sabato 12 maggio 2012

La Dichiarazione Balfour


 La Dichiarazione Balfour fu  rilasciata sotto forma di lettera dal ministro degli Esteri britannico, Lord Arthur James Balfour, a Lord Rothschild. Fu consegnata a Chaim Weizmann, attivista sionista, per attestare l'appoggio britannico al progetto di un  "focolare nazionale" ebraico in Palestina.

Ci sono diverse teorie sul perché gli inglesi decisero di firmare la dichiarazione di Balfour. Alcune di queste teorie, come quelle che  affermano che "i soldi degli ebrei facevano gola" alla Gran Bretagna o servivano per appoggiare gli Stati Uniti in guerra, sono invenzioni razziste. Tuttavia le circostanze esatte della dichiarazione non sono chiare. Una possibilità è che la dichiarazione fu voluta per permettere agli inglesi di rinnegare le promesse precedenti  fatte alla Francia e agli arabi per quanto riguardava la Palestina. George Lloyd disse che il controllo britannico sulla Palestina poteva impedire che quest'ultima cadesse nelle mani degli atei francesi.

Il sionismo britannico e la Dichiarazione Balfour


Tuttavia, la dichiarazione non arrivo' come un fulmine a ciel sereno, ma fu piuttosto il culmine di una lunga tradizione in Gran Bretagna che aveva sostenuto il ritorno degli ebrei alla loro terra per motivi filosofici, religiosi e imperialisti. Nella sua introduzione alla "Storia del sionismo", di Nahum Sokolow, Balfour chiarisce che aveva sostenuto il progetto di un "focolare nazionale" per il popolo ebraico perché lo riteneva giusto. 
In precedenza aveva sostenuto l'ipotesi di insediare gli ebrei in Uganda.

Un fattore importante che può aver influenzato il Foreign Office furono le informazioni fornite alla Gran Bretagna dal NILI di Aaron Aaronsohn, che suggeriva l'utilità del portare i turchi fuori dalla Palestina. Utilizzare la Palestina per proteggere il canale di Suez potrebbe essere stata un'ulteriore spiegazione. Il movimento sionista fu fondato per creare una patria nazionale per gli ebrei, riconosciuta dal diritto internazionale. Tale finalità fu esplicitata nelle risoluzioni del primo Congresso Sionista. 
Theodor Herzl aveva tentato di assicurare una patria ebraica in Palestina con il consenso dell'Impero Ottomano e del Kaiser tedesco. Fu respinto in entrambi i casi, e si rassegno' a dirigere i suoi sforzi per assicurare una casa temporanea per gli ebrei in Uganda o in Argentina o altrove, un programma che fu molto controverso e, infine, abbandonato dalla organizzazione sionista. I sionisti all'epoca avevano sviluppato diverse scuole di pensiero. Una scuola di "politica" sionista credeva nel garantire una patria grazie agli sforzi dei leader ricchi e influenti, che avrebbero perorato presso i potentati la realizzazione di uno Statuto per la creazione di una patria. L'altra scuola pensava che una patria nazionale ebraica poteva essere assicurata solo da insediamenti e con la creazione di una comunità ebraica. Il riconoscimento politico sarebbe avvenuto solo in seguito.

Gli eventi successivi dovevano dimostrare che entrambe erano vie necessarie. Lo strumento per ottenere lo Statuto a lungo cercato, ironia della sorte, non venne da un politico sionista, ma da Haim (o Chaim) Weizmann, un auto-proclamato sionista, il quale sostenne che gli insediamenti agricoli dovessero costituire la base della nuova comunità ebraica.



Chaim Weizmann e la Dichiarazione Balfour


Weizmann, un sionista russo, si stabilì in Inghilterra nel 1904 per proseguire la sua carriera in chimica. Nel 1906 il suo datore di lavoro lo presentò a Lord Balfour, il quale si dimostrava ansioso di convincere Weizmann circa la necessità, per il movimento sionista, di accettare l'Uganda, piuttosto che la Palestina, come "focolare nazionale". Invece, Weizmann lavoro' a convincere Balfour che la Palestina doveva essere il focolare nazionale ebraico. Il movimento sionista britannico comincio' attivamente a  esercitare forti pressioni sul governo britannico, in favore della sua causa, e durante i primi anni della guerra trovo' un simpatizzante nell'avvocato Mark Sykes, impegnato nell'idea di "liberazione dei popoli oppressi del mondo", tra i quali gli armeni, gli arabi e gli ebrei. Weizmann strinse anche amicizia con CP Scott, direttore del Guardian di Manchester e simpatizzante per la causa del ritorno ebraico in Palestina. Nel 1914, Scott lo presentò a Lloyd George, allora Cancelliere dello Scacchiere e in seguito primo ministro durante la guerra. Più tardi, Scott fu un membro attivo del Comitato per la Palestina britannica, a Manchester, che produsse la rivista "Palestina", e fece pressioni  per il mandato e per i  diritti degli ebrei in Palestina.

Durante la prima guerra mondiale, l'influenza di Weizmann sul governo britannico crebbe quando, grazie al suo talento, produsse, attraverso un processo di fermentazione, l'acetone solvente, necessario per lo sforzo bellico. Weizmann inizio' quindi la stesura della proposta per una patria ebraica in Palestina, sotto la sovranità britannica. Nel contesto dei disegni britannici in Medio Oriente, questa idea improbabile, simile alle idee proposte ai turchi e ai tedeschi in precedenza, divento' una possibilità. Fu sostenuta da diverse fazioni del governo britannico, che pensava alla Palestina come ad un efficace posto di guardia al canale di Suez. Ebbe anche un supporto "sentimentale", poiché, a partire dal 19 ° secolo, una serie di figure di spicco in Gran Bretagna era interessata all'idea di restaurare gli ebrei in Palestina. Paradossalmente, l'idea di uno Stato ebraico fu anche sostenuta per una serie di ragioni antisemite. Molti membri del servizio diplomatico erano convinti che gli ebrei avessero una enorme influenza sugli affari del mondo, e avrebbero potuto utilizzare tale influenza per aiutare sia gli alleati che la Germania. La voce che i tedeschi stavano per concedere un documento simile agli ebrei accelero' il rilascio della dichiarazione Balfour.



