giovedì 8 agosto 2013

David Lloyd George: dalla Dichiarazione Balfour all'infamia del White Paper. Gli inglesi non mantennero il patto con la comunità ebraica




David Lloyd George fu il Primo Ministro inglese con cui la Gran Bretagna aveva vinto la Prima Guerra Mondiale e sotto il cui governo era stata stilata la Dichiarazione Balfour. Nel 1939 si schierò contro il MacDonald White Paper (l'infame documento che faceva seguito al Libro Bianco di Churchill del 1922) con cui, di fatto, si impediva agli Ebrei l'ingresso in Palestina, proprio nel momento in cui in Europa si faceva sempre più incalzante l'incubo nazista.


Questo il suo discorso alla radio, a 6 giorni dall'approvazione del documento:


Poiché ero primo ministro nel momento di avvio della famosa Dichiarazione Balfour, naturalmente ero associato molto strettamente con tale eminente statista nella preparazione del documento (...) uomini di tutte le correnti erano impegnati nella preparazione di tale documento. E' utile a questo punto rendere noti alcuni dei fatti che ci hanno spinti a perseguire questa politica.Venticinque anni fa l'impero Britannico si trovava impegnato per la causa della giustizia internazionale in una lotta per la vita o per la morte contro il più formidabile impero militare del mondo. Nel 1917 il conflitto aveva raggiunto una fase critica, quando l'esito appariva più che mai incerto. Sulla bilancia il peso della vittoria sembrava pendere dalla parte dei militaristi tedeschi. Per raggiungere il loro obiettivo, i leader di entrambe le parti in questo conflitto, facevano ogni sforzo per attirare dalla loro parte tutte le forze e le risorse disponibili, interne e neutrali. 
Gli alleati, come anche i loro nemici, avevano capito l'indubbia influenza e le opportunità che gli Ebrei discendenti della grande diaspora avrebbero potuto avere ed usare in punti vitali del vasto campo di battaglia. I combattenti entrarono quindi in una gara per la cattura di tale influenza. Entrambe le parti proposero ai leader ebraici, come ricompensa del loro sostegno, che in caso di vittoria avrebbero assicurato ad Israele la realizzazione dei suoi sogni, il restauro di una Casa per i suoi Figli nella terra che è stata resa immortale dal contributo che i loro antenati, in quel luogo, hanno dato per tutto ciò che vi è di più nobile nella nostra civiltà. 
Gli Ebrei hanno scelto di accettare la nostra parola a preferenza di quella data loro dai tedeschi. La famosa dichiarazione Balfour sulla creazione di una patria per gli ebrei nella terra di Canaan non è stata un'offerta scaturita dalla nostra grazia sovrabbondante. E' importante e si deve tenere ben presente che si trattava di un patto che richiedeva il contraccambio per la valida offerta fatta a noi: l'effettivo sostegno degli ebrei di tutto il mondo per causa alleata, particolarmente in America, in Russia e nell'Europa Centrale. Tutti i partiti, Conservatori, Liberali, Socialisti, senza eccezioni e senza proteste accettarono questa dichiarazione non solo in Gran Bretagna, ma in tutti i paesi alleati e associati. 
Gli Ebrei hanno lealmente mantenuto la loro parte del patto, adesso noi stiamo cercando di scivolare fuori dalla nostra parte. Le maliziose manovre operate negli ultimi anni da Italiani e Tedeschi in mezzo ad una piccola parte degli Arabi ci hanno spinto a compiere un atto di nazionale perfidia che porterà disonore al nome britannico. Ci ha già inimicato la potente comunità degli Ebrei, che raggiunge in complesso un totale di 17 milioni di persone, residenti in ogni parte del globo. Prenderà forza la profonda e disastrosa convinzione che la nostra parola d'onore non può più essere creduta se il mantenerla ci costa qualcosa. Fino a poco tempo fa la Gran Bretagna era considerata un Paese che mantiene sempre la sua parola, adesso corre il rischio di perdere questa onorevole fama. La maggior parte dei nostri problemi in questi ultimi anni è venuta dal fatto che ogni volta che la nostra parola data si è scontrata con qualche difficoltà il nostro sì non è stato più sì, e il nostro no, non è stato più no. Il nostro tragitto da Pechino al Monte Sion, è pieno di promesse non mantenute. 
Concludo citando un grande detto di Mr. Eden: "Non si può costruire la pace nel mondo se non sulla base della buona fede internazionale".


