lunedì 29 luglio 2013

Lettera aperta di un cittadino sionista ai cittadini del M5S in visita alla Palestina!




Riportiamo qui un'ottima lettera aperta pubblicata oggi da Stefano Kehat Shorr Illuminati sulle pagine dei parlamentari del Movimento 5 stelle in delegazione in Palestina. Fra i tanti commenti di cittadini italiani che si indignano per la superficialità e l'ingenuità con cui i parlamentari stanno affrontando questo primo approccio al Medio Oriente, guidati nientemeno che dalla schieratissima ex Europarlamentare di Rifondazione Comunista Luisa Morgantini, questa lettera ci ha colpito e ve la proponiamo:


Lettera aperta di un cittadino sionista ai cittadini del M5S in visita alla Palestina!


Cari cittadini del M5S, mi rivolgo a voi che vi siete recati in medio oriente per conoscere e informarvi della situazione per quanto riguarda il conflitto tra Israele e arabi/arabi-palestinesi. Al di là della vostra provocazione di aver scritto, giunti a Gerusalemme, "buongiorno Palestina", vorrei ricordarvi che dal 1950 Gerusalemme è ridiventata la capitale del rinato stato di Israele. Direte voi: ma non è riconosciuta internazionalmente. E da quando uno stato per nominare la sua capitale ha bisogno del riconoscimento internazionale?

Inoltre nessuno ha mai fatto obiezione all'occupazione della parte est di Gerusalemme (la città vecchia) da parte degli arabi (Giordania) nel conflitto del 1948 terminato con l'armistizio del 1949. Come nessuno ha mai detto nulla dell'occupazione della West Bank da parte della Giordania e dell'occupazione della Striscia di Gaza da parte dell'Egitto. Allora nessuno dei filopalestinesi e degli arabi che vivevano in quelle zone rivendicava il diritto di avere uno Stato e la sua autodeterminazione. Direte sempre voi: gli arabi sono stati cacciati. Si, c'era una guerra in corso, ma anche molti degli arabi sono stati fatti andar via dalla propaganda araba che chiedeva loro di allontanarsi per poi ritornare nel momento della sconfitta e della distruzione dello stato ebraico.

Anche gli ebrei da quel momento, cari cittadini, sono stati cacciati da quella parte della città come lo sono stati dai territori che avrebbero dovuto diventare lo stato arabo secondo la partizione tramite risoluzione 181 del 29 novembre 1947. Al muro occidentale, il Kotel, gli ebrei del mondo non hanno potuto più mettere piede e pregare fino al 1967, quando dopo la guerra dei sei giorni (nuovo tentativo da parte dei paesi arabi confinanti di distruggere Israele) Gerusalemme veniva riunificata.

Vedete cari cittadini io non proferirò parole grosse contro di voi, come qualcuno ha fatto, (tenendo anche conto però che se tra i commenti si annoverano anche coloro che agli ebrei danno dei nazisti forse un minimo di rabbia potrebbe scattare tra gli stessi che ne vengono additati), vi inviterei pertanto ad eliminare quei commenti o a censurare coloro che li hanno proferiti. Sarebbe cosa gradita anche per facilitare il dialogo.

Capisco e ammiro la vostra voglia di fare conoscenza, mi permetto, però di dissentire sul percorso del viaggio. Se si vuole conoscere veramente il conflitto di quella zona, non ci si reca solo nei territori contesi dal 1967. Ci si reca anche in Israele. 

Vedete cari cittadini è troppo facile catturare consensi filmando e documentando le sofferenze del poveri palestinesi. Il conflitto non è solo nei territori ma anche e soprattutto in Israele. Israele minacciato di distruzione come riportato nelle carte fondative dell'ANP e di Hamas del 1988. Anche coloro che hanno commentato nei vostri post cercando di mettere in risalto un altro punto di vista rispetto al vostro non hanno mai negato le scomodità che possono esserci nei Territori.

Vi faranno vedere la barriere difensiva (quella che chiamate volgarmente muro). E chi ha mai negato l'esistenza della stessa? Vi si vuole far notare che purtroppo è stata costruita perché si infiltravano terroristi dalla Cisgiordania. Terroristi che hanno prodotto il risultato di oltre 1500 morti israeliani su autobus, discoteche, ristoranti, bar e pizzerie. Oggi con quella barriera le vittime sono a zero da entrambe le parti. Un bel risultato non credete? Voi che siete quelli dei risultati.

Le barriere se un giorno ci dovesse essere la pace si possono togliere. Chi invece restituirà le tante vite umane sacrificate? Chi restituirà le migliaia di persone israeliane rimaste invalide? Pensateci bene. Voi direte ma in alcuni punti è un muro. Vero! Anche questo chi lo ha mai negato? Sappiate però che nelle zone in cui è un muro è perché passa una strada di confine, dove i cecchini palestinesi sparavano alle macchine israeliane in transito.

Vi faranno vedere campi profughi palestinesi. Anche qui chi ha mai negato che esistono? Nessuno. Si tenta di farvi capire che i campi profughi sono voluti dai capi stessi palestinesi per poter usufruire degli aiuti internazionali. Sentito parlare mai dell'UNRWA? L'organizzazione dei profughi solo palestinesi staccata da tutti gli altri profughi internazionali' I profughi più profughi di tutti.
Non vi sembra strano? Profughi che servono sempre come arma di ricatto da parte dei capi palestinesi per il famoso diritto al ritorno in Israele, per distruggerlo demograficamente come stato ebraico.

