martedì 5 giugno 2012

Foto-giornalismo dietro le quinte


Ruben Salvadori, fotoreporter italiano attivo in Israele, con una impressionanote inversione di prospettive rispetto alla "norma" punta la sua macchina fotografica non verso "la notizia", ma sui fotoreporter che sono chiamati a documentarla.
Come nasce la notizia?
Può il fotoreporter influenzare la notizia con la sua presenza?
Il fotoreporter cerca di documentare la realtà o di vendere un prodotto?
Quale prodotto interessa al "mercato dell'informazione"?
Un'indagine straordinaria sui media contemporanei.

GUARDA IL VIDEO SU YOUTUBE (in italiano)

oppure

VAI AL SITO DI RUBEN SALVADORI

Un tranquillo venerdì pomeriggio a Gerusalemme Est

lunedì 4 giugno 2012

Ogni accusa è buona: Israele e i profughi del Sudan



Costantemente sotto i riflettori della stampa occidentale e di quella stampa “alternativa” che opera esclusivamente nel web tramite siti e blog, lo Stato di Israele viene periodicamente accusato delle colpe più varie. Tali colpe dovrebbero riconfermare, agli occhi di noi lettori, quelle qualità mostruose di cui si fa portatore lo Stato Ebraico, ovvero il razzismo, la violenza, il classismo, la mancanza di etica e democrazia e così via dicendo. Ma siamo proprio sicuri che le accuse che vengono mosse ad Israele siano effettivamente fondate o piuttosto ci troviamo troppo spesso di fronte a distorsioni, inesattezze, notizie false, terminologie tendenziose e/o offensive che diventano poi luoghi comuni passivamente condivisi?

Facciamo un esempio concreto.
Negli articoli che leggiamo in questi giorni si denuncia con toni infuocati il fatto che Israele respinga i profughi del Sudan e che preveda di “deportare” (queste le terminologie usate!) quelli già presenti sul suo territorio.

Questa mezza notizia imprecisa ovviamente rincara la dose di vecchie e nuove accuse mai veramente analizzate dalla maggioranza dei lettori, ma grazie alle quali Israele si è guadagnato per una buona fetta del pubblico l'immagine di “Stato antidemocratico”, anzi meglio, di “Stato dell’apartheid”.
Così, il lettore medio italiano, non troppo informato di realtà mediorientali ma desideroso di commentare su facebook le ultime notizie, si sente confortato da una tale massa di accuse sentite e risentite in tutte le salse che non esita a tranciare giudizi, ovviamente negativi, sul “grado di eticità”, di “democraticità” e di “legittimità” dello Stato di Israele.
E dunque, di sillogismo in sillogismo, se Israele è uno Stato “antidemocratico” e privo di etica, insomma uno “Stato dell’apartheid”, di che si lamenta poi?

Allora facciamo un ragionamento un po' più articolato e vediamo se veramente la notizia che riguarda i rifugiati Sudanesi è utile come prova del nove del tanto decantato razzismo imputato allo Stato di Israele.

Innanzitutto dobbiamo chiederci: da chi esattamente scappano questi disperati del Sudan? Chi governa in Sudan? Di quale etica si fa portatore?
Ricordiamoci che questi profughi non emigrano per migliorare le loro condizioni economiche, ma per salvarsi la vita. Chi mette a repentaglio la vita dei Sudanesi?
Omar al-Bashir, l’imposizione della Shari’a, le responsabilità nel genocidio del Darfur e nella Seconda Guerra Civile
Link qui http://www.overland.org/blog/79-approfondimenti/657-approfondimento-il-sudan-ostaggio-di-un-governo-criminale-.html
Sudan, prove di guerra, pace, fondi neri e sharìa
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2010/12/21/sudan-prove-di-guerra-pace-fondi-neri-e-sharia/
Al-Bashir appoggiato da un altro Stato campione dei diritti umani: la Cina
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/03/05/sudan-arresto-di-bashir-dura-protesta-di-pechino-allonu/
Il governo sudanese bombarda i rifugiati sudanesi nel Sud-Sudan
Link: http://www.unhcr.it/news/dir/18/view/1133/sud-sudan-condanna-per-i-raid-aerei-sui-rifugiati-sudanesi-113300.html
L’etica della Polizia Sudanese
Link: http://corriereimmigrazione.blogspot.it/2012/05/sudan-profughi-feriti-e-uccisi-nel.html
In altre parole, niente integralismo islamico = niente profughi del Sudan. Possiamo scavalcare a piè pari le cause scatenanti del fenomeno distruttivo?
Eppure tutti sorvolano sull'argomento, strano no?