_____________________
la trascrizione del discorso di David Lloyd George è stata tratta dalla traccia audio pubblicata a questo indirizzo: http://www.ilvangelo-israele.it/approfondimenti/Imbroglio_britannico.html, ringraziamo gli autori per aver reso disponibile nel web questo fondamentale documento.

Israele e UNRWA, un rapporto difficile




Ridurre i danni causati dall'Unrwa 
di Steven J. Rosen e Daniel Pipes


Chi muove delle critiche all'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'assistenza ai profughi palestinesi (Unrwa), l'organizzazione che ha il compito di sorvegliare i rifugiati palestinesi, tende a concentrare l'attenzione sui suoi errori. I campi dell'agenzia sono ricettacoli per terroristi. La sua burocrazia è congestionata e nel suo libro paga figurano dei radicali. Le sue scuole insegnano l'incitamento all'odio. I suoi registri puzzano di frode. Le sue politiche incoraggiano una mentalità vittimistica.

   Tuttavia, il problema più importante dell'Unrwa è la sua missione. Da oltre sessant'anni, è diventata un'agenzia che perpetua il problema dei rifugiati piuttosto che contribuire a risolverlo. L'Unrwa non opera per trovare una sistemazione ai profughi; invece, registrando di giorno in giorno sempre più nomi di nipoti e pronipoti che non si sono mai spostati dalle loro abitazioni né hanno mai abbandonato il loro impiego, e inserendoli in modo fittizio nella lista dei "rifugiati", li si aggiunge al numero dei rifugiati che hanno dei motivi di risentimento nei confronti di Israele. Ormai, questi discendenti costituiscono oltre il 90 per cento dei rifugiati dell'Unrwa.

   Inoltre, l'agenzia viola la convenzione sui rifugiati esigendo che quasi due milioni di persone cui è stata data la cittadinanza in Giordania, in Siria e in Libano (e che costituiscono il 40 per cento dei beneficiari dell'Unrwa) siano ancora rifugiati.

   Come risultato di queste pratiche, invece di diminuire grazie alla dislocazione in una nuova zona o in un nuovo paese e al logorio naturale, il numero dei rifugiati dell'Unrwa è aumentato costantemente dal 1949, passando da 750.000 a quasi 5milioni. Di questo passo, i rifugiati dell'agenzia dell'Onu supereranno gli 8milioni nel 2030 e i 20milioni nel 2060, i suoi campi e le sue scuole promuoveranno incessantemente il futile sogno in base al quale questi milioni di discendenti un giorno faranno "ritorno" nelle case dei loro avi in Israele. Quand'anche il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ammettesse che l'invio di cinque milioni di palestinesi [in Israele] significherebbe "la fine di Israele", è chiaro che l'Unrwa ostacola la risoluzione del conflitto.

Un murales che ritrae Ayat al-Akhras, una kamikaze palestinese, 
sul muro di una scuola dell'Unrwa, nel campo profughi di Deheishe, vicino a Betlemme.


   I funzionari del governo israeliano sono ben consapevoli del fatto che l'Unrwa perpetui il problema dei rifugiati e conosce bene le sue pecche. Detto questo, lo Stato di Israele ha un rapporto lavorativo con quest'agenzia delle Nazioni Unite e guarda a essa per assolvere e garantire certi servizi.

   La politica di cooperazione di Israele è cominciata nel 1967 con lo scambio di missive dell'accordo Comay-Michelmore, il carteggio in cui Gerusalemme prometteva "la piena cooperazione delle autorità israeliane (…) [per] facilitare il compito dell'Unrwa". Questa linea politica continua a essere osservata; nel novembre 2009, un rappresentante israeliano confermò "un impegno continuo a rispettare l'accordo" delle missive del 1967 e a sostenere "l'importante missione umanitaria dell'Unrwa". Egli promise altresì di mantenere "un coordinamento stretto" con l'Unrwa.

   I funzionati israeliani distinguono fra il ruolo politico negativo dell'Unrwa e quello più positivo di servizio sociale che fornisce assistenza principalmente medica e educativa. Essi apprezzano che l'Unrwa, con i fondi messi a disposizione dai governi stranieri, aiuti un terzo della popolazione in Cisgiordania e tre quarti nella Striscia di Gaza. Senza questi fondi Israele potrebbe dover affrontare una situazione esplosiva sui propri confini e le pretese della comunità internazionale che, raffiguratolo come la "potenza occupante", esigono che esso si prenda cura di questa gente. Nei casi estremi, le Forze di difesa israeliane sarebbero dovute entrare nelle zone ostili per sovrintendere al funzionamento delle scuole e degli ospedali, tutto a carico dei contribuenti israeliani - una prospettiva assai poco attraente.