Vi faranno vedere le colonie di israeliani che vivono nella West Bank. Anche qui chi ha mai negato qualcosa? Ma vi chiedo perché questi israeliano non potrebbero vivere in quelle zone anche quando dovesse nascere uno stato palestinese? Pensate veramente siano loro il motivo del conflitto? Non credo siate così immaturi da pensarlo. Lo sapete anche voi che il motivo del conflitto è la non accettazione di uno stato ebraico in quella zona. Suvvia cittadini non potete voi che vi battete per i diritti (ve ne riconosco alcuni di meriti in Italia) poter condividere la nascita del primo stato legalizzato allo Judenrein!

Mi sto dilungando un pochino troppo, ma come potete ben capire un conflitto che dura da 65 anni non è facile da riassumere in poco tempo. Ecco perché non credo che voi possiate capire con una visita di 4/5 giorni. Per capire dovreste anche visitare Itamar, un villaggio israeliano, nella West Bank, dove un'intera famiglia, la famiglia Fogel, è stata trucidata, compresa la bambina di 6 mesi. Stringete anche a Itamar le mani della gente.

Vi invito a far tappa in Israele. Forse vi accorgereste che in quello stato (di apartheid per molti dei vostri commentatori) vivono 1.300.000 arabi, i quali hanno accesso ad ogni professione, e a qualsiasi diritto. Così solo per farvi un esempio un arabo ha potuto far parte della corte che ha condannato a 7 anni l'ex presidente dello Stato di Israele Katzav, reo di violenze sessuali sulle segretarie. Arabo, avete capito bene, arabo!

Vi inviterei per capire anche a far tappa in tutte le cittadine israeliane bombardate del 2000 da oltre 15.000 qassam che vengono lanciati dalla Striscia di Gaza. Striscia di Gaza lasciata completamente dagli israeliani nel 2005. Striscia di Gaza vittima di un potere di terrore da parte di Hamas. Visitate Sderot, Bersheva, Ashkelon dove le persone hanno solo 15 secondi per trovare rifugio quando suona l'allarme rosso per i qassam in arrivo. Ecco questo sarebbe capire, informarsi. Da ambo le parti. Allora forse tanti commentatori non penserebbero a viaggi di parte.

Concludo lasciando perdere l'ultima provocazione della Stella di Natale a Betlemme vicino al muro alto otto metri. Ogni riferimento al Gesù palestinese ve lo rimando al mittente. Era ebreo. Ma qui la storia ve la risparmio. Forse la conoscete. Grazie dell'attenzione e di un riscontro.
Tanto vi dovevo cittadini.

Un cittadino Sionista!

domenica 28 luglio 2013

Essere sionisti nel 2002: Indro Montanelli, Soltanto un giornalista


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 "Gli anni Cinquanta si chiusero per me con una rivelazione: lo Stato d'Israele. (...) Sul contenzioso fra arabi e israeliani, in quei giorni mi feci due idee generali alle quali sono rimasto aggrappato. Primo: l'ebraismo ha, nei diritti su Gerusalemme, una priorità non solo storica, ma anche d'ispirazione e di concezione del trascendente cui dovrebbero inchinarsi anche le due altre religioni monoteiste. Secondo: pur nella ristrettezza dei suoi confini geografici, la nascita d'Israele è forse l'avvenimento più epocale del Novecento. Metterlo a repentaglio per una questione d'insediamenti è assurdo, nonostante le difficoltà dei rispettivi leader nei confronti dei loro estremisti. Ma se costoro finissero per prevalere, sarebbe una tragedia per tutto l'Occidente, che non potrebbe limitarsi a una parte di spettatore. Di fronte alla minaccia islamica, comunque, essere filoisraeliano non è sufficiente. Io sono ebreo, e basta".

Indro Montanelli, "Soltanto un giornalista", cap. XX, pagg. 208-213, Rizzoli, Milano, 2002.

martedì 16 luglio 2013

Anche l'UNESCO contro Israele?

Titolo originale:
UNESCO: l'obiettivo è cancellare la storia ebraica dalla terra di Israele 
di Emanuel Segre Amar



Nei giorni scorsi si è parlato molto, sui nostri giornali, della decisione dell'UNESCO di accogliere lo "Stato" di Palestina tra i suoi membri. Come sempre le varie testate, ed al loro interno la maggior parte dei collaboratori, si sono espressi facendo attenzione soprattutto a quanto la loro fede politica, più che la realtà dei fatti, imponeva. Quindi nulla di nuovo sotto il sole. 
Ritengo che sia utile per molti, a questo punto, approfondire alcuni aspetti spesso difficili da ricordare, e per questa ragione approfitto di quanto scritto in un lungo articolo pubblicato sul Jerusalem Post da Caroline Glick, giornalista sempre molto informata e precisa su tutte le vicende israelo-palestinesi. 


Abu Mazen ha dunque deciso da tempo di abbandonare il processo di pace per cercare piuttosto il riconoscimento internazionale di uno stato che si trova, de facto, in stato di guerra con Israele. E così, finalmente, i suoi sforzi hanno ottenuto un primo risultato positivo con l'organismo dell'ONU che si occupa di educazione, scienze e cultura. 

