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venerdì 10 agosto 2018
Bimba, prestami la tua foto, chi vuoi che se ne accorga?
Oggi è il 9 agosto 2018 e ancora una volta con cinismo disgustoso la propaganda palestinese mette in rete la foto di una dolce bambina che viene spacciata per vittima dei bombardamenti israeliani a Gaza.
La notizia parla dell'uccisione di una donna incinta e della figlioletta Bayan Abu Khamash... ma sarà veramente lei?
Basta una accurata ricerca in rete e presto viene svelata dal sito israellycool.com l'ennesima truffa: la foto della bimba è stata rubata su Instagram, lei si chiama Elle McBroom, sta benissimo e vive a Los Angeles.
Qui : http://www.israellycool.com/2018/08/09/palestinian-blood-libel-of-the-day-the-baby-and-her-pregnant-mother-edition/
Ora la domanda è sempre la stessa: sarà vera almeno la notizia della morte della bambina e della madre incinta (in tal caso ci uniamo con sincerità al dolore dei parenti sopravvissuti), oppure si tratta della consueta notizia non verificata dai nostri media che sta facendo il giro del globo sull'onda dell'emozione?
Speriamo sinceramente che sia tutto falso, che la madre incinta e la bimba - se esistono veramente - siano sane e al sicuro ma intanto una cosa è certa: questa foto è un fake, aiutaci a segnalarlo!
martedì 27 gennaio 2015
Quali origini per il "popolo palestinese"?
Riproponiamo un ottimo articolo di Y. K. Cherson, tradotto in italiano da Il Borghesino, in cui si percorrono le tappe della storia di Israele, alla ricerca di attestazioni storiche dell'esistenza del popolo palestinese a fianco di quello ebraico.
Palestinesi: un popolo inventato
di Y.K. Cherson
9 gennaio 2014
titolo originale: PALESTINIANS: THE INVENTED PEOPLE
titolo originale: PALESTINIANS: THE INVENTED PEOPLE
«La storia del popolo palestinese risale fino al...». A questo punto gli storici arabi non trovano l'accordo: alcuni sostengono che il "popolo palestinese" vanta 4.000 anni di storia; altri si spingono fino a 10.000 anni, c'è chi parla di 30.000 anni e non manca chi spara addirittura 100.000 anni di storia: il che renderebbe l'uomo di Neanderthals piuttosto giovanile a confronto dell'"uomo palestinese". Ma sebbene gli storici arabi non concordino sulla data di nascita del palestinese, su un aspetto sono unanimi: è comparso sulla Terra molto prima degli ebrei, dei romani o dei greci.
C'è solo un problema: di tutta questa millenaria storia, non si trova alcuna traccia.
Nel 721 a.C., gli assiri conquistarono il Regno di Israele. È un fatto storico accertato che nessuno contesta. Magari il glorioso "popolo palestinese" avrà combattuto eroicamente contro l'aggressore, cagionando pesanti perdite? Non proprio: non c'è una sola testimonianza che sia una, che fa menzione di questo popolo. Può essere che centinaia di migliaia di "palestinesi" abbiano combattuto eroicamente contro gli assiri, senza che questi se ne siano accorti? Allo stesso tempo, però, i resoconti storici riportano diffusamente le battaglie contro gli israeliani. Insomma gli assiri notarono benissimo gli israeliani, ma non scorsero nemmeno un "palestinese".
Perché gli assiri non si imbatterono in nemmeno un palestinese? Forse perché il re Sargon II era sionista.
E che dire dei babilonesi? lo stesso mistero ci attende quando iniziamo a leggere i resoconti babilonesi circa la conquista del Regno di Giudea, avvenuta fra il 597 e il 582 a.C. Gli ebrei si scorgono in ogni pagina. E i palestinesi? niente, nemmeno una citazione isolata. Neanche i babilonesi si sono imbattuti in essi.
Ma di sicuro i persiani li hanno scovati, lasciandoci una dettagliata descrizione di questo meraviglioso popolo, della sua sterminata cultura, delle sue abitudini, della lingua parlata. Macché: anche loro ci hanno deluso. I resoconti storici ci parlano degli ebrei, di come Ciro concesse loro il diritto di tornare a Gerusalemme, dei satrapi persiani che comandarono in Giudea e Israele. Ma dei palestinesi, ancora una volta nessuna parola.
Ma ciò che rende spassosa questa ricerca è la circostanza che lo stesso Alessandro il Grande percorse tutta la costa della Palestina da Tiro a Gaza nel 332, senza imbattersi mai in nemmeno un palestinese: soltanto ebrei. Dove diavolo si nascondevano i palestinesi?
Certo: stiamo parlando di assiri, babilonesi, persiani; gente vissuta tanto tempo fa. Ma che dire dei romani, che pur erano così zelanti nella conservazione della memoria? la storia non cambia.