   Come riassume un funzionario beninformato, l'Unrwa gioca "un ruolo determinante nel fornire aiuti umanitari alla popolazione civile palestinese che deve essere mantenuta".
Questo spiega perché quando degli amici stranieri di Israele cercano di sospendere i finanziamenti all'Unrwa, Gerusalemme invita alla prudenza o addirittura ostacola questi sforzi. Ad esempio, nel gennaio 2010, il governo canadese di Stephen J. Harper annunciò che avrebbe reindirizzato gli aiuti dell'Unrwa all'Autorità palestinese (Ap) per "assicurare la responsabilità finanziaria e favorire la democrazia nell'Ap". Anche se il B'nai B'rith del Canada ha dichiarato con orgoglio che "il governo ha prestato ascolto" al suo consiglio, i diplomatici canadesi hanno asserito che Gerusalemme ha pregato i canadesi di ricominciare a finanziare l'Unrwa.

   Un altro esempio: nel dicembre 2011, il ministro degli Esteri olandese asserì che il suo governo "avrebbe rivisto" la propria politica verso l'Unrwa per poi dire in seguito, in via confidenziale, che Gerusalemme gli aveva chiesto di lasciare stare i finanziamenti dell'Unrwa.

   Il che c'induce al seguente interrogativo: si possono conservare gli elementi dell'Unrwa utili a Israele senza perpetuare lo status di rifugiati?

   Sì, è possibile, ma questo comporta che sia separato il ruolo dell'Unrwa di organismo che fornisce servizi sociali da quello che consiste nel produrre sempre più "rifugiati". Contrariamente alla sua prassi di registrare i nipoti come rifugiati, la Sezione III.A.2 e la SezioneIII.B delle "Prassi consolidate sull'Eleggibilità e la Registrazione" le permettono di fornire dei servizi sociali ai palestinesi senza definirli rifugiati. Questa disposizione è già in vigore: in Cisgiordania, ad esempio, il 17 per cento dei palestinesi iscritti nelle liste dell'Unrwa nel gennaio 2012 e aventi il diritto di usufruire dei suoi servizi non sono stati registrati come profughi.

   Poiché l'Unrwa agisce in base al mandato conferitole dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la sua automatica maggioranza contraria a Israele è pressoché impossibile imporre un cambiamento. Ma i principali donatori dell'Unrwa, a cominciare dal governo Usa, dovrebbero smetterla di essere complici della perpetuazione da parte dell'Unrwa dello status di rifugiati.

   Washington dovrebbe trattare quest'agenzia dell'Onu come un mezzo per fornire servizi sociali e niente più. Si dovrebbe insistere sul fatto che i beneficiari dell'Unrwa che non sono mai stati spostati o che hanno già la cittadinanza in altri Paesi, anche se forse non hanno diritto a fruire dei servizi dell'Unrwa, non sono dei rifugiati. Stabilire questa distinzione permette di risolvere un'importante questione nelle relazioni arabo-israeliane.



Pezzo in lingua originale inglese: Lessening UNRWA's Damage 

(The Jerusalem Post, 10 luglio 2012 - trad. Angelita La Spada)


Pallywood ha fatto scuola: Egitto 2013, ciack si gira!


Provate a pensare alle notizie che riceviamo dal Medio Oriente. Quando le leggiamo dai giornali, queste sono sempre corredate di foto illustrative, foto che a volte dicono molto di più delle parole e si imprimono nel  nostro subconscio. Ci siamo mai domandati che cosa ci sia realmente dietro a quelle foto?
Prendiamo un esempio dall'attualità, in Egitto la popolazione manifesta a favore dell'ex presidente Morsi, diamo un'occhiata a queste immagini...


Giovani manifestanti innalzano cartelli che inneggiano a Morsi, in primo piano un giovane si protegge dai lacrimogeni con una mascherina e tiene in mano un oggetto che sta per scagliare contro la polizia che li fronteggia...


