lunedì 4 agosto 2014

Ogni scusa è buona: l'antimilitarismo a senso unico



Possibile che ogni causa, anche la più nobile, venga sfruttata in maniera strumentale con l'evidente obiettivo di gettare biasimo e discredito solo su Israele? Sono comparsi in questi giorni insistenti appelli al boicottaggio di Israele per le attività di addestramento dell'IDF in Sardegna. Adesso anche l'antimilitarismo viene tirato per la giacchetta, fino a farlo diventare uno strumento di offesa in questa infinita guerra mediatica.
Forse è eccessivo parlare di antisemitismo (ma guardiamoci intorno, a chi serve questa ondata di odio contro Israele?) tuttavia è ben centrato il punto in questa riflessione di Mario Carboni di "Sardos pro Israele".


DENUNCIA DEL NUOVO ANTIMILITARISMO ANTISEMITA IN SARDEGNA.

Da 40 anni denuncio le basi, poligoni e servitù militari in Sardegna e il loro utilizzo da parte di eserciti di tutto il mondo. Da 40 anni ne chiedo lo smantellamento e la rinaturalizzazione del territorio e il pagamento dei danni subiti dalla Sardegna.
Per me tutti gli eserciti sono sullo stesso piano quando operano in Sardegna. Non devono operare in Sardegna e in primis le forze armate italiane che agiscono, su mandato di tutti i governi italiani che ne hanno responsabilità politica e quindi di tutti i partiti che ne hanno fatto parte e ne fanno parte oggi, come se la nostra isola sia una colonia disabitata e come se i sardi non abbiano diritto ad avere una parola decisiva e negativa in capitolo. 

Da pochi giorni assisto alla mobilitazione faziosa e con un diverso e particolare standard contro le prossime esercitazioni dell'aviazione israeliana. Questa si esercita da sempre in Sardegna come ben sanno coloro che coerentemente monitorizzano la situazione. Ma da sempre si esercitano aerei dei paesi della NATO e di suoi alleati. Si esercitano anche i paesi più disparati , anche non molto amici, che però testano armi occidentali o sopratutto italiane da vendere loro. Ricordo solo le esercitazioni dei libici che compravano armi italiane e le utilizzavano in Africa contro ad esempio il Chad o l'aviazione del Qatar che da Decimomannu bombardava la Libia di Geddafi o dei turchi che bombardavano i curdi.

Sia gli armati occidentali, che i libici, qatarioti e israeliani e turchi , nel mio richiedere la sospensione di ogni esercitazione in Sardegna, per i motivi generali che ho sottolineato, sono sempre stati posti sullo stesso piano e mai ho appuntato la mia attenzione su un paese particolare. Accomunando li nel mio dissenso. Così hanno fatto coloro che coerentemente hanno sempre operato per la scomparsa dei poligoni militari dalla Sardegna.

Da pochi giorni invece, senza mai aver protestato contro la Libia, il Qatar, la Turchia o un singolo paese occidentale in quanto tale, un'azione particolare è stata dedicata ed è in corso di sviluppo contro le prossime esercitazioni dell'aeronautica israeliana che si svolgeranno assieme altre forze aeree. Siamo di fronte di una attenzione particolare, discriminatoria, differenzialista, tipica di una sensibilità esclusivista e antisemita.

Constato con rammarico che si sta sviluppando in deroga ad una doverosa richiesta di sospensione generalizzata per tutte le forze armate che assieme si esercitano in Sardegna, l'emersione di un antimilitarismo antisemita, ingiusto, sbagliato e che situa chi lo esercita, per un acritico appoggio che non tiene conto delle sue responsabilità nell'attuale guerra, nel campo dell'Islamismo razzista e antisemita programmatico di Hamas che vuole solo la distruzione di Israele, l'eliminazione dei suoi cittadini ebrei non volendo una pace sulla base di due popoli-due stati e che è l 'organizzazione terrorista islamista peggior nemica dei palestinesi ed in particolare dei palestinesi di Gaza.

Mario Carboni

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Qui alcuni articoli in cui si parla dell'argomento... a senso unico:
Associazione Amicizia Sardegna-Palestina: http://www.sardegnapalestina.org/?cat=10
BDS Italia http://www.bdsitalia.org/index.php/component/tortags/tag/sardegna
Palestina Rossa http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/da-settembre-i-caccia-di-israele-si-eserciteranno-sardegna

Daniel e Leonardo: italiani al fronte per Israele




Forse non è così risaputo che sono molti i nostri connazionali che decidono di servire nell'esercito israeliano, con le più diverse mansioni. Pubblichiamo qui l'articolo di Fiamma Nirenstein che intervista due ventenni italiani impegnati nell'operazione "Margine di protezione".


di Fiamma Nirenstein
Ven, 01/08/2014


Dietro di loro il campo è punteggiato di colonne di fumo. Non sai se è stata una cannonata oppure una delle mille trappole preparate da Hamas, tonnellate di esplosivo nelle case e sotto terra; depositi di missili; gallerie che saltano per aria, quelle che con un piano strategico Hamas aveva scelto di usare per attaccare Israele con le sue unità terroriste.