I romani spiegano con dovizia di particolari come assediarono Gerusalemme, informandoci scrupolosamente di come gli ebrei tentarono disperatamente di respingerne l'assalto. Descrivono le rivolte degli ebrei e come esse furono soffocate, indugiando in dettagli su come gli ebrei si difesero a Masada, su come i romani divisero la Giudea, ribattezzandola in "Palestina", su come rinominarono Gerusalemme "Aelia Capitolina". Ci raccontano un sacco di cose; ma non menzionano nemmeno una volta i "palestinesi". E peraltro, sebbene ribattezzarono quelle terre "Palestina", continuarono a chiamare i suoi abitanti come da migliaia di anni si soleva fare: ebrei.
La Palestina divenne il nome ufficiale di quella terra, ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi "ebrei".
Un momento! è dov'era il "popolo palestinese" quando arrivarono gli arabi? è una domanda da un milione di dollari. Gli arabi moderni si autodefiniscono "palestinesi"; come si definivano gli arabi del VII secolo, quelli che conquistarono la Palestina? Qualcuno per caso è a conoscenza di un documento, che sia uno, scritto dai dominanti arabi in Palestina, che esprimesse un concetto anche vagamente vicino a quello di "palestinesi"? niente da fare, nessuna menzione...
La situazione diventa davvero divertente. Gli arabi oggi si scaldano quando narrano di loro avi che hanno vissuto in Palestina da "tempi immemorabili", ma i loro avi non hanno alcuna idea di questo glorioso e antico passato. Ma dopotutto, la dominazione araba in Palestina non è durata così tanto.
Soltanto 300 anni dopo la loro conquista giunsero i turchi - prima di mamelucchi, poi gli ottomani - a spodestarli. Essi comandarono in Palestina per sei secoli: forse questa volta a sufficienza per rinvenire un gruppo etnico folto e glorioso come quello del "popolo palestinese". Questa volta avremo migliore fortuna?
Macché! le statistiche ufficiali dei turchi censirono ebrei, arabi, circassi in Palestina, e fornirono dati dettagliati sui musulmani, sui cristiani e sugli ebrei; ma neanche una volta menzionarono alcun "popolo palestinese".
Dunque assiri, babilonesi, greci, romani, persiani e arabi; mai hanno menzionato, neppure di sfuggita, il "popolo palestinese". I turchi, in 600 anni di occupazione della Palestina, non hanno mai trovato traccia di palestinesi.
E dove mai si nascondeva questo antico e incredibilmente eroico popolo dopo il 1917? le diverse commissioni della Lega delle Nazioni (progenitrice delle Nazioni Unite) non ne hanno mai trovato traccia; tutti i documenti della Lega delle Nazioni di quel periodo citano soltanto ebrei e arabi, ma mai una volta si cita il palestinese come popolo.
Magari a parlare di "popolo palestinese" all'epoca erano i politici occidentali? neanche a dirlo: i delegati di undici diverse nazioni visitarono quei luoghi e trovarono una realtà attesa. Vale a dire, due gruppi in conflitto, arabi ed ebrei, le cui aspirazioni nazionali non potevano essere conciliate. «Palestinesi? e chi sono?...».
Ma forse i politici arabi... Macché. I politici degli stati arabi erano netti su questo argomento: «consideriamo la Palestina parte della Siria araba, dalla quale non si è mai distaccato in alcun momento. Siamo connessi ad essa da legami nazionali, religiosi, linguistici, naturali, economici e geografici» (I Congresso dell'Associazione cristiano-musulmana, febbraio 1919).
Il rappresentante dell'Alto Comitato arabo presso le Nazioni Unite sottopose all'Assemblea Generale dell'ONU a maggio 1947 la seguente affermazione: «la Palestina è parte della provincia siriana», e «politicamente, gli arabi di Palestina non sono indipendenti, nel senso di formare un'entità politica separata».
Nel 1937 un leader arabo locale, Auni Bey Abdul-Hadi, riferì alla Commissione Peel, che in ultima analisi suggerì la partizione della Palestina: «non esiste alcuno stato chiamato Palestina! la "Palestina" è un termine inventato dai sionisti! non esiste alcuna Palestina nella Bibbia. Per secoli la nostra patria è stata la Siria».
E ancora:
«Palestina e Transgiordania sono una cosa sola» (Re Abdullah, riunione della Lega Araba al Cairo, 12 aprile 1948). Per cui gli arabi negli anni Quaranta non hanno mai fatto menzione dei cosiddetti "palestinesi"; ne' tantomeno scorsero mai una "Palestina". Ma da questo punto di vista c'è da dire perlomeno che fossero in buona compagnia...
Chissà che mai abbiano trovato questo misterioso "popolo palestinese" più avanti?... niente da fare. Il presidente siriano Hafez Assad, nel rivolgersi al leader dell'OLP - nonché "padre del popolo palestinese" - Yasser Arafat, così spiegava: «Non rappresenti la Palestina più di quanto facciamo noi. Non dimenticare questo punto: non esiste alcun popolo palestinese, non c'è nessuna entità palestinese; c'è solo la Siria. Siete parte integrante del popolo siriano, e la Palestina è parte della Siria. Siamo noi i veri rappresentanti del popolo palestinese». Naturalmente, il leader dei palestinesi respinse sdegnatamente al mittente queste insinuazioni...?