Alla manifestazione partecipano anche alcune donne velate, negli scontri con le forze dell'ordine la donna ferita viene prontamente soccorsa da un medico, mentre la sua compagna si dispera. Il medico le tasta il polso per cogliere il battito, forse è già morta...


Ancora violenze, questa volta sembra molto grave, il ragazzo non dà cenno di vita ed ha un colorito grigiastro. In secondo piano un foto-giornalista documenta gli scontri...


Altri manifestanti innalzano cartelloni dedicati a Morsi "Beloved President"... ma aspettate un momento!
A parte le poche persone inquadrate si vede benissimo che la strada è semi-deserta. Ben misera manifestazione per un presidente così amato dal popolo... La donna in primo piano sorride serena, ma non si è resa conto dell'ecatombe? Subito a sinistra un uomo giace a terra ferito e soccorso da amici e a destra riconosciamo il gruppetto delle due donne velate in nero con il medico che le soccorre. Addirittura c'è un fotografo che incurante del pericolo dà le spalle alle forze dell'ordine da cui si presume arrivino proiettili di gomma e lacrimogeni...

Ma su, non sarete mica così ingenui?! Non lo vedete che è uno stage fatto apposta per i media occidentali?
Cartelli in inglese, gente giovane, par condicio di donne e uomini, veli di ogni sorta a seconda delle preferenza, facce sorridenti o tragedie alla bisogna.


Questo è il Medio Oriente, signori miei, CIACK SI GIRA!!!


E ora, guardatevi l'intero video su youtube a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=fYbW_ukhfjQ&feature=youtu.be che ne pensate? Non vi sentite lievemente presi in giro? O forse il fine giustifica i mezzi?
Sapete che questi scatti verranno venduti a caro prezzo alle grandi agenzie di stampa internazionali e ce le ritroveremo su Repubblica, la Stampa, il Giornale, ovunque! Come faremo a quel punto a capire che cos'è la verità? Come distinguere la menzogna dalla notizia?


Ma d'altra parte ci aveva già avvertiti Ruben Salvadori, è bene fare un po' di memoria, qui il link all'intervista: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/ruben-salvadori-market-non-verita.html

I casi di "staging" vero e proprio in Medio Oriente sono all'ordine del giorno, date uno sguardo anche a questo: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/david-goldstein-pour-haabir-haisraeli.html

mercoledì 7 agosto 2013

Antisionisti a 5 stelle? Risponde Furio Colombo





LETTERA - IL FATTO – 31- luglio 2013 pag. 23

Caro Colombo,

Ho letto con sorpresa e stupore questa frase : "Io sono antisionista. Per me il sionismo è una piaga”. E' di un membro del Parlamento, giovane e nuovo, di quelli che avrebbero aperto e cambiato il Parlamento italiano. La frase è del giovane cittadino-deputato Paolo Bernini, Cinque stelle, che ha guidato una visita del suo partito in Medio Oriente. E per poter formarsi un'opinione completa ed equilibrata, tranne l'aeroporto, ha evitato di visitare Israele o incontrare israeliani. La frase è suonata un bel regalo a Priebke nel giorno del centesimo compleanno del boia delle Ardeatine.

Renato

….

Sono meravigliato anch'io della frase, detta dal deputato Cinque stelle Paolo Bernini, che avrei immaginato impegnato a difendere ciò che resta della funzione del Parlamento e delle libertà italiane (così ci avevano promesso) e lo trovo indaffarato in un cattivo giudizio su Israele (che però non vuole conoscere) nel momento in cui a Washington iniziano, dopo una interruzione di molti anni, nuovi  negoziati di pace con i Palestinesi.
Ciò che stupisce è che il "nuovo" Bernini ripeta  un luogo comune anti-Israele e anti-ebraico che, in Italia,   comincia in alcuni partiti e in Parlamento (provocando la reazione appassionata del Presidente della Assemblea Costituente e primo firmatario della Costituzione Italiana Terracini) subito dopo la Resistenza. Hanno militato con fierezza contro il Sionismo (anche per rapporti stretti o con il passato o con lo stalinismo) sia i neo-fascisti del dopo Resistenza (gli studenti del FUAN, che era allora il movimento universitario di estrema destra, comparivano alle dimostrazioni con la kefiah) sia i comunisti che credevano di combattere l'imperialismo americano (alcuni  gradatamente recuperati alla ragione da grandi sopravvissuti diventati deputati PC, come Giorgina Arian Levi, e da giovanissimi dirigenti di allora come Piero Fassino).
Come tutto ciò che è senza fondamento e senza alcuna conoscenza storica l'antisionismo ha messo radici profonde, e benché fosse stato il pezzo forte della propaganda hitleriana, è restato stabilmente bandiera non solo di Forza Nuova o Casa Pound (è spiegabile) ma anche di una parte della sinistra. Gli uni e gli altri  non hanno mai voluto sapere di grandi personaggi israeliani di pace come Rabin, di tre accordi di pace quasi conclusi e poi sospesi senza trame o colpe di Israele, e del fatto che Israele, unico Paese democratico nell'area, può avere governi che piacciono o che non piacciono (pensate all'Italia!) ma  resta un luogo libero con opinioni diversissime e in continuo cambiamento.