  Ma non è un caso che l'OLP/AP si sia indirizzata, in prima battuta, proprio all'UNESCO per ottenere il primo riconoscimento ufficiale per lo "Stato" di Palestina. Fin dal 1974 l'UNESCO è stata un partner entusiasta dei palestinesi nel loro tentativo di cancellare la storia ebraica, antica eredità ben presente nella terra di Israele. 

  Nel 1974 ha infatti votato il boicottaggio di Israele ed ha deciso di "astenersi dall'assistenza israeliana nei campi dell'educazione, della scienza e della cultura a causa della persistenza israeliana a voler modificare le caratteristiche storiche di Gerusalemme". 

  Gli sforzi dell'UNESCO nel negare i legami ebraici con Gerusalemme sono poi continuati nel corso degli anni: nel 1989 l'UNESCO ha condannato "l'occupazione israeliana di Gerusalemme" sostenendo che distruggeva la città tramite "atti di interferenza, distruzione e trasformazione". 

  Nel 1996 a Parigi è stato organizzato dall'UNESCO un simposio su Gerusalemme al quale né ebrei, né israeliani sono stati invitati a partecipare. 

  All'inizio del 1996 l'ente palestinese Wakf ha iniziato a distruggere sistematicamente i manufatti del Secondo Tempio iniziando gli scavi, del tutto illegali, per la costruzione di una moschea, priva delle necessarie licenze, nel luogo dove c'erano le stalle di Salomone. L'UNESCO ha scelto di tacere di fronte a simili atti, pur contrari alle leggi internazionali che avrebbe, al contrario, dovuto difendere per statuto. La ragione di ciò va ricercata nella già citata scelta del 1974 di essere partner degli arabi nella cancellazione della storia ebraica dalla terra di Israele. 

  Nel 1995, in occasione del 50esimo anniversario della fine della II Guerra mondiale, nelle sue dichiarazioni, nonostante le richieste israeliane, ha deciso di non far menzione alcuna della Shoah. 

  Nel 2009 l'UNESCO ha designato Gerusalemme "capitale della cultura araba"

  Nel 2010 ha denominato la Tomba di Rachele e la Grotta dei Patriarchi ad Hebron "moschee islamiche"

 Nel 2010, pubblicando i risultati scientifici ottenuti dal mondo arabo, ha parlato di Maimonide, ri-denominato Moussa ben Maimoun, come se fosse un islamico

 Da una recente indagine risulta che l'Istituto per il Controllo della Pace e per la Tolleranza Culturale nell'Educazione Scolastica (IMPACT-SE) ha dimostrato che i testi della AP rimangono imbevuti di affermazioni antiebraiche in ogni livello di studi. Nulla si è mosso a livello ufficiale. 

  Deve, a questo punto, essere fatta una riflessione anche sull'atteggiamento dell'amministrazione Obama di fronte ai recenti avvenimenti. E' necessario ricordare che l'annunciato blocco di tutti i pagamenti degli USA verso l'UNESCO (pari al 22% del totale degli introiti di questa organizzazione) è basato su una clausola di una legge votata dal congresso USA sotto la presidenza Bush, che vieta qualsiasi finanziamento americano in favore di organismi che riconoscono ufficialmente paesi che ancora non esistono. 

  Nel frattempo, tuttavia, la rappresentante USA Martha Kanter ha annunciato la volontà americana di rinnovare la fiducia all'executive board dell'UNESCO, pur "colpevole" per la legge americana, ed ha dichiarato che questa decisione di riconoscere lo "Stato" di Palestina era "spiacevole" e "prematura", quasi per attutire la necessità di sospendere ogni finanziamento. Nel frattempo alcuni rappresentanti della Casa Bianca hanno iniziato le discussioni con il Congresso per modificare questa legge. L'Ambasciatore USA presso l'UNESCO ha, dal canto suo, dichiarato che "gli rincresce sinceramente che i grandi e bene intenzionati sforzi di tante delegazioni per evitare questo risultato siano finiti troppo presto", aggiungendo di sperare "nella continuazione di questi sforzi per rinforzare l'importante lavoro di questa vitale organizzazione". 

  A questo punto bisognerebbe ancora confrontare le precedenti parole dell'Amministrazione Obama con quelle espresse nei confronti della decisione israeliana di costruire nuove abitazioni: si è dichiarata "profondamente dispiaciuta per tale annuncio". Le decisioni pro-palestinesi dell'UNESCO sono "regrettable" e "premature", quelle israeliane rendono l'Amministrazione "deeply disappointed". 

  Queste sono realtà alle quali sarà bene fare mente locale in un momento che è davvero difficile, e non solo per Israele. 


(www.romaebraica.it, 8 novembre 2011)

mercoledì 10 luglio 2013

Israeliani e palestinesi uniti... per una rapina!




Il crimine non sempre paga ma qualche volta unisce. Domenica 29 marzo 2009 la polizia palestinese ha arrestato due componenti di una strana banda di rapinatori, colpevole di aver svaligiato una banca di Ramallah. Con grande sorpresa gli investigatori hanno scoperto che il gruppo, formato da sei persone, non comprendeva solo palestinesi ma anche un israeliano.

- Colpo gobbo a Ramallah
La rapina, messa a segno nella mattina di martedì 24 marzo, è considerata una dei più audaci atti criminosi compiuti recentemente in Cisgiordania. Realizzata in uno dei quartieri più protetti di Ramallah, l'irruzione negli uffici della Arab Bank non è però andata a buon fine come progettato dall'assortito gruppo di criminali. La polizia palestinese ha arrestato infatti due malviventi, che hanno immediatamente confessato: così si è scoperto che la banda, composta da sei persone, comprendeva anche tre arabi israeliani e un ebreo israeliano che si è rivelato essere la mente del gruppo. Le forze dell'ordine sono riuscite inoltre a recuperare parte del bottino, pari a 27 mila dinari giordani, circa 38 mila dollari.