Le promesse britanniche


Gli inglesi si affannavano a fare promesse. Henry McMahon ebbe uno scambio di lettere con Hussein ibn Ali, sceriffo della Mecca nel 1915, nelle quali prometteva il controllo arabo dei territori arabi,  esclusa la costa mediterranea. Il limite dell'esclusione costiera non è chiaro. Hussein oppose che gli arabi di Beirut si sarebbero decisamente opposti all'isolamento da parte dello Stato o degli stati arabi, ma non sembra avesse avanzato la questione della zona di Gerusalemme, che comprendeva una buona parte della Palestina. Questo suggerisce che sia l'area di Gerusalemme che la Palestina facessero parte della promessa fatta agli arabi, come mostrano alcune mappe, e come è sostenuto da storici  pro-arabi,  oppure,  che la Palestina fosse inclusa, ma Hussein non si fosse opposto alla decisione. Quest'ultima versione è supportata da Dr. Chaim Weizmann nel suo libro autobiografico "Trial and Error", e fu l'interpretazione conveniente anche agli inglesi, come sostenuto esplicitamente dal governo britannico nel Libro bianco del 1922.

Nel 1916, Mark Sykes aveva concluso un progetto di trattato segreto con la Francia nel quale era trattata una divisione contraddittoria delle terre conquistate dalla Turchia. Il segreto fu scoperto da Weizmann, che si stupi' di apprenderlo da fonti sioniste a Parigi:


"Quello che non sapevamo nelle prime fasi dei nostri negoziati concreti era che un tentativo di accordo segreto, che fu poi rivelato come il 'Trattato di Sykes-Picot,' esisteva già tra Francia e Inghilterra! E la parte più curiosa della storia è questa: sebbene Sir Mark Sykes, del Foreign Office britannico, avesse personalmente negoziato questo trattato con M. Georges Picot, dell'Ufficio degli Esteri francese , Sir Mark entrò in trattative con noi, e ci concesse il suo pieno appoggio, senza nemmeno accennare all'esistenza del tentativo di accordo! Stava appunto, modificando la sua posizione a nostro favore, cercando di rivedere l'accordo in modo che i nostri diritti in Palestina avessero avuto più spazio. Ma non è da lui che abbiamo saputo dell'esistenza dell'accordo, e solo dopo mesi, durante i quali abbiamo portato avanti le trattative con gli inglesi e le altre autorità, abbiamo capito cosa fosse a bloccare il nostro progresso". (Chaim Weizmann, Trial and Error, 1949, pagina 238).

"Ho appreso della sua [dell'accordo Sykes Picot] esistenza il 16 aprile 1917, dal signor Scott [CP Scott, direttore del Guardian di Manchester e membro del Comitato Palestina britannica] che aveva ottenuto le informazioni da Parigi." (Chaim Weizmann, Trial and Error, 1949, pagina 241).


Così, l'esistenza dell'accordo Sykes Picot come tentativo di un progetto di trattato venne alla luce nel corso dei negoziati per la dichiarazione Balfour, e la successiva pubblicazione del suo contenuto non sciocco' il movimento sionista. Avendo fatto delle promesse agli arabi e ai francesi, il governo britannico stava ora per fare una terza, contraddittoria dichiarazione ai leaders sionisti di Gran Bretagna. Durante i negoziati con i sionisti, Sykes aveva sostenuto con forza l'idea di uno stato ebraico e non aveva mai menzionato l'esistenza del contraddittorio accordo con i francesi, Sykes-Picot . Allo stesso modo, i dirigenti sionisti incontrarono George Picot, ed egli non sollevo' obiezioni basate su tale accordo, che dava ai francesi il controllo di gran parte della Palestina. Weizmann rileva che il trattato non fu mai menzionato.

L'opposizione ebraica alla Dichiarazione Balfour


Poiché la proposta aveva preso forma e cominciava ad essere conosciuta, sollevo' l'opposizione intensa di un piccolo gruppo di ebrei assimilati, ricchi e influenti, che si sentivano minacciati dalle possibili implicazioni di doppia lealtà. In particolare, l'idea fu contrastata da Edwin Montagu, che scaglio' un duro attacco contro la dichiarazione Balfour. Egli sostenne che la dichiarazione avrebbe causato agli ebrei l'espulsione da ogni paese, e che data la libertà ritrovata di ebrei russi, non vi era alcuna ragione per la dichiarazione. Attribui' la persecuzione degli ebrei alla "solidarietà di clan" ed a differenze biologiche. Il testo originale della dichiarazione recitava "La Palestina deve essere ricostituita come il focolare nazionale del popolo ebraico". Dopo l'attacco di Montagu, il testo fu cambiato in "la fondazione in Palestina di una Casa per il popolo ebraico". Una clausola fu aggiunta a tutela dei diritti delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina e più curiosamente, per soddisfare le obiezioni di Montagu, fu aggiunta una clausola a tutela dei diritti delle comunità ebraiche di fuori della Palestina.



Nelle sue memorie, Lloyd George ha scritto:

"La Dichiarazione Balfour rappresento' la politica convinta di tutti i partiti del nostro paese e anche in America, ma il suo varo nel 1917 fu dovuto, come ho detto, a motivi propagandistici". (David Lloyd George, Memorie, pagina 724)

In altre parole, la politica per il restauro della patria ebraica, godette del supporto tradizionale di molti britannici, un supporto confermato da diversi presidenti americani. Tuttavia, ci furono motivi specifici per rilasciare la dichiarazione nel 1917. Come è noto, gli inglesi credevano, senza fondamento, che gli ebrei fossero stati influenti nella Russia bolscevica e, allo stesso modo, che i finanzieri ebrei controllassero ricchezze inimmaginabili che avrebbero potuto mettere a disposizione degli alleati, o dei poteri centrali dei governi che avrebbero sostenuto uno Stato ebraico. Nelle sue memorie, Lloyd George ha continuato a esagerare il potere degli ebrei e l'aiuto che resero:


"I tedeschi erano altrettanto consci del fatto che gli ebrei della Russia esercitavano una notevole influenza nei circoli bolscevichi. Il movimento sionista è stato particolarmente forte in Russia e in America. I tedeschi sono stati, quindi, attivamente impegnati a corteggiare il movimento in tutto il mondo. Un'amichevole Russia avrebbe significato non solo più cibo e materie prime per la Germania e l'Austria, ma meno truppe tedesche e austriache sul fronte Orientale e, quindi, più disponibili per l'Occidentale. Queste considerazioni sono state portate a nostra conoscenza dal Foreign Office, e riferite al Gabinetto di Guerra. Il sostegno dei sionisti per la causa dell'Intesa avrebbe avuto un grande peso come misura di guerra. Naturalmente molte simpatie ebraiche erano in larga parte anti-russe, e quindi a favore degli Imperi centrali. Nessun alleato della Russia, infatti, avrebbe potuto sfuggire all'inevitabile condanna per la lunga e selvaggia persecuzione russa della razza ebraica. Oltre a questo, lo stato maggiore tedesco, con la sua visione ampia, ha colto, all'inizio del 1916, i vantaggi del promettente ristabilimento ebraico in Palestina, nel quadro di un possibile accordo tra i sionisti e la Turchia, spalleggiato  da una garanzia tedesca. Le difficoltà pratiche erano considerevoli, il tema era pericoloso per le relazioni tedesche con la Turchia e il governo tedesco ha agito con cautela. Ma il programma  non fu  affatto rifiutato o addirittura accantonato, e in qualsiasi momento gli alleati avrebbero potuto fare incetta di questa offerta magnifica. Infatti nel settembre 1917, il governo tedesco fece seri sforzi per accaparrarsi  il movimento sionista.  Un'altra ragione più convincente per l'adozione, da parte degli alleati, della politica della Dichiarazione, si trovava nella condizione della Russia stessa. Gli Ebrei russi erano stati segretamente attivi per conto delle potenze centrali dall'inizio, erano diventati gli agenti principali della propaganda pacifista tedesca in Russia; nel 1917 avevano fatto molto per preparare la disintegrazione generale della società russa, in seguito riconosciuta come la Rivoluzione . Si credeva che se la Gran Bretagna avesse dichiarato il compimento delle aspirazioni sioniste in Palestina, sotto la sua egida diretta,  questo avrebbe potuto portare gli ebrei russi alla causa dell'Intesa.

