mercoledì 13 giugno 2012

Intervista ad Amos Oz

6 giugno 2012
di Antonella Barina
Interviste.Amos Oz, Tra amici ( Il Venerdì, 01/06/2012)




Il grande scrittore israeliano, che ha vissuto per di più di 30 anni nelle comunità di lavoro, di fronte alla crisi propone il suo paradosso (ma lo è davvero?) in un libro e al Festival di Massenzio.

Arad (Israele). “Se mi guardo intorno, in Israele come in Italia, mi sento circondato di gente che lavora oltre il necessario, per accumulare più denaro di quel che le serve, acquistare cose che non desidera davvero, far colpo su persone che non le piacciono affatto“. Amos Oz parla lentamente, ritagliando scampoli di pensiero, a lungo meditati. “Ora però la crisi economica comincia a minare questo modello tutto denaro, competizione, arrivismo. Qualcuno inizia a cercare una nuova via tra bolscevismo disumano e capitalismo darwinista. Perché non riproporre allora la formula del kibbutz, in una versione più soft e tollerante del passato? Penso a piccole cellule sociali improntate sulla solidarietà. Per alcuni funzionerebbe”.
Aveva 13 anni Amos nel ’52, quando perse tragicamente la madre, che si suicidò; 15 quando andò a guidare trattori in un kibbutz – vita nei campi ed eguaglianza: la proprietà privata era tabù – per ribellarsi al mondo intellettuale e di destra di suo padre, bibliotecario erudito, studioso poliglotta. E Amos, che un tempo, da bambino, aveva sognato di diventare un libro (non uno scrittore, proprio un libro, perché i libri sopravvivono sempre in qualche modo allo sterminio), rimase nel kibbutz Hulda più di trent’anni, cambiando il suo cognome da Klausner in Oz, che in ebraico vuol dire Forza, e lì si sposò e allevò tre figli.
Oggi Oz è uno dei massimi scrittori viventi, tra gli intellettuali più rispettati di Israele, eppure non ha perso l’aspetto archetipico del pioniere: camicia a scacchi, mani possenti, volto abbronzato che sembra sempre strizzare gli occhi chiari contro il sole. Ora i suoi libri sono tradotti in 41 lingue, ma lui conserva lo stile sobrio del kibbutz, di quando non possedeva nemmeno un libretto d’assegni. E anche se dall’86 vive ad Arad, cittadina del deserto sorta cinquant’anni fa dal nulla intorno a un centro commerciale, la sua è una casetta spartana, con giardino brullo, studio nel seminterrato. Poi libri, libri, ancora libri: ordinatissimi, come le frasi dei suoi romanzi; consunti dal gran uso, come le sue poltrone scomode e lise; strumenti di lavoro, come la vecchia scrivania e il portatile obsoleto.
Non rinnego un solo momento della mia vita nel kibbutz, che è stata la migliore università possibile. In una comunità di trecento persone, di cui si sapeva ogni segreto, ho imparato più cose sulla natura umana che se avessi fatto dieci volte il giro del mondo. Il kibbutz è una sorta di laboratorio dove tutto è concentrato: amore, morte, solitudine, nostalgia, desiderio, desolazione. E mi dà lo spunto per raccontare l’umanità: quel continuo tendere gli uni verso gli altri – come le celebri dita di Dio e di Adamo nella Cappella Sistina – senza mai riuscire a toccarsi. È dal kibbutz che attinge la mia scrittura“.
E lì ritorna il suo ultimo libro, notevole come sempre, in uscita con Feltrinelli, nell’ottima traduzione di Elena Loewenthal. Tra amici: destini che si intersecano nel microcosmo di un kibbutz anni Cinquanta, anime scrutate con occhi malinconici e saggi. Sempre il 7 giugno, Oz sarà al Festival delle Letterature di Massenzio, a Roma, dove dividerà la serata con Erri De Luca e leggerà un brano del nuovo libro: “Il capitolo dedicato a un vecchio calzolaio pacifista, anarchico, socialista, vegetariano, un uomo che racchiude in sé tutte le ambizioni di trasformare il mondo”. Mentre il 10, a Cagliari, parteciperà al Festival Leggendo Metropolitano, dove parlerà del tempo presente e del suo rapporto con la letteratura (www.prohairesis.com).
