi inesplicabile. Chi scrive ricorda che durante una lezione di storia mediorientale alla Luiss di Roma chiese ai ragazzi chi di loro avrebbe rischiato la vita per il proprio Paese: nessuno assentì, proprio nessuno.

I nostri due soldati si chiamano Leonardo, 25 anni, e Daniel, 20enne arruolato in Marina. Daniel è romano di origine livornese, la passione del mare l'ha nel sangue: «Adesso, dalla mia nave sorvegliamo e pattugliamo la costa di Gaza, controlliamo chi entra e chi esce, evitiamo che escano terroristi per attaccare le coste di Israele. È un compito fondamentale, il mare non ha confini sorvegliati, è senza fine, ci vogliono un allenamento perfetto e un'attenzione totale. A volte siamo bersagliati di razzi dalla riva e da altri battelli, allora hai un momento di paura, però ti mordi le labbra e pensi a quando tornerai in porto, e con i tuoi compagni riparlerai dell'accaduto, mangerai, forse potrai finalmente dormire, starai insieme agli amici, questo ti compensa di tutto, l'incredibile vicinanza fra di noi». 

Leonardo è laureato in filosofia al San Raffaele di Milano, poi ha preso un master all'Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, a Roma. È appena finito il corso che il suo futuro l'ha visto solo in Israele e poi nell'esercito, e poi, ancora, nei Golani: «L'unità dei miei sogni, prove di ammissione e corsi molto difficili. All'inizio mi chiedevano se ero venuto perché avevo preso una botta in testa, ma adesso siamo un tutt'uno». Leonardo è appena uscito da Gaza: «Sono sporco, con gli abiti puzzolenti, gli occhi mi si chiudono, la mia ragazza mi lascerebbe subito se mi vedesse ora». Deve sistemare la sua attrezzatura (fucile, zaino, abiti) per essere pronto alla prossima missione. Non sa quando rientrerà, ma può capitare in ogni minuto. Essere un Golani è il mito di ogni israeliano, l'unità su cui si cantano canzoni epiche, in cui si è uno per l'altro ignorando l'ombra della morte. Dietro di lui tre settimane di giornate e nottate senza soluzione di continuità: «Dall'inizio dell'operazione non dormo in un letto, le ore di sonno non sono mai più di tre o quattro». 

Ma Leonardo non vuole parlare di sé: gli brucia spiegare di affrontare un nemico senza scrupoli nell'uso della sua gente: «Ho avuto l'impressione che i cittadini di Gaza siano autentici schiavi. Ho visto case in cui la camera dei bambini è adornata con fotografie dei terroristi, cartine da cui è cancellata Israele, stelle di Davide trasformate in svastiche, depositi di armi. Non un segno di umanità, di pace - dice desolato - Hamas è vile. Abbiamo fermato il fuoco molte volte perché un terrorista si copriva con un bambino, o perché comparivano donne e vecchi. Dietro arrivano i terroristi. 
Prima di entrare in azione tuttavia l'ultima indicazione che ti dà il comandante è di non puntare il fucile su chi non è armato, condividere il tuo stesso cibo e la tua acqua con chi non ha da mangiare o da bere, fermare tutto se appare un bambino». 

Due dei migliori amici di Daniel, Shon di 19 anni e Jordan, 22, il primo venuto da Los Angeles, il secondo da Parigi, per combattere, sono stati uccisi: «Jordan era fidanzato con la gemella della mia fidanzata. Sì sappiamo che la morte è una possibilità, ma non ci si pensa, io sto bene con i miei compagni» dice Daniel. La mia famiglia sta in pensiero, telefono ogni volta che arrivo in porto, circa due volte a settimana. 