Così è la guerra di terra, ragazzi di 19, 20 anni s'inoltrano a Gaza e affrontano la battaglia, e la morte, per distruggere le armi di Hamas. Ogni tanto prendono fiato per qualche ora, ed è così che riusciamo a parlare con due soldati molto speciali perché sono italiani, della specie dei «soldati soli» che vengono per servire e lasciano i genitori a rodersi d'ansia a casa. I nostri due hanno dato un abbraccio alla mamma a Milano e a Roma e sono venuti convinti che valga la pena rischiare la vita, da noi un concetto quasi inesplicabile. Chi scrive ricorda che durante una lezione di storia mediorientale alla Luiss di Roma chiese ai ragazzi chi di loro avrebbe rischiato la vita per il proprio Paese: nessuno assentì, proprio nessuno.

I nostri due soldati si chiamano Leonardo, 25 anni, e Daniel, 20enne arruolato in Marina. Daniel è romano di origine livornese, la passione del mare l'ha nel sangue: «Adesso, dalla mia nave sorvegliamo e pattugliamo la costa di Gaza, controlliamo chi entra e chi esce, evitiamo che escano terroristi per attaccare le coste di Israele. È un compito fondamentale, il mare non ha confini sorvegliati, è senza fine, ci vogliono un allenamento perfetto e un'attenzione totale. A volte siamo bersagliati di razzi dalla riva e da altri battelli, allora hai un momento di paura, però ti mordi le labbra e pensi a quando tornerai in porto, e con i tuoi compagni riparlerai dell'accaduto, mangerai, forse potrai finalmente dormire, starai insieme agli amici, questo ti compensa di tutto, l'incredibile vicinanza fra di noi». 

Leonardo è laureato in filosofia al San Raffaele di Milano, poi ha preso un master all'Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, a Roma. È appena finito il corso che il suo futuro l'ha visto solo in Israele e poi nell'esercito, e poi, ancora, nei Golani: «L'unità dei miei sogni, prove di ammissione e corsi molto difficili. All'inizio mi chiedevano se ero venuto perché avevo preso una botta in testa, ma adesso siamo un tutt'uno». Leonardo è appena uscito da Gaza: «Sono sporco, con gli abiti puzzolenti, gli occhi mi si chiudono, la mia ragazza mi lascerebbe subito se mi vedesse ora». Deve sistemare la sua attrezzatura (fucile, zaino, abiti) per essere pronto alla prossima missione. Non sa quando rientrerà, ma può capitare in ogni minuto. Essere un Golani è il mito di ogni israeliano, l'unità su cui si cantano canzoni epiche, in cui si è uno per l'altro ignorando l'ombra della morte. Dietro di lui tre settimane di giornate e nottate senza soluzione di continuità: «Dall'inizio dell'operazione non dormo in un letto, le ore di sonno non sono mai più di tre o quattro». 

Ma Leonardo non vuole parlare di sé: gli brucia spiegare di affrontare un nemico senza scrupoli nell'uso della sua gente: «Ho avuto l'impressione che i cittadini di Gaza siano autentici schiavi. Ho visto case in cui la camera dei bambini è adornata con fotografie dei terroristi, cartine da cui è cancellata Israele, stelle di Davide trasformate in svastiche, depositi di armi. Non un segno di umanità, di pace - dice desolato - Hamas è vile. Abbiamo fermato il fuoco molte volte perché un terrorista si copriva con un bambino, o perché comparivano donne e vecchi. Dietro arrivano i terroristi. 
Prima di entrare in azione tuttavia l'ultima indicazione che ti dà il comandante è di non puntare il fucile su chi non è armato, condividere il tuo stesso cibo e la tua acqua con chi non ha da mangiare o da bere, fermare tutto se appare un bambino». 

Due dei migliori amici di Daniel, Shon di 19 anni e Jordan, 22, il primo venuto da Los Angeles, il secondo da Parigi, per combattere, sono stati uccisi: «Jordan era fidanzato con la gemella della mia fidanzata. Sì sappiamo che la morte è una possibilità, ma non ci si pensa, io sto bene con i miei compagni» dice Daniel. La mia famiglia sta in pensiero, telefono ogni volta che arrivo in porto, circa due volte a settimana. 

Quelli che non capiscono cosa stiamo facendo devono venire per un paio di giorni a Ashkelon o in un kibbutz con scoppi, sirene, distruzioni, dove la gente non può uscire, i bambini devono restare nel sottosuolo, le famiglie non hanno più lavoro.. C'è un Paese che deve essere salvato, io sono qui per questo». A 20 anni? Leonardo ha una sua risposta: «Chi non si fida dei giovani dovrebbe dare un'occhiata da queste parti, la vita è nelle mani dei ragazzi. Il mio comandante ha 20 anni, ha perso il padre in un attentato, è una persona di un equilibrio e di un senso di responsabilità assoluti. 
Ieri eravamo in Libano, ora a Gaza, il compito è sempre grande, difendi un popolo che ti ama e ti rispetta.
Persino i miei genitori, che mi mancano, sanno che qui la denominazione «chaial boded», «soldato solo», è sbagliata. Posso bussare ora alla porta di un kibbutz, chiedere di fare una doccia e dormire un po': si precipiterebbero in cucina, preparerebbero le cose migliori e mi riempirebbero di regali».

venerdì 1 agosto 2014

Gaza: ONU e ONG complici di Hamas e Jihad Islamica

aiuti umanitari entrano a Gaza da Israele





Dall’Onu e dalle Ong ci si aspetterebbe sempre una posizione imparziale e soprattutto volta alla protezione dei più deboli. Nel caso della Striscia di Gaza (come in altri casi simili) questo non solo non avviene ma si assiste all’esatto contrario, cioè si assiste alla difesa di Hamas e dei suoi traffici mafiosi a scapito della popolazione.

