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giovedì 17 luglio 2014

Noi siriani, morti di serie C



di Shady Hamadi
pubblicato in Gariwo: la foresta dei Giusti
14 luglio 2014


Anche oggi l’aviazione siriana sta bombardando le città del Paese. Aleppo soccombe lentamente, schiacciata dalla forza distruttrice dei barili bomba – riempiti anche di pezzi di metallo, così da colpire ancora più persone - sganciati dagli elicotteri dell’esercito. Come al solito, a far accendere i riflettori mediatici sulla più grande tragedia degli ultimi tre decenni, sono sempre e solo le notizie di jihadisti con passaporto occidentale andati in Siria a combattere, le lamentele di una giornalista per la paga troppo bassa o il turista di guerra giapponese che va a fotografare i corpi straziati dei siriani. Degli oltre cento morti giornalieri, da quattro anni a questa parte, a nessuno importa perché ci si è abituati.

Ben altra cosa è il conflitto israelo-palestinese, caricato all’inverosimile di simbolismo e ideologia e per questo capace di annientare qualsiasi dissenso interno in entrambe le parti. Da giorni Israele conduce raid aerei su Gaza e, in cambio, Hamas continua a lanciare una pioggia di missili sulle città israeliane vicine. Il dibattito si è acceso: si tifa uno o l’altro schieramento, si manifesta nelle piazze, anche italiane, scandendo i nomi delle vittime, si dà dei terroristi agli israeliani o ai palestinesi. Per la Siria nulla di tutto questo accade. Qualcuno vede Assad come un “dittatore buono”, antimperialista e estremo difensore dei palestinesi contro Israele. Pochi sanno, o non vogliono sapere, che centinaia di palestinesi sono morti di fame nel campo profughi di Yarmuk, a Damasco, assediato ancora oggi dalle forze fedeli ad Assad. Troppo pochi sanno, o non vogliono sapere, che migliaia di palestinesi si sono andati ad aggiungere all’esercito di profughi (6 milioni) che hanno lasciato la Siria. Suleyman, palestinese di Yermuk, da me incontrato alla stazione centrale di Milano, è uno di loro. Rifugiato in Siria dal 48, Suleyman è sordomuto, ma nonostante questo mi ha mimato, mugugnando e gesticolando, la tragedia che si è lasciato alle spalle: una tragedia di serie C. Sì, di serie C. Se c’è qualcuno che ha ritenuto le vittime israeliane di serie A e quelle palestinesi di B, lasciatemi dire che quelle siriane sono di C!

La voce del mondo si alza indignata contro i raid aerei israeliani e i missili di Hamas ma lascia Assad libero di continuare il suo genocidio (non trovo espressione più appropriata) e si preoccupa solo dei terroristi dell’Isis che, guarda caso, combattono le forze dell’opposizione siriana e non il regime, quasi ci fosse una convergenza di interessi. Nel frattempo, il Papa piange solo i cristiani crocifissi (si è scoperto poi che erano musulmani) ma non Wissam Sara, figlio di uno scrittore rinchiuso per anni nelle carceri siriane, morto sotto torture indicibili. Ma, d’altra parte, la guerra in Siria è “difficile da comprendere, senza parti da poter sostenere: in un buio di tutti contro tutti” - come commentava Roberto Saviano qualche giorno fa. Se questo assunto fosse vero, allora i siriani meriterebbero di morire perché non sono stati capaci di indicare chi sostenere a Saviano e agli altri che la pensano come lui. Eppure Primo Levi, osannato dallo stesso Saviano, ci insegna che nel buio c’è sempre una luce di giustizia. Questa giustizia è ancora viva, ed è rappresenta dalla parte da sostenere. Questo gruppo è composto dagli ultimi superstiti di quel movimento che ha dato vita nel 2011 alla rivoluzione siriana. Sono scrittori, giovani, pacifisti, cristiani e musulmani che gridano solidarietà dall’angolo dove sono stati relegati. Purtroppo, forse ne sono consapevoli, non la otterranno perché l’Occidente non crede in loro. Forse ci crederebbe se Hamas o Israele fossero il responsabile di quello che avviene in Siria ma, poiché è un dittatore arabo a macellare il suo stesso popolo, va bene così. Siamo ipocriti, questa è la verità. Scegliamo di stare in silenzio, credendo di essere neutrali, ma è proprio questa scelta che aiuta il proseguimento del massacro.

Forse, quando tutto sarà finito, bisognerà portare chi ha scelto di non fare nulla, giustificandosi dicendo che è una guerra di tutti contro tutti o che Assad è un buono perché protegge le minoranze, a vedere le fosse comuni ad Aleppo. L’unica certezza che oggi abbiamo noi siriani è che non siamo né palestinesi, né israeliani, per questo i nostri morti possono essere dimenticati.