Quelli che non capiscono cosa stiamo facendo devono venire per un paio di giorni a Ashkelon o in un kibbutz con scoppi, sirene, distruzioni, dove la gente non può uscire, i bambini devono restare nel sottosuolo, le famiglie non hanno più lavoro.. C'è un Paese che deve essere salvato, io sono qui per questo». A 20 anni? Leonardo ha una sua risposta: «Chi non si fida dei giovani dovrebbe dare un'occhiata da queste parti, la vita è nelle mani dei ragazzi. Il mio comandante ha 20 anni, ha perso il padre in un attentato, è una persona di un equilibrio e di un senso di responsabilità assoluti. 
Ieri eravamo in Libano, ora a Gaza, il compito è sempre grande, difendi un popolo che ti ama e ti rispetta.
Persino i miei genitori, che mi mancano, sanno che qui la denominazione «chaial boded», «soldato solo», è sbagliata. Posso bussare ora alla porta di un kibbutz, chiedere di fare una doccia e dormire un po': si precipiterebbero in cucina, preparerebbero le cose migliori e mi riempirebbero di regali».

venerdì 11 luglio 2014

Altro che fionda e sassi: arsenali modernissimi e scudi umani

 

il 5 marzo 2014 l'IDF intercetta nel Mar Rosso il cargo Klos-C
in viaggio dall'Iran con un carico destinato ad Hamas.

 

Cari pacifinti, 


per motivi su cui preferisco non esprimermi, voi ignorate diversi aspetti dell'attuale crisi di Gaza 


La disponibilità anche di Hamas di armamenti pesanti in quantità industriale...



 


Il loro utilizzo in massicce bordate di bombardamento casuale sulla popolazione civile, che si protrae da molti anni e si è intensificato negli ultimi giorni...


  

Le rampe di lancio nascoste tra le abitazioni civili...





La teorizzazione e pratica della 'tecnologia' degli scudi umani, da molti anni...






Lo schieramento di civili in funzione di scudi umani è cosa ben documentata...





L'aperta e pubblica rivendicazione della 'tecnologia' degli scudi umani (un crimine di guerra)...

fonte: http://www.idfblog.com/blog/2014/07/08/hamas-uses-human-shields/ 


fonte: http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7Yq6KZIGGwbWYV2rCr8sDPfT09JJfk1Si4RYItLZreBqI1a9UBVMOMlchh04motfpJGidgMe2%2bIFkNzDtMSrJW8APH1WOApepXMR2VgVN3BE%3d


... Ognuno è perfettamente libero di ignorare questi elementi. E certo, ogni vittima innocente colpisce e inorridisce. Quindi indignatevi pure per gli inevitabili - in senso stretto, effettivo, fisico - effetti collaterali dei combattimenti, per altro non a caso inferiori a quelli causati da qualunque altro conflitto, compresi tutti quelli per cui vi indignate molto più raramente, volendo usare un gentile eufemismo. Anche in contesti in cui la 'tecnologia' degli scudi umani e l'aspirazione al martirio non rivestono un ruolo tanto rilevante. Ma per quanto possiate essere indignati, dite: voi cosa fareste al posto di Israele? Perché se l'unica vostra risposta è: suicidatevi - o fottetevi oppure rinunciate a vivere da popolo libero e scappate - allora non dovreste stupirvi di quanto il vostro suggerimento venga così arrogantemente ignorato.


10 luglio 2014
di Vanni Frediani

martedì 22 maggio 2012

“La vittoria sarà più grande se gli scioperanti della fame muoiono”

di RONI SHEKAD per Ynetnews
Traduzione eseguita a scopo divulgativo, senza alcun fine di lucro, da Israele per Negati. (http://israelepernegati.wordpress.com/2012/05/08/la-vittoria-sara-piu-grande-se-gli-scioperanti-della-fame-muoiono-18/)

Khader Adnan, che ha rifiutato il cibo per due mesi prima che Israele acconsentisse a rilasciarlo, dice che lo sciopero dei prigionieri palestinesi sarà acclamato come una vittoria indipendentemente dal suo esito.