No, purtroppo stavamo scherzando: non lo fece.
Lo stesso Yasser Arafat specificò meglio il suo pensiero con una dichiarazione che ne confermava il pensiero nel 1993: «La questione dei confini non ci interessa. Da una prospettiva araba, non dobbiamo parlare di confini. La Palestina non è che una goccia nell'oceano. La nostra nazione è la Nazione Araba, che si allunga dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e oltre. L'OLP combatte Israele in nome del panarabismo. Quella che si chiama "Giordania in realtà non è altro che la Palestina».
Non molto tempo fa Azmi Bishara, ex deputato della Knesset espulso da Israele per aver passato informazioni riservate ad Hezbollah durante la II Guerra del Libano, e che si può definire tutt'altro che amichevole nei confronti di Israele; affermò la stessa convinzione: «il popolo palestinese non esiste».
«La verità è che la Giordania è Palestina, e la Palestina è la Giordania», sentenziò Re Hussein di Giordania nel 1981. Abdul Hamid Sharif, primo ministro della Giordania, dichiarò l'anno precedente: «palestinesi e giordani non hanno differenti nazionalità: entrambi hanno lo stesso passaporto, sono arabi e vantano la stessa cultura giordana».
Ma gli arabi, che ci assicurano di vivere in Palestina da tempi immemorabili, non consentono ovviamente a siriani e giordani di privarli del passato di cui vanno fieri. Credete? in realtà lo permettono eccome. E hanno seri motivi per farlo.
Lo sapevate che fino al 1950, il Jerusalem Post si chiamava Palestine Post?
che il giornale dell'Organizzazione Sionista negli Stati Uniti era il New Palestine?
che il nome originario della Bank Leumi era Anglo-Palestine Bank?
che il vecchio nome della compagnia elettrica israeliana era Palestine Electric Company?
che una volta esistevano la Palestine Foundation Fund e la Filarmonica di Palestina?
ed erano tutte organizzazioni ebraiche, fondate e gestite da ebrei!
In America, l'inno dei giovani sionisti recitava "Palestina, oh mia Palestina".
Fino alla fine degli anni Sessanta, chiamare un arabo "palestinese" corrispondeva a muovergli offesa, perché in questo modo erano etichettati in tutto il mondo gli ebrei. Tutti sapevano che Palestina era un modo alternativo per definire Israele e la Giudea, così come ad esempio Kemet era l'antico nome d'Egitto. Gli arabi che vivevano in Palestina si identificavano come arabi, e provavano irritazione se qualcuno li appellava come "palestinesi": «non siamo ebrei, siamo arabi», erano soliti replicare.
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| Libretto della stagione concertistica 1936/37 con la firma di Arturo Toscanini e Bronislaw Huberman |
In conclusione.
C'è uno stato in Estremo Oriente. Chi vi abita - e ci abitano da diversi decenni - definisce questo stato enfaticamente "la Terra del Sol Levante". Ad un certo punto viaggiatori occidentali e geografi battezzarono questo stato con un altro nome. Perché? forse perché non avevano inclinazione poetica, o forse lo visitarono al tramonto, o forse non erano in grado di pronunciare il nome in lingua originale.
Ma la gente che qui abita ha forse ribattezzato il proprio stato con altro nome perché altri hanno deciso così? certo che no: sono la stessa gente e continuano a chiamare il loro paese "La Terra del Sol Levante"; anche se in Occidente è abituale chiamarlo Giappone.
E c'è un Paese in Medio Oriente. La gente che vi abita da secoli lo chiama "Eretz Israel", la Terra di Israele. Poi ad un certo punto sono giunti gli occidentali e le hanno dato un altro nome. Il popolo che lì ha sempre abitato è cambiato? no di certo! si tratta della stessa gente, che continuerà a chiamare quella terra "La Terra di Israele"; anche se in Occidente si continua impropriamente a parlare di Palestina.
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| Toscanini, fervente antifascista, dirige il primo concerto della "Palestine Orchestra" Tel Aviv, 26/12/1936 |
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N.B. Questo ottimo articolo offre molti spunti di riflessione, ma la storia è molto più ricca di testimonianze di quanto si possa sospettare. A chi desiderasse approfondire con ulteriori letture dal nostro blog consigliamo ad esempio:
sabato 19 luglio 2014
Gli slogan della resistenza sono vuoti, l'unico modo per fermare Israele è farci la pace
| 'Abdallah Hamid Al-Din (immagine: Youtube.com) |
ABSTRACT
In un articolo
pubblicato il 12 luglio 2014 su Al-Hayat (quotidiano arabo con sede a
Londra), lo scrittore ed intellettuale saudita Abdallah Hamid Al-Din
ha sostenuto una posizione decisamente singolare, sottolineando che
l'unica via percorribile per una soluzione al conflitto fra Palestina
e Israele è quella della pace.