- La dinamica
Secondo l'agenzia di stampa Maan News, era da un mese e mezzo che il gruppo teneva d'occhio la Arab Bank di Al-Bireh, nei pressi di Ramallah. L'operazione, organizzata in Israele, aveva poi scavalcato i confini coinvolgendo anche due palestinesi della West Bank, proprio quelli arrestati domenica scorsa dalla polizia. Gli arabi israeliani e l'ebreo, dopo la rapina, sono invece riusciti a tornare tranquillamente in Israele con una macchina carica di soldi e di armi di vario genere, fra cui varie pistole con silenziatore e un fucile M16. Adesso sono ricercati dalle autorità israeliane.

- Fratellanza preoccupante
Secondo la polizia palestinese la coordinazione fra criminali arabi e israeliani potrebbe essere un segnale preoccupante per il rafforzamento della criminalità in Cisgiordania. Intanto però un risultato è stato ottenuto sul fronte della collaborazione fra le forze di sicurezza: gli investigatori palestinesi hanno passato subito i risultati ai colleghi israeliani, cui adesso tocca arrestare gli altri quattro rapinatori. G. V.

(IFG online, 30 marzo 2009)

martedì 2 luglio 2013

Israele accoglie i feriti siriani nei suoi ospedali



Un articolo di Yediot Aharonot del 26 giugno 2013 riferisce che sono ormai più di 100 i siriani feriti nel corso della sanguinosa guerra civile in atto in Siria, che stanno ricevendo cure ospedaliere o mediche in Israele. Ospedali come quello di Nahariya o di Safed, nel nord di Israele, sono ormai abituati a questo genere di soccorsi e si sono attrezzati. All’inizio erano principalmente giovani fra i 20 e i 30 anni di età, a varcare il confine fra Siria e Israele, chiedendo assistenza medica per ferite da esplosioni o da armi da fuoco
Ultimamente però, a quanto riferiscono i medici, la loro età sta scendendo drammaticamente, e negli ultimi tempi sono giunti anche adolescenti di 13-15 anni o, addirittura, bambini di 9-10 anni. Le loro identità sono protette dalle autorità e l’esercito ha dato istruzione al personale medico di parlare con loro soltanto delle loro condizioni di salute, per evitare che estranei vengano in contatto con loro e possano divulgarne l’identità, rischiando di mettere in pericolo la loro vita al loro ritorno in Siria.
Putroppo per i siriani, Israele è sempre un nemico giurato, si arriverà mai a superare questo odio?

Qui l'articolo originale: LINK

domenica 23 settembre 2012

Un film scadente per scatenare la guerra globale?


E’ questa la nuova forma della guerra globale?
settembre 14, 2012
articolo originale: http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/09/14/e-questa-la-nuova-forma-della-guerra-globale/



L’undici settembre questa volta, undici anni dopo, sembrava passare quasi in sordina. Poteva essere effetto, ho pensato, della crisi economica, che occupa gran parte dei pensieri, poteva essere il tempo che passa… E invece, puntuale, qualcosa è successo, ma cosa?


Apparentemente è il trailer di un film. Un film che avrebbe voluto essere un “atto di accusa” contro l’Islam e contro il profeta Muhammed. Un film che, a giudicare da questa sua presentazione, è una delle produzioni più brutte, grossolane e malfatte mai viste negli ultimi tempi. Un film che, se esiste, nessuno ha mai visto, nessuno ha mai recensito (*N.B. la versione di 74 minuti è stata messa a disposizione in rete a distanza di una decina di giorni e si trova a questo link).
Eppure, messo in rete al momento giusto (ed il momento è giusto!) ha sortito l’effetto desiderato.  E’ cominciato al Cairo, con l’assalto all’Ambasciata americana. In quell’Egitto ancora ben lontano perfino da una  parvenza di stabilità che “l’Occidente” aveva già dato per scontata dopo le elezioni. Un paese governato da un presidente che da una parte riarma il Sinai, senza l’accordo di Israele, rompendo cosi’ un patto che risaliva ai tempi di Camp David, nel ’78, quando il Sinai fu dichiarato zona demilitarizzata, per far fronte ai terroristi che scorrazzano nella zona, e dall’altro si presenta al vertice dei Paesi non allineati, a Teheran. Un paese in mano a un gruppo terrorista islamista, i Fratelli Musulmani, dei quali Muhammed Morsi è il rappresentante, che accetta l’apertura di un ufficio di Hamas e grida alle folle che il trattato di pace con Israele è carta straccia, mentre promette alla Clinton rispetto del trattato e protezione dei diritti umani e delle minoranze. Una presidenza, quella di Morsi, che non sembra aver intenzione di spartire il potere con coloro che in Egitto, invece, il potere l’hanno sempre detenuto: l’esercito.