Si credeva, inoltre, che una tale dichiarazione avrebbe avuto una potente influenza sul mondo ebraico fuori della Russia, e avrebbe assicurato l'aiuto degli interessi finanziari ebraici. In America, il loro aiuto in questo senso avrebbe un valore speciale, quando gli Alleati avessero quasi esaurito i titoli d'oro e dei pegni negoziabili a disposizione per gli acquisti americani. Queste furono le considerazioni principali che, nel 1917, spinsero il governo britannico a sottoscrivere un contratto con l'ebraismo". (Pp 725-726).



Infatti, gli ebrei bolscevichi erano anti-sionisti, i sionisti erano privi di  influenza nel movimento bolscevico, e i bolscevichi non si curavano affatto degli scopi di guerra inglesi, come gli eventi successivi hanno dimostrato. Per quanto riguarda il denaro, mentre la maggior parte degli ebrei può aver sostenuto il movimento sionista, gli ebrei ricchi e influenti come Henry Morgenthau negli Stati Uniti e Edwin Montagu in Gran Bretagna erano più o meno contrari al progetto. Lo stesso Lloyd George cito' Balfour dicendo, "questo movimento, sebbene vi sia opposizione da un certo numero di ebrei ricchi in questo paese, aveva dietro di sé l'appoggio di una maggioranza di ebrei, in Russia e in America, e forse in altri paesi." (pagina 734). 
E' probabile che la maggioranza degli ebrei abbia sostenuto il sionismo, ma non i più ricchi e influenti.