L’ultimo lampante esempio si è avuto ieri durante le commemorazioni dedicate all’anniversario della fine dell’operazione “Pillar of defense” che lo scorso anno Israele fu costretto a iniziare per fermare il lancio di centinaia di missili dalla Striscia di Gaza sul suo territorio. Ebbene durante questa commemorazione ha parlato James Rawley, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi il quale ha detto che «la situazione umanitaria a Gaza è peggiorata a causa della distruzione dei tunnel gestiti da Hamas da parte dell’Egitto e di Israele».

A parte che ci sarebbe da chiedersi cosa ci faccia un rappresentante dell’Onu in una manifestazione organizzata da un gruppo terrorista (Hamas) allo scopo di propagandare una immaginifica vittoria contro Israele. Poi, come può un rappresentante dell’Onu giustificare e difendere un mercato clandestino nelle mani  di una organizzazione mafiosa e terrorista come quello implementato da Hamas attraverso i tunnel? 
E come può un rappresentante dell’Onu ignorare completamente il fatto che tutti (e sottolineo tutti) gli aiuti umanitari che arrivano a Gaza attraverso Israele non vengono gestiti come dovrebbero dalle organizzazioni umanitarie ma vengono sequestrati e venduti da Hamas? 
E si, perché va detto che contemporaneamente alla distruzione dei tunnel che confinavano con l’Egitto, distruzione implementata dall’esercito egiziano per ragioni di sicurezza, è aumentato il flusso di aiuti da Israele verso Gaza come dimostrano i bollettini rilasciati periodicamente dal IDF. 

Come mai quegli aiuti la popolazione di Gaza li deve pagare quando invece li dovrebbe avere gratis? Solo di recente questo flusso è rallentato a causa della scoperta di un tunnel del terrore costruito da Hamas con il cemento entrato da Israele. Eppure di tutto questo James Rawley non ne ha fatto parola nonostante ne fosse perfettamente a conoscenza. E sia sa, chi tace acconsente.

Non da meno sono le Ong che accusano Israele e l’Egitto di isolare Gaza ma non dicono una parola sul motivo delle decisioni israeliane ed egiziane che poi sono le stesse e si chiamano Hamas e Jihad Islamica. 
Ma la cosa più scandalosa, in merito alle Ong, è che non fanno la minima menzione al fatto che tutte le loro operazioni nella Striscia di Gaza sono soggette all’approvazione di Hamas, cioè devono pagare il gruppo terrorista per l’attuazione di progetti umanitari o di sviluppo. 

Questo si che è scandaloso perché, nei fatti, degli oltre 300 progetti umanitari o di sviluppo finanziati dalla comunità internazionale nella Striscia di Gaza, solo un decimo vengono realmente implementati. Ma loro continuano ad accusare Israele ed Hamas di isolare Gaza.

Ora, ammesso che sia vero che la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza è peggiorata, di chi è la colpa? E’ ora di finirla con questa ipocrisia che poi, diciamocelo francamente, è direttamente legata alla richiesta di fondi alla comunità internazionale piuttosto che al reale pensiero delle condizioni di vita della popolazione di Gaza, perché se realmente a Onu e Ong gliene fregasse qualcosa della gente di Gaza denuncerebbero il sistema mafioso di Hamas e non le operazioni di difesa di Israele ed Egitto.


Sharon Levi


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Intervista: noi abitanti di Gaza ostaggi di Hamas




Non capita tutti i giorni di parlare con un abitante di Gaza senza avere intorno mille controllori e mille spie di Hamas pronte a riferire ai terroristi quello che il poveretto racconta. Ci è capitato due giorni fa al valico di Kerem Shalom, temporaneamente riaperto dalle autorità israeliane, durante il passaggio di merci prodotte nella Striscia di Gaza e destinate al mercato europeo quando l’imprenditore di Gaza che accompagnava il carico si è soffermato per pochi minuti a parlare con noi della situazione attuale nella Striscia di Gaza.

Quanti sono a Gaza gli imprenditori come lei che esportano i loro prodotti attraverso Israele? 
Diverse centinaia. Alcuni artigiani che producono prodotti di eccellenza come mobili, complementi di arredamento, prodotti artigianali, altri che esportano frutta, altri ancora prodotti della agricoltura.

Quali sono le difficoltà che incontrate? 
Per quanto mi riguarda il reperimento delle materie prime, altri che producono prodotti deteriorabili hanno il problema delle continue chiusure dei valichi di frontiera. Può succedere che a causa della chiusura del valico non riescano ad esportare i loro prodotti che dopo pochi giorni diventano invendibili a causa del loro deterioramento.

Parliamo di lei, perché ha problemi a reperire le materie prime? 
Non è tanto la difficoltà a reperire le materie prime che si trovano e non sono nella lista di quelle vietate (non diremo di quali materie prime parla l’imprenditore per non farlo identificare), è il loro prezzo che cresce continuamente.