Lei, Oz, propone il kibbutz come un’alternativa all’individualismo sfrenato, eppure nei suoi romanzi fustiga quell’ambiente soffocante. Come luogo di inaspettata solitudine, ad esempio.I padri fondatori di quel modello di società avevano ambizioni monumentali, irrealistiche: pensavano di poter cambiare la natura umana di colpo, eliminare la solitudine con la vita comunitaria, cancellare crudeltà, avidità, egoismo con l’eguaglianza. Un sogno meraviglioso che – va detto a loro merito – tentarono senza gulag e polizia. Che venne meno perché il loro sguardo fissava solo le stelle”.
Un naufragio lento, ma inesorabile.Una mutazione, più che un fallimento. Il kibbutz è cambiato molto rispetto al passato. Padri e madri fondatori erano severissimi, come se organizzassero un esercito senza ufficiali. Oggi il kibbutz è meno duro, accetta entro certi limiti la proprietà privata, quindi è meno egualitario. Ma i suoi abitanti continuano a dividersi la responsabilità verso i disabili, gli anziani, chi è in difficoltà. Nel racconto che leggo a Massenzio, il vecchio calzolaio malato ha sempre qualcuno che gli fa compagnia. In una grande città morirebbe solo come un cane”.
Il kibbutz sperimentò la parità della donna, ma a scapito della sua femminilità…Lo ammetto. Ai miei tempi una ragazza poteva andare a letto con un uomo diverso ogni sera, ma bastava un rossetto perché venisse espulsa come borghese depravata. D’altra parte aveva le stesse opportunità di studio, lavoro, salario degli uomini, molto prima che nel resto della società”.
Perché ha lasciato il kibbutz?“Mio figlio soffriva d’asma e aveva bisogno del clima secco di Arad”.
Cittadina insignificante. Perché continua a vivere qui?Per il deserto. Ogni mattina alle cinque, quando è ancora buio, mi incammino tra rocce e sabbia. Da solo, nel silenzio più profondo, osservo il sorgere del sole. Il deserto rappresenta quel che è eterno contro ciò che è provvisorio. Mi è indispensabile per scrivere”.
Cosa sta scrivendo ora?Preferisco non parlarne: esporre la gravidanza ai raggi X non fa bene al bambino”.
Si mette al computer appena torna dal deserto?Prima ascolto il giornale radio delle sei: se sento un politico dire “mai” o “per sempre”, so che le pietre là fuori stanno ridendo di lui”.
Il tema del giorno è l’escalation nucleare iraniana.Fa paura. Il regime brutale di Ahmadinejad vuole cancellare Israele dalla faccia della terra. E questa politica d’annientamento, unita al possesso di armi atomiche, è una combinazione pericolosissima. Tutti gli israeliani la pensano così. Quel che ci divide fifty-fifty è il da farsi. C’è chi invoca un attacco preventivo. Io sono contrario. Perché ormai l’Iran sa fabbricare la bomba atomica: distruggeremmo le loro installazioni, non il loro know-how, e forniremmo scuse in più al loro odio. Non solo: tra poco quasi tutti i Paesi avranno mezzi di distruzione di massa, nucleari, chimici o biologici. Cosa faremo allora? Li bombarderemo tutti?”.
Il tempo stringe, però: i falchi ritengono di dover attaccare entro l’estate, se no è troppo tardi.Per questo il mondo intero dovrebbe intervenire al più presto. Con un blocco navale all’Iran”.
Cosa pensa che succederà?Mi chiede di essere profeta in terra di profeti: c’è troppa competizione nel campo”.
Neanche sulle rivolte arabe vuole intravedere un futuro?Penso che ogni Paese prenderà una direzione diversa. Ma il comune denominatore è che il fondamentalismo sembra rafforzarsi sempre più. Pessima notizia per Israele, che tuttavia non può far nulla per evitarlo. Ha fatto bene il governo a non immischiarsi”.
E sulla questione palestinese?Il processo di pace ristagna. Prevale uno status quo malato, in cui i palestinesi continuano a vivere sotto il dominio israeliano. E non può durare, bisogna arrivare a un compromesso: dividere il territorio in due Stati. Perché non ci sono alternative: cinque milioni e mezzo di ebrei israeliani e più di quattro milioni di arabi palestinesi non hanno altro luogo dove andare. Né possono trasformarsi in un’unica famiglia felice”.
Netanyahu non sembra la persona giusta per i compromessi.“Non pensavo che De Gaulle fosse l’uomo adatto a tirare la Francia fuori dall’Algeria. Né che Churchill fosse quello che avrebbe smantellato l’Impero Britannico… Chissà. Sta di fatto che ora Israele, piccola più o meno come la Sicilia, fa parlare di sé quasi fosse grande come la Cina”.