Analisi di Shady Hamadi, scrittore e attivista siriano

martedì 15 luglio 2014

Non serve essere sionisti per riconoscere un falso ideologico

 A chiunque frequenti i social network è capitato di sicuro almeno una volta di trovarsi sotto gli occhi questo collage di mappe, anzi propendo per l'idea che soprattutto in questi giorni in cui il conflitto è sotto la lente dei media, queste cartine spuntino fuori in continuazione nelle nostre pagine home di facebook, condivise da amici, associazioni, siti di informazione, politici... quanti di loro in buona fede pensano di fare un servizio all'informazione e non sanno che si tratta di un collage menzognero?
Eppure non c'è nulla da fare, la forza della propaganda sta nella sua sintesi, nella velocità di quel messaggio che si coglie al volo, a colpo d'occhio, mentre le smentite sono lente e pesanti, si portano dietro un sacco di parole e richiedono volontà, tempo, attenzione che i più non hanno.
Ad ogni modo ci sembra il caso di ritentare ancora la via della correttezza storica e abbiamo scelto a questo scopo la voce di una persona che di certo non si può definire "un sionista", ma che pur giudicando pesantemente la questione dell'espansione territoriale israeliana, centra a nostro avviso il punto focale della questione: 

"basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza."
Questo per noi è il punto. Non solo chi combatte per una giusta causa, ma soprattutto chi si spende per aiutare un percorso di pacificazione vera e profonda, non può in alcun modo appoggiarsi alle menzogne o a mezze verità pretestuose.
15 luglio 2014




La mappa bugiarda su Israele e Palestina
di Giovanni Fontana
19 novembre 2012

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.
La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.
Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini palestinesi coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)

Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.
Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)

IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.
IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.
IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.
Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.
IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”. Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.
Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi senza continuità territoriale, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).
Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.
Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.


Come sarebbe un imbroglio uguale e contrario
Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la stessa definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 – e, cioè, “cosa Israele riconosce della Palestina” – per tutte e quattro le mappe si avrebbe questa situazione:
mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.
In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.


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Articolo originale: http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/


giovedì 8 agosto 2013

Pallywood ha fatto scuola: Egitto 2013, ciack si gira!


Provate a pensare alle notizie che riceviamo dal Medio Oriente. Quando le leggiamo dai giornali, queste sono sempre corredate di foto illustrative, foto che a volte dicono molto di più delle parole e si imprimono nel  nostro subconscio. Ci siamo mai domandati che cosa ci sia realmente dietro a quelle foto?
Prendiamo un esempio dall'attualità, in Egitto la popolazione manifesta a favore dell'ex presidente Morsi, diamo un'occhiata a queste immagini...


Giovani manifestanti innalzano cartelli che inneggiano a Morsi, in primo piano un giovane si protegge dai lacrimogeni con una mascherina e tiene in mano un oggetto che sta per scagliare contro la polizia che li fronteggia...


Alla manifestazione partecipano anche alcune donne velate, negli scontri con le forze dell'ordine la donna ferita viene prontamente soccorsa da un medico, mentre la sua compagna si dispera. Il medico le tasta il polso per cogliere il battito, forse è già morta...


Ancora violenze, questa volta sembra molto grave, il ragazzo non dà cenno di vita ed ha un colorito grigiastro. In secondo piano un foto-giornalista documenta gli scontri...


Altri manifestanti innalzano cartelloni dedicati a Morsi "Beloved President"... ma aspettate un momento!
A parte le poche persone inquadrate si vede benissimo che la strada è semi-deserta. Ben misera manifestazione per un presidente così amato dal popolo... La donna in primo piano sorride serena, ma non si è resa conto dell'ecatombe? Subito a sinistra un uomo giace a terra ferito e soccorso da amici e a destra riconosciamo il gruppetto delle due donne velate in nero con il medico che le soccorre. Addirittura c'è un fotografo che incurante del pericolo dà le spalle alle forze dell'ordine da cui si presume arrivino proiettili di gomma e lacrimogeni...

Ma su, non sarete mica così ingenui?! Non lo vedete che è uno stage fatto apposta per i media occidentali?
Cartelli in inglese, gente giovane, par condicio di donne e uomini, veli di ogni sorta a seconda delle preferenza, facce sorridenti o tragedie alla bisogna.


Questo è il Medio Oriente, signori miei, CIACK SI GIRA!!!


E ora, guardatevi l'intero video su youtube a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=fYbW_ukhfjQ&feature=youtu.be che ne pensate? Non vi sentite lievemente presi in giro? O forse il fine giustifica i mezzi?
Sapete che questi scatti verranno venduti a caro prezzo alle grandi agenzie di stampa internazionali e ce le ritroveremo su Repubblica, la Stampa, il Giornale, ovunque! Come faremo a quel punto a capire che cos'è la verità? Come distinguere la menzogna dalla notizia?


Ma d'altra parte ci aveva già avvertiti Ruben Salvadori, è bene fare un po' di memoria, qui il link all'intervista: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/ruben-salvadori-market-non-verita.html

I casi di "staging" vero e proprio in Medio Oriente sono all'ordine del giorno, date uno sguardo anche a questo: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/david-goldstein-pour-haabir-haisraeli.html

mercoledì 2 maggio 2012

Israele e la guerra dei media, parte I



di Fishman Joel
Jerusalem Center for Public Affairs. Jewish Political Studies Review 19 Nos. 1 & 2, Spring 5767/2007.


La propaganda come arma politica, precedenti storici

“Guai a quelli che chiamano il male bene e il bene male; Che fanno delle tenebre luce e della luce tenebre; Che fanno dell’amaro il dolce e del dolce l’amaro.” (Is 5, 20).