Il 12 agosto 2012, Mohamed Morsi  ha nominato l’ex giudice Mahmud Mekki alla carica di vice presidente. Ha inoltre ritirato la delega di ministro della Difesa e di capo delle Forze armate a Mohammed Tantawi. Ritirata la delega anche al capo di gabinetto, Sami Anan. A guidare le forze armate al posto di Tantawi è stato nominato il generale Abdellatif Sisi, mentre il nuovo capo di gabinetto sarà il generale Sidki Sobhi. Morsi ha, inoltre, cancellato la dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito egiziano subito prima della sua nomina a presidente e che dava alle forze armate ampi poteri in materia legislativa. Tantawi è quello che per 20 anni è stato al fianco di Hosni Mubarak e capo della giunta militare alla su caduta. Le iniziative di Morsi hanno determinato il rafforzamento dei partiti islamisti,  quello dei Fratelli Musulmani e quello di Giustizia e Libertà, insieme ai salafiti di al Nour, che avevano contribuito alla sua vittoria. Strano paese l’Egitto, strane cose vi accadono. Domenica 9 settembre, ad esempio il giornale arabo Moheet.com, un giornale di Dubai con una sede al Cairo, riportava la singolare notizia dell’arresto “casuale” di due persone che stavano viaggiando sulla strada Cairo- Ismailia con a bordo della loro auto una bomba descritta “a fissione nucleare”.  Notizia che, seppure tutt’altro che di poco conto, è ripresa solo dal giornale Egypt Indipendent che, confermando sostanzialmente l’accaduto, “ammorbidisce” un po’ i toni nella descrizione della bomba: la chiama ad “alto esplosivo”. E basta. I due, “miracolosamente”, riescono a fuggire e la notizia non appare più su nessun altro blog o giornale del mondo.

Poi, l’11 settembre, l’assalto all’Ambasciata americana, il film.
http://www.youtube.com/watch?v=MAiOEV0v2RM

I Fratelli si fanno aiutare dagli ultras sportivi che cosi’ tanto comodo fecero già durante le rivolte contro Mubarak e dagli utili idioti che credono di stare vendicando un’offesa insanabile.




Si comincia a parlare di questo film. Che cos’è? Chi è il regista? Chi l’ha prodotto? E la farsa comincia a prendere corpo. Il regista, scrivono subito i giornali, si chiama Sam Bacile, ebreo-israeliano-americano. Si puo’ trovare un personaggio più perfetto alla bisogna di questo? La produzione è americana. Siamo a ridosso dell’11 settembre, non dimentichiamolo. I media, soprattutto le televisioni, più veloci dei giornali, e il web si gettano a capofitto sulla notizia. Non ci sono dubbi, inizialmente. Quello che preme è solo prendere le distanze, condannare il film.
Poi, arriva la notizia dell’assalto all’Ambasciata americana a Bengazi. L’assalto del Cairo, nonostante sia partita da li’ la cosa, è subito dimenticato, perché a Bengazi ci sono morti. Uno sicuro, l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens. E insieme a lui, quattro o forse cinque tra il personale dell’Ambasciata. E parte la ridda di dichiarazioni:

”Questo e’ un Paese che non riesce a trovare la pace, ma deve anche essere aiutato a trovarla. Mi chiedo: e’ il caso di fare tutta questa propaganda contro il Profeta, offendendo un popolo attraverso la religione? In questo modo si aiutano soltanto le forze estremiste e fondamentaliste che vogliono destabilizzare”. Monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo di Tripoli, commenta così all’Adnkronos l’attacco alla sede diplomatica in Libia conclusosi con l’uccisione dell’ambasciatore statunitense. ”Bisogna accompagnare la Libia nel suo percorso verso la pace, aiutando il popolo a ritrovare la calma e la serenita’. Film del genere di certo non fanno piacere e possono dare un pretesto agli estremisti”.

Ecco, per monsignor Martinelli i colpevoli sono, eventualmente, coloro che hanno osato un film dissacratorio contro l’Islam, non gli assassini. Eppure, lo stesso giorno, Guido De Sanctis, console italiano a Bengazi, aveva dichiarato all’Adnkronos: ”La violenza non sembra essere stata innescata dal nuovo film su Maometto”. Evidentemente, fin dall’inizio, c’è stato chi qualche dubbio se lo è fatto venire.

Per esempio, già il 12 settembre, The Atlantic scriveva:
“Da mie ricerche a proposito di Sam Bacile, il presunto produttore  dell’ormai famigerato trailer  del film “L’innocenza dei musulmani”.. ho appena chiamato un uomo di nome Steve Klein – uno che si definisce un  attivista militante cristiano, a Riverside, California, descritto in diversi resoconti dei media come consulente al film. Klein mi ha detto che Bacile, il produttore del film, non è israeliano (oh! disdetta), e molto probabilmente non è ebreo (oh! che peccato!) , come è stato riferito, e che il nome è, infatti, uno pseudonimo. Ha detto di non sapere il vero nome di “Bacile” . “Mi ha detto che Bacile lo ha contattato, perché  conosciuto per le sue proteste anti-Islam fuori delle moschee e delle scuole, e perché, ha detto, è un veterano del Vietnam e un esperto nel cercare e svelare cellule di al Qaeda in California. “Dopo l’9/11 sono andato alla ricerca di cellule terroristiche in California e le ho trovate…” Mi ha detto che l’uomo che si è identificato come Bacile gli ha chiesto di contribuire a realizzare il film. Quando gli ho chiesto di descrivere Bacile, ha detto:. “Non so molto su di lui l’ho incontrato, gli ho parlato per un’ora. Non è israeliano, lo posso dire con certezza, lo Stato.. di Israele non è coinvolto, Terry Jones (il radicale pastore cristiano che brucio’ il Corano davanti alle telecamere) non è coinvolto. Il nome (Bacile) è uno pseudonimo. Tutte queste persone dal Medio Oriente con le quali lavoro hanno pseudonimi….ho il sospetto che questa sia una campagna di disinformazione." “Gli ho chiesto chi pensava fosse Sam Bacile. Ha detto che ci sono circa 15 persone associate alla realizzazione del film: “Nessuno di loro è cittadino americano. Sono persone dalla Siria, dalla Turchia, dal Pakistan, alcuni dall’Egitto. Alcuni sono copti, ma la stragrande maggioranza sono evangelici."