Che cosa ci  farà Cinque Stelle in compagnia del più antico pregiudizio di parti immobili di retro cultura del passato? Chi può avere scaricato su gente giovane votata al nuovo un pezzo così pesante del nostro peggior  passato?

Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane, tenta, con mitezza e chiarezza, di spiegarglielo (Il  Corriere della Sera, 28 luglio). Ricorda  giustamente che il Sionismo (un popolo che ha subito mille persecuzioni e mille deportazioni , fino all'orrore della Shoah, aspira ad avere una patria, esattamente come il lungo viaggio italiano fra Petrarca e Leopardi ) è in tutto simile al Risorgimento italiano, negato solo dai secessionisti della Lega Nord (quando c'erano e spadroneggiavano, per gentile concessione di Berlusconi).
Ma i Cinque Stelle sono giovani. Si può sperare in una chiara e intelligente rettifica del cittadino Bernini e degli altri cittadini-deputati che dovrebbero capire di essere stati in pessima compagnia? Sono sicuri che sia un buon modo di spendere i soldi dei contribuenti questo andare senza ragione in cerca di “nemici" che questo stesso loro Paese ha perseguitato e fatto morire durante il fascismo, e che è stato liberato dal fascismo anche dalla partecipazione volontaria alla guerra di Liberazione dalle Brigate Ebraiche ?

FURIO COLOMBO



________________

Ci teniamo a precisare che, contrariamente a quanto affermato dal lettore del Fatto Quotidiano, Paolo Bernini non ha guidato la delegazione dei parlamentari 5 stelle in Palestina, che è invece stata guidata dalla ex europarlamentare di Rifondazione Comunista, Luisa Morgantini. Per la precisione Bernini non ha preso neanche parte al viaggio, ma ha rilasciato questa dichiarazione estemporanea sulla sua adesione all'antisionismo tramite la sua pagina personale di facebook.

Da quell'affermazione, come auspicato da Colombo, si sono poi dissociati i parlamentari 5 stelle con una lettera ufficiale indirizzata alla comunità ebraica che ha aperto un intenso dibattito sulla pagina personale del deputato Manlio di Stefano.

Musica per la fratellanza? No, grazie!



L'analisi di Federico Steinhaus 

Una fiammella di speranza, subito spenta dal gelido vento dell'estremismo

La somma di due eventi positivi può sfociare in un risultato devastante? Nel mondo arabo sì, a quanto pare. Nel campo profughi di Jenin, tristemente noto a chiunque segue le vicende della regione, è stata formata una piccola orchestra di 13 musicisti dagli 11 ai 18 anni, maschi e femmine. Questa piccola orchestra ha deciso di chiamarsi "Strumenti a corda della pace". Già questa notizia da sola ha la capacità di aprire i nostri cuori alla speranza: ma allora non tutti i giovani sono stati avvelenati nell'animo dalla propaganda dell'odio a loro dedicata dalla televisione e dalle scuole palestinesi? Evviva! Ma non basta. Questa orchestra è andata a suonare a Holon, in Israele, per un gruppo di sopravvissuti alla Shoah. Magnifico! Commovente! I primi brani eseguiti sono stati la canzone araba "Noi cantiamo per la pace" e due brani per violini e tamburi arabi. Un brano è stato perfino dedicato al soldato Shalit, rapito da Hamas 1000 giorni or sono. Già. Ma al rientro a Jenin le autorità politiche palestinesi hanno sciolto questa orchestra "di pace", la cinquantenne direttrice del gruppo Wafa Younis è stata espulsa dal campo profughi ed il suo appartamento è stato chiuso. Leaders ed attivisti del campo profughi hanno affermato che l'Olocausto è un "problema politico" e che la partecipazione dei bambini al concerto rappresentava "una questione pericolosa" in quanto si contrapponeva alla identità culturale e nazionale palestinese. "Elementi sospetti" si celavano dietro questa vicenda allo scopo di sminuire l'eroismo dei residenti del campo profughi durante l'invasione israeliana del 2002. Il portavoce di diversi gruppi politici del campo, Ramzi Fayad, ha condannato questo evento affermando che esiste una ferma opposizione a qualsiasi forma di normalizzazione con Israele. 


