sabato 14 aprile 2012

"Sulla Siria sbagliate tutto"

 

Lettera a Manifesto e dintorni di un ex

L'ex mediorientalista de "Il Manifesto", Saad Kiwan, dice in questa lettera aperta che la sinistra antagonista sulla Siria sbaglia tutto. E spiega perché.
redazione
giovedì 16 febbraio 2012 23:51

di Saad Kiwan



Cari amici de "Il Manifesto", sono passati un po' di anni da quando lavoravamo insieme a Via Tomacelli, ma vi leggo sempre da quaggiù. Lo sapete che sono tornato a Beirut, per una scelta di vita. In questi ultimi tempi, leggendovi, ho sentito il bisogno di dirvi che qui da noi ci sono dittatori in divisa o in borghese che governano da decenni , arrestano, reprimono, e torturano i loro popoli, sfruttano e accumulano fortune da miliardi di dollari saccheggiando le ricchezze dei loro paesi. Tutto questo in nome del "far fronte all'imperialismo e al colonialismo, e al sionismo" nel nome degli arabi, ovviamente! E guarda caso, questi dittatori sono stati sostenuti, difesi e armati dall'ex Urss e dai paesi di quello che era il blocco comunista, sempre in nome dell'antimperialismo e dall'anticapitalismo, e in nome del "riscatto e dell'emancipazione politica e sociale dei popoli".

Anche noi, o parecchi come me, credevamo allora a quegli slogan. E tra quei dittatori figura il "piccolo dittatore" siriano Bashar Assad, da quasi 12 anni al potere, che ha ereditato dal padre, il generale Hafez Assad, che ha governato la Siria per ben 30 anni dopo aver organizzato un golpe contro i suoi compagni del partito Baath (di matrice nazional-fascista, dichiarandosi pure socialista).

Quel padre che ha ordinato il massacro di oltre 20mila persone della città di Hama, nel 1982, oggi rischia di essere superato dal figlio Bashar che sta applicando la sua "cura riformista" mettendo nel "suo conto" oltre 10mila siriani uccisi, 1000 persone massacrate in una settimana sola a Homs, più di 400 bambini uccisi e oltre 20mila prigionieri e detenuti in campi di concentramento, insieme a decine di migliaia di scomparsi in undici mesi... Questo Bashar viene difeso a spada tratta dalla Russia di Putin, erede dell'Urss, per il quale ha già posto il veto al consiglio di sicurezza per ben due volte. Forse perche Mosca lo considera ancora giovane e quindi in grado di governare ancora per altri 30 anni, per opporsi all' "influenza americana e all'espansionismo sionista" nella regione, quando poi lo stesso Bashar e gli altri dittatori sono stati sempre tollerati, e qualcuno anche appoggiato, dagli Stati Uniti "imperialisti". Tutti costoro hanno sempre avuto con gli Usa rapporti continui, firmato accordi anche militari e di collaborazioni contro il terrorismo. Sono invece i popoli in rivolta, la "primavera araba", a cacciare i vari Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Ali Saleh e certamente quel cinico e sanguinario Assad.

Allora, a certa sinistra vetero-comunista oggi dico : basta con le ideologie, basta essere faziosi, miopi e fanatici, ma anche facilmente manipolati.

(Sinistra per Israele -Trentino)

La nascita della Brigata Ebraica




LA NASCITA DELLA BRIGATA EBRAICA

La storia dei corpi combattenti ebraici è sempre stata contrastata e difficile, a partire dal 1914 quando Vladimir Jabotinsky, scrittore e attivista sionista, e Joseph Trumpeldor ex ufficiale decorato dell’esercito russo nella guerra russo-giapponese, si batterono per la
costituzione di una formazione combattente di ebrei in Palestina.
Le autorità britanniche che all’epoca controllavano l’area di Gerusalemme, Tel Aviv,
Jaffa e gli insediamenti della Giudea, ostacolarono il progetto e concessero la formazione di un piccolo gruppo di volontari, il Zion Mule Corps (Mulattieri di Sion) formato da
650 ebrei fuoriusciti in Egitto, che si distinse nella battaglia di Gallipoli contro i turchi, potenza all’epoca occupante gran parte del Medio Oriente.
Jabotisky continuò la sua entusiastica opera di persuasione nei confronti delle autorità britanniche, e finalmente si arrivò alla formazione della Legione Ebraica. L’unità combattente comprendeva il 38° Battaglione dei Royal Fusiliers (City of London Regiment) che includeva nuovi volontari e membri del Zion Mule Corps oltre a molti ebrei immigrati
recentemente dalla Russia. Ze'ev Jabotinsky nella sua opera The Jewish Legion in the World War, (New York, 1945, p.164) fornisce questi dati di arruolamento: 34% dagli Stati Uniti, 30% dalla Palestina, 28% Inghilterra, 6% Canada, 1% ebrei fatti prigionieri come soldati turchi, 1% dall’ Argentina.

Nell’aprile del 1918 fu unita al 39° Battaglione composto, per oltre il 50% da volontari ebrei degli Stati Uniti e del Canada. Nel giugno il 38° Battaglione fu  impiegato in Palestina dove combatté per la liberazione contro l’occupazione dell’impero Ottomano. Ma dopo questi fatti, a fronte della richiesta di arruolamento di ben 20.000 uomini, il comando delle Forze armate britanniche oppose la scusa di non avere nessun ordine di arruolamento per un contingente così numeroso. Nel 1918 l’ingresso fu concesso a poco più di mille uomini, che furono arruolati e organizzati come 40° Battaglione dei Royal Fusiliers.
Nel 1919, ormai ridotta a un battaglione, alla Legione Ebraica fu dato il nome di First Judeans, e insignita di un distintivo autonomo per il cappello della divisa: una Menorah con la parola ebraica kadima, che significa sia “avanti” che “verso oriente”.

Analoghe difficoltà nel convincere la Gran Bretagna, l’Agenzia Ebraica le ebbe nel secondo conflitto mondiale. Dall’inizio del conflitto gli ebrei britannici e di Palestina fecero pressione sul governo di Londra perché si formasse un contingente di combattenti ebrei. All’epoca c’erano circa 20.000 ebrei in servizio nel Medio Oriente, molti di loro inquadrati in unità esclusivamente ebraiche, ma non combattenti, mentre del resto già centinaia di migliaia di ebrei stavano combattendo, in tutto il mondo, nelle armate inglesi americane e sovietiche.
Nel 1940 agli ebrei di Palestina fu permesso di arruolarsi in compagnie ebraiche inquadrate nell’ East Kent Regiment (detto The Buffs), erano tre battaglioni di fanteria, inviati in Cirenaica ed Egitto, ma anche qui, come in Palestina, mantenevano soprattutto mansioni di guardia.
Alla fine le resistenze politiche degli inglesi, che avevano il problema di mantenere un certo equilibrio tra ebrei e arabi in Palestina, furono vinte dalla caparbia campagna condotta da Chaim Weizmann e, grazie anche alle simpatie sioniste di Winston Churchill, subentrato a Neville Chamberlain alla guida del governo, si arrivò così al settembre del 1944, quando, dopo sei anni di negoziazione, si formò la Brigata Ebraica: tre battaglioni, circa 5.000 soldati (fanteria, artiglieria, genio e servizi), sotto il comando del Generale di brigata Ernest Benjamin, ebreo di cittadinanza canadese.
A questa unità, inquadrata nell’Ottava Armata e destinata al fronte italiano, venne concessa una autonoma insegna di battaglia: una stella di David color oro su sfondo a strisce bianche e azzurre, sotto la scritta in caratteri ebraici Chayil, acronimo di Chashivoh Yehudis
Lohchemes (Brigata Ebraica Combattente), comunemente nota come Jewish Brigate

Dopo un periodo di addestramento in Egitto la Brigata fu inviata in Italia dove continuò a prepararsi fino al mese di febbraio per giungere all’inizio di marzo in prima linea, in Romagna (fronte del Senio), dove diede il proprio eroico contributo alla liberazione della penisola. A dimostrazione della variegata composizione della Brigata, formata sì da ebrei
provenienti dalla Terra d’Israele, ma molti dei quali ancora legati alla Diaspora europea, riportiamo l’importate documento qui sopra. E’ una tabella preparata dal Rabbino Casper, Cappellano militare della Brigata, verso la fine del 1945.
Mentre la Brigata si trovava sparsa nel nord Europa con compiti di assistenza alle comunità ebraiche disperse, a guerra ormai conclusa, si manifestò la richiesta di molti soldati (144 casi conosciuti)  di poter avere il permesso per mettersi in cerca dei propri familiari.