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mercoledì 9 maggio 2012

Sionismo 1882-1939 tratto da Storia degli ebrei di Chaim Potock


Sotto il regno di Nicola I, la Russia garantì ai suoi ebrei alcuni diritti, divennero fra le altre cose liberi di dimorare dove volessero. Nel 1861 venne abolita la servitù della gleba, si diffondevano le idee socialiste e darwiniane. Molti ebrei aderirono a gruppi rivoluzionari. Man mano che i divieti del passato venivano meno, entravano prepotentemente nella vita culturale del paese: soprattutto intellettuali, giornalisti, poeti, artisti, e ovviamente letterati. Al punto da creare disagio nell’intellighenzia russa. Parliamo di Dostoevsky, Gogol, Puskin, ma anche gli stessi Marx e Bakunin.
Come disse Theodor Herzl, al banchiere Hirsh, per cercare di convincerlo alla sua causa, che era poi quella di dare una unità politica agli ebrei, che in duemila anni di diaspora non l’avevano avuta "eravamo obbligati alle occupazioni più umili rinchiusi  nei ghetti dov ci degradavamo. E quando ci lasciarono liberi si aspettavano che improvvisamente avessimo tutte le caratteristiche di un popolo avvezzo alla libertà".
Nel 1881 qualcuno gettò una bomba che dilaniò lo zar Alessandro II. Il regime dello zar Alessandro III era spaventato. Si dette la colpa agli ebrei. Pogrom violenti e leggi del 1882: gli ebrei potevano vivere solo in piccoli centri, l’accesso all’istruzione limitato col sistema del numero chiuso (10% di studenti ebrei nella zona di residenza, fuori di essa dal 3 al 5%) Ebrei illuminati e assimilati ripresero a frequentare le sinagoghe. Pobedonostsev, capo della chiesa ortodossa russa, esplicò con queste parole il disegno politico: il suo auspicio era che "un terzo degli ebrei si convertisse un terzo morisse, e l'altro terzo abbandonasse il paese".
Gli ebrei cominciarono a fuggire in ondate sempre più numerose.
Nel 1882 Leon Pinsker pubblicò il libro Autoemancipazione, lui che era stato un illuminista che vedeva la possibilità della fine delle sofferenze del popolo, fu persuaso da questa ondata di persecuzioni che i suoi sogni umanisti non si sarebbero avverati. Attaccò nel testo gli ebrei modernisti occidentali che attribuivano alla diaspora un ruolo messianico nei confronti del mondo, e attaccò gli ebrei tradizionalisti che accettavano le sofferenze nell’attesa del Messia. Secondo lui esiste un problema dell’identià ebraica, poiché gli ebrei sopravvivono come unità etnica separata all’interno di un mondo che non li assimila. Così, nella loro diversità, e nella loro non autorità, essi non sono riconoscibili, sono sorta di fantasmi. Poiché in una situazione di conflitto, ogni gruppo guarderà ai suoi e discriminerà l’estraneo, in ogni paese vi sarà un punto di saturazione nei confronti degli ebrei, variabile a seconda della storia e cultura, ma che ha comunque la sua massa critica, al termine della quale, si comincerà a perseguitarli. L’unica via d’uscita era crearsi un rifugio, una terra propria.
Nello stesso periodo, molti giovani russi cominciarono a partire per la Palestina, allontanandosi dai fumosi discorsi sionisti, e andarono lì a lavorare la terra, preferendo combattere zanzare e malaria.
Lo Chibbat Sion (amore di Sion) cui si unì anche Pinsker, riteneva che gli ebrei dovessero lasciare l’Europa. I primi stanziamenti agricoli in Palestina furono fondati coi soldi del barone Edmond de Rothschild.
Nel 1892 gli ebrei furono espulsi da Mosca per purificarla, nel 1894 divenne zar Nicola II che incoraggiò ulteriormente le invettive antisemite della stampa a causa della loro partecipazione al movimento rivoluzionario.
Il punto di rottura fu però il Pogrom di Kisinev del 6 aprile 1903. In occasione della Pasqua, per quell’anno coincidenti quella cristiana e quella ebraica, si pensò di renderle onore, per due giorni, con 49 morti, 500 feriti, duemila famiglie senza tetto. Anche Tolstoj espresse la propria solidarietà alle vittime.
Scrisse Bialik ne La città della strage su Kisinev:
"...entra nella città del massacro, devi vedere
con i tuoi occhi,
toccare con le tue mani
sugli steccati, i pali, sulle porte e i muri,
sul selciato delle strade, su tutti gli alberi
il sangue annerito e raggrumato con le cervella
e dei fratelli morti teste e gole."
Inutile dire che poi lo si sarebbe detto profetico.
Se i pogrom russi, oltre ad essere la principale causa dell’emigrazione di ebrei verso palestina e americhe a cavallo dei due secoli, furono anche quelli che mutarono illuminati filorussi come Pinsker in amanti di Sion, fu invece l’affare Dreyfus, in Francia, che convertì l’elegante, assimilato, raffinato giornalista ebreo viennese, allora corrispondente dalla Francia, Theodor Herzl, alla causa sionista. Nella culla della civiltà europea, Parigi, fu il grido della folla "a morte gli ebrei", nel gennaio del 1895, a persuaderlo che neanche nel cuore della civiltà cui pure si sentiva di appartenere, c’era davvero scampo. Dapprima cercò di persuadere della bontà delle sue idee il barone francese, banchiere di successo, Maurice Hirsch, e non vi riuscì. Preparò un discorso per Rotschild, ma non riuscendo ad incontrarlo, lo lesse a Vienna, Parigi, Londra, infine lo pubblicò in uno libro del 1896, Der Judenstaat (Lo stato ebraico) in cui si sosteneva che se non potevano né volevano essere assimilati, agli ebrei non restava altra scelta che uno stato indipendente con il consenso delle grandi potenze mondiali, Rinnovava il suo appello ai grandi banchieri, Hirsh e Rothschild, perché lo finanziassero. Chibbat Sion lo accolse con entusiasmo, meno gli ebrei assimilati nonché gli ortodossi d’europa. Intercettò in quegli anni un sentimento di amore per la terra di Sion, capì di doverlo usare per la sua causa.
A Costantinopoli ottenne udienza dal Gran Visir, gli disse che se avesse acconsentito alla creazione di uno stato ebraico autonomo lo avrebbe ripagato con il denaro necessario a risolvere la crisi finanziaria del suo paese. Il visir non accettò, del resto non aveva neanche il denaro, non aveva mai convinto, tra gli altri, i Rothschild. Per capire quanto doveva suonare inusitato quel che andava predicando, egli fu il primo a convocare un’assemblea “nazionale” del Chibbat Sion. Per quegli ebrei, l’idea di adunanza o anche unità, per non dire folla, era come evocare la Torre di babele. Per cui sono significative le tappe, il primo congresso sionista di Basilea è dell’estate del 1897. Fondò un settimanale sionista, dal significativo titolo "Die Welt". Il Congresso fondo l’Organizzazione Sionista Mondiale. Ciononostante, i banchieri, continuarono a non appoggiarlo. Nel 1902 gli Ottomani offrirono la Mesopotamia in cambio di un’ingente somma di denaro: la proposta non fu accettata. 
In seguito a ulteriori trattative, i britannici offrirono l’Uganda, attuale Kenia (che a proposito, non mi risulta mai essere stato disabitato); dopo spaccature interne, l’offerta fu rifiutata nel 1905. La sua base rimanevano i miserrimi ebrei russi, mentre continuava a viaggiare fra banchieri e governanti
Incontrò il papa nel 1904,questi gli rispose "Se gli ebrei resteranno aggrappati alla loro fede e continueranno ad aspettare il messia che per noi è già arrivato, essi negheranno la divinità di Gesù, e noi non possiamo aiutarli; oppure andranno lì senza alcuna religione, e noi saremo ancora meno ben disposti nei loro confronti".
Il suo cuore non era forte, i viaggi e le divisioni interne fra sionisti laici, religiosi e socialisti, le aspre lotte, in occasione della questione ugandese. Herzl morì il 3 luglio 1904, a 44 anni.
Lasciò un organizzazione confusa e un fondo per la colonizzazione pressoché esangue. Potremmo dire fallimentare. Ma l’ondata antisemita dell’europa dell’est, e con essa l’ondata migratoria, non cessava. Soprattutto ebrei russi e romeni, che non sapevano nulla di agricoltura. Che mandarono i primi raccolti i secca, ma che furono sostenuti dal pur tanto reticente all’idea di stato, barone di Rothschild, che versò in 15 anni oltre un milione e mezzo di sterline inglesi. Queste quattro colonie esistono ancora. I turchi cominciarono a preoccuparsi e a proibire l’immigrazione ebraica, gli ebrei cominciarono ad entrarvi illegalmente, sebbene i figli dei pionieri preferissero le città ai campi. Dal 1904, a seguito del pogrom di Kisinev, e poi, al fallimento della rivoluzione del 1905, ripresero le ondate migratorie. Si cominciò a parlare ebraico nel paese, si aprirono scuole e fondi malattia per i lavoratori. E le prime unità di difesa dalle incursioni di arabi e beduini. Dal 1908 i turchi permisero l’acquisto di armi per gli arabi. Gli insediamenti cominciarono ad essere attaccati sistematicamente. Durante la prima guerra mondiale, una dura persecuzione ai coloni da parte di turchi, con espulsioni e uccisioni, gli ebrei cercarono di mettere su una rete di spionaggio a favore degli inglesi, nel settembre 1917 furono scoperti arrestati e torturati. Fu uno scambio delle parti, l’organizzazione sionista poteva far da sostegno allo sforzo bellico inglese, il 2 novembre 1917 arriva la dichiarazione di Balfour, in cui gli inglesi dichiarano di vedere con favore la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Il paese era ancora parte dell’impero ottomano, ma era stato invaso dagli inglesi dal 31 ottobre. Allenby entrò a Gerusalemme a dicembre, durante Chanukkà. Agli ebrei devoti dovette sembrare il Messia.
Dal 1918 la Palestina divenne dunque protettorato britannico. Negli anni 20 vi fu una nuova ondata migratoria, proveniente principalmente dalla Polonia. Malgrado la moltiplicazione delle rivolte arabo, e una maggiore rigidità inglese, la popolazione continuò a crescere. Negli anni 30 arrivarono oltre 100.000 ebrei tedeschi. La maggior parte degli ebrei polacchi, per lo più tradizionalisti e devoti, rimasero in Polonia, in attesa del Messia. Arrivò Hitler, nel 1939.

lunedì 7 maggio 2012

“Ho creduto alle cose che mi venivano dette…” il falso massacro di Jenin

Quando vi diranno con l'aria di chi la sa lunga: "Guardati Jenin Jenin", fate leggere questo...