(Informazione Corretta, 30 marzo 2009) 

“Europe’s Hidden Hand”, chiediamo trasparenza in Europa!


Ancora finanziamenti a scatola chiusa?

L’Unione Europa finanzia ong che di fatto promuovono il conflitto
L’Unione Europea versa denaro pubblico a organizzazioni non governative (ong) impegnate in varia misura in attività anti-israeliane, contraddicendo la propria stessa politica. È quanto emerge da un nuovo rapporto intitolato “Europe’s Hidden Hand” (La mano nascosta dell’Europa), pubblicato la scorsa settimana a Gerusalemme dall’organizzazione “NGO Monitor”.
Il rapporto rivela che, tra il 2005 e il 2007, la UE ha versato decine di milioni di euro dei contribuenti europei a ong le cui attività sono in diretta contraddizione con la politica dichiarata della UE stessa. Il rapporto di 50 pagine documenta inoltre una carenza di trasparenza e di responsabilità nella gestione dei fondi elargiti dalle UE alle ong.
Il documento analizza il processo di distribuzione dei fondi a tutta una serie di ong politicamente orientate, fra cui Christian Aid, Adalah, Machsom Watch e Israel Committee Against House Demolitions. Secondo NGO Monitor, molte di queste organizzazioni parteciparono attivamente alla famigerata Conferenza di Durban del 2001 (rimasta celebre come un’invereconda kermesse di propaganda anti-israeliana e anti-ebraica), e fanno costante riferimento a Israele come “lo stato razzista dell’apartheid”. Si tratta inoltre di ong che promuovono attivamente campagne per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Alcune propugnano apertamente “la cancellazione di Israele attraverso la creazione di uno stato unico” di Palestina.
“NGO Monitor” sottolinea come queste posizioni siano “in totale contraddizione” con gli impegni assunti dalla UE nell’ambito della Road Map – promossa dal Quartetto Usa, Ue, Russia, Onu – che esplicitamente prevede la coesistenza pacifica fra lo Stato di Israele e uno Stato palestinese.
Cosa preoccupante, prosegue il rapporto, queste ong esibiscono spesso apertamente il logo della UE sui loro materiali propagandistici, mettendo in questo modo sotto il patrocinio della UE le loro posizioni estremiste contrarie alla politica della UE stessa.
Nel rapporto, “NGO Monitor” dice d’aver contattato un certo numero di funzionari UE che tuttavia hanno per lo più dimostrato di “non potere o non volere” fornire le necessarie informazioni circa le politiche di finanziamento e il processo decisionale in questo campo. “La UE – si legge nel rapporto – predica trasparenza e responsabilità, ma non fa mostra né dell’una né dell’altra nei suoi finanziamenti a ong che perseguono obiettivi politici di parte. Nonostante le decine di milioni di euro versati dai contribuenti, non sembra esistere alcun quadro uniforme né un database centralizzato da cui ottenere informazioni circa i finanziamenti alle ong: i dati risultano assai spesso celati sotto molti strati di burocrazia. Inoltre, appaiono estremamente vaghe linee guida circa i finanziamenti alle ong, cosa che lascia le decisioni in merito alla mercé delle bizze e dei pregiudizi di anonimi funzionari della Commissione Europea che non sembrano rendere conto a nessuno”.
Il rapporto chiede alla UE di cambiare politica circa i fidanzamenti alle ong e di istituire chiare linee guida che siano in grado di precludere l’acceso ai finanziamenti alle ong che di fatto “promuovono il conflitto”. Se tali cambiamenti non verranno introdotti, continua il rapporto, la conseguenza sarà che la UE “si renderà nuovamente responsabile di finanziamenti che permettono a queste ong di continuare a demonizzare e delegittimare Israele”.
“Europe’s Hidden Hand” è il primo studio che analizza in modo sistematico i fondi UE alle ong. Un parlamentare europeo lo ha già utilizzato per fare pressione sulla Commissione affinché renda conto della politica e dei meccanismi in vigore a questo riguardo.
“Per troppo tempo – afferma il direttore di NGO Monitor, prof. Gerald Steinberg – la UE ha nascosto i finanziamenti diretti a ong palestinesi, europee e israeliane altamente faziose che, sotto la facciata della pace, del dialogo e dei diritti umani, di fatto promuovono la continuazione del conflitto. Il nostro rapporto chiama la UE ad esercitare su se stessa la trasparenza e la responsabilità che predica agli altri, e a garantire che i finanziamenti alle ong non erodano i valori e le politiche della stessa Unione Europea”.
(Da: Jerusalem Post, 1.04.08)