Gli ufficiali di sicurezza israeliani temonono che la morte di qualunque prigioniero palestinese in conseguenza dello sciopero della fame tuttora in corso, ormai giunto al ventunesimo giorno, possa scatenare un’eruzione di violenza nei territori, ha riportato il quotidiano Yedioth Ahronoth lunedì.
Circa 1.600 prigionieri palestinesi stanno protestando contro le condizioni del loro incarceramento, significativamente peggiorate mentre Gilad Shalit era tenuto in ostaggio da Hamas a Gaza. Fra le altre cose, i prigionieri chiedono che venga posto fine al regime d’isolamento, la fine delle detenzioni amministrative e il ripristino delle visite famigliari da Gaza. Chiedono inoltre che Israele consenta loro di seguire corsi universitari e che venga dato loro accesso ai canali televisivi arabi.
Il Servizio Penitenziario Israeliano ha acconsentito a restituire ai prigionieri alcuni dei loro privilegi, ma non ha accettato la loro richiesta di porre fine alla politica della detenzione amministrativa.
Bilal Diab, 27 anni, che rifiuta cibo e cure mediche da 70 giorni, è stato trasferito all’Assaf Harofeh Medical Center la settimana scorsa, a seguito del deterioramento delle sue condizioni.
Khader Adnan, il primo prigioniero ad aver intrapreso lo sciopero della fame, ha dichiarato “Dalla nostra prospettiva, lo sciopero della fame sarà considerato un successo in ogni caso, indipendentemente dal fatto che le richieste dei prigionieri vengano accolte o che questi muoiano in prigione”.
Adnan, che ha rifiutato il cibo per oltre due mesi, ha interrotto il proprio sciopero dopo che Israele ha autorizzato il suo rilascio dalla detenzione amministrativa.
“Se muoiono, la vittoria sarà più grande”, ha detto. “In ogni caso, Israele verrà ritenuta responsabile”.
Nel frattempo, il movimento per il jihad islamico ha minacciato di riprendere gli attacchi missilistici da Gaza su Israele se uno dei prigionieri dovesse morire.
Ziad Abu Ein, ministro deputato palestinese per le questioni dei prigionieri, ha dichiarato che la morte di uno dei prigionieri palestinesi innescherebbe la violenza nei territori. Stando a quanto ha riportato, gli scioperanti della fame hanno invocato il braccio armato di Hamas affinché rapisca soldati in modo da anticipare il loro rilascio.
Il ramo nord del Movimento Islamico in Israele ha fatto appello ai propri sostenitori perché digiunino lunedì in segno di solidarietà coi prigionieri.

7 maggio 2012

venerdì 20 aprile 2012

Pacifisti? L'ISM e la "liberazione della Palestina"

ISM Exposed: How the ISM Sucker-Punched the IDF Again

By: Lee Kaplan 



Attivisti dell'ISM posano con gli AK47s a Jericho a fianco dei
terroristi delle Brigata dei Martiri di Al Aksa
 

Ho passato gli ultimi otto anni della mia vita di giornalista sotto coperturadocumentandomi sul funzionamento interno del International Solidarity Movement (ISM), negli Stati Uniti e all'estero.
Sono passato attraverso i loro corsi di formazione ed ho i loro manuali di addestramento. Curo un sito web che elenca la storia, la tattica e le manipolazioni dei media da parte dell'ISM e della loro leadership. Sono stato anche responsabile dell'allontanamento di oltre 200 attivisti di ISM da Israele, tra cui alcuni attivisti facenti parte della loro leadership nordamericana.


Ai loro incontri di orientamento negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ai quali ho partecipato come volontario ISM, siamo stati informati che il nostro scopo era quello di molestare l'esercito israeliano in ogni modo possibile al fine di vanificare le loro operazioni anti-terrorismo. Siamo stati informati che l'ISM si coordina con Hamas, la Jihad islamica, e il PFLP, i quali sono costantemente informati delle nostre sedi nei villaggi. Se avessimo incontrato terroristi armati nella West Bank o a Gaza, ci fu detto, basta salutarli e andare avanti, dal momento che sono ben consapevoli che siamo li' per aiutarli.