Al-Din ha criticato il modo in cui i Palestinesi gestiscono il conflitto – ad esempio la richiesta di poter realizzare il loro diritto al ritorno, che ha definito irrealistica, o il loro sostegno alla campagna di boicottaggio di Israele, che ha chiamato ipocrita – descrivendo tutto ciò come parte di una serie di politiche autodistruttive e di opportunità mancate che hanno caratterizzato le azioni palestinesi sin dall'insediamento dello stato ebraico.
Ha inoltre condannato la politica di perpetuazione delle sofferenze dei rifugiati, ritenendolo un inaccettabile e immorale sabotaggio della vita dei Palestinesi e del loro futuro.
Abdallah Hamid Al-Din ha concluso dicendo che la lotta per la pace è l'unico modo in cui i Palestinesi possono sconfiggere Israele, e che la vera resistenza sta rigettando illusioni e false speranze che erodono costantemente la causa palestinese, osservando anche che queste sue parole sono basate su argomenti forniti dall'intellettuale americano Noam Chomsky.
Precisely At This Difficult Time, It Is Important To Be Realistic Rather Than Utter Empty Slogans Of Resistance
"I write [these words] in a difficult and tragic
climate. There are dead and injured in Gaza. [Its] infrastructures are
in ruins. Israel has unprecedented domestic and foreign consensus [for
its attack]. Some might say: This isn't the time to write these kinds of
words. But I believe it is unavoidable. In these times there is only
one dominant voice: [the one that says] 'yes to the resistance;
resistance is necessary; resistance will end the occupation; those who
seek peace are traitors and Zionists.' But there is no choice but to
give voice to [a different position], which says 'enough,' and calls for
wisdom, for calm, for life. Therefore, precisely at this time, I insist
on saying the following.
"How should we act today, 66 years after the
establishment of the Jewish state, a state that enjoys international
support and has a vast arsenal at its disposal?... If one wants to act
in the world, one must accept reality even if one does not like it.
Israel is part of this reality, and has been since 1948. I do not like
[this] world order, but it is a fact. We must believe that every state
is entitled to the same rights as any other. Every state has the right
to afford its citizens a livable life. It's possible to utter many
slogans, but if we want to realize goals, we must also clarify how they
can be achieved.
"I support the refugees' right of return... Do the
refugees and their descendents have the right to return [to their
homes]? Yes! Do the Native Americans in the U.S. have the right to
return to the regions that were theirs? Yes! Is that going to happen?
No! Had I said to the Native Americans, 'I will uphold your right to
return and I will expel the people of America – so [in the meantime, you
must] remain in your wretched condition' – that would be patently
immoral. The [Palestinian] refugees will never return [to their homes].
That's a fact. There is no international support for it, and even if
there was, Israel would have used its nuclear weapons [to prevent it
from happening]. So it won't happen.
"If the issue of the refugees worries you, [I say
that] recognizing the Palestinian refugees' right of return is
imperative, just as it is imperative to recognize the right of return of
the Native American refugees and of many others. But the important
thing is to invest efforts in improving the dire situation of the
[Palestinian] refugees. [The problem is that] all I ever hear [is
slogans] that follow the same reasoning as slogans [calling for] the
Native Americans' right of return. I want to head a real proposal... one
that takes into consideration the refugees and their suffering."
The U.S. Also Oppresses; Why Doesn't Anyone Call To Boycott It?
"The hypocrisy of those calling to boycott Israel
reeks to the heavens, because all their reasons for imposing the boycott
are a hundred times more applicable to the U.S. or Britain. So why
don't they boycott the U.S.? The call for a boycott does not come from
the Palestinians, but from groups that call themselves 'the Palestinian
people.' The Palestinians never agreed [among themselves] even on
boycotting the settlements, let along boycotting Israel [as a whole]...
The demand to boycott Tel Aviv University, [for example], or to boycott
Israel until it ends the oppression [of the Palestinians], seems
ridiculous to any reasonable person. Is there no oppression in the U.S.?
Does anyone boycott Harvard [because of it]? This is hypocrisy. They
demand [to boycott Israel] because it is easy. They compare it to [the
boycott of] South Africa, without considering that the boycott [of that
country] succeeded because the conditions for it were right. Whoever
wants to recreate that model must work to recreate those conditions.
Much of the Palestinians' actions are self-destructive. They have caused
themselves harm, and today they have only two options: the two-state
[solution] or a continuation of their plight.
"The statements above are not my own. They were
made by Noam Chomsky, who has been fighting [for our cause] for 70
years, and is one of the most prominent intellectuals to endorse the
Palestinian cause. He experienced it from the start, analyzed it,
addressed it, supported it, worked and debated for it, and met with
people connected to it. Chomsky says that there is [a form of]
resistance that is immoral, illogical and harmful to the Palestinians.
He claims that it is hypocrisy to demand boycotting Israel and not
demand boycotting the U.S. Chomsky invokes the logic of [choosing
between] limited and realistic options and ridicules those who invoke
the logic of meaningless slogans. Is he treacherous, feeble or naive? Is
he ignorant [in his] political analysis? Is he a Zionist?