martedì 12 giugno 2012

INFORMAZIONE LIBERA, ma che fonti hai? Il negazionismo dietro la foglia di fico





Attenzione ai gruppi facebook di informazione dai nomi rassicuranti e "puliti" che rimbalzano le notizie dal web e fanno opinione in rete, contando sulla superficialità del lettore... chi sono le loro fonti?
Un'ottima ricerca di Vanni Frediani pubblicata in facebook il 
7 giugno 2012:



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La pagina di informazione in facebook "INFORMAZIONE LIBERA" pubblica oggi "SIRIA SOTTO ASSEDIO: ANCHE I CONTRACTORS IN AZIONE" un articolo di Federico Dal Cortivo affermando di averlo tratto da un sito di nome "europeanphoenix.net".
Ma si tratta di una pudicissima foglia di fico, buona solo a nascondere malamente l'origine di quell'articolo: il sito dei neonazisti di "Italia Sociale".

Chi è l'autore, Federico Dal Cortivo?
Diciamo subito che si guadagna una bella citazione nel più completo documento disponibile in rete (leggilo qui) sul fenomeno dei così detti "fascisti noglobal", cioè quella galassia di gruppuscoli ispirati da anziane cariatidi del neofascismo italiano che, come da tradizione, tentano di infiltrarsi nella sinistra con ambigue parole d'ordine ispirate al ribellismo contro quello che viene tipicamente definito "il sistema".

"Italia Sociale" si autobattezza “Il settimanale del socialismo nazionale”. Il Direttore Responsabile è il solito Ugo Gaudenzi, il Direttore Politico è Federico Dal Cortivo (anche editore). 
Il Responsabile Culturale è invece Roberto Muttoni. 
Fra i collaboratori fissi troviamo il gen. Amos Spiazzi, Stefano Andrade Fajardo, Tazio Poltronieri, il prof. Primo Siena, Franco Andreetto, Andrea Cucco. Fra i collaboratori esterni troviamo ancora i soliti nomi: Carlo Terracciano, Maria Lina Veca, Claudio Mutti, Gian Franco Spotti, Stefano Vernole, Francesco Boco, Ercolina Milanesi, Marco Cottignoli, Savino Frigiola.

In effetti, con una rapida occhiata alla pagina del loro sito denominata "ARCHIVIO LIBRI" troviamo tutta la créme della "cultura", se vogliamo chiamarla così, del neonazismo. Alcuni esempi, tutt'altro che esustivi, della "prestigiosa" collezione:

Adolf Hitler
http://www.italiasociale.net/libri/libri081110-1.html
http://www.italiasociale.net/libri/libri120710-1.html
http://www.italiasociale.net/libri/libri250610-1.html
(e naturalmente anche il Mein Kampf, col titolo pudicamente tradotto in italiano - "la mia battaglia", una chicca per intenditori, ed. Bompiani, 1942)
http://www.italiasociale.net/libri/libri231209-1.html
Julius Evola
http://www.italiasociale.net/libri/libri100910-1.html
http://www.italiasociale.net/libri/libri220510-1.html
Ezra Pound
http://www.italiasociale.net/libri/libri270110-1.html
Arthur De Gobineau
http://www.italiasociale.net/libri/libri100910-3.html
Drieu La Rochelle
http://www.italiasociale.net/libri/libri231209-1.html
Leni Riefenstahl
http://www.italiasociale.net/libri/libri021009-1.html
Carlo Mattogno
http://www.italiasociale.net/libri/libri270110-3.html

Su Italia Sociale scrive naturalmente anche il più famoso esponente del neonazismo in salsa islamica, Dagoberto Husayn Bellucci, che non perde occasione di spiegarci come i "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" siano un documento molto ma molto ma molto veritiero.
http://www.italiasociale.net/alzozero09/az130209-4.html
http://www.italiasociale.net/cultura07/cultura010807-2.html
http://www.italiasociale.net/cultura07/cultura021009-1.html

Tra le recensioni dei testi, il nostro Federico Dal Cortivo tesse le lodi di un "opera" di squisito vittimismo fascista (cutzpah):
“La gioia violata” -Crimini contro gli italiani 1940-1946
Di Federica Saina Fasanotti
Ed.Ares
http://www.italiasociale.net/libri/libri291006-1.html

Vediamo invece come viene definito Federico Dal Cortivo da una fonte veramente "autorevole", che quel mondo lo conosce bene, diciamo così, dall'interno: IRIB, il sito ufficiale della propaganda della teocrazia iraniana rivolta al pubblico italiano.