JEWISH INFANTRY BRIGADE GROUP
15 Agosto, 1945
Analisi delle richieste per ricerca parentela
Paese
Austria
Belgio
Bulgaria
Cecoslovacchia
Danimarca
Inghilterra
Francia
Grecia
Germania
Ungheria
Olanda
Italia
Giappone
Liechtenstein
Norvegia
Polonia
Romania
Svizzera
Svezia
Turchia
U.R.S.S.
Yugoslavia

La partenza della Brigata da Alessandria d’Egitto.

Il Generale Benjamin appoggiò, presso le autorità britanniche, questa richiesta, spiegando che riguardava quasi 1500 soldati e l’unità morale dell’intera Brigata, ma il permesso non venne accordato.
Nonostante il rifiuto delle autorità, racconta Casper, “Molti soldati si poterono incontrare, in quei giorni, nelle strade di Praga, Varsavia, Cracovia, Bucarest, Budapest...impegnati a chiedere notizia dei propri cari scomparsi.”.

Per maggiori informazioni visita:
Per contatti invia messaggio a: info@brigataebraica.org


Ruben Salvadori: market non verità

 

Salvadori, in un video rivelatore che si è andato diffondendo nel corso degli ultime settimane,toglie il coperchio sulle dinamiche tra i fotogiornalisti e i "lanciatori di pietre" palestinesi sulla scena.
Espone come funziona la creazione delle immagini drammatiche e come i fotoreporter distorcano la realtà degli scontri che coprono, rafforzando molte delle conclusioni di Shattered Lens, di  HonestReporting, uno studio in sei parti sulla parzialità delle foto nelle agenzie di stampa.
il video:
http://vimeo.com/29280708

Il tuo video descrive le caratteristiche della foto ideale per gli editor. Puoi dirci qualcosa su questo? Come si fa a influenzare il contenuto delle foto?

Il mio progetto descrive le caratteristiche della foto ideale per il mercato media, che va da chi produce l'immagine, fino al visualizzatore. Ciò che noi (fotogiornalisti, editori, enti pubblici) ci aspettiamo da una fotografia è un colpo drammatico, che semplifichi i concetti complicati in un singolo fotogramma. Al fine di abbattere una situazione complessa in una sola foto siamo costretti ad usare stereotipi.
I media non hanno tempo, tutto deve essere immediato, e gli stereotipi fanno il loro lavoro. Ma l'obiettivo principale del mio progetto è il fatto che il mercato si aspetta di produrre immagini molto forti. E 'un mercato molto competitivo nel quale dobbiamo costantemente confrontare il nostro proprio lavoro con quello di altri professionisti e che per questo produce immagini che vanno bene secondo il gusto degli altri fotografi, non del pubblico in generale.

Cosa c'è di sbagliato se gli editori che chiedono a un fotografo alcuni tipi di immagini? Qual è la linea di condotta tenuta?

Non credo sia l'editor che chiede al fotografo una immagine drammatica. Il fotografo cerca il dramma automaticamente. Ciò crea problemi perché molti di noi tendono a drammatizzare situazioni che drammatiche  non sono affatto, come si vede in molti casi indicati nel mio progetto. Ciò che ne deriva è una percezione del conflitto che è in qualche modo distorta dalla gravità reale degli eventi. Inoltre, la necessità di velocità nel processo di produzione delle immagini non permette al fotografo di comprendere a fondo ciò che sta fotografando. A causa della mancanza di tempo, dobbiamo fare affidamento su una comprensione superficiale della manifestazione e delle sue dinamiche, e questo crea immagini che non sono ben radicate in un contesto significativo.

 Questa è la differenza principale tra il fotogiornalismo e la fotografia documentaria: il primo è una raccolta rapida di notizie, mentre il secondo è una ricerca profonda all'interno dell'essenza di un argomento. Purtroppo c'è sempre più business nel mondo fotogiornalistico, e non possiamo permetterci di perdere tempo e denaro per sviluppare un reportage in profondità, che è anche più difficile da vendere rispetto ai singoli, drammatici spot-news immagini.

Collusione è una parola giusta per descrivere l'interazione tra i fotografi e i "lanciatori di pietre"?

È chiaro che la presenza di uno è conveniente per l'altro. Hanno bisogno di noi per mandare il loro messaggio. Mentre ci sono spesso tensioni tra i fotografi e le forze israeliane che cercano di tenerci lontano dalla scena, è molto raro vederle tra fotografi e rivoltosi. Sarebbe contro il loro interesse rivoltarsi contro di noi e noi, d'altra parte, abbiamo bisogno della loro presenza per  documentare i disordini, è reciproco. Non vorrei definire questa una collusione, o una collaborazione, in quanto questo non avviene in un modo attivo e diretto, ma credo che entrambi abbiamo un ruolo nel gioco degli interessi dell'altro.

Che cosa dovrebbe fare un fotografo  quando è chiaro che la sua presenza sta influenzando le azioni delle persone che sta "coprendo"?

Prima di tutto un fotografo ha bisogno di realizzare questo. Stai dando per scontato, come me, che tutti i fotografi credano che la loro presenza abbia un'influenza in qualche misura nel corso degli eventi, ma si tratta di un presupposto sbagliato. Sono rimasto scioccato sentendo quanti fotografi erano del tutto sicuri che vederci arrivare sul posto "confezionati" con caschi, maschere antigas e una media di due telecamere grandi ciascuno, non avesse alcun effetto sulle parti in conflitto.
Penso che questo sia il più importante (il primo) passo da compiere: comprendere che abbiamo un impatto su ciò a cui assistiamo, per la semplice ragione che siamo lì (lasciando anche perdere tutte le nostre attrezzature, sto parlando essere lì come qualsiasi persona, non necessariamente nei panni del fotografo).
Questo è il concetto basilare già raggiunto da tempo in molti altri campi: guardate l '"effetto osservatore" in fisica, secondo il quale non si può assistire ad una situazione  senza cambiarla in una certa misura, o pensiamo all'antropologia del 1900 per la quale non è possibile osservare un'altra cultura senza avere un'influenza su di essa. E 'tempo che anche noi realizziamo questo. Siamo qui, siamo parte dello spettacolo come tutti quelli che prendono foto.
Riconoscere questo è la cosa più importante che un fotografo può fare al riguardo. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo cercare il sogno utopico di documentare una realtà oggettiva. Non vi è nulla di simile, e abbiamo bisogno di superarlo. Ogni fotografia è una interpretazione e ogni volta che assistiamo ad un evento siamo parte di esso, in una certa misura. Non lanciamo pietre o spariamo gas lacrimogeni, ma questo non significa che siamo entità invisibili che non alterano la scena.