"Ever since the 1947 [UN] partition resolution, the
Palestinians' situation has steadily deteriorated, while Israel's
situation is steadily improving. One does not need a vast amount of
historical knowledge to understand that [the Arabs and Palestinians]
missed one opportunity after another. Had the Arabs accepted the
partition resolution, Israel's territory would have been considerably
smaller than it is today, and had they agreed [to make] peace after the
defeat of 1967, their situation would have [also] been better. Every
opportunity missed by the Palestinians yielded huge profits for Israel."
True Resistance Is Resistance To Illusions And False Hopes
"Israel does not want a just peace. It really
doesn't. It wants to take and not give. And we, for our part, have given
it the opportunities to expand and to take. We often [study] the maps
of Palestine from 1947 until after the year 2000 and say: 'Just look at
all that aggression.' But we ignore the fact that the maps tell a
different story, namely: 'Look at our obstinacy, our escapades and our
trading in the [Palestinian] cause'. The Israelis took the land and
banished the [Palestinian] people, but we took the Palestinians' future
and wrapped it in false hopes... It is we who denied [the Palestinians]
life. We and not Israel. Israel has banished 750,000 people, but for 66
years we have banished the lives and futures of millions...
"Genuine resistance is what will prevent Israel's
future expansion and coerce Israel into restoring to the Palestinians
some of their rights, if not all of them. We must acknowledge that
Israel cannot be defeated by force today, and for the foreseeable
future. Those who think otherwise are welcome to present a roadmap, as
opposed to mere empty slogans. Slogans will not defend the Palestinians
from bullets or prevent Israeli missiles from falling.
"The only way to stop Israel is peace. There are
some people who don't understand that peace, too, is something you must
struggle for with all your might. Israel does not want peace, because it
does not need it. But the Palestinians do. Therefore it is necessary to
persist with efforts to impose peace. No other option exists. True
resistance is resistance to illusions and false hopes, and no longer
leaning on the past in building the future. Real resistance is to
silently endure the handshake of your enemy so as to enable your people
to learn and to live..."[2]
Endnotes:
[1] The reference is possibly to Chomsky's July 2, 2014 article in the U.S. magazine The Nation.
[2] Al-Hayat (London), July 12, 2014.
link all'articolo originale: http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/8075.htm
Bené Berith Giovani: la Mogherini abbandoni la politica dell'ostruzionismo nel West Bank
(AGENPARL) – Roma, 27 giu 2014 - Il Bené
Berith Giovani apprende in queste ore l’esortazione del Ministro degli
Esteri Federica Mogherini a non impegnarsi in attività finanziarie e a
non investire nei Territori del West Bank, amministrati attualmente
secondo gli Accordi di Oslo del 1993, accordi firmati anche da Yasser
Arafat, l’allora leader dell’Organizzazione di Liberazione della
Palestina.
La strategia del boicottaggio economico ai danni di Israele
è stata percorsa già in passato da diverse associazioni ed ONG che
vedono il conflitto israelo-palestinese in modo semplicistico e
distorto: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Come se dietro
non ci fossero due popoli ugualmente sofferenti; come se non vi
fossero ragioni e torti, diritti negati e perdite da ambo le parti. La
geopolitica di quell’area e la millenaria storia di cui i popoli
israeliano e palestinese portano il peso non sono uno scherzo e non
possono essere affrontati come una partita di Risiko, dove vince la
politica dell’ostruzionismo.
La linea del muro contro muro è
impraticabile e inaccettabile da parte dell’Italia, come da parte di qualsiasi altro Paese che faccia propri i valori della civiltà e della
democrazia.
Peraltro anche il tempismo nel chiedere l’isolamento di
Israele – seppur limitato all’economia e alla zona dei Territori
contesi – è assolutamente pericoloso. Lo Stato di Israele si trova in
questi giorni ad affrontare situazioni gravi e delicate su numerosi
diversi fronti. Tre studenti di 16 anni rapiti dai terroristi
palestinesi proprio nel West Bank, in cui vengono ritrovati ogni giorno
veri e propri arsenali di armi e laboratori per la fabbricazione di
ordigni; i governanti di Gaza, responsabili dei rapimenti e alleati
con il partito di Abu Mazen, minacciano una terza intifada (guerra
terroristica contro Israele); i cittadini del sud del paese sotto la
costante minaccia dei razzi sparati da Gaza (gli ultimi 5 due giorni
fa); i colpi di mortaio provenienti dalla vicina Siria martoriata dalla
guerra, che proprio questa settimana hanno ucciso un ragazzino
arabo-israeliano di 13 anni.
Se il Ministro Mogherini volesse
contribuire in maniera efficace per avvicinare i due popoli, dovrebbe lavorare sull’educazione e sulla cultura; sullo sport, sull’arte e sullo
spettacolo, e perché no, anche sugli scambi economici, per far sì che
israeliani e palestinesi possano incontrare ognuno la mano dell’altro. Si ricorda inoltre che gli stessi cittadini palestinesi che abitano la
zona del West Bank si sono più volte espressi contro la politica del
boicottaggio nei confronti di Israele, nelle cui aziende trovano spesso l’unico spiraglio economico e sociale. Nelle fabbriche e negli
impianti israeliani del West Bank non è raro trovare impiegati
palestinesi con pari diritti, padri e madri di famiglia che riescono a portare uno stipendio a casa proprio grazie ai vicini.