"Federico Dal Cortivo, coordinator del quotidiano Rinascita e direttore dell’agenzia online Italia Sociale è il reppresentante italiano nella seconda Conferenza Internazionale del Disarmo Nucleare a Teheran." (leggi qui)


Niente popo' di meno, rappresentante italiano...
Ora, va bene avere una classe politica in profonda e meritatissima crisi di credibilità, ma che lo decidano a Teheran, dunque, chi rappresenti l'Italia 
su un tema così delicato come il disarmo nucleare, appare francamente eccessivo.



Dunque, coordinator del quotidiano Rinascita? Vediamo di cosa si tratta.
Alcune citazioni:

“Impostura dell’Olocausto" (Olocausto scritto fra virgolette). 
"Costruzione del mito del genocidio, delle camere a gas e dei sei milioni di ebrei uccisi”.“Prodotti di disinfezione come lo Zyklon B” 
“Claude Lanzmann ci ha gratificati con un documentario-documenzognero di oltre nove ore: Shoah” 
“L’Olocausto (sempre tra virgolette) non è decisamente altro che una gigantesca impostura” 
“Il revisionismo non è un’ideologia ma un rimedio alla tentazione dell’ideologia” 
“Le pretese camere a gas hitleriane ed il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele ed il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco — ma non i suoi dirigenti — e l’intero popolo palestinese.”

Queste sono solo alcune delle vergognose espressioni revisioniste e soprattutto negazioniste della Shoà di un articolo firmato da Robert Faurisson e che sono state pubblicate – senza commento, senza prenderne le distanze, senza alcun senso di vergogna e di pudore – dallo pseudo giornale "Rinascita", diretto dal solito Ugo Gaudenzi.

Un articolo – dal titolo “Contro l’Hollywoodismo, il Revisionismo” – che in realtà è la relazione che lo stesso Faurisson ha tenuto agli inizi di febbraio a Teheran, volta a negare la Shoà e lo stermino degli ebrei.

Perché ‘Rinascita’ – giornale che ha ricevuto dallo Stato italiano la bellezza di un finanziamento pubblico di ben 2,489 milioni di euro per il 2010 – pubblica senza commento una tale vergogna?

La risposta sta forse nel comprendere chi sia questo Ugo Gaudenzi (in passato giornalista dell’Ansa) e cosa pensi, rileggendosi l’intervista che ha rilasciato nel febbraio di quest'anno (leggi qui).

In quella occasione Gaudenzi dà libero sfogo alle sue pulsioni culturali, parlando di religioni ("Il monoteismo orientale è fonte di pensiero unico e totalitario"); di politica ("Nutro un profondo rispetto per Benito Mussolini, per le sue idee e realizzazioni socialiste, sociali. Per la sua geopolitica di liberazione nazionale, euro mediterranea, per l’universalità del suo messaggio – mutuato dal risorgimento e dal socialismo autentico – di riscatto dei popoli poveri, delle nazioni proletarie, contro le plutocrazie") e ci spiega la sua visione dei rapporti tra palestinesi e israeliani ("Personalmente sono stato a Beirut per tre anni, fino alle stragi di Sabra e Shatyla. Oltre a conoscere la storia del Vicino Oriente, ho quindi anche visto con i miei occhi la vergognosa continua rapina di una terra altrui al popolo che vi abitava. Difendiamo l’identità ancestrale di una terra che si è sempre chiamata “Palestina”, la terra dei filistei, dei palestinesi, e che è stata regalata a Jalta, da Stalin, Roosevelt e Churchill, ad un’etnia aliena, una “comunità” che su quella terra poteva soltanto vantare una “promessa” del suo dio").

Ecco come invece viene difeso "Rinascita" dai neonazisti di stormfront: leggi qui!

Serve altro, per capire di che cosa si tratti?


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(per ulteriori approfondimenti vai alla sezione "Italiani, brava gente!" sul nostro blog)

Ma che cosa state boicottando? Ma…siete sicuri?

Eh che dolore! Che cocente delusione per i solerti boicottatori! L’Agrexco, si’ proprio quella società israeliana in testa alla lista “nera” delle imprese da boicottare, quella che esporta i prodotti che i boicottatori vanno a cercare con la lente di ingrandimento, per verificare l’odiato codice a barre che ne indica la provenienza! La Agrexco, simbolo della “colonizzazione sionista”, lo devo proprio dire…. ESPORTA PRODOTTI GAZAWI!!!!!