Il passo successivo non è compito del fotografo. Lui ha bisogno di continuare il suo importante lavoro di documentare gli eventi, non possiamo fare a meno di lui. Il passo successivo deve essere del pubblico, che in generale è pigro e spesso non pensa più di quanto viene mostrato. Il pubblico ha bisogno di avvicinarsi alle fotografie con una visione critica, essendo a conoscenza del modo in cui è stata prodotta l'immagine, controllandone la fonte, confrontandole con altre.
Non sto puntando il dito contro i fotografi, questo sarebbe ipocrita dato che lo sono io stesso, e mi rendo conto del fatto che lavoro secondo gli stessi standard del mercato. Non sto dicendo che sono meglio di altri, come alcuni hanno frainteso . Quello che sto cercando di fare è educare il pubblico ad essere un osservatore attivo, non ho l'obiettivo pretenzioso di cambiare il gigante dei Media.
Sono anche consapevole del fatto che con questo progetto si pongono tanti interrogativi che ho poi lasciato senza risposta. Credo che il discorso etico in tutto il mondo del fotogiornalismo sia in una fase primordiale e che sia ancora presto per trovare tutte le risposte; abbiamo prima bisogno di porre le domande giuste. Questo è ciò che cerco di fare.

Che tipo di reazione hai avuto da parte dei fotografi che lavorano a questi scontri?

Ci sono state reazioni diverse a seconda dei fotografi.
Ad alcuni il progetto è piaciuto molto e mi hanno sostenuto con grande supporto, mentre altri erano fortemente contrari. Voglio far notare che alcune delle fotografie sono state inizialmente caricate su Internet con una didascalia generale per tutti gli scatti, poiché il messaggio che stavo cercando di inviare andava al di là del contenuto del frame singolo. Per questo sono stato fortemente criticato, per l'atto professionale di usare la stessa didascalia generale per più fotogrammi:
"Lei afferma che noi influenziamo gli eventi, quindi è necessario mostrarlo nella fotografia" è stato uno dei commenti che ricordo, "mostrare il fotografo mentre dice a un ragazzo di posare per la macchina fotografica". Questo manca chiaramente il punto: influenzare un evento non significa attivamente manipolarlo. Altri dicevano che le fotografie non erano buone, che chiunque avrebbe potuto scattarle. E questo era uno dei miei obiettivi: la produzione di non-drammatiche e non-super "estetizzate" fotografie. Ma molti sostengono che una foto senza dramma e senza 'vignetta sia solo un altro "quadro Facebook".

A parte questo, il progetto sta avendo un enorme successo di recente sia tra i professionisti e il pubblico in generale. E 'stato vincitore del premio al Concorso PhotoDreaming, organizzato da Forma, un'istituzione fondata da Contrasto, la maggiore foto-agenzia italiana che si occupa di documentarista, con un lato più attento alla ricerca visiva. Inoltre, il video della presentazione è stato molto guardato, raggiungendo un picco di oltre 18 mila visite in un solo giorno. Sono stato anche contattato da diverse organizzazioni per tenere una conferenza sul tema, nei campus universitari in Italia, Stati Uniti e Canada.

Dato che ne hai parlato, hai ancora un futuro di lavoro nelle aree palestinesi? Dove andrai?

Devo dire che sono molto curioso di vedere come sarebbe tornarci. Qualcuno ha detto che avrei dovuto spararmi in una gamba se volevo lavorare come fotoreporter in Israele, ma per fortuna questo non è il mio piano. Il mio interesse principale è l'antropologia; uso la fotografia come un modo per soddisfare la mia curiosità per il comportamento umano. Mi sono avvicinato al tema del mio progetto con un metodo antropologico e penso che questo è ciò che mi ha dato gli strumenti per analizzare la questione in un modo "diverso".

Al momento mi sto prendendo una breve pausa dai miei studi (mi sono appena laureato). Userò questo anno per lavorare su progetti per i quali non ho avuto il tempo finora, come un documentario di antropologia visiva che sto facendo. Per il prossimo anno sto valutando un Master in cinema documentario, ma staremo a vedere dove mi porta quest'anno. Vorrei espandere il progetto sul fotogiornalismo ad altre aree di conflitto, se trovo fondi, le connessioni e il tempo.

http://honestreporting.com/exposed-photographer-reveals-market-not-truth-behind-conflict-images/


Sognare di fuggire da Teheran

 

Andrea Milluzzi

Che cosa siete venuti a fare? I ragazzi di Teheran guardano stupiti i (pochi) occidentali che si avventurano nella capitale di uno Stato che, oggi, per la comunità internazionale è, ancora più di dieci anni fa all'epoca della famosa espressione di George Bush, l'architrave dell'"asse del Male". Il programma nucleare con le conseguenti sanzioni sempre più stringenti, la risposta muscolare con i test missilistici, la minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz, lo stop alla vendita di greggio ad alcuni Paesi Ue (Francia e Gran Bretagna in testa). E, sullo sfondo, la minaccia di una guerra con Israele (e gli Stati Uniti) che sarebbe imminente e che rischierebbe di destabilizzare il Medio Oriente tutto. Non bastasse il già complicatissimo quadro internazionale, il 2 marzo si vota per il rinnovo del Parlamento, il primo test dopo le controverse presidenziali del 2009 che diedero il via a una Primavera soffocata nel sangue e andata per questo a sbocciare altrove. Il ministro dei servizi segreti e della sicurezza nazionale le ha già definite "le elezioni più difficili della storia dell'Iran". La guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei vede nel voto un "potenziale rischio per la sicurezza". Quando in realtà è uno scontro tra il suo potere, il potere dei religiosi ultraconservatori contro il potere, ugualmente conservatore, del presidente "laico" Mahmoud Ahmadinejad. Posta in gioco: il controllo del Parlamento. E senza opposizione visto che i riformisti, coi loro leader agli arresti sono orientati verso il boicottaggio delle urne.

Eppure tutto questo sembra interessare assai poco ai ragazzi di Teheran, alla gente comune, alle prese con più urgenti problemi spiccioli di sopravvivenza. E col sogno, spesso, di andarsene, pur con qualche nostalgia, da un Paese carico di passato ma senza prospettive per il futuro. Dietro quella domanda: "Cosa siete venuti a fare?", c'è la frustrazione verso un presente troppo difficile da accettare per i cittadini, figurarsi per i forestieri, se il corollario che ne segue suona più o meno, così: "Non è come quattro mesi fa, non è come due mesi fa, non è come ieri. Ogni giorno che passa va sempre peggio". La rassegnazione è figlia da una parte dei sogni traditi circa la possibilità di un cambiamento e dalla dura repressione che ne è seguita. Dall'altra da condizioni di vita ormai al limite del sopportabile. Dice Reza, 34 anni, un piccolo imprenditore che non se la passerebbe neanche male ma che è abituato a guardarsi attorno e a trarre delle conclusioni: "Questi che ci governano sono dei pazzi, non sono veri musulmani. L'economia va sempre peggio, i giovani fanno di tutto per lasciare il Paese e loro? Parlano di religione, di regole di comportamento".
Gli iraniani hanno un'età media di 25 anni, la stragrande maggioranza di loro è nata dopo la rivoluzione khomeinista e del 1979. Ma sono cresciuti con Internet e la televisione tv satellitare, ufficialmente banditi ma comunemente diffusi. E sognano una vita lontano dall'antica Persia, magari proprio in quei Paesi dipinti ogni sera dai canali ufficiali come nemici e simbolo di ogni nefandezza. Si ritrovano, i ragazzi, in fila ogni mattina davanti alle ambasciate europee alla difficile caccia di un visto. Leila ha 28 anni e una sorella che vive a Roma, dove la vorrebbe raggiungere: "L'Europa non ci rilascia facilmente visti, non è come ai tempi dello Scià, quando il nostro passaporto aveva un valore. Per uscire dal Paese qualcuno deve garantire per noi pagando una cauzione che, nel caso dell'Italia, è di 3 mila euro. Mio padre ha dovuto fare una colletta fra i suoi amici". Babak, invece, vive a Tabriz, nell'Iran settentrionale vicino alla Turchia. Sta finendo gli studi da traduttore all'Università, poi dovrà fare i due anni obbligatori del servizio di leva. E dopo? "Dopo voglio solo oltrepassare quella frontiera e andarmene da qui dove ogni cosa è un problema e passiamo le giornate a risolvere questioni burocratiche".