Questo sembra essere uno degli articoli apparsi nelle prime, frenetiche ore a caccia di notizie. La stampa europea, lentissimamente, ha dovuto prendere atto della verità che si stava delineando, cosi’ diversa da quella che forse avrebbero desiderato per lo scoop ideale. Poi, nuovi ragguagli. Sam Bacile tramonta, per lasciare il posto a Nakoula Basseley Nakoula. Oh! e chi è? Scrive Israel Hayom: “Autorità statunitensi sospettano che il cristiano copto Nakoula Basseley Nakoula sia dietro alla pellicola anti-Islam, legata al violenti disordini in Egitto e Libia…”


E allora a questo punto perfino la stampa italiana si è dovuta adeguare. Scrive Il Sole24 ore:
"Dietro la falsa identità di Sam Bacile si nasconde in realtà, stando a fonti di polizia e inchieste dei media americani, il volto di Nakoula Basseley Nakoula, un 55enne estremista cristiano copto della California con tanto di fedina penale. Anzi condannato per truffa bancaria nel 2010, gli era stato esplicitamente vietato di utilizzare Internet senza una esplicita autorizzazione di un ufficiale giudiziario. Il Dipartimento della Giustizia ha aperto indagini sull’intera vicenda. 
Del tutto pretestuosa, dunque, l’identità creata ad arte per il truculento filmato “L’innocenza dei Musulmani”: quel Bacile, autore americano di origine israeliana, capace di raccogliere 5 milioni di dollari per girare il suo film da generosi donatori ebraici, non è mai esistito. Quei fondi e quei sostenitori sono un inganno. Nakoula, raggiunto a Cerritos vicino a Los Angeles dove vive prima di dileguarsi, ha ammesso di aver collaborato alla logistica del filmato ma ha continuato a negare di essere lui Bacile. Il suo secondo nome, però, è Basseley, una delle versioni circolate del nome del regista. In passato ha usato alias quali Mark Basseley Youssef e Yussef M. Basseley. E, coincidenza finale, il numero di telefono cellulare dato come contatto per Bacile è stato fatto senza ombra di dubbio risalire direttamente a Nakoula. La sua identità e il suo ruolo sono stati confermati nella notte da agenti federali. Era stato condannato due anni or sono a 21 mesi di carcere e a pagare risarcimenti per 780.000 dollari per truffa ed è tuttora in libertà vigilata….”

Allora, anche Repubblica fornisce  i suoi particolari:
“Su YouTube è stato messo da un certo Moris Sadek, nella versione araba. Lui risulta aderente a tutte le associazioni islamofobiche possibili, fa parte di molte associazioni repubblicane ed è un fan di George Bush jr.  Sadek spiega di averlo fatto per un dovere di verità. Dice di non conoscere personalmente Sam Bacile. Sostiene di averci soltanto parlato al telefono. Da 36 ore a questa parte, Morris Sadek ha cancellato il suo profilo da Facebook. Ma qualcuno di rightwingwatch.org è riuscito a estrarlo comunque dal web. Morris Sadek risulta aderente a tutte le associazioni islamofobiche possibili e immaginabili, è iscritto ai Warriors of Christ (I guerrieri di Dio), è un seguace del famigerato reverendo Terry Jones, è membro di molte associazioni repubblicane ed è un fan sfegatato di George Bush jr. Anche lui ora è uccel di bosco. E immediatamente è nato su Facebook un gruppo denominato: We are all Morris Sadek! (“Siamo tutti Morris Sadek!”).

Beh come farsa, la sua qualità sembra proporzionale a quella del film.

Il Dailybeast ci fornisce ulteriori indicazioni:
“Secondo l’articolo del Law Center, che apparve nel Report sullo stato nella primavera del 2012, Klein ha dichiarato che la California è piena di cellule dormienti di Fratelli musulmani “che sono in attesa della data di attivazione e inizieranno a caso, uccidendo molti di noi come possono.“… “Klein è legato anche al movimento Minuteman, i Guardiani cristiani, e al gruppo anti-musulmano con sede nello Utah chiamato Coraggiosi Cristiani Uniti.
Secondo il suo sito web, il gruppo esiste per difendere il cristianesimo tradizionale contro le sette e le altre “false” religioni e filosofie a tutti livelli, e per sostenere il Corpo di Cristo nell’affrontare tali sfide.
Un loro recente messaggio:  ”L’impegno dei CCU nella realizzazione del ‘The Innocence of muslim’ diventerà presto pubblico. I vostri modi odiosi saranno esposti al mondo.”  Klein ha detto al Daily Mail in un’intervista che delle 15 persone che hanno fatto il film, tre sono stati torturati. “Uno degli amministratori è stato gettato in una cella abbastanza grande solo per starci solo in piedi, per 90 giorni, e gli hanno rotto le gambe. Un altro è stato torturato per sei mesi, ed era uno degli uomini più ricchi del paese"