Verso Durban 2: le ombre sulla Conferenza Onu di Ginevra



di Stefano Magni, 18 Aprile 2009


Perché mai si dovrebbe disertare una conferenza Onu che ha il nobile intento di sradicare la discriminazione e la xenofobia? L’Italia è stata la prima nazione europea a chiamarsi fuori dalla conferenza contro il razzismo di Ginevra e, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Franco Frattini, non dovrebbe cambiare rotta. Israele è stata la prima nazione nel mondo a denunciarne il carattere tendenzioso e a disertare l’evento. Stati Uniti e Canada si sono ritirati subito dopo. La Germania e l’Olanda potrebbero non partecipare ai lavori che iniziano lunedì prossimo.
Questi Stati democratici e liberali sono improvvisamente diventati tutti razzisti? Tutto sommato, leggendo l’ultima bozza della Dichiarazione alla base della conferenza (presentata mercoledì scorso dopo numerose modifiche), non si trova altro che il normale insieme di argomenti contro il razzismo e la discriminazione. Ma non è per razzismo che così tanti governi democratici hanno deciso di non partecipare all’evento. La conferenza di Ginevra, infatti, si ripromette di completare e ampliare i lavori della conferenza di Durban (non a caso l’evento di Ginevra è stato ribattezzato Durban 2) dell’agosto 2001. Durban si risolse in una gigantesca kermesse anti-israeliana, in cui fu chiesto di ripristinare la risoluzione Onu del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo (approfondisci qui con il discorso di Herzog all'ONU e le slide riassuntive del rapporto Israele-ONU).

Nella dichiarazione finale delle Ong del 2001 si leggeva chiaramente questo obiettivo: “Il popolo palestinese ha diritto di resistere all’occupazione con ogni mezzo nei limiti della legge internazionale fino al raggiungimento dell’autodeterminazione e alla fine del sistema razzista israeliano, compresa la sua forma di apartheid”.
Riguardo allo Stato ebraico, si legge nel paragrafo successivo: “continue violazioni della convenzione di Ginevra, atti di genocidio e di pulizia etnica costituiscono la forma di apartheid praticata da Israele. Un aspetto rilevante di questo sistema razzista israeliano è la negazione del diritto al rientro dei profughi palestinesi, sancito dalla legge internazionale”.


Volantino distribuito dalle ONG partecipanti alla Conferenza Onu di Durban 


Non è un caso che la conferenza di Durban, nel 2001, divenne un linciaggio generale contro le delegazioni israeliane ed ebraiche. I continui riferimenti all’apartheid nella terra della segregazione incitarono l’odio delle delegazioni internazionali, e dell’opinione pubblica locale contro i gruppi che ancora osavano sventolare la stella di David. Joelle Fiss, attivista belga degli studenti ebrei europei, riporta chiaramente nel suo “Diario da Durban” numerosi episodi di violenza verbale e fisica contro le delegazioni ebraiche, più la diffusione di libelli antisemiti distribuiti dalle organizzazioni non governative arabe e islamiche di cui esiste ampia documentazione. In un volantino della comunità musulmana sudafricana, divenuto ormai celebre, Hitler si chiede “E se avessi vinto?” e la risposta, consolante per tutto il mondo arabo è: “Oggi Israele non esisterebbe e non ci sarebbe il bagno di sangue palestinese”. La testimonianza di Joelle Fiss rivela tutto lo sconcerto di chi, convinto di aver aderito a un evento mondiale contro il razzismo, si è trovato improvvisamente “in compagnia” di organizzazioni islamiche radicali come Hamas e Hezbollah, di movimenti jihadisti vicini a Bin Laden, di regimi dittatoriali pronti a chiedere l’annientamento di un intero popolo sulle orme di Hitler.