Il malcontento è espresso sottovoce. Per strada non c'è nessuno che sfidi lo sguardo severo e attento di pasdaran e basiji, i guardiani della rivoluzione. In molti sognano di creare un proprio business ma in pochi ci provano realmente. Con 200 euro si può iniziare un'attività, non esiste copyright, ma la burocrazia e la diffusa corruzione uccidono ogni entusiasmo. Ancora Babak: "Vorrei entrare nella Mezza Luna (la Croce rossa locale), ma solo per farmi dare il certificato di un corso che ho seguito devo scrivere decine di lettere piene di reverenze e sperare che siano sufficienti". La difficoltà a trovare un lavoro costringe i giovani a rimanere in casa coi genitori fin oltre i trent'anni. E il caso ad esempio di Saeed, 40 anni, che sta ancora con mamma e papà e aspetta solo di avere i documenti necessari per sposare un'iraniana emigrata in Australia e conosciuta sul Web.
La fuga dal regime ha un prezzo da pagare ed è la nostalgia delle radici. Arash ha 25 anni, è originario di Shiraz. Da tre anni si è trasferito a Kiev dove sta studiando come progettista di aeroplani, ma non ha mai dimenticato l'Iran, tanto che non riesce a trattenere una lacrima quando il treno che da Istanbul lo sta riportando a Tehran passa il confine: "Non posso vivere in Iran, non avrei futuro. Ma qui ci sono la mia famiglia, i miei amici, qui si parla la mia lingua. Avevo anche una fidanzata, ma quando sono partito per l'Ucraina ci siamo lasciati. E le donne occidentali non sono ancora riuscito a capirle". Non sempre l'estero si rivela un Eldorado. Marlen ha lasciato Los Angeles per tornare a Teheran e con 60 mila dollari ha aperto il Bistrò, ristorante italiano, e in cucina non può usare naturalmente né alcol né carne di maiale. "L'Iran ha dei limiti evidenti. Ma pensate che a Los Angeles siano liberi? Con tutte quelle tasse da pagare e la polizia che controlla le strade con le telecamere?".

In Iran si sopravvive se si hanno molti molti soldi e gli amici giusti da comprare. Altrimenti è battaglia quotidiana. Uno stipendio medio si aggira sui 400 euro al mese, l'affitto di un appartamento a Teheran sfiora i mille. La sanità non è un bene comune e per garantirsi le cure gli iraniani devono pagare un'assicurazione privata. Un chilo di riso, piatto alla base della cucina persiana, costa 8 mila toman (quasi cinque euro), banane e albicocche superano l'euro al chilo, un chilo di carne vale 25 euro. Le bollette di luce e gas viaggiano in media sull'equivalente di 60 euro mensili. Per un litro di benzina (razionata dal 2007) si spende quasi un euro, nonostante questo sia il terzo Paese produttore di petrolio al mondo. Racconta Alì: "Il sussidio mensile che ci dà il governo è di 40 euro che se ne vanno in un giorno. Noi siamo fortunati perché lavoriamo in due e abbiamo un solo figlio, ma siamo un'eccezione" L'ultimo aumento dei prezzi, in alcuni casi del 500 per cento, è di due settimane fa, primo risultato di un embargo occidentale che nel 2012 si annuncia ancora più duro e che ha già prodotto l'effetto della svalutazione dell'8,5 per cento della moneta nazionale rispetto al dollaro. E la Cina ha già iniziato a pagare il petrolio in merci e non in denaro.

Se non sulla pubblica piazza, il dissenso verso l'operato di un governo capace solo di dichiarazioni reboanti e di sfide internazionali ma che riduce in miseria i suoi abitanti, di solito si esprime nelle urne. Non sarà il caso del 2 marzo quando si voterà per il il rinnovo del Majles, il Parlamento. Il fronte riformista, che ora ha il 20 per cento dei seggi ma che ha un seguito reale molto più ampio, ha invitato i suoi elettori ad astenersi dal voto. All'opposizione manca un leader. Mir-Houssein Moussavi e Mehdi Karrubi, i due capi dell' Onda verde sono costretti al silenzio: sono agli arresti domiciliari nello sperduto nord, al confine con l'Azerbaijan. Arrestati nel febbraio 2011, quando sulla scia della primavera araba i giovani iraniani tornarono in piazza per un breve periodo, i due politici aspettano ancora un processo. Sono stati gli stessi pasdaran ad ammettere che Moussavi e Karrubi non possono essere processati perché l'opinione pubblica potrebbe trarne nuova linfa per tornare in piazza. Un'eventualità che il regime vuole assolutamente evitare, vista la paralisi politica in cui è bloccato da più di un anno, da quando cioè i contrasti fra Ahmadinejad e la guida suprema Alì Khamenei sono diventati pubblici.

Nonostante i ripetuti appelli di Khamenei all'unità, la maggioranza conservatrice si presenterà alle elezioni con cinque liste diverse. Le due principali sono Jebhe mottahed (Fronte unito dei conservatori) capeggiata dal presidente dell'Assemblea degli esperti, l'Ayatollah Mohammad Reza Mahdavi e Jebhe paydari (Sopravvivenza della rivoluzione islamica), nata nel 2011, con l'ex guida spirituale di Ahmadinejad, l'ayatollah Mesbah Yazdi, come leader. E Ahmadinejad? Il presidente appare isolato, tanto che il Majles lo ha convocato, dopo le elezioni, per avere spiegazioni sulla politica economica ed estera, mossa che ha il solo precedente del 1981, quando il Parlamento fece cadere il presidente Banisadr.
Tutti sanno che in Iran la ricchezza derivata dal petrolio esiste ma serve a mantenere il potere, la sua corruzione e i suoi giochi politici con i finanziamenti ad Hezbollah, Hamas, ai talebani e al regime siriano di Bashar al Assad. È difficile trovare qualcuno che appoggi il regime, ma è impossibile avere opinioni favorevoli ad un intervento dell'Occidente: il solito riflesso che i popoli hanno contro la minaccia del nemico esterno. L'attenzione piuttosto è rivolta ai manifestanti nella vicina Siria, perché se avessero successo potrebbe verificarsi quello che in molti profetizzano: "Ogni 25 anni abbiamo fatto una rivoluzione. Questa volta siamo solo un po' in ritardo".
L'Espresso: 20012, fuga da Teheran
http://78.40.160.68/rassegna/rassegna.asp

Il discorso di Netanyahu all'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee)

 


David Feldman

5 Marzo 2012

Io e Sarah vogliamo ringraziarvi per questa accoglienza meravigliosa. Gli applausi si sentivano fino a Gerusalemme. Gerusalemme - capitale eterna ed unificata di Israele.
Howard grazie, Rosy, Michael, e tutti i leader di AIPAC, grazie . Grazie per tutto quello che fate. So che più della metà dei membri del Congresso sono qui stasera. Sono profondamente grato per la vostra presenza.
Michael, tu hai detto quando ho parlato lo scorso maggio, al Congresso, che - i membri del Congresso si sono alzati ad applaudire lo Stato di Israele.
Oggi vi chiedo un altro applauso.  Chiedo ai 13.000 sostenitori di Israele che sono qui stasera di alzarsi in piedi ed applaudirvi per aver difeso Israele.
Democratici e Repubblicani, saluto il vostro continuo sostegno allo Stato ebraico
Voglio mandare un messaggio speciale ad un grande amico di Israele che non è qui stasera: il senatore Mark Kirk, co-autore della legge Kirk-Menendez (sanzioni) contro l'Iran.