Cioè i suoi fornitori aumentano continuamente i prezzi? 
Non sono i fornitori ad aumentare i prezzi, anzi ultimante sono diminuiti e molti prodotti dovrebbero far parte degli aiuti internazionali quindi a costi di poco superiori allo zero. Sono le imposte che crescono continuamente.

Lei ci sta dicendo che Israele impone delle imposte sui prodotti che entrano a Gaza? 
No, Israele non impone imposte.

E chi le impone allora? 
Hamas pretende una quota su tutto quello che entra a Gaza, che siano aiuti umanitari, prodotti per l’edilizia o legno per la produzione di mobili poco importa. Qualsiasi cosa che entra a Gaza viene tassata da Hamas.

Insomma, una specie di pizzo. E a quanto ammonta il pizzo? 
Varia tra il 25% e il 40% a seconda della merce o dell’aiuto umanitario.

Come, anche gli aiuti umanitari?
Soprattutto gli aiuti umanitari. Su quelli l’imposta è al massimo perché non hanno alcun costo.

Ci faccia un esempio
Prendiamo un litro di latte con il marchio dell’Unione Europea. Dovrebbe essere distribuito gratis perché l’Unione Europea lo ha donato. Invece su quel litro di latte viene applicata una tassa del 40% sul suo valore. Per farmi capire, Hamas calcola il consto di un litro di latte intorno ai 300 sheqel sul quale applica la tassa massima del 40%. Quindi una donna che dovrebbe avere il latte gratis per i suoi bambini lo deve pagare l’equivalente di 120 sheqel. A Gaza non tutti se lo possono permettere. Se un metro cubo di legname viene offerto a 1.000 sheqel, è un esempio, l’artigiano di Gaza lo deve pagare 1.200 sheqel perché Hamas applica una imposta del 20% sul costo della materia prima. Quindi il 40% su quello che dovrebbe essere gratis è il 20%, ma cambia a seconda della materia prima, sulle merci importate.

Ma le ONG non dicono nulla? 
Non ho mai sentito una ONG protestare o dire qualcosa sul fatto che gli aiuti umanitari vengono tassati. Il più delle volte sono loro stessi gli esattori di Hamas, cioè distribuiscono i prodotti donati incassando per conto di Hamas la quota richiesta.

Ma perché la gente non si ribella a tutto questo? 
E come fa? Le armi le hanno solo quelli di Hamas e della Jihad (la Jihad Islamica n.d.r.) e se anche qualcuno prova a protestare sparisce nel nulla. Noi siamo prigionieri di Hamas, siamo ostaggi.

Eppure da noi arrivano immagini diverse della gente di Gaza. Ci risulta che Hamas abbia un largo seguito.
Non è vero nulla. La gente a Gaza è alla disperazione e si rende conto che la situazione è la conseguenza della presenza di Hamas. Noi saremmo i primi a essere contenti se Hamas scomparisse.

E’ preoccupato della situazione dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani da parte di Hamas? 
Sono molto preoccupato. Il mio fornitore israeliano mi racconta che c’è molta rabbia in Israele. Temo che prima o poi Israele scatenerà la sua forza militare contro Hamas e a pagarne il conto saremo ancora una volta noi povera gente. Lo ripeto, siamo ostaggi di Hamas, prigionieri. La gente di Gaza è stanca di questa vita, non state a sentire la propaganda di Hamas.

Ma abbiamo visto tutti le immagini della gente di Gaza che festeggiava per il rapimento dei tre ragazzi. 
Quelle sono immagini distribuite dalla propaganda di Hamas. A Gaza pochissimi hanno festeggiato per quel rapimento, sanno che per noi diventerà ancora più dura. Avevamo sperato che con la riconciliazione con Fatah le cose potessero migliorare, ma gli estremisti di Hamas ci hanno messo solo poche ore a rovinare tutto. Il carico che mi fanno passare oggi era pronto da diversi giorni e solo oggi hanno permesso il suo passaggio perché dopo il rapimento ogni valico era stato chiuso. In questi giorni chi aveva prodotti deteriorabili ha perso mesi e mesi di lavoro perché i suoi carichi destinati alla esportazione non sono potuti passare a causa di quel rapimento e sono andati al macero. Crede davvero che noi siamo contenti di tutto questo?

E perché Hamas ha fatto la riconciliazione con Fatah e poi ha rovinato tutto con questo rapimento? 
La situazione non è così semplice. I politici di Hamas erano contenti di questo accordo perché i loro affari risentivano negativamente dell’isolamento. Ma non avevano fatto i conti con gli estremisti che per far saltare l’accordo hanno organizzato il rapimento. A Gaza e all’interno di Hamas la situazione è molto complicata non è così semplice come sembra da fuori.


Purtroppo siamo costretti a fermarci qui anche se avremmo voluto continuare a lungo questa interessante conversazione, ma l’IDF preme per richiudere il valico e il nostro interlocutore non si sente molto al sicuro. Non ci sentiamo nemmeno di fare commenti lasciando ai lettori l’onere di trarre le proprie conclusioni.


Articolo scritto da Noemi Cabitza e Sarah F.
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sabato 19 luglio 2014

Gli slogan della resistenza sono vuoti, l'unico modo per fermare Israele è farci la pace


'Abdallah Hamid Al-Din (immagine: Youtube.com)

ABSTRACT 

In un articolo pubblicato il 12 luglio 2014 su Al-Hayat (quotidiano arabo con sede a Londra), lo scrittore ed intellettuale saudita Abdallah Hamid Al-Din ha sostenuto una posizione decisamente singolare, sottolineando che l'unica via percorribile per una soluzione al conflitto fra Palestina e Israele è quella della pace.