Altra costellazione di domande: come mai i profughi Sudanesi bussano alle porte di Israele?
Il Sudan NON CONFINA con Israele. Prendete Google Maps o altro sito a voi più gradito e controllate, i profughi che fuggono a nord per raggiungere Israele attraversano l’intero Egitto, come mai non si fermano in Egitto?
Traffico d’organi e violenze in Egitto (Sinai)
Link: http://habeshia.blogspot.it/2012/05/profughi-schiavi-nel-sinai.html
Le testimonianze di chi raggiunge Israele
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Qual è stata in passato la politica di Israele rispetto ai rifugiati?
Un caso esemplare: 1977, Israele e i profughi vietnamiti
Link: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Immigration/VietBoatPeople.html
E di certo non si potrà sospettare che i vietnamiti fossero di religione ebraica, giusto? (N.B solo 2 anni prima, nel 1975, Israele era stato definito in una inqualificabile risoluzione ONU come Stato razzista inquanto Sionista… ma allora questo famigerato razzismo, in cosa consiste? Chi sostiene questa TESI ieri come oggi? Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/in-nuovo-antisemitismo-si-gioca-allonu.html)

Dal 2007, però, la situazione si è fatta ingestibile, si tratta di flussi da decine di migliaia di profughi verso un paese che conta 7 milioni di abitanti, grande come l’Emilia Romagna, con tensioni sociali molto forti. Nessuno nega le condizioni disastrose dei profughi, ma va detto che, oltre ad essere attive sul territorio un buon numero di associazioni che li sostengono e aiutano concretamente, le Istituzioni israeliane cercano soluzioni legali e internazionali al problema, ad esempio cercano di prendere accordi col neonato e ancora instabile stato del Sud Sudan per migliorarne le condizioni generali e rimpatriare i profughi che potrebbero ritornare nelle loro terre d’origine al riparo dalle persecuzioni… e queste sarebbero le famigerate “deportazioni” di cui si vaneggia in questi giorni?
Link: http://www.weeklystandard.com/keyword/Danny-Ayalon

E poi sarebbe utile uno sguardo più ampio sul problema dei rifugiati in tutta l’area: è solo Israele a dover fare i conti con un flusso che non riesce più a gestire? Vediamo solo alcuni casi.
Alcune notizie dal sito ufficiale dell’UNHCR
Link: http://www.unhcr.it/cerca/risultati.php?k=1&search=OIM&start=10&num_record_tot=49
Rifugiati fra Libia e Tunisia
Link: http://www.unicef.it/doc/2686/libia-odissea-dei-rifugiati-devastate-le-tende-scuola-nel-campo-profughi.htm
L’Egitto si prepara a bloccare l’ingresso dei rifugiati
http://www.secondoprotocollo.org/?p=1873
Rifugiati ai lavori forzati in Libia?
http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/17/articolo/1681/eritrei-in-libia-rischiano-i-lavori-forzati-
E parlando di profughi e rifugiati, vogliamo dirlo chiaramente che l’UNHCR ha a disposizione solo 3,3 miliardi di dollari all’anno (dato 2010) per far fronte ai problemi di tutto il mondo, mentre circa 1 miliardo (sempre dati 2010) viene convogliato esclusivamente sui profughi palestinesi?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
Anche questo è un problema etico: forse i profughi del Sudan sono profughi di serie B, ecco perché la comunità internazionale, in collaborazione con i singoli governi, non riesce comunque a gestire l’emergenza.
I profughi palestinesi sono oggi (grazie alla regola assurda dell’ereditarietà dello status) circa 4,7 milioni, ma solo la seconda guerra civile in Sudan produsse ben 4 milioni di profughi (senza contare i profughi del Darfur), è chiaro che c’è qualcosa che non va?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
E’ chiaro che le Nazioni Unite per prime applicano due pesi e due misure?

*****



Dunque, alla fine di questa breve carrellata che mostra solo per sommi capi il contesto socio-politico reale in cui cominciare a comprendere il problema dei profughi del Sudan, possiamo dire veramente che questo sia una sorta di cartina al tornasole della mancanza di democraticità in Israele? Del suo innegabile razzismo? Chi ci garantisce che anche le altre accuse mosse ad Israele quotidianamente non soffrano della stessa ristrettezza di vedute, se non addirittura di fondamenti semplicemente menzogneri?
Se già non lo conoscete, vi invito a dedicare un po' di tempo a studiare il caso del cosiddetto "massacro di Jenin" che ha gettato -e continua a gettare- infamia su Israele e il suo esercito.
Jenin e la nuova guerra fondata sui "diritti umani"
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/onu-ong-e-la-guerra-fondata-sui.html
Il film "Jenin Jenin" le accuse false e i finanziamenti dell'Autorità Palestinese

Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano.html


Chi contesta Israele e le sue politiche dalla sua finestra sul web parla spesso di etica, allora a me viene in mente che anche nel fare informazione (e nel divulgarla tramite associazioni, blog e social network) ci dovrebbe essere un’etica. Innanzitutto prendersi in carico la necessità di porsi delle domande e di darsi delle risposte al di là dei preconcetti che ognuno di noi può avere, fare una ricerca con i mezzi che tutti abbiamo a disposizione, raccogliere dati, fatti e documenti, prima di scrivere e divulgare.
Questo è etico, tutto il resto è chiacchiera, oppure propaganda... e fra le due non si sa più dire quale sia il male minore.