Senatore Kirk, so che ci guardate stasera. Torna presto. L'America ha bisogno di te, Israele ha bisogno di voi.
Vi auguro una pronta guarigione. Spero che tornerete presto al lavoro.

Voglio anche salutare Yossi Peled, che è qui stasera. Yossi, potrebbe alzarsi per favore?. Yossi è nato in Belgio. I suoi genitori lo nascosero in una famiglia cristiana durante la Shoah, nella Seconda Guerra Mondiale. Suo padre e molti altri membri della famiglia sono stati uccisi ad Auschwitz.
Sua madre sopravvisse alla Shoah, e tornò in Belgio per recuperare Yossi, e lo portò in Israele. Divenne uno dei più valorosi generali di Israele. E oggi serve come ministro nel mio gabinetto.
Yossi è la storia del popolo ebraico - la storia di un popolo indifeso e senza patria diventato nazione forte e fiera, capace di difendersi.

E, signore e signori, Israele si riserverà sempre il diritto di difendersi.
Voglio richiamare l'attenzione su l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Michael Oren. Michael, fate un ottimo lavoro. Grazie per tutto ciò che fate per il nostro paese. E grazie per tutto ciò che fate per l'amicizia tra Israele e Stati Uniti.
Voglio anche salutare l'ambasciatore Dan Shapiro, ambasciatore statunitense in Israele.

Il vostro ebraico migliora Dan, anche se non è ancora alla pari con quello di Michael Oren. Dan, apprezziamo i vostri sforzi per rafforzare l'alleanza tra l'America e Israele.
Ci sono studenti qui stasera? C'è qualcuno qui dalla Florida? New York?
Wisconsin? - E' importante. Vi racconterò più tardi perché. California?
Voi siete il futuro, e ringrazio tutti voi per assicurare la grande alleanza tra Israele e Stati Uniti.

Signore e Signori,
Stasera voglio parlare di un argomento che nessuno ha trattato di recente ...: Iran!
Ogni giorno apro il giornale e leggo notizie di allarmi e ultimatum. Ho anche letto di quello che Israele dovrebbe decidere o quello che Israele potrebbe fare.
Beh, non ho intenzione di parlare di ciò che Israele farà o non farà, non parlo mai di questo.  Ma voglio parlare dei pericoli di un Iran dotato di armi nucleari.
Voglio spiegare perché all'Iran non dovrebbe essere consentito di sviluppare armi nucleari.
Il presidente Obama ha ribadito il suo impegno per prevenire che ciò accada. Egli ha affermato chiaramente che tutte le opzioni sono sul tavolo, e che la politica degli Stati Uniti non è limitata.

Ebbene, Israele ha esattamente la stessa politica - Siamo determinati a impedire all'Iran di sviluppare armi nucleari, lasciamo tutte le opzioni sul tavolo. Lo Stato ebraico non permetterà a coloro che cercano di distruggerci di possedere i mezzi per raggiungere questo obiettivo. L'Iran deve essere fermato.
Sorprendentemente, alcune persone si rifiutano di riconoscere che l'obiettivo dell' Iran sia sviluppare armi nucleari. Vedete, l'Iran afferma di fare tutto quello che fa, d'aver arricchito l'uranio, per sviluppare isotopi medici.
Sì, è vero.  Un paese che costruisce impianti nucleari sotterranei, sviluppa missili balistici intercontinentali, produce migliaia di centrifughe, supporta sanzioni paralizzanti, lo fa per far avanzare la ricerca medica ...!

Quindi quando vedrete un missile balistico iraniano  intercontinentale volare in aria vicino a voi, non temete niente.  Si tratta solo di sviluppare isotopi medici.
Signore e Signori,
Sembra un'anatra, cammina come un'anatra, fa qua qua come un'anatra, che cos'è? E 'vero, è un'anatra! Ma un'anatra nucleare. Ed è tempo che il mondo cominci a chiamare un' anatra anatra!
Fortunatamente, il presidente Obama e la maggior parte dei leader del mondo ha capito che l'affermazione che l'obiettivo dell'Iran non sia sviluppare armi nucleari è semplicemente ridicolo.

Eppure, incredibilmente, alcuni sono disposti ad accettarne una un po 'meno assurda: un mondo in cui gli ayatollah hanno bombe atomiche. Certo, dicono, l'Iran è crudele, ma non è pazzo. E' detestabile, ma non agirà.
Amici, dirigenti responsabili non dovrebbero compromettere la sicurezza del loro paese nella convinzione che i regimi più pericolosi al mondo, non utilizzeranno le armi più pericolose al mondo.
E vi assicuro che come primo ministro, non ho mai giocato con la sicurezza dello Stato di Israele.
Fin dall'inizio, il regime degli ayatollah ha rotto tutte le regole internazionali e violato tutte le norme. Ha preso d'assalto le ambasciate, ha preso di mira diplomatici. Ha mandato i suoi propri figli nei campi minati, lapida le donne e gli omosessuali, sostiene il massacro da parte di Assad del popolo siriano, è il principale sponsor del terrorismo nel mondo: sponsorizza Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza i terroristi in Medio Oriente, Africa, anche in Sud America.
Gli accoliti dell' Iran hanno inviato centinaia di attentatori suicidi, disseminato le vie di migliaia di bombe, e hanno sparato più di ventimila missili contro i civili.
Attraverso il terrorismo, di terra o aereo, l'Iran è responsabile per l'uccisione di centinaia se non migliaia, di americani.
Nel 1983, Hezbollah ha fatto saltare in aria una caserma dei Marines in Libano, uccidendo 240 marines americani. Negli ultimi dieci anni, è stato responsabile per l'uccisione e la mutilazione dei soldati americani in Afghanistan e Iraq.
Pochi mesi fa, tentò di assassinare l'ambasciatore saudita negli Stati Uniti in un ristorante a pochi isolati da qui. Agli assassini non importava che molti senatori e membri del Congresso avrebbero potuto essere uccisi nel tentativo.
Che arroganza! : l'Iran accusa il governo degli Stati Uniti di aver architettato l'11 settembre, nega anche la Shoah...
L'Iran chiede la distruzione di Israele, e lavora alla sua distruzione - ogni giorno, ogni giorno, inesorabilmente.

Sinceramente, guardate come l'Iran si sta comportando oggi, senza armi nucleari. Pensate a come si comporterà domani, con le armi nucleari.
L'Iran sarà ancora più audace e più pericoloso. Ci sono stati molti che hanno recentemente parlato dei costi del fermare l'Iran.
Penso che sia il momento di iniziare a parlare dei costi se non si arresta.
Un Iran con armi nucleari aumenterebbe considerevolmente il terrorismo, fornendo ai terroristi un ombrello nucleare. Vorrei cercare di spiegare che cosa questo significa, un ombrello nucleare.