Al-Din ha criticato il modo in cui i Palestinesi gestiscono il conflitto – ad esempio la richiesta di poter realizzare il loro diritto al ritorno, che ha definito irrealistica, o il loro sostegno alla campagna di boicottaggio di Israele, che ha chiamato ipocrita – descrivendo tutto ciò come parte di una serie di politiche autodistruttive e di opportunità mancate che hanno caratterizzato le azioni palestinesi sin dall'insediamento dello stato ebraico.
Ha inoltre condannato la politica di perpetuazione delle sofferenze dei rifugiati, ritenendolo un inaccettabile e immorale sabotaggio della vita dei Palestinesi e del loro futuro.

Abdallah Hamid Al-Din ha concluso dicendo che la lotta per la pace è l'unico modo in cui i Palestinesi possono sconfiggere Israele, e che la vera resistenza sta rigettando illusioni e false speranze che erodono costantemente la causa palestinese, osservando anche
che queste sue parole sono basate su argomenti forniti dall'intellettuale americano Noam Chomsky.



Seguono alcuni stralci dall'articolo originale:



Precisely At This Difficult Time, It Is Important To Be Realistic Rather Than Utter Empty Slogans Of Resistance

"I write [these words] in a difficult and tragic climate. There are dead and injured in Gaza. [Its] infrastructures are in ruins. Israel has unprecedented domestic and foreign consensus [for its attack]. Some might say: This isn't the time to write these kinds of words. But I believe it is unavoidable. In these times there is only one dominant voice: [the one that says] 'yes to the resistance; resistance is necessary; resistance will end the occupation; those who seek peace are traitors and Zionists.' But there is no choice but to give voice to [a different position], which says 'enough,' and calls for wisdom, for calm, for life. Therefore, precisely at this time, I insist on saying the following.
"How should we act today, 66 years after the establishment of the Jewish state, a state that enjoys international support and has a vast arsenal at its disposal?... If one wants to act in the world, one must accept reality even if one does not like it. Israel is part of this reality, and has been since 1948. I do not like [this] world order, but it is a fact. We must believe that every state is entitled to the same rights as any other. Every state has the right to afford its citizens a livable life. It's possible to utter many slogans, but if we want to realize goals, we must also clarify how they can be achieved.
"I support the refugees' right of return... Do the refugees and their descendents have the right to return [to their homes]? Yes! Do the Native Americans in the U.S. have the right to return to the regions that were theirs? Yes! Is that going to happen? No! Had I said to the Native Americans, 'I will uphold your right to return and I will expel the people of America – so [in the meantime, you must] remain in your wretched condition' – that would be patently immoral. The [Palestinian] refugees will never return [to their homes]. That's a fact. There is no international support for it, and even if there was, Israel would have used its nuclear weapons [to prevent it from happening]. So it won't happen.
"If the issue of the refugees worries you, [I say that] recognizing the Palestinian refugees' right of return is imperative, just as it is imperative to recognize the right of return of the Native American refugees and of many others. But the important thing is to invest efforts in improving the dire situation of the [Palestinian] refugees. [The problem is that] all I ever hear [is slogans] that follow the same reasoning as slogans [calling for] the Native Americans' right of return. I want to head a real proposal... one that takes into consideration the refugees and their suffering."

The U.S. Also Oppresses; Why Doesn't Anyone Call To Boycott It?   

"The hypocrisy of those calling to boycott Israel reeks to the heavens, because all their reasons for imposing the boycott are a hundred times more applicable to the U.S. or Britain. So why don't they boycott the U.S.? The call for a boycott does not come from the Palestinians, but from groups that call themselves 'the Palestinian people.' The Palestinians never agreed [among themselves] even on boycotting the settlements, let along boycotting Israel [as a whole]... The demand to boycott Tel Aviv University, [for example], or to boycott Israel until it ends the oppression [of the Palestinians], seems ridiculous to any reasonable person. Is there no oppression in the U.S.? Does anyone boycott Harvard [because of it]? This is hypocrisy. They demand [to boycott Israel] because it is easy. They compare it to [the boycott of] South Africa, without considering that the boycott [of that country] succeeded because the conditions for it were right. Whoever wants to recreate that model must work to recreate those conditions. Much of the Palestinians' actions are self-destructive. They have caused themselves harm, and today they have only two options: the two-state [solution] or a continuation of their plight.
"The statements above are not my own. They were made by Noam Chomsky, who has been fighting [for our cause] for 70 years, and is one of the most prominent intellectuals to endorse the Palestinian cause. He experienced it from the start, analyzed it, addressed it, supported it, worked and debated for it, and met with people connected to it. Chomsky says that there is [a form of] resistance that is immoral, illogical and harmful to the Palestinians. He claims that it is hypocrisy to demand boycotting Israel and not demand boycotting the U.S. Chomsky invokes the logic of [choosing between] limited and realistic options and ridicules those who invoke the logic of meaningless slogans. Is he treacherous, feeble or naive? Is he ignorant [in his] political analysis? Is he a Zionist?
"Ever since the 1947 [UN] partition resolution, the Palestinians' situation has steadily deteriorated, while Israel's situation is steadily improving. One does not need a vast amount of historical knowledge to understand that [the Arabs and Palestinians] missed one opportunity after another. Had the Arabs accepted the partition resolution, Israel's territory would have been considerably smaller than it is today, and had they agreed [to make] peace after the defeat of 1967, their situation would have [also] been better. Every opportunity missed by the Palestinians yielded huge profits for Israel."