Dobbiamo notare che ricercatori della generazione precedente hanno analizzato diversi aspetti del problema, ma a partire dalla metà degli anni ’80 e in seguito, questo ha suscitato molta meno attenzione. A questo ci sono diverse spiegazioni. Dopo la caduta dell’Unione sovietica e del Blocco dell’Est sembrava che il mondo fosse sulla soglia di una nuova era democratica. E con la firma degli accordi di Oslo (13 settembre 1993), molti credettero che la propaganda anti israeliana sarebbe cessata. Disconoscere il problema ha senza dubbio giocato un ruolo nella questione, perché la persistenza di un intenso movimento anti israeliano e antisemita costituiva una “informazione sgradevole”. Occuparsene diventa politicamente scorretto e pericoloso per coloro che aspiravano a promuoversi nel mondo universitario.  
Poiché il soggetto di questo studio è la storia della propaganda e della falsificazione, è bene aggiungere due parolea proposito della metodologia. Nel suo celebre libro, The Historian’s Craft, l’eminente storico e medievista, Marc Bloch, spiega che provare l’esistenza di una falsificazione non è affatto sufficiente. Si ne vogliamo sapere di più su una menzogna, è necessario  scoprirne l’autore e la motivazione:

« Ma constatare la falsificazione non basta. Bisogna scoprirne i motivi, anche fosse solo per depistarla. Finché sussiste un dubbio sulle sue origini, resterà in essa un elemento ribelle all’analisi, che farà di questo una menzogna provata a metà. Sopratutto, una menzogna in quanto tale è, a modo suo, una testimonianza! » 


Definizione del problema in una prospettiva storica

Poiché molti dei membri dell’élite politica del paese considerano che Israele abbia un problema di comunicazione con l’opinione pubblica, essi non sono stati in grado di fare in modo che lo Stato facesse fronte alla guerra dei media. Se ne deduce che, per conseguenza, abbiamo bisogno di una definizione moderna della propaganda, che è una delle principali componenti. Secondo il prof. Philip M. Taylor, direttore dell’Institute of Communications Studies, dell’Università di Leeds, uno degli strumenti tattici della guerra ideologica è la propaganda, che è stata semplicemente definita
« tentativo di influenzare le attitudini di un pubblico specifico, utilizzando fatti, fiction, l’argomentazione o la suggestione -spesso con l’aiuto della soppressione dei materiali contraddittori – allo scopo deliberato di instillare nello spirito del pubblico-target una certa convinzione, dei valori o convinzioni, che serviranno gli interessi dell’istigatore producendo la linea di consenso desiderata. »

Possiamo aggiungere a questa definizione l’affermazione del Dr Joseph Goebbels, per la quale

« la propaganda in quanto tale non è né buona né cattiva. Il suo valore morale è determinato dallo scopo che persegue. » 
E’ l’argomento classico secondo il quale il fine giustifica i mezzi. Ci si puo’ comunque domandare se, in certi casi, i mezzi stessi possano essere moralmente difettosi.
Nel XX° secolo, la propaganda fu utilizzata soprattutto come arma di guerra, ed i suoi effetti potevano essere devastanti. In effetti, certe ideologie, spinte fino alla loro conclusione logica, sono state genocidarie. Lo storico Jeffrey Herf descrive cosi’ la funzione e la logica della propaganda nella guerra della Germania nazista contro gli ebrei:

« Se la ripetizione ex abrupto di formule, in contesti pubblici e privati, puo’ essere considerata causa di credenza, allora appare che Hitler, Goebbels, Dietrich [Direttore dell'Ufficio Stampa del Reich], il loro personale e una percentuale indeterminata di ascoltatori e lettori tedeschi, credettero che una cospirazione ebraica internazionale fosse la forza motrice che animava la coalizione ostile a Hitler durante la Seconda Guerra mondiale… E’ certo che agirono come se la Soluzione finale fosse la punizione, inflitta dalla Germania nazista, agli ebrei che i nazisti consideravano colpevoli di aver iniziato e prolungato la Seconda Guerra mondiale. »

Nel suo testo, Herf da un esempio doloroso del legame tra propagana e genocidio: il discorso annuale al Reichstag, del 30 gennaio 1939, illustrava « cio’ che diverrà il nocciolo narrativo nazista del conflitto imminente »:
« Oggi, saro’ ancora profeta: se la finanza ebraica internazionale in Europa e fuori Europa dovesse pervenire, ancora una volta, a precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarebbe la bolscevizzazione del mondo, e quindi la vittoria dell’ebraismo, al contrario, sarebbe l’annientamento della razza ebraica in Europa . »

Inoltre Herf fa riferimento al discorso alla nazione pronunciato da Hitler in occasione del Capodanno  1940, nel quale si trova l’«imputazione degli scopi genocidari ai nemici della Germania nazista, specialmente agli ebrei » :  

« Il nemico mondiale giudeo-capitalista che ci affronta ha un solo scopo: sterminare la Germania e il popolo tedesco… » Interpretando questo discorso, Ernst H. Gombrich spiega che lo scopo finale della propaganda nazista era « conferire una tematica paranoide agli avvenimenti mondiali  », sotto forma di « mito paranoide ». 

Secondo Gombrich, tale processo costituisce il  « cuore della tecnica  » :

« E’ l’orrore finale del mito. Esso diventa il suo proprio garante. Per colui che si lascia catturare, questo universo d’illusione diviene realtà e quando si combatte contro tutti, tutti ci combattono, e meno facciamo prova di pietà, più ci si impegna nel suo campo in un combattimento fino alla disfatta dell’avversario. Quando si è presi in questo circolo vizioso, non c’è assolutamente nessuna uscita. Comparato a questo effetto, il principio della pubblicità e della suggestione di massa nella guerra della propaganda puo’ quasi essere considerato marginale .