Fare le pulci alle altrui democrazie sulla base di analisi come minimo superficiali è facile, in fondo nessuno Stato è perfetto, soprattutto di fronte alle emergenze. Allora, tenuto conto che nessuno Stato è perfetto, e quindi neanche Israele, l’unica risposta seria che si può dare alle accuse vuote che circolano in rete è una proposta: per verificare nei fatti quel tasso di eticità e di democrazia PERCEPITA e VISSUTA da chi vive in Israele e ha conosciuto cosa significa vivere in altri Stati vicini, o transitarci da rifugiato, si potrebbe cominciare a chiedere direttamente proprio ai profughi del Sudan che, nonostante tutte le difficoltà, da anni vivono protetti dalla democrazia di Israele.
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Sarebbe questo il famoso “Stato dell'apartheid”?

A chi parla con troppa leggerezza di realtà che non conosce, appoggiandosi a comodi luoghi comuni, affibbiando ad Israele ogni sorta di etichetta infamate, bisogna ricordare che nella democratica Australia, qualcuno ha alzato la voce contro questo malcostume dilagante e finalmente arrivano le prime scuse.
La “natura offensiva” delle etichette imposte ad Israele dalla stampa
Link: http://honestreporting.com/aussie-editor-apologizes-for-apartheid-headline/
Quando cominceremo a leggere notizie simili anche in Italia?


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di Sionismoistruzioniperluso.blogspot.it

mercoledì 30 maggio 2012

Boualem Sansal, scrittore algerino: «La Privamera araba non è ancora iniziata»


18 OTTOBRE 2011
da: Frontierenews.it


Boualem Sansal, scrittore algerino, che quest’anno ha vinto il Friedenspreis (Premio della pace), ha affermato: «La Primavera araba non è ancora cominciata. I grandi problemi sono ancora irrisolti. E non si tratta solo dei dittatori, che naturalmente debbono scomparire. No, c’è la questione della cultura e quella dell’islamismo».

Sansal, quasi alla soglia dei 61 anni, risiede a Boumerdès, una città sul mare a circa 40 chilometri da Algeri. E’ stato licenziato nel 2003 dal suo posto di direttore generale del ministero dell’Industria per via delle molte critiche dei suoi libri verso il regime del presidente Bouteflika. La moglie, docente, ha perso il lavoro; il fratello, proprietario di una piccola attività commerciale, è stato costretto a chiudere.

Nonostante tutto ciò, Sansal non vuole saperne di lasciare l’Algeria: «Voglio aiutare a preparare la riconquista della democrazia dopo tanti anni di menzogne. Ai giovani viene insegnata una storia ufficiale totalmente falsa. E in più pesa su di loro il pericolo della propaganda fanatica dell’islamismo estremista».

Sansal, autore di sei romanzi e di molti saggi, ha provato enorme felicità nel momento in cui gli è stata rivelata la notizia del premio: «Soprattutto perché la Germania, come gli altri Paesi europei, finora non riconoscevano i movimenti democratici del Nordafrica, anzi intrattenevano buoni rapporti con i dittatori».

Ha sempre preferito scrivere i suoi libri in lingua francese e da sempre non accetta l’arabizzazione del paese. Nel romanzo intitolato «Il villaggio del tedesco», ha introdotto un paragone tra l’islamismo jihadista e il nazismo. «Studiando il Terzo Reich, ho visto che là c’erano gli stessi ingredienti che ritrovo nel mio Paese e negli altri regimi arabi. E sono: partito unico, militarizzazione del Paese, lavaggio del cervello, falsificazione della storia, affermazione dell’esistenza di un complotto (i principali colpevoli sono Israele e l’America), glorificazione dei martiri e della guida suprema del Paese, onnipresenza della polizia, grandi raduni di massa, progetti faraonici di opere pubbliche (come la terza moschea più grande del mondo costruita dal presidente Bouteflika). Solo quando gli algerini, i tunisini, gli egiziani, i libici si saranno liberati da questo castello di menzogne, solo allora potrà cominciare la Primavera araba. Per questo rimango in Algeria».

Sono andato a Gerusalemme e ne sono tornato felice…

Boualem Sansal è nato ad Algeri. Formatosi come un ingegnere con un dottorato in economia, ha iniziato a scrivere romanzi all’età di 50 dopo aver lasciato il suo lavoro di alto funzionario del governo algerino. L’assassinio del presidente Boudiaf nel 1992 e l’ascesa del fondamentalismo islamico in Algeria lo hanno ispirato a scrivere del suo paese. Sansal continua a vivere con la moglie e due figlie in Algeria, nonostante le polemiche che i suoi libri hanno suscitato in patria. Al Festival internazionale di Letteratura 2007 a Berlino, è stato presentato come uno scrittore “esiliato in patria”. Egli sostiene che l’Algeria sta diventando una roccaforte dell’estremismo islamico e il paese sta perdendo le sue basi intellettuali e morali.




