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giovedì 2 agosto 2018

Hamas smentisce il Corriere della Sera




“Quella bambina non l’ha uccisa Israele”Hamas smentisce i media ma il caso è diventato virale sui nostri giornali e tv

“Layla al Ghandour è il volto del massacro di Gaza”, aveva titolato al Jazeera, infiammando la rabbia del mondo arabo-islamico. La foto della bambina palestinese di otto mesi morta il 14 maggio al confine con Israele ha fatto subito il giro di tutti i media occidentali, Corriere della Sera compreso che l’aveva messa in prima pagina. Nessuno aveva resistito: “Strage a Gaza, anche una neonata”, un’agenzia di stampa. “Una bambina muore nella nube di Gaza”, scandiva il Los Angeles Times. “Una bambina di Gaza muore, è nato un simbolo” riferiva il New York Times nel servizio di Declan Walsh. “Orrore: bambina uccisa nella repressione israeliana” proseguiva l’Huffington Post. “Il volto angelico di una bambina di otto mesi uccisa dal gas a Gaza”, ammoniva il Mirror. Ansamed: “59 morti, fra cui una bambina di otto mesi uccisa dal gas”. “Una madre stringe la figlia di otto mesi uccisa dai soldati israeliani”, il titolo del Daily Mail. “Il bilancio delle proteste di Gaza sale a 61, bambina muore per lacrimogeni”, riportava il Washington Post. Dalla Rai alle tv europee, nei desk room era tutto un dire: “Hanno ucciso pure una bambina”. E Abu Mazen, il presidente “moderato” dell’Autorità palestinese, si è fatto fotografare in ospedale mentre sfoglia la stampa araba con una vignetta in prima pagina, dove un soldato israeliano asfissia una bambina palestinese. I paragoni non potevano mancare con Aylan Kurdi, il bambino morto annegato su una spiaggia turca, e Omran Daqneesh, ricoperto di sangue e polvere ad Aleppo. Anche il funerale orchestrato da Hamas per Layla a Gaza ha fatto il giro del mondo. Sulla Rai, Massimo Gramellini ha paragonato la foto di Layla a “un quadro di Caravaggio”.
Soltanto che ieri il ministero della Salute sotto la guida di Hamas a Gaza ha dichiarato di aver rimosso il nome della bambina dalla lista delle persone rimaste uccise negli scontri con le truppe israeliane. E’ lo stesso ministero che, una settimana prima, aveva detto che Layla era “morta per inalazione di gas lacrimogeni”. Il portavoce del ministero, il dottor Ashraf al Qidra, ha detto che un’indagine è stata effettuata e che “Layla al Ghandour non è elencata tra i martiri.”
Eppure, i media avrebbero potuto essere fin dall’inizio più cauti, visto che un medico di Gaza aveva dichiarato il giorno dopo all’Associated Press che la bambina aveva una malattia preesistente e di non credere che la sua morte fosse stata causata dai gas israeliani. Ma i giornali erano eccitati dal sangue e dai morti, non un dubbio su quei genitori palestinesi che portavano i bambini (in questo caso con una malattia cardiaca) a uno scontro in cui sanno che ci saranno i gas lacrimogeni e il fumo di pneumatici bruciati. Nessuno voleva dubitare della verità stabilita da “fonti mediche palestinesi”, quando si sa quanta libertà e trasparenza ci siano in quella regione. Ma Layla non era più una bambina, un essere umano, ma un simbolo politico, una causa. L’avvocato americano Alan Dershowitz ha scritto sul Jerusalem Post: “Hamas trae vantaggio da ogni morte che Israele causa accidentalmente. Per questo Hamas esorta donne e bambini a farsi martiri. Parlare di ‘strategia del bambino morto’ può sembrare crudele: infatti è una strategia crudele. Si deve accusare chi la utilizza cinicamente. E si devono accusare i mass-media che fanno il gioco di coloro che la utilizzano, quando si limitano a riportare il conteggio dei corpi e non la deliberata tattica di Hamas che porta a quel risultato“.
Israele è stato trasformato in un “babykiller”, da quegli stessi media che hanno glissato sui bambini israeliani di Sderot, di Sbarro, di Maalot, i Fogel, gli Hatuel, le vittime del terrore palestinese. Per loro non c’è Caravaggio. Il prossimo World Press Photo è già pronto per Haitham Imad, il fotografo che ha immortalato Layla fra le braccia della madre. “C’è una guerra e noi non siamo neppure sul campo di battaglia”, ha detto tre giorni fa Michel Oren, vice ministro israeliano per la Diplomazia, a proposito dei media. Il giornalismo ha svolto un ruolo centrale nell’attacco di quel lunedì al legittimo diritto di Israele di difendere i propri confini e cittadini. I media faranno ammenda ora che nuove informazioni sono venute alla luce? Ci vuole coraggio per ammettere di aver sbagliato.