L’inversione della realtà come arma di guerra dei media, con il suo spirito paranoide, è persistito fino ad oggi. Chiunque degli osservatori contemporanei è stato in grado di descriverne le manifestazioni con grande esattezza, perché non l’hanno piazzato nel suo contesto storico. In questo senso, ad esempio, il ricercatore e filosofo francese Pierre-André Taguieff, ha utilizzato l’espressione “antisemitismo assoluto” per descrivere il punto di vista dei Palestinesi, dopo il 1967 :

« Il sionismo quindi, è un nuovo “nazismo” che minaccia di dominare e distruggere la totalità della specie umana… mentre nel contesto delle élite occidentali non si cessa di invitare a evitare le espressioni “islamofobe”, il direttore del Centro islamico di Ginevra, Hani Ramadan, denuncia tranquillamente il “genocidio perpetrato verso i musulmani» .

Si noterà che la tematica di Ramadan è quasi identica a quella dei propagandisti nazisti. Entrambi si presentano come i bersagli din una cospirazione ebraica, ed il risultato potenziale del loro “processo logico” – per usare un’espressione di Hannah Arendt – è il genocidio. Sebbene abbiano invertito la verità, le loro affermazioni hanno una caratteristica  inquietante e pericolosa: una inversione morale che conduce a un comportamento criminale e ad una violenza senza ritegno.

Mélanie Phillips, una giornalista e blogger inglese senza peli sulla lingua, cita un articolo di  Leo McKinstry, autore e giornalista di Belfast,  il quale scrive regolarmente sul Daily Mail, il Daily Express e il Sunday Telegraph . McKinstry sottolinea l’inversione della realtà concernente Israele nei discorsi pubblici inglesi e la chiama con il suo vero nome :
” Per una straordinaria inversione della realtà Israele è diventato uno Stato paria a causa della sua determinazione a difendersi. Una grottesca doppia morale è oggi all’opera, per la quale terroristi arabi assassini sono acclamati come “combattenti della libertà”, mentre le forze di sicurezza israeliane sono trattate come gangsters fascisti. Nessuna nazione è stata cosi’ demonizzata come Israele.”
Una recente inchiesta a campione condotta in Europa rivela che Israele è considerato oggi come “la più grande minaccia” – una totale assurdità, dato che Israele in realtà è la sola società libera e democratica in Medio Oriente. Ma un tale risultato riflette la forza della propaganda anti israeliana che imperversa nei media europei. Il fatto che tale sentimento anti israeliano abbia l’aria di un apparente sostegno verso i Palestinesi non cambia niente: è profondamente antisemita….”

L’inversione della realtà come metodo politico
Quando si studia la storia dell’inversione della realtà come metodo di propaganda, appare chiaro che le ideologie naziste avevano perfezionato tale arma. Si inorgoglivano apertamente dei loro successi, riconoscendo agli Inglesi di aver loro dato l’esempio.
Durante la Grande Guerra Mondiale (1914-1918) la propaganda inglese incoraggio’ con successo la diserzione dei dei soldati dellePotenze Centrali e la demoralizzazione della popolazione civile. Hitler, da parte sua, insistette sull’uso inglese della propaganda concernente il preteso massacro e lamentando che l’Impero tedesco non avesse mai capito l’importanza della propaganda e che coloro che ne erano incaricati fossero degli incompetenti.

Sotto la direzione di Lord Northcliffe, propietario del Times, gli Inglesi furono i primi a sfruttare il progresso dei media di massa e la pubblicità, mirando all’opinione pubblica piuttosto che alle élites. Il loro obiettivo strategico era di “convincere il nemico dell’inconsistenza della sua causa e della certezza della vittoria degli Alleati”.

A questo scopo immaginarono numerose strategie originali di propaganda, tra le quali quella riguardante la popolazione civile per far vacillare il sostegno al governo. Si proposero di rompere la coalizione dell’Impero di Asburgo fomentando la sedizione tra le diverse componenti della popolazione. Nei loro sforzi gli agenti della propaganda britannica coniarono l’espressione “auto determinazione nazionale”, come arma di guerra politica.
Uno dei mezzi utilizzati dagli inglesi fu la “propaganda dei massacri”. La loro più straordinaria accusa fu che l’Impero tedesco avesse creato una “istituzione di sfruttamento dei cadaveri” (Kadaververwerkungsanstalt) per farne sapone… CONTINUA A LEGGERE QUI


Israele e la guerra dei media, parte II



L’antisemitismo del blocco dell’Est


Lo scatenarsi di una violenta campagna di antisemitismo, per iniziativa degli Stati del blocco dell’Est, fu una conseguenza diretta della vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni. Secondo Stefan Possony, esperto americano in strategia e specialista dell’Europa dell’Est, la Komsomolskaya Pravda espresse il 4 ottobre 1967, con il messaggio seguente, l’essenziale di questa propaganda: “Il sionismo si consacra al genocidio, al razzismo, al tradimento, all’aggressione ed all’annessione dei territori… tutti gli attributi caratteristici del fascismo.”

Anche Léon Poliakov rilevo’ propositi di quest’ ordine nel contenuto di questo documento, che l’autore sovietico aveva estratto da una brochure apparsa nel 1957, quando Johann van Leers era responsabile della propaganda antisemita in Egitto. Questo fatto significativo segnala che la propaganda nazista, proveniente dall’Egitto di Nasser, ebbe influenza sulla propaganda antisemita dell’Unione Sovietica. Ma ci fu un altro canale di trasmissione, grazie al quale la propaganda nazista più autentica potè mettersi in moto direttamente.