Pomodori ciliegini raccolti dai gazawi! E proprio verso l’Europa! 50 tonnellate per iniziare. Secondo le stime, le esportazioni dovrebbero fruttare 150.000 euro agli agricoltori della Striscia di Gaza. Le esportazioni sono cominciate nel novembre 2010 (ma i boicottatori non erano al corrente?) e gli agricoltori gazawi hanno già esportato fragole , fiori e peperoni.

Eppure l’AFP e la Reuters la notizia l’hanno data, con foto e dettagli; eppure ci sono le prove dei camion Agrexco che passano la frontiera. Ma forse ha fatto più testo la smentita del capo del Comitato per l’Agricoltura di Gaza che, non sia mai l’onta, ha negato l’innegabile.  Abdel Karim Ashur, capo del Agricultural Relief Committee nella striscia di Gaza, nega che ci sia in atto un’esportazione di verdure e pomodori da Gaza verso l’Europa.






Ma… questa marca l’ho già vista! Ah si’ è Coral, la marca di pomodorini che Gaza esporta in Francia!





Beh cari boicottatori, chissà come ci sono rimasti male i lavoratori palestinesi, quelli dei quali la sorte vi sta tanto a cuore! Non comprate i loro prodotti? Ma come!





Vi intristisce sapere che palestinesi e israeliani lavorano insieme? E’ questo che boicottate?


QUI

Cosa rispose Ben Gurion a John Foster Dulles....




Quando Ben-Gurion era primo ministro, si reco' in viaggio negli Stati Uniti per incontrare il presidente Eisenhower, per chiedergli aiuto e sostegno nei primi tempi difficili dello Stato di Israele. John Foster Dulles, allora Segretario di Stato, sfido' Ben Gurion cosi':

"Mi dica, Signor Primo Ministro - Chi, voi e la il vostro Stato dovreste rappresentare? Gli ebrei della Polonia, o quelli dello Yemen, della Romania, del Marocco, dell'Iraq, della Russia o forse del Brasile? Dopo 2000 anni di esilio, potete onestamente parlare di una sola nazione, e di una sola cultura? Potete parlare di un patrimonio unico, o forse di una sola tradizione ebraica?"




Ben Gurion gli  rispose cosi':

"Ascolti, Signor Segretario di Stato - Circa 300 anni fa, il Mayflower lascio' l'Inghilterra con i primi coloni che si insediarono in quella che divenne la più grande superpotenza democratica conosciuta come gli Stati Uniti d'America . Ora, mi puo' fare un favore? - esca  per strada, mi trovi 10 bambini americani e chieda loro quanto segue:

1 / Qual era il nome del capitano della Mayflower?

2 / Quanto duro' l'ultimo viaggio?

3 / che cosa mangiarono i passeggeri?

4 / Quali furono le condizioni di navigazione durante il viaggio?

Sono sicuro converrà che con buone probabilità non sarà possibile ottenere una buona risposta a queste domande. Invece  - non 300 ma più di 3.000 anni fa, gli ebrei hanno lasciato il paese d'Egitto. Le chiedo, signor segretario, durante i suoi viaggi in tutto il mondo, di chiedere a 10 bambini ebrei di questi paesi diversi di rispondere a queste domande:


1/ Qual era il nome del capo che porto' gli Ebrei fuori dall'Egitto?

2/ Quanto tempo ci volle prima di arrivare nella Terra di Israele?

3/ Che cosa mangiarono durante la traversata del deserto?

4/ Che successe quando si trovarono di fronte al mare?

Una volta ottenute le risposte a queste domande, vi esorto a riconsiderare attentamente la domanda che mi ha fatto. " QUI

martedì 5 giugno 2012

Foto-giornalismo dietro le quinte


Ruben Salvadori, fotoreporter italiano attivo in Israele, con una impressionanote inversione di prospettive rispetto alla "norma" punta la sua macchina fotografica non verso "la notizia", ma sui fotoreporter che sono chiamati a documentarla.
Come nasce la notizia?
Può il fotoreporter influenzare la notizia con la sua presenza?
Il fotoreporter cerca di documentare la realtà o di vendere un prodotto?
Quale prodotto interessa al "mercato dell'informazione"?
Un'indagine straordinaria sui media contemporanei.