Al contrario, i
governi palestinesi – sia nel West Bank che a Gaza – sono
caratterizzati dalla forte corruzione e dalla mancata trasparenza nei
bilanci pubblici e per questo milioni e milioni di dollari di
finanziamenti internazionali (compresi quelli dell’Unione Europea) non
sono mai giunti alla popolazione palestinese, abbandonata alla povertà e
alla sottocultura.
In nome di un dialogo forte e duraturo, in nome
di una politica estera degna della nostra Nazione, chiediamo quindi al
Ministro Federica Mogherini di abbandonare la strategia sbagliata e
semplicistica del boicottaggio e abbracciare invece la strada del
dialogo e dei ponti culturali ed economici fra i due popoli. I membri
della Sezione Stefano Gaj Tachè del BBG sono pronti – qualora fosse
possibile – ad organizzare un incontro con il Ministro per raccontarle
la visione della associazione riguardo ai temi trattati pocanzi.
venerdì 18 luglio 2014
Il dovere della speranza
di David Grossman
Speranza e disperazione. Ci sono stati anni in cui abbiamo oscillato fra le due. Oggi sembra che la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi si trovi in uno stato d’animo nebuloso, piatto, privo di orizzonte. In un torpore ottuso, in un’auto-narcosi.
AL giorno d’oggi, in un Israele avvezzo alle delusioni, la speranza (sempre che qualcuno vi faccia cenno) è immancabilmente insicura, un po’ timida, sulla difensiva. La disperazione invece è disinvolta, risoluta. Pare che parli a nome di una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace. Agli occhi della disperazione chi ancora spera, o crede, in una possibilità di pace è, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo o un visionario delirante, e, nella peggiore, un traditore che, irretendo gli israeliani con miraggi, ne indebolisce la capacità di resistenza.
In questo senso la destra ha vinto. È riuscita a instillare la sua pessimistica visione del mondo nella maggior parte degli israeliani. E si potrebbe dire che non solo ha sconfitto la sinistra, ma che ha sconfitto Israele. Non tanto perché questo suo modo di vedere le cose spinge lo stato ebraico a una condizione di paralisi su un terreno tanto cruciale per lui, dove servirebbero audacia e flessibilità e creatività, ma perché ha sconfitto quello che un tempo si sarebbe potuto definire «lo spirito israeliano»: quella scintilla, quella capacità di rinascere a dispetto di tutto. Ha annientato il nostro coraggio e la nostra speranza.
Nell’ambito più importante della sua esistenza Israele è quasi del tutto immobile, se non addirittura impotente. Stranamente, però, questa situazione non comporta una sofferenza visibile per i suoi leader e per gran parte dei suoi cittadini che sono bravissimi a compiere una netta separazione tra lo stato di cose esistente e la loro coscienza. Molti israeliani vivono così da molti anni, quarantasette per la precisione, e nemmeno troppo male, laddove di fatto, al centro del loro essere, c’è il vuoto. Un vuoto di azioni e di coscienza in cui si verifica un’efficace sospensione del giudizio morale.
Lo scrittore americano David Foster Wallace racconta di due pesciolini che, mentre nuotano in mare, incontrano un anziano pesce. Salve ragazzi, li saluta l’anziano, come va? Alla grande, rispondono i due. E l’acqua, com’è? Domanda il vecchio. Ottima, gli rispondono. Poi lo salutano e continuano a nuotare. Dopo qualche istante uno dei pesciolini domanda all’altro: dì un po’, ma cosa diavolo è l’acqua?
Ascoltate l’acqua. L’acqua in cui nuotiamo e che beviamo da quarantasette anni. Alla quale siamo talmente abituati da non percepirla. È la vita che scorre qui, ancora indubbiamente piena di vitalità e di creatività ma anche un po’ folle, con un’atmosfera caotica da saldi di fine stagione, da disturbo bipolare in cui mania e depressione si intrecciano, in cui la sensazione di possedere un grande potere si alterna a cadute di profonda debolezza. Una vita che scorre in una democrazia compiaciuta di se stessa, con pretese di liberalità e di umanesimo ma che da decenni si impone su un altro popolo, lo umilia e lo schiaccia. Una vita che scorre nel forte clamore dei media, in gran parte mirato a distrarre l’opinione pubblica e a intorpidire i sensi.
Come si può infatti resistere in una situazione simile senza distrazioni, senza un po’ di autonarcosi? Come si possono affrontare, per esempio, le conseguenze della cosiddetta “opera di insediamento” e il pieno significato di questa folle scommessa sul futuro del paese? Ascoltate l’acqua: sotto la melma nella quale sguazziamo ormai da quarantasette anni c’è una corrente profonda e gelida: il terrore di un errore storico, di uno sbaglio madornale, di ciò che, sotto ai nostri occhi, sta assumendo la forma di uno Stato binazionale, o di uno Stato di apartheid, o militare, o rabbinico, o messianico.