lunedì 20 aprile 2015

Acquedotto Pugliese: non dà da bere, ma da mangiare (e fa politica)

Un recentissimo articolo tratto dall'ottimo blog "Il Borghesino" apre uno spiraglio davvero interessante sulle connessioni - purtroppo mai indagate finora dalla magistratura e mai sottoposte all'opinione pubblica - fra enti locali o partecipate in odor di corruttela e progetti "umanitari" da realizzarsi - guardacaso - proprio in terra palestinese. Questa volta si tratta della società Acquedotto Pugliese:


Acquedotto Pugliese: non dà da bere, ma da mangiare
(e fa politica)

martedì 24 marzo 2015




Apprendiamo dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno che l'Acquedotto Pugliese (AQP), società idrica partecipata al 100% dalla Regione Puglia, è in procinto di costruire un acquedotto di 7 chilometri in località Beit Ula, per «l’approvvigionamento idrico di 4.200 abitanti, attualmente sprovvisti di rete idrica». Nobile proposito, se non fosse che la cittadina in questione non si trova in Puglia nè tantomeno in Italia; bensì in provincia di Hebron, nel West Bank, territori sottoposti all'amministrazione dell'Autorità Palestinese del corrotto Abu Mazen.
Non è ben chiaro se questo progetto sia finanziato direttamente dall'AQP, o dall'ente controllante; nè l'entità dell'investimento previsto. Sfumature, formalismi, recriminazioni ragioneristiche, dal momento che la cassa esangue è rimpinguata in ogni caso dai contribuenti pugliesi. Ciò non ha rimosso il sorriso radioso di Nicola Costantino, amministratore unico della società idrica, volato in "Palestina", come riferisce l'estensore dell'articolo, assieme all'immancabile nutrita delegazione di politici.
Un viaggio che non ha portato fortuna; perché pochi giorni dopo Nicola Costantino è stato raggiunto da un avviso di garanzia: secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, i Carabinieri hanno sequestrato i fanghi prodotti dall'AQP e venduti come concime ad una cinquantina di aziende agricole. Sfortunatamente, però, i fanghi in questione contenevano metalli pesanti come ferro, mercurio e zinco, e idrocarburi altamente tossici per la salute. L'Acquedotto Pugliese avrebbe dovuto smaltire i rifiuti nocivi, seguendo le procedure previste dalla legge. Ma ciò comporta oneri non trascurabili: una incombenza insostenbile, per una società dall'agenda politica così brillantemente impegnata: costruire acquedotti costa non poco, a duemila chilometri di distanza dalla propria sede istituzionale.
Pazienza per i pugliesi: si abbevereranno e alimenteranno con prodotti della terra inquinati, ma "aiuteranno i palestinesi".
Pazienza se i palestinesi non hanno affatto bisogno di pomposi investimenti idrici, come ampiamente documentato in questi giorni dal corposo e dettagliato dossier di NGO Monitordi cui abbiamo dato conto.

Sede della Società Acquedotto Pugliese

Il Borghesino
vai all'articolo originale



venerdì 11 luglio 2014

Come sarebbe il mondo se vincesse Hamas?




di Pierpaolo Pinhas Punturello
9 luglio 2014

Un solo minuto. Per un solo minuto vorrei vedere come sarebbe il mondo se vincesse Hamas. Se i regimi come l'Iran avessero la meglio sull'occidente, se i talebani governassero sull'Afganistan, se i califfati di Iraq fossero regimi legittimamente accettati dall'ONU. Vorrei vedere le libertà dei miei amici di sinistra che fine farebbero ( ohibò ma in fondo anche io sono di sinistra seppur ebreo ed israeliano...o no?) che fine farebbero le istanze femminili, i diritti delle donne, come vestirebbero le mie amiche di Napoli, Roma, Milano, Londra. Come sarebbe la vita dei miei amici gay che troppo spesso adorano Tel Aviv dimenticato il prezzo che ci costano le libertà di Tel Aviv. Vorrei vedervi tutti amici miei senza un Israele da boicottare e da accusare di ogni crimine, mentre con il burka, le barbe, le spose bambine, le lapidazioni ed i corpi degli omosessuali impiccati vivreste le vostre vite. Senza più aria, senza più senso, senza più vita. Io difendo questo e voi?

venerdì 9 agosto 2013

Prestami il tuo braccio!