GUARDA IL VIDEO SU YOUTUBE (in italiano)

oppure

VAI AL SITO DI RUBEN SALVADORI

Un tranquillo venerdì pomeriggio a Gerusalemme Est

lunedì 4 giugno 2012

Ogni accusa è buona: Israele e i profughi del Sudan



Costantemente sotto i riflettori della stampa occidentale e di quella stampa “alternativa” che opera esclusivamente nel web tramite siti e blog, lo Stato di Israele viene periodicamente accusato delle colpe più varie. Tali colpe dovrebbero riconfermare, agli occhi di noi lettori, quelle qualità mostruose di cui si fa portatore lo Stato Ebraico, ovvero il razzismo, la violenza, il classismo, la mancanza di etica e democrazia e così via dicendo. Ma siamo proprio sicuri che le accuse che vengono mosse ad Israele siano effettivamente fondate o piuttosto ci troviamo troppo spesso di fronte a distorsioni, inesattezze, notizie false, terminologie tendenziose e/o offensive che diventano poi luoghi comuni passivamente condivisi?

Facciamo un esempio concreto.
Negli articoli che leggiamo in questi giorni si denuncia con toni infuocati il fatto che Israele respinga i profughi del Sudan e che preveda di “deportare” (queste le terminologie usate!) quelli già presenti sul suo territorio.

Questa mezza notizia imprecisa ovviamente rincara la dose di vecchie e nuove accuse mai veramente analizzate dalla maggioranza dei lettori, ma grazie alle quali Israele si è guadagnato per una buona fetta del pubblico l'immagine di “Stato antidemocratico”, anzi meglio, di “Stato dell’apartheid”.
Così, il lettore medio italiano, non troppo informato di realtà mediorientali ma desideroso di commentare su facebook le ultime notizie, si sente confortato da una tale massa di accuse sentite e risentite in tutte le salse che non esita a tranciare giudizi, ovviamente negativi, sul “grado di eticità”, di “democraticità” e di “legittimità” dello Stato di Israele.
E dunque, di sillogismo in sillogismo, se Israele è uno Stato “antidemocratico” e privo di etica, insomma uno “Stato dell’apartheid”, di che si lamenta poi?

Allora facciamo un ragionamento un po' più articolato e vediamo se veramente la notizia che riguarda i rifugiati Sudanesi è utile come prova del nove del tanto decantato razzismo imputato allo Stato di Israele.

Innanzitutto dobbiamo chiederci: da chi esattamente scappano questi disperati del Sudan? Chi governa in Sudan? Di quale etica si fa portatore?
Ricordiamoci che questi profughi non emigrano per migliorare le loro condizioni economiche, ma per salvarsi la vita. Chi mette a repentaglio la vita dei Sudanesi?
Omar al-Bashir, l’imposizione della Shari’a, le responsabilità nel genocidio del Darfur e nella Seconda Guerra Civile
Link qui http://www.overland.org/blog/79-approfondimenti/657-approfondimento-il-sudan-ostaggio-di-un-governo-criminale-.html
Sudan, prove di guerra, pace, fondi neri e sharìa
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2010/12/21/sudan-prove-di-guerra-pace-fondi-neri-e-sharia/
Al-Bashir appoggiato da un altro Stato campione dei diritti umani: la Cina
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/03/05/sudan-arresto-di-bashir-dura-protesta-di-pechino-allonu/
Il governo sudanese bombarda i rifugiati sudanesi nel Sud-Sudan
Link: http://www.unhcr.it/news/dir/18/view/1133/sud-sudan-condanna-per-i-raid-aerei-sui-rifugiati-sudanesi-113300.html
L’etica della Polizia Sudanese
Link: http://corriereimmigrazione.blogspot.it/2012/05/sudan-profughi-feriti-e-uccisi-nel.html
In altre parole, niente integralismo islamico = niente profughi del Sudan. Possiamo scavalcare a piè pari le cause scatenanti del fenomeno distruttivo?
Eppure tutti sorvolano sull'argomento, strano no?

Altra costellazione di domande: come mai i profughi Sudanesi bussano alle porte di Israele?
Il Sudan NON CONFINA con Israele. Prendete Google Maps o altro sito a voi più gradito e controllate, i profughi che fuggono a nord per raggiungere Israele attraversano l’intero Egitto, come mai non si fermano in Egitto?
Traffico d’organi e violenze in Egitto (Sinai)
Link: http://habeshia.blogspot.it/2012/05/profughi-schiavi-nel-sinai.html
Le testimonianze di chi raggiunge Israele
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Qual è stata in passato la politica di Israele rispetto ai rifugiati?
Un caso esemplare: 1977, Israele e i profughi vietnamiti
Link: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Immigration/VietBoatPeople.html
E di certo non si potrà sospettare che i vietnamiti fossero di religione ebraica, giusto? (N.B solo 2 anni prima, nel 1975, Israele era stato definito in una inqualificabile risoluzione ONU come Stato razzista inquanto Sionista… ma allora questo famigerato razzismo, in cosa consiste? Chi sostiene questa TESI ieri come oggi? Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/in-nuovo-antisemitismo-si-gioca-allonu.html)