True Resistance Is Resistance To Illusions And False Hopes

"Israel does not want a just peace. It really doesn't. It wants to take and not give. And we, for our part, have given it the opportunities to expand and to take. We often [study] the maps of Palestine from 1947 until after the year 2000 and say: 'Just look at all that aggression.' But we ignore the fact that the maps tell a different story, namely: 'Look at our obstinacy, our escapades and our trading in the [Palestinian] cause'. The Israelis took the land and banished the [Palestinian] people, but we took the Palestinians' future and wrapped it in false hopes... It is we who denied [the Palestinians] life. We and not Israel. Israel has banished 750,000 people, but for 66 years we have banished the lives and futures of millions...
"Genuine resistance is what will prevent Israel's future expansion and coerce Israel into restoring to the Palestinians some of their rights, if not all of them. We must acknowledge that Israel cannot be defeated by force today, and for the foreseeable future. Those who think otherwise are welcome to present a roadmap, as opposed to mere empty slogans. Slogans will not defend the Palestinians from bullets or prevent Israeli missiles from falling.
"The only way to stop Israel is peace. There are some people who don't understand that peace, too, is something you must struggle for with all your might. Israel does not want peace, because it does not need it. But the Palestinians do. Therefore it is necessary to persist with efforts to impose peace. No other option exists. True resistance is resistance to illusions and false hopes, and no longer leaning on the past in building the future.  Real resistance is to silently endure the handshake of your enemy so as to enable your people to learn and to live..."[2]

Endnotes:

[1] The reference is possibly to Chomsky's July 2, 2014 article in the U.S. magazine The Nation.
[2] Al-Hayat (London), July 12, 2014.



link all'articolo originale: http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/8075.htm

Bené Berith Giovani: la Mogherini abbandoni la politica dell'ostruzionismo nel West Bank




(AGENPARL) – Roma, 27 giu 2014 - Il Bené Berith Giovani apprende in queste ore l’esortazione del Ministro degli Esteri Federica Mogherini a non impegnarsi in attività finanziarie e a non investire nei Territori del West Bank, amministrati attualmente secondo gli Accordi di Oslo del 1993, accordi firmati anche da Yasser Arafat, l’allora leader dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina.

   La strategia del boicottaggio economico ai danni di Israele è stata percorsa già in passato da diverse associazioni ed ONG che vedono il conflitto israelo-palestinese in modo semplicistico e distorto: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Come se dietro non ci fossero due popoli ugualmente sofferenti;   come se non vi fossero ragioni e torti, diritti negati e perdite da ambo le parti.   La geopolitica di quell’area e la millenaria storia di cui i popoli israeliano e palestinese portano il peso non sono uno scherzo e non possono essere affrontati come una partita di Risiko, dove vince la politica   dell’ostruzionismo.   

La linea del muro contro muro è impraticabile e inaccettabile da parte dell’Italia, come da parte di qualsiasi altro Paese che faccia propri i valori della civiltà e della democrazia.   

Peraltro anche il tempismo nel chiedere l’isolamento di Israele – seppur limitato all’economia e alla   zona dei Territori contesi – è assolutamente pericoloso. Lo Stato di Israele si trova in questi giorni  ad affrontare situazioni gravi e delicate su numerosi diversi fronti. Tre studenti di 16 anni rapiti dai terroristi palestinesi proprio nel West Bank, in cui vengono ritrovati ogni giorno veri e propri arsenali di armi e laboratori per la fabbricazione di ordigni; i governanti di Gaza, responsabili dei rapimenti e   alleati con il partito di Abu Mazen, minacciano una terza intifada (guerra terroristica contro Israele); i cittadini del sud del paese sotto la costante minaccia dei razzi sparati da Gaza (gli ultimi 5 due giorni fa); i colpi di mortaio provenienti dalla vicina Siria martoriata dalla guerra, che proprio questa settimana hanno ucciso un ragazzino arabo-israeliano di 13 anni. 


  Se il Ministro Mogherini volesse contribuire in maniera efficace per avvicinare i due popoli, dovrebbe lavorare sull’educazione e sulla cultura; sullo sport, sull’arte e sullo spettacolo, e perché no, anche sugli scambi economici, per far sì che israeliani e palestinesi possano incontrare ognuno la mano dell’altro. Si ricorda inoltre che gli stessi cittadini palestinesi che abitano la zona del West Bank si sono più  volte espressi contro la politica del boicottaggio nei confronti di Israele, nelle cui aziende trovano spesso l’unico spiraglio economico e sociale. Nelle fabbriche e negli impianti israeliani del West Bank non è raro trovare impiegati palestinesi con pari diritti, padri e madri di famiglia che riescono a portare uno stipendio a casa proprio grazie ai vicini. 
Al contrario, i governi palestinesi – sia nel West Bank che a Gaza – sono caratterizzati dalla forte corruzione e dalla mancata trasparenza nei bilanci pubblici e per questo milioni e milioni di dollari di finanziamenti internazionali (compresi quelli dell’Unione Europea) non sono mai giunti alla popolazione palestinese, abbandonata alla povertà e alla sottocultura.  