4 Aprile 2013
Quando la mistificazione non si fa scrupolo di utilizzare morti per attizzare l’odio. Oggi il web è stato inondato da una foto spacciata come quella di Abu Maysara Hamdiya, un prigioniero palestinese, morto questa settimana in un carcere israeliano, la morte del quale è stata presa a pretesto per scatenare una nuova ondata di violenze nella West Bank.
Hamdiya soffriva di cancro, e l’accusa è che egli non abbia ricevuto le cure mediche di cui aveva bisogno. La foto lo mostra ammanettato a un letto di ospedale e insinua che gli fossero stati inflitti trattamenti crudeli, inumani durante la sua pena detentiva.
Il volto del sessantacinquenne prigioniero Abu Maysara Hamdiya,
sovrapposto ad un braccio ammanettato decisamente più giovane


Il portavoce israeliano del Prison Service, Sivan Weizman, ha spiegato che  erano state prese tutte le precauzioni necessarie per la salute di Abu Hamdiya, tra le quali il trasferimento in un carcere più vicino a strutture ospedaliere. Ricordiamo che Hamdiya in effetti è morto nell’ospedale di Bersheeva e non in carcere. Hamdiyah scontava l’ergastolo per omicidio, appartenenza a Hamas e possesso di armi.  Nella didascalia alla foto sopra si legge: ”prigioniero, comandante e jihadista”, insieme a una foto di Abu Maysara Hamdiya. L’immagine implica che Abu Hamdiya fosse ammanettato ad un letto d’ospedale.



 In realtà, il braccio nella foto sopra è una porzione ritagliata di una foto scattata in Siria, di un ribelle in ospedale. La foto è stata originariamente pubblicata l’8 dicembre 2012.



domenica 15 aprile 2012

Il cinismo dell'Autorità palestinese: rifiuteremo la cittadinanza del futuro stato palestinese ai rifugiati!

18 settembre 2011


Colmo di cinismo dell'Autorità palestinese: i rifugiati palestinesi non diventeranno cittadini del nuovo Stato palestinese, secondo l'ambasciatore della Palestina in Libano. Perché? Semplicemente perché agli occhi dell'Autorità palestinese, malgrado la creazione del nuovo Stato, i rifugiati palestinesi devono restare ad ogni costo un'arma per invadere Israele, secondo il preteso principio del " diritto al ritorno"... Si fanno beffe d'integrare il popolo nel loro progetto di Stato. Solo la distruzione di Israele li interessa.


Da dietro la sua scrivania, dove figura un modello ridotto di una poltrona blu dell'Onu, tanto sperata per la Palestina, l'ambasciatore Abdullah Abdullah si è intrattenuto con il Daily Star Lebanon riguardo la risoluzione di riconoscimento della Palestina all'Onu.  


L'ambasciatore afferma senza equivoci che i rifugiati palestinesi non saranno cittadini del nuovo Stato, questione molto discussa.


" Sono palestinesi, è la loro identità ", dice "Ma … non saranno automaticamente cittadini. "


Questo non si applica soltanto ai rifugiati in paesi come il Libano, l'Egitto, la Siria e la Giordania o gli altri 132 paesi - dice Abdullah - nei quali risiedono i palestinesi.


Abdullah ha dichiarato che "anche i rifugiati palestinesi che vivono nei campi (dei rifugiati) all'interno dello Stato palestinese sono sempre rifugiati. Non saranno considerati come cittadini . "

Rileggiamo questa frase:  " anche i rifugiati palestinesi che vivono nei campi all'interno dello Stato palestinese, sono sempre rifugiati. Non saranno considerati come cittadini."



A chi vive nei campi del suo proprio Stato sarà impedito, dai propri dirigenti, di divenire cittadini di questo Stato! Perché ?

Perché per i dirigenti arabi palestinesi i "rifugiati" non sono un gruppo oppresso che deve essere aiutato. Sono armi umane, pedoni, in una guerra senza fine contro Israele.



Dando loro la cittadinanza sopprimerebbero il loro statuto d'arma politica. La questione più importante per i dirigenti arabi palestinesi non è di mettere fine alle sofferenze del loro popolo, né di ottenere l'indipendenza.
Si tratta di distruggere Israele, utilizzando l'inesistente "diritto al ritorno". Non potrebbe essere più evidente anche se la maggior parte del mondo rifiuta di credere che Mahmud Abbas e i suoi accoliti potrebbero eventualmente essere talmente crudeli e impietosi verso il loro proprio popolo.

Elder of Zion – Traduction : http://observatoiredumoyenorient.blogspot.com


http://www.europe-israel.org/2011/09/cynisme-de-lautorite-palestinienne-qui-refuse-que-les-refugies-palestiniens-deviennent-citoyens-du-futur-etat-palestinien/#axzz1Xm19p19U