Il 6 Settembre 1968, il Dr. Simon Wiesenthal tenne una conferenza stampa a Vienna, nel corso della quale accuso’ la Repubblica Democratica Tedesca di utilizzare un vocabolario identico a quello dell’epoca nazista per condannare Israele. Il titolo della pubblicazione che distribui’ in quell’occasione era: Lo stesso linguaggio: prima nella bocca di Hitler, ora in quella di Ulbricht. In questa pubblicazione ben documentata, Wiesenthal ed i suoi consiglieri identificarono trentanove nazisti, in posizioni elevate durante il Terzo Reich, che erano riusciti a farsi strada al servizio della Repubblica Democratica Tedesca.

Alcuni di questi erano molto ben piazzati. Non è strano che uno degli strumenti di propaganda che essi avevano utilizzato fosse l’inversione della realtà, quando accusavano Israele di essere l’aggressore. Questi fatti possono spiegare perché il Blocco dell’Est si impadroni’ dei temi della propaganda antisemita nazista.

Nel suo “La politica antifascista nella Republica democratica tedesca” J. H. Brinks ha spiegato come nessun ostacolo ideologico impedisse la cooperazione tra membri del partito comunista e i nazional-socialisti, poiché essi erano stati alleati in passato. Cioè finché Hitler non invase l’Unione Sovietica. La vera linea del Partito prese forma in una breve opera intitolata: Attenzione al sionismo! Saggio sull’ideologia, l’organizzazione e la pratica del sionismo. Il suo autore fu Yuri Ivanov, uno specialista del sionismo al Comitato Centrale del partito.  All’inizio del 1969, la Casa editrice di Scienze politiche di Mosca (Krasny Proletary) diffuse questo libro di circa 173 pagine, stampato in 75 mila esemplari, venduto al prezzo modico di 27 kopechi.

C’è da aggiungere che con il cambiamento d’orientamento diplomatico della Francia in favore della causa araba, per la sua grande influenza in Europa, i messaggi anti-israeliani guadagnarono progressivamente credito nel continente. Lo storico Bat Ye’or ha rilevato che la Seconda conferenza internazionale di sostegno ai popoli arabi, al Cairo 1969, fu un punto di svolta per l’Europa. Il suo obiettivo principale fu “manifestare ostilità verso il sionismo e la solidarietà con le popolazioni arabe di Palestina”. Lo storico inglese, Arnold Toynbee e Jacques Berque, specialista francese del mondo arabo, parteciparono a questo avvenimento.



Gli statuti di OLP e  Hamas


Quando ci si affaccia sugli sviluppi di quest’epoca, si devono menzionare le differenti versioni della carta fondatrice dell’OLP, a partire dal 1964. Essa fornisce un messaggio ideologico codificato che incarna le rivendicazioni e i miti palestinesi. In principio questa carta non ebbe molto effetto, ma dopo il 1973, divenne il credo dell’OLP. E’ importante fare osservare che Ion Mihai Pacepa, ex capo dei servizi segreti rumeni, passato a Ovest, rivelava:

« nel 1964, fu il primo Consiglio dell’OLP, composto di 422 rappresentanti palestinesi scelti dal KGB ad approvare la carta nazionale palestinese. Il documento fu redatto a Mosca. Mosca fu anche all’origine della Carta nazionale palestinese e della costituzione palestinese, redatte con l’aiuto di Ahmed Chukeiry, un agente di influenza del KGB, che divenne primo presidente dell’OLP» QUI

Il prof. Yehoshafat Harkabi fu il primo ad accorgersi dell’importanza di questo documento. Nella sua introduzione al suo commento al testo della carta palestinese, Harkabi osservava che il carattere assoluto dell’inversione della realtà da parte dei Palestinesi, era nella sua essenza totalitario:

« Il movimento palestinese rivendica caratteristiche di natura “assoluta” e “totale”. C’è una sola giustizia assoluta nelle posizioni palestinesi, opposta all’ingiustizia assoluta di Israele…il diritto è unicamente da parte palestinese, sola degna di accedere all’auto determinazione; gli Israeliani sono appena creature umane, che possono, al massimo, essere tollerate dallo Stato palestinese in quanto individui, o in quanto comunità religiosa… il legame storico degli Ebrei con la terra d’Israele è un raggiro; il legame spirituale, espresso nel giudaismo dalla centralità con la terra d’Israele, una falsificazione; decisioni internazionali come il Mandato accordato dalla Società delle Nazioni, o la Risoluzione delle Nazioni Unite per la spartizione della Palestina, sono considerate nulle e non avvenute. » Y. Harkabi, The Palestine Covenant and its Meaning [La Charte de la Palestine et sa signification] (Londres : Vallentine, Mitchell, 1979), 12, 13.

Il contenuto della carta dell’OLP è essenziale per permetterci di comprendere cio’ che l’Autorità palestinese è oggi. Il fatto che Yasser Arafat abbia rifiutato di modificare questo documento, cosa che ha finto di fare in presenza del Presidente Clinton, il 4 Dicembre 1998, è la miglior indicazione delle sue intenzioni reali. Il contenuto della carta di Hamas del 1988, è dello stesso ordine. QUI Küntzel vi ha rintracciato il particolare metodo d’inversione della realtà delle fonti naziste:

« L’impatto rinnovato delle teorie della cospirazione, di matrice nazista, saltano agli occhi nella Carta dei Fratelli musulmani di Palestina, più noti con il nome di Hamas.  Adottata nel 1988, la carta si serve in modo esplicito della retorica antisemita dell’ex Mufti’ di Gerusalemme, che aveva ricalcato il suo discorso da quello nazista. Secondo questa carta “gli ebrei erano dietro la Rivoluzione francese, e a quelle comuniste “. Erano “dietro la prima Guerra Mondiale con lo scopo di eliminare il Califfato islamico… e sono stati dietro la Seconda Guerra mondiale. Se ne sono serviti per guadagnare cifre enormi grazie alla vendita delle armi, e preparare la fondazione del loro Stato”. Hanno creato le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza… per regnare sul mondo per mezzo dei loro intermediari. Non c’è guerra, ovunque, che non porti il loro marchio”. Il testo originale della carta l’afferma chiaramente all’art. 32, dove è scritto che le intenzioni dei sionisti  “sono state rivelate dai Protocolli dei Savi di Sion, la loro condotta attuale è la miglior prova della veridicità di quanto ci è scritto “. »



“Sionismo= razzismo”


Il 10 novembre 1975, l’Unione Sovietica ed i suoi alleati fecero votare la risoluzione  3379 dell’Assemblea generale dell’ONU, intitolata “Il sionismo è un razzismo”, che trasformo’ uno slogan antisemita in “verità” internazionalmente riconosciuta. I rabbini Abraham Cooper e Harold Brackman spiegarono che il termine “razzismo” era stato inventato nel 1936 per allineare l’opinione politica e scientifica in vista di controbattere la dottrina nazista della “superiorità della razza ariana” paragonata agli ebrei e ai cosiddetti sotto uomini “. Accettare l’equivalenza sionismo=razzismo costitui’ una grave accusa e un’inversione della realtà.

Sebbene la risoluzione 3379 sia stata finalmente abrogata, il 16 dicembre 1991, e l’Unione sovietica relegata a statuto di storia passata, poco tempo dopo (il 26 dicembre 1991), il pregiudizio causato a Israele fu considerevole. Riducendo una questione complessa a slogan, questa accusa, che rovesciava la verità, impedi’ ogni dibattito razionale sui veri problemi del Medio Oriente. Nell’epoca della comunicazione di massa nella quale lo studio del passato non è più di moda, slogans come “sionismo=razzismo” si sono sostituiti alla realtà dei fatti. Hanno invaso i discorsi dominanti e le coscienze di un largo pubblico sprovvisto di senso critico.

I nemici di Israele hanno lanciato molte accuse negli anni che hanno seguito la risoluzione 3379 ; ma, per un certo periodo hanno risparmiato a Israele una nuova offensiva generale contro la sua legittimità. Le cose sono cambiate con la Conferenza mondiale dell’onu contro il razzismo, a Durban, dal 28 agosto all’ 8 settembre 2001. Durban fu teatro di discorsi e manifestazioni antisemite e anti israeliane di una intensità tale che non si conosceva dagli anni ’30. QUI

La ripetizione di un messaggio sempre identico, anche dopo decenni, è una costante nota della propaganda di massa moderna.



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FONTE:


Joel Fishman Jerusalem Center for public Affairs 3 juin 2007
http://www.danielpipes.org/rr/4465.php

lunedì 30 aprile 2012

I soldi arabi comprano l'industria dei media

Quello che i media dicono o non dicono

Ronn Torossian, amministratore delegato di una grossa società americana di pubbliche relazioni racconta come le nazioni arabe e le organizzazioni terroristiche ottengano una copertura positiva nei media pagando le agenzie di Public Relations. Queste garantiscano copertura mediatica o nascondano alla vista dei media chi le finanzia... quale terzietà, quale informazione onesta e indipendente si può avere in queste condizioni?



Titolo originale: How Arabs Win the PR War
29 aprile 2012
di Ronn Torossian


Ronn Torossian è Amministratore Delegato di 5WPR, una delle 25 principali agenzie di Public Relations negli Stati Uniti, è autore di “For Immediate Release: Shape Minds, Build Brands, and Deliver Results with Game-Changing Public Relations”.





L'industria statunitense delle Public Relations è un'industria di altissimo profilo, ma si tratta di una ristretta cerchia in cui non più di 75 imprese contano più di 50 dipendenti (cioè hanno una portata sufficiente a rappresentare un governo straniero o interessi stranieri).

Durante il pranzo la scorsa settimana, uno dei miei colleghi che, come me, possiede una delle 25 agenzie di Pubbliche Relazioni più grandi degli Stati Uniti, mi ha spiegato perché la sua azienda non  darà più copertura mediatica alle organizzazioni ebraiche e pro-Israele.

Semplicemente ci sono molti più soldi e quindi molto più interesse a lavorare per organizzazioni arabe e filo-arabe. Dal punto di vista commerciale, dal punto di vista del businnes, non è più conveniente lavorare per organizzazioni ebraiche o filo-israeliane. Si tratta di una tendenza in atto, che crescerà nei prossimi anni e vedrà gli interessi arabi ancor più positivamente ritratti nei media internazionali.

Le ultime notizie dicono che il Bahrein ha assunto almeno 10 aziende di Pubbliche Relazioni negli ultimi 12 mesi. 
Sì, avete letto bene - 10 - tra cui Qorvis, la famosa azienda di Washington già ingaggiata dall'Arabia Saudita per salvare la reputazione regno all'estero dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre.

Il regime del Bahrein, che tortura i propri cittadini, ha una terribile situazione dei Diritti Umani e non riconosce l'esistenza di Israele, ha anche ingaggiato Joe Trippi, ex manager della campagna di Howard Dean per la sua candidatura presidenziale nel 2004, e Sanitas International, il cui partner è Christopher Harvin, un ex aiutante di Bush alla Casa Bianca.