Lettera aperta, 24 maggio 2012



Cari fratelli, cari amici, d’Algeria, di Palestina, d’Israele e d’altrove,

Scrivo queste poche righe per darvi mie notizie. Forse siete preoccupati per me. Io sono un uomo semplice, sapete, uno scrittore che non ha mai preteso altro che la felicità di raccontare storie, queste storie  “da non raccontare”, come dice il mio amico regista, Jean-Pierre Lledo , ma ecco che la gente ha deciso di interferire nelle nostre relazioni di fraternità e di amicizia e hanno fatto di me un oggetto di scandalo.

Rendetevi conto, mi accusano niente di meno che di alto tradimento della nazione araba e del mondo musulmano nella sua interezza. Vuol dire che non ci sarà nemmeno un processo. Queste persone sono di Hamas, persone pericolose e calcolatrici, che hanno preso in ostaggio la povera gente di  Gaza e la ricattano ogni giorno da anni, in una specie di buco nero, assicurato dal blocco israeliano, e ora vengono a dettare a noi, a noi che in tutte le maniere cerchiamo di liberarcene, quello che dobbiamo pensare, dire e fare e ci sono anche altri, individui anonimi, amareggiati e pieni di fiele, chiusi a tutti, che ritrasmettono l’odio come possono, attraverso la rete. E’  attraverso loro, per mezzo dei loro comunicati vendicativi ed i loro insulti a tutto tondo, che avete saputo del mio viaggio e io sono qui per confermare, perché non ci sia confusione nelle vostre menti e per fare chiarezza tra le noi: SONO ANDATO IN ISRAELE.



Che viaggio! e che accoglienza! Perdonatemi per non averlo io stesso annunciato prima di partire, ma capirete, ci voleva discrezione, Israele non è una meta turistica per gli arabi, anche se… quelli, non pochi, che mi hanno preceduto in questa terra di latte e miele, lo hanno fatto di nascosto, con nomi falsi o passaporti presi a prestito, come a suo tempo fece la coraggiosa signora Khalida Toumi, allepoca fervente oppositrice al regime poliziesco e fondamentalista in Algeria, ed oggi brillante ministro della cultura, impegnatissima nella caccia ai traditori, agli apostati e agli harkis.
E’ a lei in particolare che gli algerini devono il loro vivere ogni giorno i problemi e la rabbia nel loro bel paese. I suoi doganieri non mi avrebbero mai  lasciato uscire, se mi fossi presentato con un biglietto d’aereo Algeri / Tel Aviv in una mano e nell’altra un visto israeliano appena incollato sul mio passaporto bello verde. Mi domando se si sarebbero spinti a gasarmi. Ho agito altrimenti  e l’astuzia ha pagato: ho preso la via della Francia, munito di un visto israeliano “volante” recuperato a Parigi, rue Rabelais, ed ora mi trovo in possesso di mille e una storia che mi riprometto di raccontarvi in dettaglio in un prossimo libro, se Dio ci concede la vita.

Vi parlero’ di Israele e degli israeliani, di come li possiamo vedere con i nostri  propri occhi, sul posto, senza intermediari, lontano dalla dottrina, ed essendo certi di non dover subire nessuna “prova della verità” al ritorno. Il fatto è che in questo mondo non c’è un altro paese e un altro popolo come loro. Mi affascina e mi rassicura che ognuno di noi sia unico. L’unicità infastidisce, è vero, ma tendiamo ad amarla, perché la perdita è davvero irreparabile.



Parlerò anche di Gerusalemme, Al-Quds. Mi sembra di aver percepito che questo posto non sia davvero una città ed i suoi abitanti non siano realmente tali; c’è un’irrealtà  nell’aria e certezze di un tipo sconosciuto sulla terra. Nella vecchia città multimillenaria,  è semplicemente inutile cercare di capire, tutto è sogno e magia, vi si incontrano i profeti, i più grandi, ed i re, i più maestosi, li interroghiamo, parliamo loro come ad amici del quartiere: Abramo, Davide, Salomone, Maria, Gesù e Maometto l’ultimo della linea, che la salvezza sia su di loro, passando da un mistero all’altro, senza transizione, ci  si muove attraverso i millenni e il paradosso, in un cielo uniformemente bianco ed il sole, sempre ardente. Il presente e le novità sembrano talmente effimere che ben presto non ci pensiamo più. Se esiste un viaggio celeste in questo mondo, è qui che tutto comincia. E non è qui che Cristo ha fatto la sua ascensione al cielo, e Maometto il suo Mi’raj sul suo destriero Buraq, guidato dall’angelo Gabriele?

Ci si chiede quale sia il fenomeno che tiene tutto in ordine, in modo molto moderno, del resto, perché Gerusalemme è una città, vera e propria capitale, con strade pulite, marciapiedi lastricati, case solide, auto dinamiche, alberghi e ristoranti interessanti, alberi ben curati, e tanti turisti provenienti da tutti i paesi… ad eccezione dei paesi arabi, soli nel mondo a non poter venire, a non essere in grado di visitare il loro luogo di nascita, il luogo magico dove nascono le loro religioni, la cristiana così come quella musulmana.



Sono gli arabi e gli  ebrei israeliani  che ne beneficiano, li vedono tutti i giorni, tutto l’anno, mattina e sera, apparentemente senza mai stancarsi del loro mistero. Non possiamo contare i turisti in questi labirinti, sono troppo numerosi, più dei nativi, e la maggior parte si comportano come se fossero pellegrini venuti da lontano.