7 maggio 2012, di Aaron Klein



Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario “Jenin, Jenin” che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d’aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d’aver ricevuto finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d’aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell’aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
 

Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d’aver ucciso “un grande numero di civili”, mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d’aver spianato l’intero campo profughi compresa un’ala del locale ospedale.
Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte “testimonianze oculari” con la chiara indicazione di indicarli come colpevoli di “crimini di guerra”.
Ora però Bakri ammette d’aver “prestato fede” a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. “Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film”, ha spiegato il regista.



Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d’aver costruito la sequenza come sua propria “scelta artistica”. 


Alla domanda se crede davvero che “durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato”, Bakri ha risposto “No, non lo credo”.

La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall’Autorità Palestinese, spiegando che “parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l’informazione nonché membro del comitato esecutivo dell’Olp sotto la direzione dell’allora leader palestinese Yasser Arafat.



Nell’aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la “culla” degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l’accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi.

Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.
Il film di Bakri mostra diversi “testimoni” che descrivono “brutalità” da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso “numerosissimi” palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L’autore tuttavia si guarda bene dall’indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.

Pierre Rehov filmmaker francese che ha girato sei documentari sull'intifada
entrando sotto copertura nelle zone palestinesi


Nel frattempo un altro film, “The Road To Jenin” di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri (guarda il video di presentazione qui). Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l’ospedale di Jenin spianandone un’intera ala con tutti i pazienti all’interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona.
Il direttore dell’ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: “Tutta l’ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti”. Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull’esterno dell’ala ovest, completamente intatta.


Rehov fornisce anche le immagini aeree dell’ospedale prese l’ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell’edificio sono normalmente in piedi.
Circa l’accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l’azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas.
Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale. “Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri”.
Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell’ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell’ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.


Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.
Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di BAMBINI PALESTINESI: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.
Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l’autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d’averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.

Aaron Klein

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http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/07/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano-dette/

giovedì 3 maggio 2012

Dall'antisemitismo contemporaneo alla Shekina: Pietro Citati

Il nuovo antisemitismo che si aggira per l' Europa
Repubblica, 28 agosto 2006 —   pagina 1   sezione: PRIMA PAGINA


Quattro anni fa, scrissi un articolo su Repubblica, nel quale osservavo che, dopo cinquant' anni di sonno, l' antisemitismo europeo stava risvegliandosi. In giornali e libri, altri dissero la stessa cosa. Purtroppo, siamo stati eccellenti profeti. 

In questi quattro anni, l' antisemitismo europeo si è moltiplicato, allargato, approfondito. Ora è odio, che consciamente o inconsciamente desidera l'esplosione. Molti credono che i malvagi della terra non siano i russi, i cinesi, i terroristi arabi, e nemmeno gli americani «con le mani sporche di sangue», come dice Oliviero Diliberto. I malvagi sono soltanto loro: gli israeliani, gli ebrei. Basta ricordare la celata (o non celata) soddisfazione, con la quale cronisti e commentatori della televisione e di molti giornali italiani hanno seguito la recente guerra mediorientale. 

Che l' esercito israeliano non avanzasse con la velocità consueta, che cento soldati israeliani morissero, e soprattutto che i lucidi ed elegantissimi missili di Hezbollah colpissero Haifa, suscitava nelle prose dei nostri giornalisti un buon umore inconsueto. 

Senza parlare dell'età romana, in Europa sono esistiti quattro diversi antisemitismi. 

Il primo è quello cristiano: già presente nell' Apocalisse, e violentissimo nei secoli successivi. E il secondo è quello borghese, nato quando si aprirono i ghetti, e gli ebrei diventarono tedeschi, russi, francesi, italiani: avvocati, scienziati, banchieri, scrittori, giornalisti, psicologi, spesso più intelligenti dei rivali cattolici. Il terzo è l'antisemitismo di sinistra, patrocinato da Karl Marx, in un mediocre saggio sulla questione ebraica. Il quarto è quello nazista. 

Oggi, in Europa, i quattro antisemitismi sono vivi e vivaci. 

Per esempio, Umberto Bossi è un antisemita nazista. Anni fa, venne intervistato alla televisione padana da un giornalista piccolissimo, umilissimo e adorante, che lo contemplava come se fosse insieme Gesù, Buddha e Martin Heidegger. Quando il giornalista gli chiese quali fossero le cause delle sventure del mondo, Bossi rispose (come Hitler) che tutti i mali derivavano dai banchieri ebrei di New York, i quali cercavano di corrompere con le droghe e gli emigranti maghrebini il sano sangue del popolo lombardo

Quanto agli antisemiti di sinistra, sono talmente tanti che non oso nemmeno nominarli. Ricordo soltanto una giovane, non so se casariniana o carusiana o agnolettiana, che proclamava ad alta voce: «Quelli che non ha ucciso Hitler, li ammazzeremo noi». 

Anche coloro che non sono apertamente antisemiti considerano Israele una grandissima seccatura, che turba la tranquillità dei loro sonni. Se una notte, possibilmente di sabato, una misteriosa bomba atomica facesse scomparire tutto Israele, fino ai bambini di due giorni, sarebbe per loro una liberazione piacevolissima. 

Così gli europei potrebbero riprendere indisturbati le vacanze del fine-settimana. E la televisione italiana tornerebbe a parlare dei prediletti delitti famigliari (le madri che ammazzano i figli, e le figlie che ammazzano la madre, hanno grande successo), del clima estivo (state attenti: quando c' è sole, bevete molta acqua), della tragedia della Juventus, mostrando ogni sera il volto di Alfonso Pecoraro Scanio: visione, come ognuno sa, meravigliosa. 

Un' accusa, che gli europei rivolgono agli israeliani, è di credersi ancora il popolo eletto. Niente è più falso. Tranne un gruppo di estremisti, mai Israele è stato così incerto, perplesso ed inquieto. E non ha perduto la curiosità ed il piacere ebraici di osservare, comprendere, guardare gli altri e diventare gli altri, di trasformarsi, e contemplare il mondo con occhi sempre diversi. Vorrei ricordare due fatti, entrambi di carattere culturale: niente è più significativo di ciò che accade tra i libri, perché si diffonde lentamente o velocemente in un popolo. 

Nel 2001, Avraham Yehoshua pubblicò un romanzo, La sposa liberata (Einaudi), che esprimeva un affetto così profondo verso i palestinesi, come mai Chateaubriand, Stendhal e Henry James provarono per l' Italia e il paesaggio italiano. Dopo il 1930, un grande studioso, Gershom Sholem, ha ricostruito la storia della mistica ebraica dal secondo al diciottesimo secolo, interpretandola come l'anima nascosta di Israele. Ora, dopo la sua scomparsa, un altro eccellente studioso, Moshe Idel (i cui libri sono pubblicati da Adelphi), ha dimostrato quanto questa mistica dovesse a quella islamica. 