Nella disperazione israeliana c’è anche uno strano elemento, una specie di gaiezza per l’imminente catastrofe, o per la delusione. Una sorta di gioia maligna nei confronti di chi ha visto deluse le proprie speranze. Una gioia particolarmente distorta perché, in fin dei conti, ci rallegriamo delle nostre stesse disgrazie. Talvolta sembra che nell’animo degli israeliani frema ancora l’offesa del 1993 quando, con la firma degli accordi di Oslo, osarono credere non solo che il nemico si fosse trasformato in un partner, ma che le cose avrebbero anche potuto andar bene qui, che un giorno saremmo stati bene. È come se avessimo tradito noi stessi — dicono i rappresentanti del partito della disperazione — per essere stati tentati a credere a qualcosa di totalmente contrario alla nostra esperienza, alla nostra tragica storia, a un qualche segno distintivo del nostro destino.
E per questo abbiamo pagato e ancora pagheremo, con gli interessi. Ma per lo meno, da ora in poi, nessuno più ci coglierà in fallo, non crederemo più a niente, a nessuna promessa, a nessuna opportunità. E anche se Mahmoud Abbas si batterà con tutte le sue forze per prevenire il terrorismo contro gli israeliani, anche se proclamerà che verrà a Safed, sua città natale, unicamente come turista, anche se dichiarerà che la Shoah è il peggior crimine della storia umana e attaccherà ferocemente gli assassini dei tre ragazzi rapiti, il primo ministro israeliano Netanyahu si affretterà a versargli in testa un secchio d’acqua gelata.
È interessante notare che sebbene Israele abbia seriamente tentato la via della pace con i palestinesi soltanto una volta, nel 1993, è come se avesse deciso di rinunciare per sempre a perseguire questa possibilità dopo quel fallito tentativo. Anche qui entra in gioco la logica distorta della disperazione. La strada della guerra, dell’occupazione, del terrorismo, dell’odio, l’abbiamo provata decine di volte senza stancarci né scoraggiarci. Come mai invece ci affrettiamo a respingere definitivamente quella della pace dopo un solo fallimento?
Israele, naturalmente, ha molte ragioni di preoccuparsi, di stare in ansia. Ma proprio davanti a pericoli e minacce la disperazione e l’inazione non possono essere considerate una linea politica efficace. L’attuale governo israeliano, come i suoi predecessori, si comporta come se fosse prigioniero della disperazione. Non ricordo di aver mai sentito un discorso di seria speranza da parte di Netanyahu, dei suoi ministri e dei suoi consulenti. Nemmeno una parola sul sogno di vivere in pace, sulle possibilità racchiuse in un simile ideale, o sull’opportunità che Israele si inserisca in un intreccio di nuove alleanze e interessi in Medio Oriente. Come ha fatto la speranza a trasformarsi in un termine volgare, colpevolizzante, secondo per pericolosità soltanto a “pace”? Guardateci: il paese più forte della regione — una potenza, in termini locali — che gode dell’appoggio quasi inconcepibile degli Stati Uniti, della simpatia e del sostegno di Germania, Inghilterra e Francia, dentro di sé si considera ancora una vittima impotente. E si comporta come tale: vittima delle proprie paure, reali o immaginarie, delle atrocità sofferte in passato, degli errori di vicini e nemici.
Quale speranza ci può essere in una situazione tanto difficile? Una ce n’è, malgrado tutto. La speranza che, senza ignorare i pericoli e le numerose difficoltà, si rifiuta di vedere solo quelli. La speranza che, se le fiamme del conflitto si affievoliranno, potrebbero ancora emergere, a poco a poco, i tratti sani ed equilibrati dei due popoli sui quali comincerà ad agire il potere terapeutico della quotidianità, della saggezza della vita, del compromesso, di una sensazione di sicurezza esistenziale grazie alla quale poter crescere i figli senza la minaccia della morte, senza l’umiliazione dell’occupazione, senza la paura del terrorismo, e aspirare a un tessuto di vita semplice, familiare, fatto di lavoro e di studio.
Oggi, nei due popoli, agiscono quasi esclusivamente agenti di disperazione e di odio. Potrebbe essere quindi difficile credere che la visione che ho prospettato sia possibile. Ma una realtà di pace comincerà a forgiare agenti di speranza, di vicinanza e di ottimismo, che abbiano un interesse concreto e privo di risvolti ideologici a creare sempre più contatti con i membri dell’altro popolo. Forse, un giorno, fra molti anni, ci saranno un riavvicinamento più profondo e persino rapporti di amicizia tra questi due popoli. Tra questi esseri umani. Non sarebbe la prima volta nella storia.
Io mi aggrappo a questa speranza e la custodisco in me perché voglio continuare a vivere qui. Non posso permettermi il lusso della disperazione. La situazione è troppo grave per esse- re lasciata ai disperati e, accettarla con rassegnazione, sarebbe di fatto un’ammissione di sconfitta. Non una sconfitta sul campo di battaglia ma una sconfitta umana. Nel momento infatti in cui accettiamo che la disperazione ci governi qualcosa di profondo e di vitale in noi esseri umani ci viene negato, ci viene portato via. Chi segue una linea politica che, di fatto, non è che una sottile patina di rivestimento di un sentimento di profonda disperazione, mette in pericolo l’esistenza di Israele. Chi si comporta in questo modo non può sostenere di «essere un popolo libero nella nostra terra». Può forse cantare la Tikvah, la Speranza, il nostro inno nazionale, ma nella sua voce, al posto della parola «speranza», echeggerà «disperazione ». «Una disperazione di duemila anni».