Raggruppamenti compatti che si incrociano tra loro senza mescolarsi: inglesi, indù, giapponesi, cinesi, francesi, olandesi, etiopi, brasiliani, ecc, accompagnati da guide instancabili, che giorno dopo giorno, in ogni linguaggio della creazione, raccontano alla folla incantata la leggenda dei secoli. Se si tende l’orecchio, si capisce davvero che si tratta di una città celeste e terrestre allo stesso tempo, e perché tutti vogliano possederla e morire per lei.
Quando si vuole l’eternità, ci si uccide per averla, è stupido, ma si può capire. Io stesso mi sono sentito diverso, schiacciato dal peso delle mie domande, io, il solo del gruppo ad aver toccato con le sue mani i tre luoghi sacri della Città Eterna: il Kotel (Muro del Pianto), il Santo Sepolcro e la Cupola della Roccia. In quanto ebrei o cristiani, i miei compagni, gli altri scrittori del festival, non potevano accedere al Monte del Tempio, il terzo luogo sacro dell’Islam, dove sorgono la Cupola della Roccia, Qubat as- Sakhrah, scintillante nel suo colore azzurro, e l’imponente moschea di al-Aqsa, Haram al-Sharif. Sono stati ricacciati indietro, senza esitazione, dall’agente del Waqf, assistito da due poliziotti israeliani di guardia all’ingresso della Spianata, per preservarla da ogni contatto non-halal.

Sono passato grazie al mio passaporto che attesta il mio essere algerino e cosi’, per deduzione, musulmano. Non ho negato, al contrario, ho recitato un versetto del Corano, riesumato dai miei ricordi d’infanzia, che apertamente ha sbalordito il portiere: era la prima volta nella sua vita che vedeva un algerino. Credeva che, a parte l’emiro Abd-el-Kader, fossero tutti un po' sefarditi, un po’ atei, un po’ qualche altra cosa. E’ divertente, il mio piccolo passaporto verde mi ha aperto le frontiere dei luoghi santi più velocemente di quanto mi abbia aperto le frontierei Schengen in Europa, dove la sola vista di un passaporto verde risveglia immediatamente l’ulcera dei doganieri.


Beh, vi dico francamente, da questo viaggio sono tornato felice e soddisfatto. Ho sempre creduto che fare non fosse la cosa più difficile, ma mettersi in condizione di essere pronto a iniziare a farlo.

La rivoluzione è qui, nell’idea intima che siamo finalmente pronti a muoverci, a cambiare sé stessi per cambiare il mondo. E’ il primo passo, molto più che l’ultimo, a farci raggiungere l’obiettivo. Mi sono detto che la pace è soprattutto una questione di uomini: è questione troppo seria per essere lasciata nelle mani dei governi o, ancora meno, dei partiti. Parlano di territorio, di sicurezza, di soldi, di condizioni, di garanzie, firmano documenti, fanno cerimonie, alzano bandiere, preparano piani B.

Gli uomini non fanno nulla di tutto questo, fanno cio’ che fanno gli uomini: vanno al caffè, al ristorante, si siedono intorno al fuoco, si riuniscono in uno stadio, si trovano a un festival, su una spiaggia e condividono bei momenti, mescolano le loro emozioni e alla fine si fanno la promessa di incontrarsi di nuovo. “Ci vediamo domani”, “Cin cin”, “L’anno prossimo a Gerusalemme”, dicono. Questo è quello che abbiamo fatto a Gerusalemme. Uomini e donne di molti paesi, scrittori, riuniti in un festival della letteratura a parlare dei loro libri, dei loro sentimenti davanti al dolore del mondo e altro, e soprattutto di ciò che mette gli uomini nelle condizioni di poter un giorno cominciare a fare la pace, e alla fine ci siamo promessi di rivederci, di scriverci almeno.



Non mi ricordo che in quei cinque giorni e notti trascorsi a Gerusalemme (il terzo giorno, con un rapido ritorno a Tel Aviv per condividere una splendida serata con i nostri amici dell’Istituto francese), abbia una sola volta parlato della guerra. L’abbiamo scordata, abbiamo evitato di parlarne o abbiamo fatto come se un’epoca fosse passata e fosse arrivato il momento di parlare di pace e di futuro? Indubbiamente, non si può parlare sia di guerra e pace allo stesso momento, una esclude l’altra.
Mi è dispiaciuto molto, però, non ci fosse nessun palestinese tra noi. Dopo tutto, la pace è da fare tra israeliani e palestinesi. Io non sono in guerra né con l’uno né con l’altro e non so perché li amo entrambi, allo stesso modo, come fratelli dall’inizio del mondo. Sarei in pace se, in un giorno non lontano,  fossi invitato a Ramallah, con degli scrittori israeliani; è un bel posto per parlare di pace e di quel famoso primo passo che permetta di andarci.