Nessuna ricerca di questo genere è avvenuta nei paesi musulmani, dove la mistica islamica è stata molto spesso dimenticata o cancellata. 

Come tutti sanno (o dovrebbero sapere), gli ebrei sefarditi vissero sotto il dominio islamico un' esistenza molto più lieta dei loro fratelli azkenaziti nell' Europa cristiana. Verso la metà del decimo secolo, il capo della comunità ebraica di Cordoba venne nominato "primo ministro" del Califfato: mentre un vescovo cristiano era "ministro degli esteri". Intorno al 1454, un rabbino di origine francese scrisse ai suoi correligionari una lettera che diventò famosa: «Io ve lo dico, la Turchia è un paese d' abbondanza dove, se volete, troverete riposo... Non è meglio vivere sotto il dominio dei musulmani piuttosto che sotto quello dei cristiani? Qui, ogni uomo può vivere un' esistenza pacifica all' ombra della sua vigna e del suo fico. Qui, nessuno vi impedirà di portare gli ornamenti più belli, mentre nei paesi cristiani non osate vestire i vostri bambini in rosso o in blu, colori che noi amiamo, per paura di esporli ai colpi e agli insulti, e siete obbligati ad andare e a venire miserabilmente vestiti di colori scuri... ». 

Ci furono terribili persecuzioni, come in Spagna nel XII e nel XIII secolo. Poco tempo dopo, in Siria, Ahmad ibn Taymiyya sostenne che bisognava massacrare ebrei, cristiani, musulmani sciiti, e soprattutto i mistici sufi - il culmine luminoso dell' Islam. La saggia autorità politica araba lo fece morire, nel 1328, incatenato in un carcere di Damasco. Per il momento, non ebbe seguaci. Ma, siccome soltanto le idiozie sono immortali, quattro secoli più tardi Muhammad ibn Abd al-Wahhab riprese le idee di Ibn Taymiyya. 

Di lì, il Wahhabismo - giudicato fino a quaranta anni fa, nell' Islam, una setta miserabile - la casa reale dell' Arabia saudita, Osama bin Laden, e l' 11 settembre 2001. Negli ultimi trent' anni, l' antisemitismo islamico tradizionale si è combinato mostruosamente con orrori di ogni fonte, specialmente nazista: I protocolli dei savi di Sion, i kamikaze giapponesi, attentati astutissimi, slogan, motti, calunnie, invenzioni. Come uno storico antico, Apione, la moglie di Arafat raccontava che, nelle sinagoghe, gli ebrei compivano sacrifici rituali di bambini, ingrassati come Pollicino. 

Non soltanto le idiozie ma anche le menzogne attraversavano immortali i secoli; ed è impossibile confutarle. 

Malgrado l'indifferenza e l'ostilità degli europei, non credo che Israele scomparirà mai dalla terra. Scompariranno molto prima Osama bin Laden, il presidente dell' Iran, gli allievi di un criminale come Khomeini, il capo di Hezbollah, e gli antisemiti d' Europa, a qualsiasi specie appartengano. Gli ebrei hanno un dono, che noi cattolici non possediamo, o possediamo in modi diversi. Con passione e avidità, amano il mondo: il "rosso" e il "blu", il "fico" e la "vigna", i viaggi, i libri da leggere e scrivere, i commerci, le ricchezze: eppure, non appartengono completamente alla terra. Con una parte di sé, vivono altrove, dove vaga esiliata la Shekinah, il volto femminile di Dio, ora emanando una pallida luce lunare, ora intonando una musica sempre più cristallina, squillante e trionfale. 

PIETRO CITATI


L'accordo Moro coi terroristi arabi



Notiziario Ucei, 18 agosto 2010

“Cossiga ci lascia dopo aver rivelato una vicenda per noi molto importante quanto dolorosa. Quella che legava il terrorismo palestinese dell'Olp allo stato italiano negli anni Settanta e Ottanta, il cosiddetto lodo Moro, ovvero l'immunità goduta dall'Olp in Italia in cambio del mancato ricorso ad azioni terroristiche sul suolo nazionale. Vicenda che, come la storia ci insegna, non trovò applicazione da parte della stessa Olp in Europa e in Italia, dove ci furono gli attentati al Caffè de Paris, all'aeroporto di Fiumicino, alla nave Achille Lauro e soprattutto alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 con l'uccisione del piccolo Stefano Tachè.
Per questo motivo, conclude Pacifici, "auspichiamo che i complici di allora diano risposte alle rivelazioni dell'amico Francesco Cossiga".

Verità scottanti che erano emerse solo nell'ottobre del 2008, nel corso di un'intervista esclusiva rilasciata da Cossiga al giornalista Menachem Gantz del quotidiano israeliano Yediot Aharonot. In quella circostanza Cossiga aveva spiegato che in cambio di una mano libera in Italia, "i palestinesi avevano assicurato la sicurezza del nostro Stato e l'immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d'Israele".

"Per evitare problemi - si legge nell'intervista - l'Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita.
Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l'Italia più degli americani, l'Italia si arrese ai primi".

Poi un'altra dichiarazione choc del Picconatore: "Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L'Italia ha un accordo con Hezbollah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente". Cossiga viene a conoscenza di questi intricati legami con il terrorismo palestinese quando è nominato ministro dell'Interno nel 1976. "Già allora mi fecero sapere - afferma spalancando un cassetto fino ad allora sigillato - che gli uomini dell'OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all'artiglieria pesante e ad accontentarsi di armi leggere".

 Qualche anno più tardi, quando Cossiga diventa presidente del Consiglio, l'accordo tra Stato e terroristi emerge con maggiore chiarezza: "Durante il mio mandato una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo. I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare".

Nel giro di alcuni giorni una sua fonte personale all'interno del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), che lui chiama "gola profonda", passa al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. L'input è libanese: "In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che, secondo l'accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati".

Su quella pagina buia e mai veramente approfondita era tornato proprio negli scorsi giorni uno dei commentatori del notiziario quotidiano dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che scrive coperto dallo psudonimo "Il Tizio della sera". Il suo pensiero, espresso in terza persona, ci fa ulteriormente riflettere su come il caso Moro sia un capitolo di storia italiana ancora poco conosciuto:


"Scopre due anni dopo, in un'intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, che esisteva un cosiddetto accordo Moro, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l'Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall'equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne.*** Smette di leggere l'intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più". 

http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/?TAG=terrorismo%20palestinese%20in%20italia



*** il riferimento è ovviamente al citato attacco alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, che costò la vita al bambino Stefano Gaj Tachè, ci teniamo a sottolineare che ancora oggi, nel 2012 non è stato riconosciuto dallo Stato Italiano come vittima del terrorismo nonostante le ripetute richieste.
Come mai?