In nome di un dialogo forte e duraturo, in nome di una politica estera degna della nostra Nazione, chiediamo quindi al Ministro Federica Mogherini di abbandonare la strategia sbagliata e semplicistica del boicottaggio e abbracciare invece la strada del dialogo e dei ponti culturali ed economici fra i due   popoli.  I membri della Sezione Stefano Gaj Tachè del BBG sono pronti – qualora fosse possibile – ad organizzare un incontro con il Ministro per raccontarle la visione della associazione riguardo ai temi trattati pocanzi.

venerdì 18 luglio 2014

Il dovere della speranza




di David Grossman



Speranza e disperazione. Ci sono stati anni in cui abbiamo oscillato fra le due. Oggi sembra che la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi si trovi in uno stato d’animo nebuloso, piatto, privo di orizzonte. In un torpore ottuso, in un’auto-narcosi.

AL giorno d’oggi, in un Israele avvezzo alle delusioni, la speranza (sempre che qualcuno vi faccia cenno) è immancabilmente insicura, un po’ timida, sulla difensiva. La disperazione invece è disinvolta, risoluta. Pare che parli a nome di una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace. Agli occhi della disperazione chi ancora spera, o crede, in una possibilità di pace è, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo o un visionario delirante, e, nella peggiore, un traditore che, irretendo gli israeliani con miraggi, ne indebolisce la capacità di resistenza.

In questo senso la destra ha vinto. È riuscita a instillare la sua pessimistica visione del mondo nella maggior parte degli israeliani. E si potrebbe dire che non solo ha sconfitto la sinistra, ma che ha sconfitto Israele. Non tanto perché questo suo modo di vedere le cose spinge lo stato ebraico a una condizione di paralisi su un terreno tanto cruciale per lui, dove servirebbero audacia e flessibilità e creatività, ma perché ha sconfitto quello che un tempo si sarebbe potuto definire «lo spirito israeliano»: quella scintilla, quella capacità di rinascere a dispetto di tutto. Ha annientato il nostro coraggio e la nostra speranza.

Nell’ambito più importante della sua esistenza Israele è quasi del tutto immobile, se non addirittura impotente. Stranamente, però, questa situazione non comporta una sofferenza visibile per i suoi leader e per gran parte dei suoi cittadini che sono bravissimi a compiere una netta separazione tra lo stato di cose esistente e la loro coscienza. Molti israeliani vivono così da molti anni, quarantasette per la precisione, e nemmeno troppo male, laddove di fatto, al centro del loro essere, c’è il vuoto. Un vuoto di azioni e di coscienza in cui si verifica un’efficace sospensione del giudizio morale.
Lo scrittore americano David Foster Wallace racconta di due pesciolini che, mentre nuotano in mare, incontrano un anziano pesce. Salve ragazzi, li saluta l’anziano, come va? Alla grande, rispondono i due. E l’acqua, com’è? Domanda il vecchio. Ottima, gli rispondono. Poi lo salutano e continuano a nuotare. Dopo qualche istante uno dei pesciolini domanda all’altro: dì un po’, ma cosa diavolo è l’acqua?

Ascoltate l’acqua. L’acqua in cui nuotiamo e che beviamo da quarantasette anni. Alla quale siamo talmente abituati da non percepirla. È la vita che scorre qui, ancora indubbiamente piena di vitalità e di creatività ma anche un po’ folle, con un’atmosfera caotica da saldi di fine stagione, da disturbo bipolare in cui mania e depressione si intrecciano, in cui la sensazione di possedere un grande potere si alterna a cadute di profonda debolezza. Una vita che scorre in una democrazia compiaciuta di se stessa, con pretese di liberalità e di umanesimo ma che da decenni si impone su un altro popolo, lo umilia e lo schiaccia. Una vita che scorre nel forte clamore dei media, in gran parte mirato a distrarre l’opinione pubblica e a intorpidire i sensi.

Come si può infatti resistere in una situazione simile senza distrazioni, senza un po’ di autonarcosi? Come si possono affrontare, per esempio, le conseguenze della cosiddetta “opera di insediamento” e il pieno significato di questa folle scommessa sul futuro del paese? Ascoltate l’acqua: sotto la melma nella quale sguazziamo ormai da quarantasette anni c’è una corrente profonda e gelida: il terrore di un errore storico, di uno sbaglio madornale, di ciò che, sotto ai nostri occhi, sta assumendo la forma di uno Stato binazionale, o di uno Stato di apartheid, o militare, o rabbinico, o messianico.

Nella disperazione israeliana c’è anche uno strano elemento, una specie di gaiezza per l’imminente catastrofe, o per la delusione. Una sorta di gioia maligna nei confronti di chi ha visto deluse le proprie speranze. Una gioia particolarmente distorta perché, in fin dei conti, ci rallegriamo delle nostre stesse disgrazie. Talvolta sembra che nell’animo degli israeliani frema ancora l’offesa del 1993 quando, con la firma degli accordi di Oslo, osarono credere non solo che il nemico si fosse trasformato in un partner, ma che le cose avrebbero anche potuto andar bene qui, che un giorno saremmo stati bene. È come se avessimo tradito noi stessi — dicono i rappresentanti del partito della disperazione — per essere stati tentati a credere a qualcosa di totalmente contrario alla nostra esperienza, alla nostra tragica storia, a un qualche segno distintivo del nostro destino.