Voglio in special modo ricordare David Grossman, questo monumento della letteratura israeliana e mondiale. Ho trovato formidabile che due scrittori come noi, due uomini onorati con lo stesso premio, il “Friedenspreis des Deutschen Buchhandels”, il Premio per la Pace dei librai tedeschi, a un anno di distanza, lui nel 2010, io nel 2011, si ritrovino insieme nel 2012 a parlare di pace, in questa città, Gerusalemme, al-Quds, dove ebrei e arabi convivono, dove le tre religioni del libro si dividono il cuore umano. Il nostro incontro sarà l’inizio di un grande raduno di scrittori per la pace? Questo miracolo si produrrà nel 2013? Spesso il caso è malizioso e ci fa dire cose che non devono nulla al caso.
Da qualche parte, sulla strada di casa, tra Gerusalemme e Algeri.


Boualem Sansal



sabato 26 maggio 2012

Ancora sul doppio linguaggio: disastro o vittoria?


Il problema del "doppio linguaggio" è una realtà sotto gli occhi di chiunque si occupi delle tematiche Mediorientali informandosi non solo tramite i media occidentali, ma anche tramite quelli locali. Palestinian Media Watch in particolare da anni denuncia questo comportamento inaccettabile da parte Palestinese. 

Appare evidente infatti che per trattare la questione ebraica ed israeliana, viene utilizzato un linguaggio decisamente epurato, improntato a toni di ragionevolezza e continui riferimenti ai diritti umani, alla pace, alla teoria della convivenza dei due popoli e due Stati per quanto riguarda la comunicazione verso l'Occidente. Tutt'altro atteggiamento viene utilizzato invece quando i destinatari dei messaggi mediatici sono i popoli arabi o la comunità musulmana nel mondo: qui emerge tutto l'odio razziale contro gli ebrei, il negazionismo, l'apologia del martire e le effettive intenzioni di cancellare dai territori della "grande nazione araba" lo Stato di Israele, per sostituirlo con uno Stato Palestinese e Musulmano (ideologia che ben è stata definita con il termine PALESTINISMO e che si oppone, per distruggerlo, al sionismo).

Solo di recente il problema del doppio linguaggio è stato sollevato per la prima volta in sede internazionale di fronte all'UNESCO, quando si scoprì che in un periodico finanziato dall'UNESCO stesso e destinato ai ragazzi palestinesi era stata pubblicata una glorificazione di Hitler inquanto sterminatore di ebrei.

La cosa incredibile è che queste glorificazioni, l'indottrinamento al disprezzo dell'ebreo e l'incitamento alla distruzione dello Stato di Israele non sono realtà poi tanto nascoste, infatti si trovano esplicitamente illustrate nei libri di testo comunemente utilizzati dai bambini palestinesi, le varie televisioni strabordano di esempi simili, per non parlare delle famose vignette "satiriche" antisemite e violente che hanno amplissima diffusione in tutto il mondo arabo.

Verrebbe da chiedersi come sia possibile questa cecità generalizzata della nostra società occidentale, vorremmo pensare che dopo i fatti dell'UNESCO la sensibilità media si sia innalzata, invece ancora una volta la tecnica del doppio linguaggio viene utilizzata sfacciatamente e nessuno sembra fare una piega.

Il caso che vogliamo illustrare oggi riguarda i 1.550 condannati palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Almeno un paio di questi, che vengono intenzionalmente chiamati "prigionieri" ma che più giustamente dobbiamo chiamare "condannati", sono oggi in fin di vita a causa del prolungato digiuno che si sono auto-imposti. 

Il 24 Maggio 2012 Abbas organizza a beneficio dei media internazionali una conferenza stampa per lanciare un messaggio ufficiale condiviso dai rappresentanti dell'OLP e da rappresentanti di Fatah. 
Di fronte ai giornalisti (leggi qui) asserisce che dichiarerà il "disastro nazionale se uno qualsiasi dei 1.550 prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane dovesse morire". E prosegue precisando che riterrà  "il governo israeliano pienamente responsabile per la vita e il destino dei prigionieri palestinesi in digiuno", e minaccia che "non verrà tollerata" neanche la morte di un, cosiddetto, prigioniero.

Se nella dichiarazione diretta alla comunità internazionale Abbas mette l'accento sul fatto che la morte di questi condannati scioperanti rappresenterebbe una "catastrofe", tanto da rendere necessaria la dichiarazione di "disastro nazionale", tutt'altro registro viene utilizzato dagli scioperanti stessi che solo pochi giorni prima dichiarano 
“Se muoiono, la vittoria sarà più grande”, perché “In ogni caso, Israele verrà ritenuta responsabile” (leggi qui). E mentre gli scioperanti esplicitano la natura del ricatto immorale, nel frattempo il movimento per la jihad islamica ha già minacciato di riprendere gli attacchi missilistici da Gaza su Israele se uno dei prigionieri dovesse morire.

Allora, spiegateci un attimo, la morte di questi condannati palestinesi sarà un "disastro nazionale", una "catastrofe", o non sarà piuttosto considerata un giusto sacrificio dei buoni martiri islamici e quindi una "vittoria" che consentirà di riprendere con virulenza gli atti terroristici contro la incolpevole popolazione israeliana?