In una intervista registrata in occasione della Ohio State Conference, Adam Shapiro, co-fondatore della ISM, personalmente mi disse che ad ogni manifestazione ISM
c'erano addestratori palestinesi in incognito, per dirigere le attività.  Mi disse anche di come attivisti dell'ISM fossero utilizzati  per indirizzare il fuoco dei cecchini sui soldati dell'DF quando fosse richiesto. 

Lisa Nessan, una degli addestratori ISM, mi disse in una conferenza ISM a Georgetown che fare lo  "scudo umano" di fronte a un terrorista armato che lancia pietre o uccide un soldato israeliano sarebbe stato considerato "non violento". 


Joseph Carr, conosciuto come  Joseph Smith, un altro addestratore ISM, mi disse in un'intervista telefonica registrata, di come lui e Rachel Corrie  avessero recuperato il cadavere di un terrorista di Hamas a Gaza, in una zona di combattimento, solo poche settimane prima che la Corrie fosse uccisa da un bulldozer israeliano. Alla domanda se temeva arresto da parte della IDF, allegramente rispose: 'no' perché sapeva che i cecchini arabi sarebbero stati dietro di lei a sparare. Rachel Corrie, che è stata addestrata dalla ISM e aveva letto il manuale, sapeva anche che i cecchini arabi avrebbero sparato ai soldati dell'IDF di guida al bulldozer, qualora fossero scesi per farla spostare. 

L'ISM utilizza un motto coniato dal defunto Malcolm X - "Con ogni mezzo necessario" - per attuare ciò che essi considerano essere tattica rivoluzionaria; far cadere lo Stato ebraico lo considerano il primo passo per abbattere la democrazia occidentale. Menzogna e manipolazione dei media sono benvenuti ed elevati a forma d'arte. Parlare di 'resistenza non violenta' è solo ad uso e consumo dei media, dal momento che l'ISM promuove la 'resistenza' armata rivoluzionaria contro Israele, facendo da scudi umani per i terroristi.

E così, è in questo contesto che per due ore che portano al video di due minuti del colonnello Shalom Eisner che colpisce l'attivista danese dell'ISM, Andreas Ayas, l'ISM ha usato biciclettecorpi, e persino le aggressioni fisiche per ostacolare la IDF  e prevenire l'operazione anti-terrorismo. All'inizio della giornata, il colonnello Eisner è stato colpito da un bastone brandito da un attivista ISM, uscendone con  un paio di dita rotte.

A 11 secondi dall'inizio del video si puo' vedere il colonnello Eisner che ordina agli attivisti dell' ISM di disperdersi, uno dei quali, alla sua destra, porta un berretto da baseball. Il colonnello sta tenendo la sua arma come un bastone per creare una linea che non doveva essere attraversata. Dal suo modo di tenere  l'arma si evince che la sua mano è ferita. Ayas volta le spalle alla telecamera, e si trova ad affrontare il colonnello in primo piano.

Il film viene poi manipolato dall'editing. Il volontario Ism con il cappellino da baseball cammina dietro il colonnello Eisner per spezzare la linea di dispersione che il colonnello aveva tracciato con la sua arma. Gli attivisti ISM abitualmente si mescolano tra i soldati e la polizia nel tentativo di separare e liberare i loro compagni che sono stati arrestati, come dimostra questo video girato a  Hebron  . Gli attivisti ISM sono addestrati a gridare "all'omicidio" , "tirate sui soldati", per creare caos davanti alle telecamere. Soprattutto, non consentono alla polizia o ai  soldati di creare una linea. Hanno seguito fedelmente lo script in questo episodio.