E per questo abbiamo pagato e ancora pagheremo, con gli interessi. Ma per lo meno, da ora in poi, nessuno più ci coglierà in fallo, non crederemo più a niente, a nessuna promessa, a nessuna opportunità. E anche se Mahmoud Abbas si batterà con tutte le sue forze per prevenire il terrorismo contro gli israeliani, anche se proclamerà che verrà a Safed, sua città natale, unicamente come turista, anche se dichiarerà che la Shoah è il peggior crimine della storia umana e attaccherà ferocemente gli assassini dei tre ragazzi rapiti, il primo ministro israeliano Netanyahu si affretterà a versargli in testa un secchio d’acqua gelata.

È interessante notare che sebbene Israele abbia seriamente tentato la via della pace con i palestinesi soltanto una volta, nel 1993, è come se avesse deciso di rinunciare per sempre a perseguire questa possibilità dopo quel fallito tentativo. Anche qui entra in gioco la logica distorta della disperazione. La strada della guerra, dell’occupazione, del terrorismo, dell’odio, l’abbiamo provata decine di volte senza stancarci né scoraggiarci. Come mai invece ci affrettiamo a respingere definitivamente quella della pace dopo un solo fallimento?

Israele, naturalmente, ha molte ragioni di preoccuparsi, di stare in ansia. Ma proprio davanti a pericoli e minacce la disperazione e l’inazione non possono essere considerate una linea politica efficace. L’attuale governo israeliano, come i suoi predecessori, si comporta come se fosse prigioniero della disperazione. Non ricordo di aver mai sentito un discorso di seria speranza da parte di Netanyahu, dei suoi ministri e dei suoi consulenti. Nemmeno una parola sul sogno di vivere in pace, sulle possibilità racchiuse in un simile ideale, o sull’opportunità che Israele si inserisca in un intreccio di nuove alleanze e interessi in Medio Oriente. Come ha fatto la speranza a trasformarsi in un termine volgare, colpevolizzante, secondo per pericolosità soltanto a “pace”? Guardateci: il paese più forte della regione — una potenza, in termini locali — che gode dell’appoggio quasi inconcepibile degli Stati Uniti, della simpatia e del sostegno di Germania, Inghilterra e Francia, dentro di sé si considera ancora una vittima impotente. E si comporta come tale: vittima delle proprie paure, reali o immaginarie, delle atrocità sofferte in passato, degli errori di vicini e nemici.

Quale speranza ci può essere in una situazione tanto difficile? Una ce n’è, malgrado tutto. La speranza che, senza ignorare i pericoli e le numerose difficoltà, si rifiuta di vedere solo quelli. La speranza che, se le fiamme del conflitto si affievoliranno, potrebbero ancora emergere, a poco a poco, i tratti sani ed equilibrati dei due popoli sui quali comincerà ad agire il potere terapeutico della quotidianità, della saggezza della vita, del compromesso, di una sensazione di sicurezza esistenziale grazie alla quale poter crescere i figli senza la minaccia della morte, senza l’umiliazione dell’occupazione, senza la paura del terrorismo, e aspirare a un tessuto di vita semplice, familiare, fatto di lavoro e di studio.

Oggi, nei due popoli, agiscono quasi esclusivamente agenti di disperazione e di odio. Potrebbe essere quindi difficile credere che la visione che ho prospettato sia possibile. Ma una realtà di pace comincerà a forgiare agenti di speranza, di vicinanza e di ottimismo, che abbiano un interesse concreto e privo di risvolti ideologici a creare sempre più contatti con i membri dell’altro popolo. Forse, un giorno, fra molti anni, ci saranno un riavvicinamento più profondo e persino rapporti di amicizia tra questi due popoli. Tra questi esseri umani. Non sarebbe la prima volta nella storia.

Io mi aggrappo a questa speranza e la custodisco in me perché voglio continuare a vivere qui. Non posso permettermi il lusso della disperazione. La situazione è troppo grave per esse- re lasciata ai disperati e, accettarla con rassegnazione, sarebbe di fatto un’ammissione di sconfitta. Non una sconfitta sul campo di battaglia ma una sconfitta umana. Nel momento infatti in cui accettiamo che la disperazione ci governi qualcosa di profondo e di vitale in noi esseri umani ci viene negato, ci viene portato via. Chi segue una linea politica che, di fatto, non è che una sottile patina di rivestimento di un sentimento di profonda disperazione, mette in pericolo l’esistenza di Israele. Chi si comporta in questo modo non può sostenere di «essere un popolo libero nella nostra terra». Può forse cantare la Tikvah, la Speranza, il nostro inno nazionale, ma nella sua voce, al posto della parola «speranza», echeggerà «disperazione ». «Una disperazione di duemila anni».

Noi, che da moltissimi anni chiediamo la pace, continueremo a insistere sulla speranza. Una speranza consapevole e che non si dà per vinta. Che sa di essere, per israeliani e palestinesi, l’unica possibilità di sconfiggere la forza di gravità della disperazione.