Dal 2007, però, la situazione si è fatta ingestibile, si tratta di flussi da decine di migliaia di profughi verso un paese che conta 7 milioni di abitanti, grande come l’Emilia Romagna, con tensioni sociali molto forti. Nessuno nega le condizioni disastrose dei profughi, ma va detto che, oltre ad essere attive sul territorio un buon numero di associazioni che li sostengono e aiutano concretamente, le Istituzioni israeliane cercano soluzioni legali e internazionali al problema, ad esempio cercano di prendere accordi col neonato e ancora instabile stato del Sud Sudan per migliorarne le condizioni generali e rimpatriare i profughi che potrebbero ritornare nelle loro terre d’origine al riparo dalle persecuzioni… e queste sarebbero le famigerate “deportazioni” di cui si vaneggia in questi giorni?
Link: http://www.weeklystandard.com/keyword/Danny-Ayalon

E poi sarebbe utile uno sguardo più ampio sul problema dei rifugiati in tutta l’area: è solo Israele a dover fare i conti con un flusso che non riesce più a gestire? Vediamo solo alcuni casi.
Alcune notizie dal sito ufficiale dell’UNHCR
Link: http://www.unhcr.it/cerca/risultati.php?k=1&search=OIM&start=10&num_record_tot=49
Rifugiati fra Libia e Tunisia
Link: http://www.unicef.it/doc/2686/libia-odissea-dei-rifugiati-devastate-le-tende-scuola-nel-campo-profughi.htm
L’Egitto si prepara a bloccare l’ingresso dei rifugiati
http://www.secondoprotocollo.org/?p=1873
Rifugiati ai lavori forzati in Libia?
http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/17/articolo/1681/eritrei-in-libia-rischiano-i-lavori-forzati-
E parlando di profughi e rifugiati, vogliamo dirlo chiaramente che l’UNHCR ha a disposizione solo 3,3 miliardi di dollari all’anno (dato 2010) per far fronte ai problemi di tutto il mondo, mentre circa 1 miliardo (sempre dati 2010) viene convogliato esclusivamente sui profughi palestinesi?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
Anche questo è un problema etico: forse i profughi del Sudan sono profughi di serie B, ecco perché la comunità internazionale, in collaborazione con i singoli governi, non riesce comunque a gestire l’emergenza.
I profughi palestinesi sono oggi (grazie alla regola assurda dell’ereditarietà dello status) circa 4,7 milioni, ma solo la seconda guerra civile in Sudan produsse ben 4 milioni di profughi (senza contare i profughi del Darfur), è chiaro che c’è qualcosa che non va?
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.fr/2012/04/le-differenze-tra-lunrwa-e-lalto.html
E’ chiaro che le Nazioni Unite per prime applicano due pesi e due misure?

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Dunque, alla fine di questa breve carrellata che mostra solo per sommi capi il contesto socio-politico reale in cui cominciare a comprendere il problema dei profughi del Sudan, possiamo dire veramente che questo sia una sorta di cartina al tornasole della mancanza di democraticità in Israele? Del suo innegabile razzismo? Chi ci garantisce che anche le altre accuse mosse ad Israele quotidianamente non soffrano della stessa ristrettezza di vedute, se non addirittura di fondamenti semplicemente menzogneri?
Se già non lo conoscete, vi invito a dedicare un po' di tempo a studiare il caso del cosiddetto "massacro di Jenin" che ha gettato -e continua a gettare- infamia su Israele e il suo esercito.
Jenin e la nuova guerra fondata sui "diritti umani"
Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/onu-ong-e-la-guerra-fondata-sui.html
Il film "Jenin Jenin" le accuse false e i finanziamenti dell'Autorità Palestinese

Link: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano.html


Chi contesta Israele e le sue politiche dalla sua finestra sul web parla spesso di etica, allora a me viene in mente che anche nel fare informazione (e nel divulgarla tramite associazioni, blog e social network) ci dovrebbe essere un’etica. Innanzitutto prendersi in carico la necessità di porsi delle domande e di darsi delle risposte al di là dei preconcetti che ognuno di noi può avere, fare una ricerca con i mezzi che tutti abbiamo a disposizione, raccogliere dati, fatti e documenti, prima di scrivere e divulgare.
Questo è etico, tutto il resto è chiacchiera, oppure propaganda... e fra le due non si sa più dire quale sia il male minore.