Molte cose sono cambiate nel "nuovo" Medio Oriente - fatta eccezione per il riconoscimento di Israele- milioni di dollari vengono spesi in campagne professionali di pubbliche relazioni che sostengono gli interessi arabi:

* La Harbour Group, società di lobbying di Washington DC, è stata assunta dal nuovo governo della Libia. Come The Hill ha recentemente rivelato, Harbour ha da poco firmato un nuovo contratto di 15.000 dollari al mese con l'ambasciata libica.

* Anche Patton Boggs, un altro grande “K street lobbying group” rappresenta ora il nuovo regime libico. Ma avevano già lavorato con il dittatore libico Muammar Gheddafi, affiancati dal Cambridge, un Monitor Group basato in Massachusetts, che ha ottenuto un enorme contratto da 250 mila dollari al mese con Tripoli per il reclutamento di eminenti accademici americani affinché lodassero il governo del dittatore libico negli Stati Uniti.

Non è una novità quindi per il Medio Oriente che i governi arabi investano un sacco di soldi in pubbliche relazioni. Il regime siriano ad esempio continua con la macellazione di migliaia di suoi cittadini quotidianamente, mentre si fa notare la mancata copertura dai media mainstream (e una delle cose che una buona agenzia di Public Relations è in grado di fare, è esattamente garantire che le storie negative non vengano pubblicate).

Un giorno scopriremo chi sta lavorando oggi per la Siria. Pochi mesi fa gli hacker hanno pubblicato  centinaia di e-mail dell'ufficio del presidente siriano Bashar Assad, che hanno rivelato un grande lavoro di preparazione di Assad per la sua intervista con Barbara Walters della ABC, del dicembre 2011.

* La società di PR, Lloyd James Brown, ha lavorato in passato per aumentare  la popolarità e l'influenza internazionale del regime di Gheddafi. Loro stessi hanno dichiarato: "abbiamo assistito il governo libico nei suoi sforzi per raggiungere tutta la comunità politica internazionale attraverso le Nazioni Unite, la politica degli Stati Uniti e la comunità universitaria".

Le organizzazioni terroristiche di Hamas e Hezbollah hanno assunto agenzie di PR per fare lobbying per loro sulla stampa e sulla scena non solo americana, ma mondiale. Questi gruppi terroristici hanno ingaggiato foto-reporter e giornalisti.

* La Fenton Communications, società di PR di New York City, lavora con lo stato arabo del Qatar per sviluppare una campagna di delegittimazione di Israele, in sostanza, orchestrando campagne internazionali anti-israeliane che mirano a rompere il cosiddetto assedio della Striscia di Gaza.

Fenton Communications lavora anche per "Al Fakhoora", un'organizzazione pro-palestinese sempre con sede in Qatar che ha "lanciato una campagna di sensibilizzazione per sporgere denuncia legale contro Israele e cambiare la percezione del pubblico in Occidente sulle sue azioni". Nel loro sito, nell'aprile 2012 dichiaravano di lavorare con Fenton Communications NYC per sostenere la campagna per porre fine al blocco di Gaza. Questa organizzazione continua ad assistere apertamente gruppi terroristici.

L'ufficio dell'OLP  negli Stati Uniti ha assunto la Bell Pottinger, una delle principali agenzia di PR internazionali, per ricevere "consulenze sulla comunicazione strategica, relazioni pubbliche, relazioni con i media e gli affari del Congresso".

* Il gigante statunitense delle Public Relations, Burson-Marsteller, in risposta alla richiesta di Israele per una riunione, ha dichiarato: "Non prenderemo in consegna un progetto del genere ... La nostra è un'impresa commerciale. Se accettassimo il progetto, questo ci creerebbe un'enorme quantità di reazioni negative... Israele è un progetto particolarmente controverso."

C'è una ragione per cui gli arabi vincono la guerra dei media: assumono professionisti della comunicazione, finché spendono soldi continueranno a vincere. 

In Medio Oriente, l'uccisione di persone innocenti continua – dal Bahrein alla Siria e i professionisti delle relazioni pubbliche permettono loro di continuare a vendere le loro storie.

Sono rimasto molto rattristato quando il mio collega mi ha spiegato perché la sua agenzia non avrebbe più lavorato per gli interessi ebraici o per Israele. La mia agenzia non lavora per i barbari moderni che macellano gli innocenti, ma nel frattempo i nostri concorrenti fanno milioni vendendo  terrore e brutalità.

Benvenuti nel Grande Teatro dei Media...!

mercoledì 18 aprile 2012

«B'Tselem, la fonte privilegiata dei giornalisti occidentali» (2007)