Quindi, spazzatura politica che produce spazzatura mediatica. Ma la religione offesa, la mancanza di rispetto, la blasfemia in questa storia sono un pretesto o la sostanza? Possibile che una farsa di questo genere possa davvero provocare l’ondata di morti e violenze che stanno scuotendo, ovunque, il mondo islamico?  Scrive Repubblica a proposito dell’attacco a Bengazi, spacciato in un primo momento per “atto spontaneo di fedeli musulmani offesi”:

“La Cnn, citando funzionari americani, ha attribuito ad Al Qaeda la pianificazione e la realizzazione dell’attentato. Su questa ipotesi l’amministrazione resta cauta, e si limita per ora a parlare di “un attacco chiaramente complesso”. Senza però citare la rete che fu di Bin Laden. Gli Stati Uniti hanno deciso di inviare in Libia 200 marines delle forze antiterrorismo e, contemporaneamente, di lanciare un’offensiva con l’uso dei droni contro i campi di addestramento dei gruppi jihadisti. L’attaco di Al Qaeda sarebbe stato deciso per vendicare il numero due dell’organizzazione, Abu Yaya al-Libi, ucciso alcuni mesi fa. Morte confermata da Ayman al-Zawahiri proprio all’alba dell’11 settembre. Lo sostiene il think tank britannico Quilliam, citato oggi dalla Cnn.
La protesta contro il film sarebbe stata dunque soltanto una scusa per un piano già preparato.

E allora, chi e perché ha messo in giro quel trailer? E’ questa la nuova forma pensata per scatenare una guerra globale? Può darsi. Quello che è certo è che, come già sapevano gli antichi romani, sangue, onore, morte sono ingredienti ottimali per far dimenticare al popolo quanto i suoi governanti lo stanno affamando.





mercoledì 13 giugno 2012

Intervista ad Amos Oz

6 giugno 2012
di Antonella Barina
Interviste.Amos Oz, Tra amici ( Il Venerdì, 01/06/2012)




Il grande scrittore israeliano, che ha vissuto per di più di 30 anni nelle comunità di lavoro, di fronte alla crisi propone il suo paradosso (ma lo è davvero?) in un libro e al Festival di Massenzio.