Fare le pulci alle altrui democrazie sulla base di analisi come minimo superficiali è facile, in fondo nessuno Stato è perfetto, soprattutto di fronte alle emergenze. Allora, tenuto conto che nessuno Stato è perfetto, e quindi neanche Israele, l’unica risposta seria che si può dare alle accuse vuote che circolano in rete è una proposta: per verificare nei fatti quel tasso di eticità e di democrazia PERCEPITA e VISSUTA da chi vive in Israele e ha conosciuto cosa significa vivere in altri Stati vicini, o transitarci da rifugiato, si potrebbe cominciare a chiedere direttamente proprio ai profughi del Sudan che, nonostante tutte le difficoltà, da anni vivono protetti dalla democrazia di Israele.
Link: http://blog.panorama.it/mondo/2009/08/10/biglietto-di-sola-andata-darfur-tel-aviv/
Sarebbe questo il famoso “Stato dell'apartheid”?

A chi parla con troppa leggerezza di realtà che non conosce, appoggiandosi a comodi luoghi comuni, affibbiando ad Israele ogni sorta di etichetta infamate, bisogna ricordare che nella democratica Australia, qualcuno ha alzato la voce contro questo malcostume dilagante e finalmente arrivano le prime scuse.
La “natura offensiva” delle etichette imposte ad Israele dalla stampa
Link: http://honestreporting.com/aussie-editor-apologizes-for-apartheid-headline/
Quando cominceremo a leggere notizie simili anche in Italia?


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di Sionismoistruzioniperluso.blogspot.it

mercoledì 30 maggio 2012

Boualem Sansal, scrittore algerino: «La Privamera araba non è ancora iniziata»


18 OTTOBRE 2011
da: Frontierenews.it


Boualem Sansal, scrittore algerino, che quest’anno ha vinto il Friedenspreis (Premio della pace), ha affermato: «La Primavera araba non è ancora cominciata. I grandi problemi sono ancora irrisolti. E non si tratta solo dei dittatori, che naturalmente debbono scomparire. No, c’è la questione della cultura e quella dell’islamismo».

Sansal, quasi alla soglia dei 61 anni, risiede a Boumerdès, una città sul mare a circa 40 chilometri da Algeri. E’ stato licenziato nel 2003 dal suo posto di direttore generale del ministero dell’Industria per via delle molte critiche dei suoi libri verso il regime del presidente Bouteflika. La moglie, docente, ha perso il lavoro; il fratello, proprietario di una piccola attività commerciale, è stato costretto a chiudere.

Nonostante tutto ciò, Sansal non vuole saperne di lasciare l’Algeria: «Voglio aiutare a preparare la riconquista della democrazia dopo tanti anni di menzogne. Ai giovani viene insegnata una storia ufficiale totalmente falsa. E in più pesa su di loro il pericolo della propaganda fanatica dell’islamismo estremista».

Sansal, autore di sei romanzi e di molti saggi, ha provato enorme felicità nel momento in cui gli è stata rivelata la notizia del premio: «Soprattutto perché la Germania, come gli altri Paesi europei, finora non riconoscevano i movimenti democratici del Nordafrica, anzi intrattenevano buoni rapporti con i dittatori».

Ha sempre preferito scrivere i suoi libri in lingua francese e da sempre non accetta l’arabizzazione del paese. Nel romanzo intitolato «Il villaggio del tedesco», ha introdotto un paragone tra l’islamismo jihadista e il nazismo. «Studiando il Terzo Reich, ho visto che là c’erano gli stessi ingredienti che ritrovo nel mio Paese e negli altri regimi arabi. E sono: partito unico, militarizzazione del Paese, lavaggio del cervello, falsificazione della storia, affermazione dell’esistenza di un complotto (i principali colpevoli sono Israele e l’America), glorificazione dei martiri e della guida suprema del Paese, onnipresenza della polizia, grandi raduni di massa, progetti faraonici di opere pubbliche (come la terza moschea più grande del mondo costruita dal presidente Bouteflika). Solo quando gli algerini, i tunisini, gli egiziani, i libici si saranno liberati da questo castello di menzogne, solo allora potrà cominciare la Primavera araba. Per questo rimango in Algeria».