Al 13° secondo,  il film è stato modificato per mostrare Ayas guardare provocatoriamente il colonnello, invece di allontanarsi come altri attivisti ISM stavano facendo. Un osservatore casuale potrebbe pensare che Ayas non facesse altro che stare . Gli occhi del colonnello guardano Ayas che lo sfida verbalmente e  rifiuta di muoversi. Questo si adatta al copione ISM: gli attivisti dicono che i soldati non possono far loro del male per paura della punizione, e nel caso improbabile che lo facciano, le telecamere saranno lì per prendere il "momento Kodak" per i loro video di propaganda di una settimana su YouTube . Il colonnello, davanti a un irremovibile e inamovibile agitatore, cerca di tenere la linea con un paio di dita spezzate, poi colpisce Ayas. Il console danese puo' esigere una spiegazione, ma il colonnello Eisner non ha fatto nulla più che la polizia danese farebbe con anarchici indisciplinati, come mostra questo video 

Al 26° secondo si vede Ayas in primo piano esibire il colpo: solo un labbro tagliato, senza feriti gravi e  abbandonare la telecamera. Tuttavia, nella stessa scena, possiamo anche distinguere il colonnello Eisner mentre cerca di trattenere l'uomo con il berretto da baseball, che aveva preso il posto di Ayas. Il colonnello tenta di arrestarlo, ma a causa del suo infortunio alla mano, non riesce a trattenerlo, e un altro attivista ISM afferra l'uomo con il berretto da baseball e lo aiuta a fuggire. L'intruso viene arrestato da altri soldati, mentre il colonnello Eisner è relegato al ruolo di spettatore, dato che chiaramente non gli è possibile utilizzare una delle sue mani. Il resto del video mostra donne dell' ISM che rompono la linea e interferiscono con i soldati ancora una volta, un' altro tattica anarchica è quella di mandare le donne in modo che possa essere poi gridato che i soldati abusano del gentil sesso. Sia come sia, chiunque venga sorpreso a interferire con l'arresto o addirittura toccare un poliziotto suscita una risposta senza compromessi in qualsiasi paese occidentale. La fine del film mostra una donna che arrestata, a fianco dell'attivista ISM che aveva interferito  con il colonnello, chiacchera tranquillamente con Eisner.  

 Come accennato, gli attivisti dell'ISM non hanno paura né rispetto dei soldati israeliani. Viene loro detto che i soldati in realtà non hanno alcuna autorità su di loro e hanno l'ordine di non far loro del male; gli attivisti sono quindi incoraggiati a sfidare i soldati ad ogni turno. Se richiesto da parte dei soldati di allontanarsi di dieci piedi, sono stati addestrati a farlo solo di un metro e mezzo, al fine di mantenere un livello costante e intenso di interferenza. Nel corso di  formazione ci dicevano che i soldati sono autorizzati a fermarci, ma non ad arrestarci, e che devono chiamare e aspettare la polizia, un'attesa che facilita la fuga. Ci dicevano di fotocopiare i passaporti in modo che, se sequestrati, avremmo potuto squagliarcela. L'addestramento sottolineava che quando ci fossimo trovati in zone militari chiuse, come quella nella quale è stato colpito Ayas, e se l'ordine fosse stato di disperderci o lasciare la zona, avremmo dovuto rifiutare e chiedere di vedere gli ordini del soldato per iscritto.

 Questa pratica elaborata ha sostanzialmente trasformato l'interferenza con l'IDF in un gioco eccitante per quegli anarchici universitari, in America e in Europa, che vengano arruolati per "vacanze estive in Palestina allo scopo di creare disordini con i soldati dell'IDF . In una sorta di perverso "pacchetto", possono ottenere l'esperienza "rivoluzionaria" e scatenare l'inferno, senza il rischio di essere uccisi - come invece succederebbe in Piazza Tiananmen o a Tehran - o sopportare il rude trattamento di un agente di polizia americana. Interferire con la IDF e aiutare gli arabi ad attaccarli ha conferito lo status di cult agli attivisti ISM delle università americane, e ora un'università ha anche un corso dedicato all'ISM, per preparare gli studenti per tali missioni.  


Aspiranti Andreas Ayas sono arruolati ogni settimana nei campus degli Stati Uniti e del Regno Unito; il colonnello Eisner  è stato solo un'altra pedina - e vittima - nel piano di gioco dell'ISM.




 http://www.jewishpress.com/indepth/analysis/ism-exposed-how-the-ism-sucker-punched-the-idf-again/2012/04/18/0/?print