Arad (Israele). “Se mi guardo intorno, in Israele come in Italia, mi sento circondato di gente che lavora oltre il necessario, per accumulare più denaro di quel che le serve, acquistare cose che non desidera davvero, far colpo su persone che non le piacciono affatto“. Amos Oz parla lentamente, ritagliando scampoli di pensiero, a lungo meditati. “Ora però la crisi economica comincia a minare questo modello tutto denaro, competizione, arrivismo. Qualcuno inizia a cercare una nuova via tra bolscevismo disumano e capitalismo darwinista. Perché non riproporre allora la formula del kibbutz, in una versione più soft e tollerante del passato? Penso a piccole cellule sociali improntate sulla solidarietà. Per alcuni funzionerebbe”.
Aveva 13 anni Amos nel ’52, quando perse tragicamente la madre, che si suicidò; 15 quando andò a guidare trattori in un kibbutz – vita nei campi ed eguaglianza: la proprietà privata era tabù – per ribellarsi al mondo intellettuale e di destra di suo padre, bibliotecario erudito, studioso poliglotta. E Amos, che un tempo, da bambino, aveva sognato di diventare un libro (non uno scrittore, proprio un libro, perché i libri sopravvivono sempre in qualche modo allo sterminio), rimase nel kibbutz Hulda più di trent’anni, cambiando il suo cognome da Klausner in Oz, che in ebraico vuol dire Forza, e lì si sposò e allevò tre figli.
Oggi Oz è uno dei massimi scrittori viventi, tra gli intellettuali più rispettati di Israele, eppure non ha perso l’aspetto archetipico del pioniere: camicia a scacchi, mani possenti, volto abbronzato che sembra sempre strizzare gli occhi chiari contro il sole. Ora i suoi libri sono tradotti in 41 lingue, ma lui conserva lo stile sobrio del kibbutz, di quando non possedeva nemmeno un libretto d’assegni. E anche se dall’86 vive ad Arad, cittadina del deserto sorta cinquant’anni fa dal nulla intorno a un centro commerciale, la sua è una casetta spartana, con giardino brullo, studio nel seminterrato. Poi libri, libri, ancora libri: ordinatissimi, come le frasi dei suoi romanzi; consunti dal gran uso, come le sue poltrone scomode e lise; strumenti di lavoro, come la vecchia scrivania e il portatile obsoleto.
Non rinnego un solo momento della mia vita nel kibbutz, che è stata la migliore università possibile. In una comunità di trecento persone, di cui si sapeva ogni segreto, ho imparato più cose sulla natura umana che se avessi fatto dieci volte il giro del mondo. Il kibbutz è una sorta di laboratorio dove tutto è concentrato: amore, morte, solitudine, nostalgia, desiderio, desolazione. E mi dà lo spunto per raccontare l’umanità: quel continuo tendere gli uni verso gli altri – come le celebri dita di Dio e di Adamo nella Cappella Sistina – senza mai riuscire a toccarsi. È dal kibbutz che attinge la mia scrittura“.
E lì ritorna il suo ultimo libro, notevole come sempre, in uscita con Feltrinelli, nell’ottima traduzione di Elena Loewenthal. Tra amici: destini che si intersecano nel microcosmo di un kibbutz anni Cinquanta, anime scrutate con occhi malinconici e saggi. Sempre il 7 giugno, Oz sarà al Festival delle Letterature di Massenzio, a Roma, dove dividerà la serata con Erri De Luca e leggerà un brano del nuovo libro: “Il capitolo dedicato a un vecchio calzolaio pacifista, anarchico, socialista, vegetariano, un uomo che racchiude in sé tutte le ambizioni di trasformare il mondo”. Mentre il 10, a Cagliari, parteciperà al Festival Leggendo Metropolitano, dove parlerà del tempo presente e del suo rapporto con la letteratura (www.prohairesis.com).
Lei, Oz, propone il kibbutz come un’alternativa all’individualismo sfrenato, eppure nei suoi romanzi fustiga quell’ambiente soffocante. Come luogo di inaspettata solitudine, ad esempio.I padri fondatori di quel modello di società avevano ambizioni monumentali, irrealistiche: pensavano di poter cambiare la natura umana di colpo, eliminare la solitudine con la vita comunitaria, cancellare crudeltà, avidità, egoismo con l’eguaglianza. Un sogno meraviglioso che – va detto a loro merito – tentarono senza gulag e polizia. Che venne meno perché il loro sguardo fissava solo le stelle”.
Un naufragio lento, ma inesorabile.Una mutazione, più che un fallimento. Il kibbutz è cambiato molto rispetto al passato. Padri e madri fondatori erano severissimi, come se organizzassero un esercito senza ufficiali. Oggi il kibbutz è meno duro, accetta entro certi limiti la proprietà privata, quindi è meno egualitario. Ma i suoi abitanti continuano a dividersi la responsabilità verso i disabili, gli anziani, chi è in difficoltà. Nel racconto che leggo a Massenzio, il vecchio calzolaio malato ha sempre qualcuno che gli fa compagnia. In una grande città morirebbe solo come un cane”.
Il kibbutz sperimentò la parità della donna, ma a scapito della sua femminilità…Lo ammetto. Ai miei tempi una ragazza poteva andare a letto con un uomo diverso ogni sera, ma bastava un rossetto perché venisse espulsa come borghese depravata. D’altra parte aveva le stesse opportunità di studio, lavoro, salario degli uomini, molto prima che nel resto della società”.
Perché ha lasciato il kibbutz?“Mio figlio soffriva d’asma e aveva bisogno del clima secco di Arad”.
Cittadina insignificante. Perché continua a vivere qui?Per il deserto. Ogni mattina alle cinque, quando è ancora buio, mi incammino tra rocce e sabbia. Da solo, nel silenzio più profondo, osservo il sorgere del sole. Il deserto rappresenta quel che è eterno contro ciò che è provvisorio. Mi è indispensabile per scrivere”.
Cosa sta scrivendo ora?Preferisco non parlarne: esporre la gravidanza ai raggi X non fa bene al bambino”.
Si mette al computer appena torna dal deserto?Prima ascolto il giornale radio delle sei: se sento un politico dire “mai” o “per sempre”, so che le pietre là fuori stanno ridendo di lui”.
Il tema del giorno è l’escalation nucleare iraniana.Fa paura. Il regime brutale di Ahmadinejad vuole cancellare Israele dalla faccia della terra. E questa politica d’annientamento, unita al possesso di armi atomiche, è una combinazione pericolosissima. Tutti gli israeliani la pensano così. Quel che ci divide fifty-fifty è il da farsi. C’è chi invoca un attacco preventivo. Io sono contrario. Perché ormai l’Iran sa fabbricare la bomba atomica: distruggeremmo le loro installazioni, non il loro know-how, e forniremmo scuse in più al loro odio. Non solo: tra poco quasi tutti i Paesi avranno mezzi di distruzione di massa, nucleari, chimici o biologici. Cosa faremo allora? Li bombarderemo tutti?”.
Il tempo stringe, però: i falchi ritengono di dover attaccare entro l’estate, se no è troppo tardi.Per questo il mondo intero dovrebbe intervenire al più presto. Con un blocco navale all’Iran”.
Cosa pensa che succederà?Mi chiede di essere profeta in terra di profeti: c’è troppa competizione nel campo”.
Neanche sulle rivolte arabe vuole intravedere un futuro?Penso che ogni Paese prenderà una direzione diversa. Ma il comune denominatore è che il fondamentalismo sembra rafforzarsi sempre più. Pessima notizia per Israele, che tuttavia non può far nulla per evitarlo. Ha fatto bene il governo a non immischiarsi”.
E sulla questione palestinese?Il processo di pace ristagna. Prevale uno status quo malato, in cui i palestinesi continuano a vivere sotto il dominio israeliano. E non può durare, bisogna arrivare a un compromesso: dividere il territorio in due Stati. Perché non ci sono alternative: cinque milioni e mezzo di ebrei israeliani e più di quattro milioni di arabi palestinesi non hanno altro luogo dove andare. Né possono trasformarsi in un’unica famiglia felice”.
Netanyahu non sembra la persona giusta per i compromessi.“Non pensavo che De Gaulle fosse l’uomo adatto a tirare la Francia fuori dall’Algeria. Né che Churchill fosse quello che avrebbe smantellato l’Impero Britannico… Chissà. Sta di fatto che ora Israele, piccola più o meno come la Sicilia, fa parlare di sé quasi fosse grande come la Cina”.