Israele è responsabile! Disastro o vittoria?














Ramallah: Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato ieri il "disastro nazionale" se uno qualsiasi dei 1.550 prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane dovesse morire.

Abbas ha ricordato che due degli scioperanti, Bilal Diab e Thaer Halahla, sono entrati nel loro 75esimo giorno senza cibo, e diversi gruppi per i diritti internazionali e governi si sono detti preoccupati che i prigionieri possano morire se continuano a rifiutare il cibo."La situazione dei prigionieri è estremamente pericolosa", ha detto 
Abbas in una riunione del comitato esecutivo dell'OLP.
"Alcuni di loro corrono il rischio di un danno reale, e questo sarebbe un disastro nazionale che nessuno può tollerare. Spero e prego Dio che nessuno si faccia male perché sarebbe una grave catastrofe."
Il comitato ha invitato tutti i palestinesi ad osservare oggi una giornata di digiuno in solidarietà con i prigionieri.


Ha poi convocato una conferenza stampa dopo la riunione della leadership palestinese, cui hanno partecipato anche il Comitato Esecutivo dell'OLP, il Comitato Centrale di Fatah e di altre fazioni palestinesi.
Yasser Abd Rabbo, segretario generale dell'OLP, ha affermato che la leadership palestinese si aspetta che i palestinesi che vivono nei Territori Palestinesi e quelli della (cosiddetta, ndr) diaspora 
decidano di digiunare e di inviare
 di un messaggio ai prigionieri palestinesi per esprimere loro il pieno sostegno dei loro compatrioti.


"Chiediamo alle Nazioni Unite e le istituzioni dei diritti umani di agire immediatamente e senza tardare oltre, per affrontare il caso dei prigionieri palestinesi in digiuno", ha detto Rabbo."Il governo israeliano dovrebbe rispondere positivamente alle esigenze giuste dei prigionieri palestinesi. Noi riteniamo il governo israeliano pienamente responsabile per la vita e il destino dei prigionieri palestinesi in digiuno", ha sottolineato.
OstacoliL'OLP ritiene che la lettera del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non abbia fornito risposte chiare ai principali ostacoli che impediscono il riavvio del processo di pace nella regione."La lettera di Netanyahu ha risposto alle questioni fondamentali che stanno nel percorso del rilancio dei negoziati di pace"."La lettera non ha affrontato invece le attività coloniali israeliane nei territori palestinesi, soprattutto a Gerusalemme Est, né ha riconosciuto i confini del 1967 come base per il processo di pace", ha detto.L'OLP ha condannato Israele ultime decisioni coloniali con cui essi sequestrati terreni privati ​​e pubblici in Cisgiordania e Gerusalemme est occupata.

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Ecco l'ultima trovata dei rappresentati delle autorità palestinesi per far pressione su Israele in maniera immorale giocando impunemente con la vita dei palestinesi stessi. Ancora il solito doppio linguaggio: per le conferenze stampa dedicate agli occidentali parlano di "dramma nazionale", di "catastrofe", ma solo un paio di giorni fa esultavano fra di loro dicendo che lo sciopero avrà maggiore efficacia se qualche palestinese dovesse morire... insomma, se gli scioperanti muoiono sarà una vittoria o un dramma nazionale?

venerdì 25 maggio 2012

Ecco perché la soluzione a due stati “deve” fallire

Problemi identitari, status di rifugiati, lotta armata, disgregazione sociale e nazionalità strumentale alla distruzione di uno Stato nemico per definizione. Su basi instabili come queste si muove il futuro di quello che oggi tutti chiamiamo "popolo palestinese", spesso non conoscendone le origini. Sarebbe bene forse assumere il termine di PALESTINISMO: questo fenomeno sotto gli occhi di tutti spiega in effetti molte dinamiche storiche e attuali, altrimenti incomprensibili.

Il segreto di pulcinella


Ecco perché la soluzione a due stati “deve” fallire
17 maggio 2012
di Moshe Dann
(immagini e link esterni sono nostri)




La comunità internazionale non riesce a capire come mai non sortiscano risultati positivi tutte le sue pressioni per portare avanti un “processo di pace” che richiederebbe agli arabi palestinesi di rinunciare alla loro lotta contro lo stato ebraico. 
La risposta è che il conflitto non riguarda il territorio, bensì l’ideologia: cioè il PALESTINISMO, che sta alla base della guerra che da circa cento anni viene condotta contro il SIONISMO e lo stato di Israele in quanto storica patria nazionale del popolo ebraico (nel 1977 lo dichiara Zahir Muhsein:  Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solamente un mezzo per continuare la nostra lotta per l’unità araba contro lo Stato d’Israele." leggi qui). Per gli arabi, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani ciò fa parte di una più vasta jihad, una sorta di lotta permanente contro l’infedele. […] Se non si coglie questo concetto, è impossibile capire il palestinismo, la sua missione storica e i suoi leader. 
È questo concetto che spiega non solo perché “il processo di pace” fallisce, ma anche perché “deve” fallire.