Significa che gli agenti dell'Iran, come Hezbollah, Hamas sarebbero incoraggiati a fare incursioni negli Stati Uniti, Israele e altri paesi, perché saranno sostenuti dal potere delle bombe atomiche. Così il terrorismo può solo crescere ed essere decuplicato.
Un Iran nucleare potrebbe soffocare la fornitura di petrolio nel mondo e potrebbe rendere reale la sua minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Se siete preoccupati per il prezzo del petrolio oggi, immaginare quanto i prezzi del petrolio potrebbe salire ancora quando l''Iran comincerà a ricattare il mondo con la sua bomba atomica.
Se l'Iran ottiene armi nucleari, si scatenerà una folle corsa di Arabia Saudita, Turchia e altri paesi per acquisire armi nucleari.
La regione più instabile del mondo diventerebbe una polveriera nucleare pronta ad esplodere.
Ed ecco il peggior incubo è che con le armi nucleari, l'Iran potrebbe minacciare il mondo con il terrorismo nucleare.
Potrebbe mettere un ordigno nucleare in una barca verso un porto o in un camion parcheggiato in qualsiasi città, ovunque nel mondo.

Vorrei che rifletteste a cosa vuol dire lasciare le armi nucleari nelle mani di coloro che conducono milioni di radicali cantando "Morte all'America" e "Morte a Israele".
Per arrivare a una conclusione semplice: per amore della nostra prosperità, per il bene della nostra sicurezza, per il bene dei nostri figli, all'Iran non deve essere consentito di acquisire armi nucleari!
Naturalmente, il risultato migliore sarebbe che l'Iran decida di abbandonare il suo programma nucleare pacifico!.
Nessuno sarebbe più felice di me e del popolo d'Israele se l'Iran smantellasse il suo programma.Ma finora non è accaduto.
Per quindici anni ho avvertito che un Iran con armi nucleari è un grave pericolo per il mio paese e per la pace e la sicurezza in tutto il mondo.
Nel corso dell'ultimo decennio, la comunità internazionale ha tentato la via della diplomazia. Non ha funzionato.
Per sei anni, la comunità internazionale ha imposto sanzioni. Che non hanno funzionato neanche quelle.


Ho apprezzato i recenti sforzi del Presidente Obama di imporre sanzioni ancora più severe contro l'Iran. Queste sanzioni stanno danneggiando l'economia dell'Iran, ma purtroppo, il programma nucleare dell'Iran continua ad andare avanti. Israele ha aspettato pazientemente che la comunità internazionale risolvesse questo problema. Abbiamo aspettato che la diplomazia funzionasse. Abbiamo aspettato che le sanzioni sortissero il loro effetto. Nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora a lungo.
Come Primo Ministro di Israele, non lascero' mai che il mio popolo viva all'ombra dell' annientamento.

Signore e Signori,

Alcuni commentatori vorrebbero far credere che fermare l'Iran sia più pericoloso che lasciare che abbia la bomba.
Dicono che un confronto militare con l'Iran metterebbe a repentaglio gli sforzi già in atto, sarebbe inefficiente e potrebbe scatenare una risposta ancora più vendicativa da parte dell'Iran.
Ho sentito queste argomentazioni. Li ho lette prima - nel mio ufficio, ho copie di uno scambio di lettere tra il Congresso Ebraico Mondiale e il Dipartimento di Guerra degli Stati Uniti.
Ecco la lettera:

Estate 1944. Il World Jewish Congress implorò il governo degli Stati Uniti di bombardare Auschwitz. La risposta arrivo' cinque giorni dopo. Voglio leggerla.

"Una tale operazione non potrebbe essere eseguita che da un supporto aereo notevole che impiegherebbe il grosso delle nostre forze altrove ...
Sarebbe di dubbia efficacia, tanto che  non giustificherebbe l'uso delle nostre risorse ... "
E, amici miei, la frase più importante di tutte:
"Tale sforzo potrebbe provocare un'azione ancora più vendicativa da parte dei tedeschi. "
Pensateci - "azione ancora più vendicativa" - della Shoah?

Amici,
Il 2012 non è il 1944. Il governo degli Stati Uniti oggi è diverso. L'avete ascoltato nel discorso del Presidente Obama ieri.
Ecco il mio punto di vista: Il popolo ebraico è differente (da quello del '44).
Oggi abbiamo uno Stato. E lo scopo dello stato ebraico è quello di difendere la vita degli ebrei e garantire il futuro degli ebrei.
Mai più permetteremo di non essere padroni del nostro destino e della nostra sopravvivenza. Mai più.
Questo è il motivo per cui Israele deve sempre avere la capacità di difendersi contro qualsiasi minaccia.

Amici,
Siamo profondamente grati per la grande alleanza tra i nostri due paesi. Ma quando si tratta di sopravvivenza di Israele, dobbiamo sempre essere i padroni del nostro destino.

Signore e Signori,

Il destino di Israele è quello di continuare ad essere un avamposto di libertà in Medio Oriente. L'unico posto in Medio Oriente, dove le minoranze godono pienamente dei diritti civili, l'unico posto del Medio Oriente dove gli arabi hanno pieni diritti civili, l'unico posto del Medio Oriente dove i cristiani sono liberi di praticare la loro fede , l'unico luogo in Medio Oriente, dove dei veri giudici proteggono lo Stato di diritto.
E come primo ministro di Israele, vorrei proteggere la democrazia di Israele sempre - sempre. Non potrò mai permettere che qualcosa minacci la vita della democrazia esistente in Israele. e soprattutto, non tollerero' mai nessuna discriminazione contro le donne.

Signore e Signori,

Questa settimana sarà letto il brano (Megillah) di come una donna ha cambiato la storia ebraica.
Nelle sinagoghe di tutto il mondo, il popolo ebraico celebra la festa di Purim. Leggeremo come 2500 anni fa, un persiano antisemita cerco' di annientare il popolo ebraico.
E leggiamo come il complotto fu sventato da una coraggiosa donna - Esther.
In ogni generazione ci sono coloro che cercano di distruggere il popolo ebraico. In questa generazione, siamo felici di vivere in un'epoca in cui abbiamo uno stato ebraico in grado di difendere il popolo ebraico.
E siamo doppiamente fortunati ad avere tanti amici come voi, ebrei e non ebrei che amano Israele e sostengono il suo diritto di difendersi.
Vi lascio stasera, ringraziandovi per la vostra amicizia. Grazie per il vostro coraggio. Grazie per difendere il solo e unico stato ebraico.

Grazie a tutti e Felice Purim.

http://www.europe-israel.org/2012/03/discours-de-benyamin-netanyahu-a-l%E2%80%99aipac/

L'attacco All'interno di Elwyn Jones - i paralleli tra Hitler e l'Islam


 

Esmerelda Weatherwax

 Quella sera disse qualcosa circa gli effetti che produsse la vittoria di Carlo Martello a Tours nel 732: "fermare l'avanzata dell'Islam in Europa occidentale è stata una tragedia". Secondo lui le razze teutoniche avendo ricevuto l'Islam con il suo ethos di guerra fin dall'inizio sarebbero state Padrone dell'Universo da sempre.