Gli scudi umani: chi è la vittima di chi?

Sebbene non siano mancati anche nel caso di questa oltraggiosa consuetudine i tentativi di depistare l'opinione pubblica, l'orgoglio nazionale trionfa su tutto e sono gli stessi palestinesi a rivendicare l'invenzione della strategia dello scudo umano  Vedi qui per esempio l'articolo di The Palestinian Information center, che piange la morte del Dr. Rayyan, il quale con successo prese l'iniziativa in quel di Jbalya di usare diffusamente tale tecnica, sfruttando la pratica israeliana di avvertire prima di colpire obiettivi militari (qui i dettagli) , al fine di evitare quanto possibile vittime umane, e sfruttando questa pratica al fine opposto di concentrare la presenza di uomini, e specialmente donne e bambini negli obbiettivi militari.
All'epoca ciò aveva fermato le azioni militari, ma poi, come possiamo leggere dopo due anni di questa pratica, 
Nizar al-Rayyan viene colpito, non senza portare con sé altre 15 vite umane. 






La domanda che l'opinione pubblica dovrebbe porsi è: di chi sono quelle vittime?
Alcuni risponderanno: certamente di Israele, essendo illegale l'esistenza del paese e quindi non potendo un paese illegittimo essere in guerra.
Costoro dovrebbero chiedersi: a che pro vengono prodotte quelle vittime, e precisamente quelle immagini di vittime? 
Potrebbe aiutarli nel porsi questa domande anche la recente ondata di altrettanto ben documentati falsi di immagine di bambino (vedi qui); la domanda dovrebbe risuonare così: è possibile che nell'epoca dei media e delle opinioni pubbliche mondializzate, la ricerca della spettacolarizzazione del conflitto, arrivi al punto della creazione della vittima al fin della drammatizzazione del conflitto?
E se la risposta fosse: sì, è successo, succede nello specifico nel caso del conflitto più mediatizzato del pianeta, allora, che ruolo avrebbe l'opinione pubblica all'interno di questo gioco?
Perché è certamente quella occidentale, cresciuta in secoli di immagini sacre di madre e bambini, che pone come sommamente sacra l'immagine del bambino sacrificato. 
Non chiameremmo noi, quella stessa opinione pubblica che si straccia le vesti, che non verifica le fonti, che ha già deciso in anticipo chi sono le vittime e chi i colpevoli, responsabile della loro spendibilità come immagini di vittima, e complice infine del loro deliberato assassinio?

mercoledì 2 maggio 2012

Israele e la guerra dei media, parte I



di Fishman Joel
Jerusalem Center for Public Affairs. Jewish Political Studies Review 19 Nos. 1 & 2, Spring 5767/2007.


La propaganda come arma politica, precedenti storici

“Guai a quelli che chiamano il male bene e il bene male; Che fanno delle tenebre luce e della luce tenebre; Che fanno dell’amaro il dolce e del dolce l’amaro.” (Is 5, 20).

Dobbiamo notare che ricercatori della generazione precedente hanno analizzato diversi aspetti del problema, ma a partire dalla metà degli anni ’80 e in seguito, questo ha suscitato molta meno attenzione. A questo ci sono diverse spiegazioni. Dopo la caduta dell’Unione sovietica e del Blocco dell’Est sembrava che il mondo fosse sulla soglia di una nuova era democratica. E con la firma degli accordi di Oslo (13 settembre 1993), molti credettero che la propaganda anti israeliana sarebbe cessata. Disconoscere il problema ha senza dubbio giocato un ruolo nella questione, perché la persistenza di un intenso movimento anti israeliano e antisemita costituiva una “informazione sgradevole”. Occuparsene diventa politicamente scorretto e pericoloso per coloro che aspiravano a promuoversi nel mondo universitario.  
Poiché il soggetto di questo studio è la storia della propaganda e della falsificazione, è bene aggiungere due parolea proposito della metodologia. Nel suo celebre libro, The Historian’s Craft, l’eminente storico e medievista, Marc Bloch, spiega che provare l’esistenza di una falsificazione non è affatto sufficiente. Si ne vogliamo sapere di più su una menzogna, è necessario  scoprirne l’autore e la motivazione:

« Ma constatare la falsificazione non basta. Bisogna scoprirne i motivi, anche fosse solo per depistarla. Finché sussiste un dubbio sulle sue origini, resterà in essa un elemento ribelle all’analisi, che farà di questo una menzogna provata a metà. Sopratutto, una menzogna in quanto tale è, a modo suo, una testimonianza! » 


Definizione del problema in una prospettiva storica

Poiché molti dei membri dell’élite politica del paese considerano che Israele abbia un problema di comunicazione con l’opinione pubblica, essi non sono stati in grado di fare in modo che lo Stato facesse fronte alla guerra dei media. Se ne deduce che, per conseguenza, abbiamo bisogno di una definizione moderna della propaganda, che è una delle principali componenti. Secondo il prof. Philip M. Taylor, direttore dell’Institute of Communications Studies, dell’Università di Leeds, uno degli strumenti tattici della guerra ideologica è la propaganda, che è stata semplicemente definita
« tentativo di influenzare le attitudini di un pubblico specifico, utilizzando fatti, fiction, l’argomentazione o la suggestione -spesso con l’aiuto della soppressione dei materiali contraddittori – allo scopo deliberato di instillare nello spirito del pubblico-target una certa convinzione, dei valori o convinzioni, che serviranno gli interessi dell’istigatore producendo la linea di consenso desiderata. »

Possiamo aggiungere a questa definizione l’affermazione del Dr Joseph Goebbels, per la quale

« la propaganda in quanto tale non è né buona né cattiva. Il suo valore morale è determinato dallo scopo che persegue. » 
E’ l’argomento classico secondo il quale il fine giustifica i mezzi. Ci si puo’ comunque domandare se, in certi casi, i mezzi stessi possano essere moralmente difettosi.
Nel XX° secolo, la propaganda fu utilizzata soprattutto come arma di guerra, ed i suoi effetti potevano essere devastanti. In effetti, certe ideologie, spinte fino alla loro conclusione logica, sono state genocidarie. Lo storico Jeffrey Herf descrive cosi’ la funzione e la logica della propaganda nella guerra della Germania nazista contro gli ebrei:

« Se la ripetizione ex abrupto di formule, in contesti pubblici e privati, puo’ essere considerata causa di credenza, allora appare che Hitler, Goebbels, Dietrich [Direttore dell'Ufficio Stampa del Reich], il loro personale e una percentuale indeterminata di ascoltatori e lettori tedeschi, credettero che una cospirazione ebraica internazionale fosse la forza motrice che animava la coalizione ostile a Hitler durante la Seconda Guerra mondiale… E’ certo che agirono come se la Soluzione finale fosse la punizione, inflitta dalla Germania nazista, agli ebrei che i nazisti consideravano colpevoli di aver iniziato e prolungato la Seconda Guerra mondiale. »

Nel suo testo, Herf da un esempio doloroso del legame tra propagana e genocidio: il discorso annuale al Reichstag, del 30 gennaio 1939, illustrava « cio’ che diverrà il nocciolo narrativo nazista del conflitto imminente »:
« Oggi, saro’ ancora profeta: se la finanza ebraica internazionale in Europa e fuori Europa dovesse pervenire, ancora una volta, a precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarebbe la bolscevizzazione del mondo, e quindi la vittoria dell’ebraismo, al contrario, sarebbe l’annientamento della razza ebraica in Europa . »

Inoltre Herf fa riferimento al discorso alla nazione pronunciato da Hitler in occasione del Capodanno  1940, nel quale si trova l’«imputazione degli scopi genocidari ai nemici della Germania nazista, specialmente agli ebrei » :  

« Il nemico mondiale giudeo-capitalista che ci affronta ha un solo scopo: sterminare la Germania e il popolo tedesco… » Interpretando questo discorso, Ernst H. Gombrich spiega che lo scopo finale della propaganda nazista era « conferire una tematica paranoide agli avvenimenti mondiali  », sotto forma di « mito paranoide ». 

Secondo Gombrich, tale processo costituisce il  « cuore della tecnica  » :

« E’ l’orrore finale del mito. Esso diventa il suo proprio garante. Per colui che si lascia catturare, questo universo d’illusione diviene realtà e quando si combatte contro tutti, tutti ci combattono, e meno facciamo prova di pietà, più ci si impegna nel suo campo in un combattimento fino alla disfatta dell’avversario. Quando si è presi in questo circolo vizioso, non c’è assolutamente nessuna uscita. Comparato a questo effetto, il principio della pubblicità e della suggestione di massa nella guerra della propaganda puo’ quasi essere considerato marginale .




L’inversione della realtà come arma di guerra dei media, con il suo spirito paranoide, è persistito fino ad oggi. Chiunque degli osservatori contemporanei è stato in grado di descriverne le manifestazioni con grande esattezza, perché non l’hanno piazzato nel suo contesto storico. In questo senso, ad esempio, il ricercatore e filosofo francese Pierre-André Taguieff, ha utilizzato l’espressione “antisemitismo assoluto” per descrivere il punto di vista dei Palestinesi, dopo il 1967 :

« Il sionismo quindi, è un nuovo “nazismo” che minaccia di dominare e distruggere la totalità della specie umana… mentre nel contesto delle élite occidentali non si cessa di invitare a evitare le espressioni “islamofobe”, il direttore del Centro islamico di Ginevra, Hani Ramadan, denuncia tranquillamente il “genocidio perpetrato verso i musulmani» .

Si noterà che la tematica di Ramadan è quasi identica a quella dei propagandisti nazisti. Entrambi si presentano come i bersagli din una cospirazione ebraica, ed il risultato potenziale del loro “processo logico” – per usare un’espressione di Hannah Arendt – è il genocidio. Sebbene abbiano invertito la verità, le loro affermazioni hanno una caratteristica  inquietante e pericolosa: una inversione morale che conduce a un comportamento criminale e ad una violenza senza ritegno.

Mélanie Phillips, una giornalista e blogger inglese senza peli sulla lingua, cita un articolo di  Leo McKinstry, autore e giornalista di Belfast,  il quale scrive regolarmente sul Daily Mail, il Daily Express e il Sunday Telegraph . McKinstry sottolinea l’inversione della realtà concernente Israele nei discorsi pubblici inglesi e la chiama con il suo vero nome :
” Per una straordinaria inversione della realtà Israele è diventato uno Stato paria a causa della sua determinazione a difendersi. Una grottesca doppia morale è oggi all’opera, per la quale terroristi arabi assassini sono acclamati come “combattenti della libertà”, mentre le forze di sicurezza israeliane sono trattate come gangsters fascisti. Nessuna nazione è stata cosi’ demonizzata come Israele.”
Una recente inchiesta a campione condotta in Europa rivela che Israele è considerato oggi come “la più grande minaccia” – una totale assurdità, dato che Israele in realtà è la sola società libera e democratica in Medio Oriente. Ma un tale risultato riflette la forza della propaganda anti israeliana che imperversa nei media europei. Il fatto che tale sentimento anti israeliano abbia l’aria di un apparente sostegno verso i Palestinesi non cambia niente: è profondamente antisemita….”

L’inversione della realtà come metodo politico
Quando si studia la storia dell’inversione della realtà come metodo di propaganda, appare chiaro che le ideologie naziste avevano perfezionato tale arma. Si inorgoglivano apertamente dei loro successi, riconoscendo agli Inglesi di aver loro dato l’esempio.
Durante la Grande Guerra Mondiale (1914-1918) la propaganda inglese incoraggio’ con successo la diserzione dei dei soldati dellePotenze Centrali e la demoralizzazione della popolazione civile. Hitler, da parte sua, insistette sull’uso inglese della propaganda concernente il preteso massacro e lamentando che l’Impero tedesco non avesse mai capito l’importanza della propaganda e che coloro che ne erano incaricati fossero degli incompetenti.

Sotto la direzione di Lord Northcliffe, propietario del Times, gli Inglesi furono i primi a sfruttare il progresso dei media di massa e la pubblicità, mirando all’opinione pubblica piuttosto che alle élites. Il loro obiettivo strategico era di “convincere il nemico dell’inconsistenza della sua causa e della certezza della vittoria degli Alleati”.

A questo scopo immaginarono numerose strategie originali di propaganda, tra le quali quella riguardante la popolazione civile per far vacillare il sostegno al governo. Si proposero di rompere la coalizione dell’Impero di Asburgo fomentando la sedizione tra le diverse componenti della popolazione. Nei loro sforzi gli agenti della propaganda britannica coniarono l’espressione “auto determinazione nazionale”, come arma di guerra politica.
Uno dei mezzi utilizzati dagli inglesi fu la “propaganda dei massacri”. La loro più straordinaria accusa fu che l’Impero tedesco avesse creato una “istituzione di sfruttamento dei cadaveri” (Kadaververwerkungsanstalt) per farne sapone… CONTINUA A LEGGERE QUI