Logo della ONG israeliana B'Tselem - The Israeli Information Center
for Human Rights in the Occupied Territories

da Shalom 12/07 - articolo di A.Pezzana

Per definire l’aspetto democratico di una società non può esserci di meglio che una organizzazione che “promuove i diritti civili, serve da centro di ricerca occupandosi dello sviluppo dell’educazione pubblica, il tutto per assicurare che il paese operi ad un livello etico il più alto possibile“. Si può non essere d’accordo? 
Il paese è Israele e il centro si chiama B’Tselem, una parola che viene dalla Genesi (1:27), “Dio creò l’essere umano a sua immagine”, e che oggi è usata quale sinonimo di “dignità umana”, nel senso che tutti nasciamo liberi e uguali in dignità e diritti. Chi non sottoscriverebbe?
Le domande cominciano però quando, dopo le definizioni, si va oltre la facciata. Perchè i diritti umani che B’Tselem difende sono solo quelli dei palestinesi che vivono a Gaza e nel West Bank, li difende dalle violenze che Tsahal, l’esercito di difesa israeliano, commette nei loro confronti, sia fisicamente che mediante altre violazioni, come espropri di case o terre ritenuti illegali, o da azioni militari contro la popolazione civile. 
Nei suoi uffici, al quarto piano di un edificio nella zona industriale di Gerusalemme, lavorano circa 40 persone, più una decina di “investigatori”, gente che va in giro per i territori per raccogliere le proteste dei palestinesi e per tenere sotto controllo il comportamento dell’esercito israeliano. Mi ha colpito, entrando, un attestato di benemerenza appeso nell’ingresso, con gli elogi della Fondazione Carter, quello stesso presidente che è tornato di recente all’onor della cronaca, dopo un passato da presidente Usa non proprio onorevole (difficile dimenticare la sua totale sconfitta di fronte all’Ayatollah Khomeini che aveva sequestrato i dipendenti dell’ambasciata Usa a Teheran) con un libro best seller nel quale sostiene l’equazione Israele=Apartheid. Fatto curioso, la data dell’attestato è il 1989, esattamente l’anno di costituzione di B’Tselem, quando si dice intesa a prima vista
Rilevante è anche il budget annuale, 3 milioni di dollari, in gran parte proveniente da istituzioni pubbliche internazionali o fondazioni (brilla la Fondazione Ford, un nome che ha lasciato tracce nella storia dell’antisemitismo americano), i privati partecipano solo al 20%. Non sempre le denunce di B’Tselem sono prive di fondamento, gli eserciti di difesa non si occupano di tè benefici, quando c’è una guerra, quando si spara perchè si è in zona di fuoco, è probabile che vengano commessi degli errori, ma la specialità del nostro centro è quella di fare in modo che venga alla luce solo il risultato e non le condizioni che l’hanno determinato. Gaza, per esempio. Israele ne è uscita in modo completo e definitivo nell’agosto 2005, ma secondo il punto di vista di B’Tselem è ancora Israele il responsabile di quanto accade nella striscia. Lanciare missili kassam su Israele non è una attività da elogiare, ma non vale pena citarla, quello che interessa ai nostri ricercatori sono le attività brutali e violente dell’esercito israeliano. 
Quando deve arrestare un terrorista, asserragliato in una casa privata, con la possibilità che spari e uccida, i soldati isrealiani, per non commettere alcun atto contro i diritti umani palestinesi, dovrebbe suonare il campanello e chiedere se il signor terrorista X è in casa, e poi invitarlo con le buone a consegnarsi. In questo caso si può star certi che nessuna prevaricazione verrà commessa. Peccato che le cose vadano in maniera diversa. Ma a B’Tselem questo non importa, così si sorvola sull’uso dei civili quali scudi umani da parte di Hamas e dei terroristi in generale. E’ un particolare irrilevante, infatti, nei rapporti vengono solo evidenziati i numeri delle vittime palestinesi paragonate a quelle israeliane, che sono inferiori, il che sarebbe la prova della condotta priva di ogni moralità di Tsahal. 
Gaza è una enorme prigione, non conta nulla che Hamas, invece di dedicarsi a costruire una società in grado di trasformarsi in stato, abbia preferito continuare a combattere Israele, anche questo aspetto è irrilevante, l’importante è scrivere che Israele ha ucciso 668 palestinesi a Gaza, fra i quali 359 che non avevano a che fare con i combattimenti, aggiungendo subito dopo che ben 357 altri palestinesi sono morti negli scontri tra Fatah e Hamas, e chi legge queste righe accostate alle altre non può fare a meno di pensare ad una responsabilità, magari indiretta, di Israele. Il risultato è che gran parte dell’attività di B’Teselem mira a far ricadere sullo stato ebraico la responsabilità delle condizioni dei palestinesi, escludendo nel modo più assoluto, cosa che risulta chiarissima dai documenti prodotti, ogni qualsivoglia, anche timida, analisi della situazione politica generale. 
Ed è a B’Tselem che vanno ad abbeverarsi i giornalisti stranieri, serviti per altro con profusione di una quantità di materiale informativo che poi ritroviamo negli articoli che scriveranno sui loro giornali. E noi, in Europa, a chiederci ingenuamente quale fosse il virus che infettava le menti ed i tasti del computer di tanti corrispondenti. Senza andare tanto lontano il servizio è già bell’impostato, storie, cifre, immagini, B’Tselem è lì per fornirli, basta alzare il telefono ed ecco pronto tutto quanto occorre per incrinare una volta di più l’immagine di Israele. 
Si dirà, è la democrazia, bellezza. Certo, a nessuno viene in mente di proibire la propaganda a favore del nemico, nemmeno in tempo di guerra, ci mancherebbe, la democrazia prima di tutto. Possibile però che a nessuno venga in mente di creare un servizio alternativo per informare chi fa informazione, per dare della situazione mediorientale un quadro completo, invece delle solite lamentazioni che ascoltiamo ormai da troppo tempo?
Chi pensa che la pace sia dietro l’angolo non conosce le dinamiche mediorientali, una regione nella quale vive Israele, una democrazia che si difende contro chi vorrebbe al suo posto una dittatura, quale è in fondo la regola da queste parti.