Il rischio che la conferenza di Ginevra diventi la replica di quello scandalo è molto forte. Già da oggi, a Ginevra sono iniziati i lavori di una conferenza del “Forum della Società Civile, la “Israel Review Conference”, il cui titolo è già un pamphlet anti-sionista: “United Against Apartheid, Colonialism and Occupation: Dignity & Justice for the Palestinian People” (Uniti contro l’apartheid, il colonialismo e l’occupazione: dignità e giustizia per il popolo palestinese). I sintomi di una nuova kermesse anti-sionista ci sono tutti, a partire dalla presenza, in qualità di vicepresidente, di Mahmoud Ahmadinejad. Proprio il presidente iraniano che chiede la distruzione di Israele, nega l’Olocausto e discrimina sistematicamente le donne e le minoranze religiose nel suo Paese, sarà sul podio in una conferenza Onu contro il razzismo.
Una conferenza il cui comitato preparatore è stato guidato dalla Libia: una dittatura che si è macchiata di crimini contro gli immigrati neri provenienti da tutta l’Africa, brutalmente deportati nel Sahara o lasciati linciare in numerosi pogrom nelle città libiche.
Un evento, quello di Ginevra, finanziato anche dall’Arabia Saudita, il regno integralista musulmano che addirittura separa le autostrade, non permettendo ai non musulmani di avvicinarsi ai luoghi santi della Mecca e di Medina. Lo stesso regno in cui le donne non possono neppure uscire di casa senza il consenso di un maschio della loro famiglia, non possono guidare un’automobile, hanno la metà dei diritti degli uomini quando sono di fronte a un giudice.

Nelle conferenze regionali preparatorie di Durban 2, l’Organizzazione della Conferenza Islamica ha chiesto di limitare la libertà di espressione, con una nuova legislazione internazionale, al fine di rispettare l’identità religiosa. E’ una richiesta che mina un diritto fondamentale riconosciuto dalla Dichiarazione Universale e che ha provocato la reazione di un’ottantina di Ong occidentali (fra cui il Partito Radicale Transnazionale e UnWatch, l’organizzazione che guida la “resistenza” contro Durban 2), ma che rischia ancora di condizionare i lavori, vista la presenza massiccia di regimi islamici ai lavori di Ginevra. Il Pakistan propone addirittura di rendere il “vilipendio alla religione” un crimine contro l’umanità.
Questi sono solo alcuni dei rischi che si correrebbero se si decidesse di legittimare la conferenza di Ginevra.

Il timore espresso dai Paesi scettici o assenti, Italia compresa, è quello di un “dirottamento” della causa antirazzista. In realtà, a ben vedere, leggendo attentamente le numerose bozze di Dichiarazione che si sono succedute in questi mesi, il “dirottamento” è insito nello stesso concetto teorico dell’antirazzismo. La Dichiarazione di Durban e il Programma di Azione (che viene ribadito e promosso anche dalla conferenza di Ginevra) si basano tutti sul principio della “affirmative action”, l’azione del governo volta a rimuovere le barriere sociali e culturali giudicate discriminatorie nei confronti di una minoranza. Già così si è fuori dal concetto classico di antirazzismo, basato sull’eguaglianza dei diritti individuali e sulla rimozione delle leggi statali discriminatorie: nel momento in cui lo Stato (Stato nazionale o organismo internazionale) interviene attivamente per tentare di garantire pari dignità ad ogni cultura, concedendo nuovi diritti all’uno o all’altro gruppo, siamo in presenza di un vero e proprio razzismo alla rovescia. Ogni gruppo sarà sicuramente indotto a chiedere e rivendicare maggiori diritti per sé, anche se a danno di altri. Dopodiché è solo una questione di gusti: ci sarà sempre chi, nel nome della tutela della dignità del proprio gruppo etnico o religioso, chiederà la soppressione della libertà di espressione, chi la soppressione della libertà di culto e chi, in modo più radicale, la soppressione di un intero Stato giudicato come “un sistema razzista”.

_________________

Titolo originale:
Non tornare indietro sul boicottaggio
Durban 2, il nemico non è il razzismo ma la libertà di espressione
di Stefano Magni, per L'Occidentale
http://www.loccidentale.it/node/69916