Che lo zio di Yasser Arafat, Haj Amin al-Husseini, mufti di Gerusalemme abbia trascorso gran parte della guerra a Berlino, dove gli furono promesse camere a gas simili a quelli di Auschwitz per gli ebrei del Nord Africa e il Levante non è sconosciuto. La  Handschar Division delle SS, divisione bosniaca musulmana non è sconosciuta al lettore moderno.
Alcune settimane fa, una ricerca su google per qualcos'altro ha prodotto una citazione allettante da un libro pubblicato nell'estate del 1939, nella quale si leggeva: "è stato deciso di  "convertire" 25.000 nazisti all'islamismo. Saranno organizzati in una nuova associazione musulmana, Jamait-e-Muslimin, che ha già un'intesa con il Mufti, leader degli arabi palestinesi. "

La citazione era tratta da un libro chiamato "The Attack from Within" di Frederic Elwyn Jones. Mi interessava già quando era Lord Cancelliere nel 1977, ed io aderii al servizio civile, chiedendo di essere assegnata al Dipartimento del Lord Chancellor. Mi affascinava l'uso antico del termine "Mohammedan", e l'ortografia vecchio stile "Moslem". Ho comprato una copia di seconda mano del libro.
Era uno di una serie pubblicata da Penguin, chiamata "Special Penguin" , cioè temi di urgente attualità, pensata  per essere pubblicata il più rapidamente possibile appena pronto il manoscritto. In esso Elwyn Jones, che all'epoca era un avvocato di 30 anni, con esperienza della Germania per avervi vissuto, scrive dell' espansione tedesca e dei preparativi per la dominazione del mondo, nonché della necessità di fermare questa espansione ed i mali del nazismo . Le ultime prove che sottopose alle autorità (uso' molto Hansard, The Daily Telegraph e The Guardian di Manchester ) datano la fine del maggio 1939, quindi immagino che il libro sia stato pubblicato all'inizio di giugno, tre mesi prima dell'invasione tedesca della Polonia e della dichiarazione di guerra alla Germania. Una delle cose che tratta, riguarda la domanda su quale sarebbe stata la prossima invasione /annessione tedesca: dopo l'Austria e la Cecoslovacchia - sarà la Polonia, la Romania, l'Olanda?

Cio' che è molto interessante è che prima di scrivere della Germania, Hitler ed i nazisti, si dedico' a discutere di Mussolini, del suo rapporto con i musulmani delle terre intorno al Mediterraneo, ed il loro rapporto con gli ebrei di quelle terre.
Il capitolo II, "L'Asse Roma - Berlino ", comincia discutendo di come i fascisti sembrano pianificare la spartizione dell'Europa - i tedeschi vogliono il Nord Europa e Russia - il Mediterraneo è destinato ad essere 'un lago italiano ' - gli italiani potrebbero aspirare ai Balcani, ma la Germania ha i suoi propri piani - Franco ha la Spagna ed è neutrale ma i tedeschi hanno un diritto sui porti iberici, ecc. Verso la fine ci informa che Mussolini era deciso a conquistare l'Abissinia come parte di un piano per controbilanciare la sua debolezza nel Mediterraneo orientale, attraverso la creazione di un impero nel Nord Africa orientale. Egli si era dichiarato "protettore dell'Islam" e creava intrighi in Siria, Palestina e Libia contro la Gran Bretagna e la Francia (pag. 36).
Come fu segnalato alla Camera dei Comuni nel 16 febbraio 1938, in Palestina, "donne italiane,  camuffate da dame di carità e suore distribuivano agli arabi foto di false atrocità commesse dagli ebrei e dicevano agli arabi che la loro povertà era dovuta alla cattiva gestione britannica . In cinema ambulanti, realizzati su furgoni, mostravano false immagini di arabi uccisi da ebrei . . . La trasmissione radiofonica "Radio Bari" che trasmetteva da Bari ed era ricevuta in Palestina, intercalava all'interno di  un programma interessante una serie di slogan come 'La Palestina appartiene agli arabi', 'Morte agli ebrei' Lasciate che gli arabi di Palestina si riarmino'. "Iniziative simili vi furono in Siria.
Non suona molto familiare?  e circa 10 anni prima della fondazione dello Stato di Israele!

Mussolini tento' anche di ottenere influenza in Yemen, inviando all'emiro un dono di mitragliatrici, un carro armato e dodici pavoni. Tuttavia, non tutti i musulmani ne rimasero  colpiti: 30.000 musulmani (o Mohammedani, come li chiama Elwyn Jones) sfilarono per Damasco, gridando "vi è un solo Dio e Mussolini è il suo nemico".

Passa poi (l'autore) alla Germania e alla pretesa di Hitler di essere "Difensore della Fede" (pagina 43)
"Mentre sinagoghe sono state bruciate in Germania, una moschea è stata costruita nel cuore di Berlino, dove i musulmani possano svolgere le loro devozioni. Questa è una cosuccia nel programma nazista per catturare le simpatie degli arabi. Il Ministero della Propaganda di Goebbels afferma di aver scoperto una serie di punti comuni tra credo nazista della spada e gli insegnamenti del Profeta Maometto "


Cita poi i 25.000 "convertiti", destinati ad essere inviati in missioni commerciali e politiche. Due centri furono appositamente creati al Cairo e a Bagdad -insegnanti e impiegati di banca nazisti dovevano penetrare nella stampa in arabo volgare (dialetto), nei corsi di lingua tedesca e nel cinema. Altro strumento fu il Club arabo, el Nadi el Arabi, un'organizzazione pan araba con membri di tutte le parti del Vicino Oriente e d' Europa e un quartier generale sul Kurfuerstendamm.
Scrive di aquiloni con la scritta 'Viva Hitler' e manifesti con il testo in arabo che traduce 'L'Ebreo utilizzerà ogni centesimo che guadagna su di voi per acquistare terre', presumibilmente in riferimento a quegli ebrei della terza Aliyah, che acquistarono terreni incolti ad arabi desiderosi di sbarazzarsene. Cio' che era palude fu drenato, il deserto irrigato; lavorarono duramente e con successo coltivarono ciò che gli arabi non volevano lavorare .

"Un'edizione araba di Mein Kampf" apparse nel 1939. Si ha una foto di Hitler in copertina, sotto il titolo "L'Uomo più forte del mondo". Hitler ebbe cura di togliere da questa edizione in arabo il passaggio nel quale trattava gli arabi da razza inferiore'. "(Pag. 45)

Il Mein Kampf rimane popolare in Egitto e in Turchia fino ad oggi.

Il Capitolo IV riguarda il progresso della conquista nazista. .. Questo capitolo, scritto nella primavera del 1939 parla dell'avanzata nazista e di "Hitler e il piano per il potere mondiale" e delle sue parziali conquiste. Per tutto il periodo 1933-1939 Hitler imparo' a "fare la volpe" e indossare la maschera della pace. La risposta alle proteste del Vaticano in merito alla violazione della Germania del Concordato ricorda il principio islamico della Hudna (La Hudna è un trattato di pace, un armistizio, un cessate il fuoco):

"La fedeltà tedesca non significa la fedeltà  alla lettera del trattato. . . significa la lealtà al popolo tedesco, sempre e in tutti i casi ". (pag. 80)

Una delle strategie in vigore al tempo fu servirsi del contributo dei tedeschi che vivevano all'estero. Che ci fossero colonie di tedeschi che vivevano in Polonia, nei Sudeti e nella zona del Volga in Russia è ben noto. Ma  ce ne erano un gran numero in ogni paese d'Europa tra cui il Regno Unito, nel Nord e Sud America, Sud Africa e Australia. I nazisti furono inviati in ciascun gruppo per diffondere il credo nazista e 'radicalizzarli'...