Questo è il logo ufficiale dell'OLP,
ci sono dubbi in merito ai loro scopi? 
Tutti gli sforzi per imporre uno stato palestinese (la soluzione “a due stati”) sono condannati a fallire per una semplice ragione: i palestinesi quello stato non lo vogliono. L’obiettivo primario del nazionalismo palestinese era ed è quello di cancellare lo stato d’Israele, di non permettere che esistaQualunque forma di indipendenza palestinese che accetti di convivere con una sovranità israeliana su quella che loro ritengono terra musulmana rubata dagli ebrei è, per definizione, un’eresia. 


 Mappa politica che cancella lo Stato d’Israele mostrata durante
un servizio televisivo dell’Autorità Nazionale Palestinese dedicato ad
un evento per la gioventù organizzato dal ministro all’educazione dell’ANP


È un concetto enunciato molto chiaramente sia nella Carta fondamentale dell’Olp che in quella di Hamas (Lo Statuto di Hamas richiede la distruzione dello Stato di Israele e la sua sostituzione con un Stato islamico palestinese, leggi qui)Il palestinismo non è un’identità nazionale, quanto piuttosto un costrutto politico sviluppato come parte di un aggressivo programma terroristico quando venne fondata l’Olp, nel 1964. 
Rappresentava un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e tra gli arabi che vivevano dentro Israele sin dal 1948 rispetto agli altri arabi. I termini “arabi palestinesi” o “arabi di Palestina” non sono invenzioni di colonialisti e stranieri: essi compaiono nei loro stessi documenti ufficiali. L’identità palestinese coincide con la lotta per “liberare la Palestina dai sionisti”, ed è diventata una causa internazionale che ha legato fra loro i musulmani nel quadro di una jihad con implicazioni molto più ampie: una sorta di rivoluzione islamica permanente.
Logo della cosiddetta Marcia verso Gerusalemme, del marzo 2012,
 quella che volevano spacciare per una marcia pacifista...


Il palestinismo ha funzionato come alibi e giustificazione di questa jihad. Ma storicamente gli arabi che vivevano in Palestina consideravano se stessi parte della “grande nazione araba”, come emerge anche dai documenti dell’Olp. 
Si raccolsero attorno al Mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non per via di una loro identità nazionale, ma per odio verso gli ebrei. La loro lotta oggi non consiste nel conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma nel sostituire Israele con uno stato arabo musulmano. Pertanto le proposte su “due stati”, con l’indipendenza palestinese come obiettivo territoriale, di fatto contraddicono il palestinismo, dal momento che ciò significherebbe la fine della loro lotta per sradicare Israele (sul "doppio linguaggio" leggi qui). Il che spiega come mai nessun leader palestinese accetterà di arrendersi alle richieste occidentali e sioniste, e come mai accettare un compromesso è considerato un anatema. 


Il problema non è solo palestinese, qui il logo di una rete italiana di
associazioni filo-palestinesi... notate qualcosa di strano?
 

Indipendenza (accanto a Israele) significherebbe negare il carattere di “nakba” (catastrofe) della nascita d’Israele nel 1948 (sulla nakba e l'UNRWA leggi qui); significherebbe ammettere che tutto ciò per cui si è combattuto e tutti i sacrifici fatti sono stati vani. Significherebbe abbandonare (cioè, lasciare che si integrino altrove) cinque milioni di arabi che vivono in 58 “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nella striscia di Gaza, in Libano, Siria e Giordania, e centinaia di migliaia di altri sparsi per il mondo: non sarebbero più considerati “profughi”, il che significherebbe la perdita di quel miliardo e passa di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno (sull'UNRWA approfondisci qui)
Indipendenza significherebbe abbandonare la “lotta armata”, vera chiave di volta dell’identità palestinese; significherebbe svelare che il concetto di palestinismo creato dall’Olp e accettato dall’Onu, dai mass-media e anche da vari politici israeliani, è una falsa identità con un falso scopo. 
Significherebbe che tutte le sofferenze patite per cancellare Israele sono state inutili.
Questo è quello che viene insegnato ai bambini arabi nel mondo.
Quale futuro di pace è possibile su queste basi? Quali due stati?
L’indipendenza comporterebbe assumersi responsabilità e porre fine all’istigazione all’odio e alla violenza, fare i conti con fantasie come la “archeologia palestinese” o la “società e cultura palestinese”, richiederebbe di costruire un autentico nazionalismo, con istituzioni giuste e trasparentiSignificherebbe anche, naturalmente, porre fine al conflitto, porre fine al terrorismo e all’istigazione, porre fine alla guerra civile fra laici e islamisti, fra tribù e clan, porre fine alla corruzione, all’arbitrio, all’illegalità e dare vita a un governo autenticamente democratico. 
Accettare Israele significherebbe la fine della Rivoluzione Palestinese: un tradimento in termini nazionali e un’eresia in termini islamici. In questo contesto, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani il “processo di pace” non è che una metafora della sconfitta.


(Da: YnetNews, 1.5.12)