"Ogni tedesco deve tenere contatti sociali esclusivamente con tedeschi, perché in tal modo si contribuisce a fortificare lo spirito tedesco tra coloro che sono deboli o esitanti.
Ogni tedesco all'estero deve sostenere economicamente solo tedeschi e acquistare nei negozi tedeschi. Solo se non ci sono tedeschi si puo' acquistare da altri ariani.
Ogni datore di lavoro tedesco deve occupare solo lavoratori tedeschi. Nessun tedesco dovrebbe aver contatti con gli ebrei o sostenerli in alcun modo.
Non dimenticate che il vostro posto è in Germania e non in organizzazioni straniere . "

Il New Statesman and Nation riferisce il 2 aprile 1938 del dirigente ebreo di una società inglese che si dimise per lealtà verso i suoi colleghi quando i suoi impiegati furono minacciati dal produttore tedesco per il quale agivano come agenti. (pag. 138)...
Tutto questo significa che quando l'approccio frammentario alla conquista si concluse, dopo che la Polonia fu invasa e la guerra lampo del 1940 inghiotti' Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Lussemburgo e gran parte della Francia in poche settimane l'infrastruttura per l'occupazione nazista era già in atto.

     "Tutti gli studenti tedeschi devono indossare il distintivo nazista all'interno del perimetro di ogni università svizzera. Devono farlo per due ragioni, 'in primo luogo, al fine di abituare gli occhi degli svizzeri alla svastica, in secondo luogo per spaventare i numerosi nemici con i quali dobbiamo ancora fare i conti in paesi stranieri. "(Pag. 119 )....


Elwyn Jones, come si può vedere dalla sua successiva carriera era un uomo del lavoro stabile e gran parte della sua preoccupazione era per il proletariato tedesco che soffriva, non solo per la privazione della libertà di parola, di associazione e di espressione, ma per l'aumento delle ore lavorative e la riduzione a livello di retribuzione, vivendo lo standard relativo ad un regime dedicato alla produzione di 'armi non burro'. Gran parte della parte successiva del libro è dedicata a questo, con menzione meno dettagliata della situazione in Giappone e delle ambizioni giapponesi in Estremo Oriente. Sono esaminati i settori nei quali il Giappone aveva un terreno comune con la Germania e, in misura minore con l'Italia, e zone nelle quali, Gran Bretagna e Francia sconfitte, rischiavano di diventare rivali.


Nel capitolo VIII, "Dentro la Germania" egli esamina il rapporto nazista con la Chiesa cristiana. Pag. 167

  "Per il nazismo è l'anti-Cristo, è una sfida deliberata e un attacco alla fede cristiana e alla sua dottrina."
Egli cita Alfred Rosenburg, responsabile per l'educazione politica in Germania, in un discorso ad un raduno di Norimberga nel 1938.

     ". . . Siamo già stati in grado di penetrare notevolmente la gioventù tedesca  con la filosofia nazista. . . il curriculum di tutte le categorie nelle nostre scuole è già stato ri-formato in uno spirito anti-cristiano e anti-ebraico affinché la generazione che sta crescendo sia protetta dalla truffa nera. . . "

Parla del coraggio del pastore Niemöller, tenuto in isolamento nel periodo nel quale scriveva, del martire cattolico Padre Rossaint e degli avversari politici del nazismo tra i quali Liselotte Herman, la madre di un bambino, affiliata al partito comunista, che fu decapitata per la sua attività di resistenza, nel giugno del 1938.....
Elwyn Jones chiude il suo libro su una nota positiva: se Hitler fosse contrastato con un vero e proprio spiegamento di forze la Germania potrebbe capitolare. Il nazismo che prospera in condizioni di povertà e fame potrebbe essere sconfitto da un attivo programma di riforma sociale. La democrazia stessa deve essere trasformata e rivitalizzata....

"C'è bisogno di un'azione urgente. L'Europa è in costante deriva verso il caos nel corso degli ultimi sette anni, non perché le forze di pace manchino di potere, ma perché i loro rappresentanti non hanno la volontà di resistere all'aggressione. La trovino ora,  non avranno una seconda possibilità. "

Sappiamo tutti cosa successe nel settembre del 1939. Elwyn Jones servi' nella Division Army Legal Services. Era un giovane avvocato al processo di Norimberga. Dopo la guerra è diventato un deputato laburista per diversi collegi elettorali a East London... Sotto un governo laburista fu nominato Lord Cancelliere (a quel tempo capo della magistratura e con la responsabilità per l'amministrazione dei tribunali) dal 1974 al 1979. Morì nel 1989.

http://www.newenglishreview.org/custpage.cfm/frm/108991/sec_id/108991

L'Unesco vota per confermare Bashar El Assad ai Diritti umani

 

 GINEVRA, 8 marzo - l'organizzazione per l'istruzione, la scienza e la cultura delle Nazioni Unite ha appena votato 35-8 per una risoluzione che condanna Assad per abusi, eppure - nonostante i vigorosi sforzi guidati dagli Stati Uniti - mantiene il regime in seno al consiglio dei diritti umani.
"Per l'UNESCO, tenere il presidente Bashar al-Assad in un comitato per i diritti umani, mentre il suo regime senza pietà uccide il suo stesso popolo è immorale, indifendibile e un insulto alle vittime della Siria", ha affermato Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, capo del gruppo Human Rights di Ginevra, gruppo che dirige una compagine  di 55 parlamentari, che chiedono l'espulsione della Siria.

"Il mondo ha sprecato un'occasione d'oro per delegittimare il regime di Assad. La politica ha vinto sui diritti umani; troppi diplomatici dell'UNESCO temono che se la Siria fosse espulsa per gravi violazioni, i loro stessi regimi potrebbero essere i prossimi. "
"La sconvolgente decisione  di oggi mette in discussione la credibilità della missione dell'UNESCO per la promozione dei diritti umani. L'adesione della Siria è una macchia persistente sulla reputazione delle Nazioni Unite nel suo complesso ", ha detto Neuer.

Dopo che l'UNESCO elesse la Siria alla commissione per i diritti umani nel mese di novembre, UN Watch ha lanciato una campagna per ribaltare la decisione, spingendo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ad avviare il dibattito di oggi presso l'UNESCO.

"Mentre il testo di oggi, dapprima accolto dall'UNESCO, condanna giustamente la Siria per violazioni, la promessa di cacciare il regime dalla commissione  dei diritti umani dell'Unesco è stata completamente stralciata. Ci hanno lasciato le parole, ma ci hanno tolto i denti ".
"Mantenendo Assad in una posizione di influenza globale sui diritti umani, oggi l'Unesco ha inviato un messaggio assolutamente sbagliato. E' un insulto irragionevole alle persone che soffrono in Siria ", ha dichiarato Neuer.

Alcune settimane fa, UN Watch aveva ricevuto comunicazione da parte del Foreign Office britannico che avrebbe cercato di cancellare la partecipazione "aberrante" della Siria .

In un'e-mail a UN Watch, il Regno Unito ha detto che "deplora l'adesione della Siria in questa commissione e non crede che la presenza della Siria sia favorevole al lavoro dell'ente o alla reputazione dell'UNESCO. Abbiamo quindi aderito con altri paesi nel proporre una nota per la prima riunione del comitato esecutivo in cui cercheremo di affrontare in modo esplicito l'adesione della Siria all'ente. "
Il Regno Unito ha inoltre espresso la speranza che altri membri del comitato esecutivo si uniranno a Londra nel porre fine a quello che ha definito "questa aberrante situazione anomala."

UN Watch apprezza gli sforzi di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma si rammarica che la maggioranza morale per rimuovere la Siria, oggi potrebbe semplicemente non essere trovata.

(all'articolo originale i link ai testi della risoluzione)

http://blog.unwatch.org/index.php/2012/03/08/scandal-unesco-vote-keeps-assad-regime-on-human-rights-committee/