Noi, che da moltissimi anni chiediamo la pace, continueremo a insistere sulla speranza. Una speranza consapevole e che non si dà per vinta. Che sa di essere, per israeliani e palestinesi, l’unica possibilità di sconfiggere la forza di gravità della disperazione.
L'Onu ritrova razzi in una sua scuola a Gaza, aperta un'inchiesta
17/07/2014
L'Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato di
aver lanciato un'inchiesta sul ritrovamento di 20 razzi nascosti in una
delle sue scuole a Gaza. "Ieri, nel corso di una regolare ispezione in
uno dei suoi edifici, l'Unrwa ha scoperto circa 20 razzi nascosti in una
scuola vuota nella Striscia di Gaza", ha fatto sapere l'agenzia con un
comunicato, nel quale denuncia una "palese violazione" del diritto
internazionale."L'Unrwa condanna con forza il gruppo o i gruppi responsabili di aver piazzato armi in una delle sue installazioni - si legge ancora nella nota - Si tratta di una violazione palese della inviolabilità dei suoi edifici, in base al diritto internazionale". Si è trattato, secondo l'agenzia Onu, del primo incidente di questo tipo, che ha "messo in pericolo i civili, compreso lo staff (Onu, ndr) e ha messo a rischio la missione fondamentale dell'Unrwa".
Nel comunicato si precisa che l'agenzia ha "informato le parti interessate", "ha poi preso tutte le misure necessarie per la rimozione degli oggetti" e ha "lanciato un'inchiesta". Israele ha più volte accusato Hamas di usare edifici civili per depositare e lanciare i suoi razzi e ha anche usato questo argomento per spiegare l'alto numero di civili uccisi nei suoi raid a Gaza.
lunedì 12 agosto 2013
Chi si ricorda di Tel al-Zaatar?
Titolo originale:
ERA LA MATTINA DEL 12 AGOSTO 1976
di Francesco Castelnuovo
2013
Oggi è il 37esimo anniversario della strage di Tel al-Zaatar, una delle stragi di palestinesi più barbare degli ultimi 40 anni, compiuta durante la guerra del Libano, in un campo di rifugiati palestinesi, da parte dei falangisti libanesi filo-siriani con l'appoggio del dittatore siriano Hafez El-Assad (nella foto insieme a Yasser Arafat, in una delle varie immagini della fine degli anni 70 che li ritraggono insieme, guarda un po'...).
Una strage particolarmente efferata non solo per il numero delle vittime (tra 2000 e 3000 a seconda delle stime), ma perché avvenne dopo che le milizie guidate dal generale Michel Aoun avevano portato allo stremo e alla fame gli occupanti del campo con un assedio durato oltre 6 mesi! La strage di Tel al-Zaatar non viene ricordata quasi mai. Non è come per la strage di Sabra e Shatila, che fu compiuta anch'essa da falangisti libanesi, ma con gli israeliani che avevano chiuso un occhio.
Per la strage di Sabra e Shatila ci sono state in 30 anni:
- reportages di testate internazionali,
- manifestazioni di piazza in mezza Europa (e in Israele)
- commissioni d'inchiesta,
- proteste della Lega Araba,
- richieste di condanna per Ariel Sharon,
- discorsi di fine d'anno di Presidenti della Repubblica Italiana (v. discorso di fine anno di Sandro Pertini il 31 dic 1982),
- canzoni di Eugenio Finardi,
- canzoni dei Nomadi,
- ...e tante altre grida di scandalo che adesso nemmeno ricordo.
Per la strage di Tel al-Zaatar invece no! Tel al-Zaatar non se la ricorda nessuno! Eppure le sue dimensioni in termini di durata e di numero di vittime è pari se non superiore a quelle di Sabra e Shatila. Come mai? È semplice. Non c'erano di mezzo gli israeliani. È come per le tante e tante stragi di palestinesi compiute dai loro "fratelli" arabi. A partire dalla più grande di tutte, quella compiuta nel settembre 1970 (il Settembre nero) da Re Hussein di Giordania (che, chissà come mai, nel suo discorso di veemente protesta per Sabra e Shatila, Sandro Pertini citò come esempio da seguire!).
E così, tutte le volte che i palestinesi sono stati (o sono tuttora, v. in Siria) uccisi dagli arabi, i cosiddetti "difensori dei diritti umani", "pacifisti" o "filo-palestinesi" che dir si voglia, hanno altro da fare. Fanno come diceva Craxi: vanno al mare. Come quel 12 agosto...
venerdì 9 agosto 2013
Prestami il tuo braccio!
4 Aprile 2013
Quando la mistificazione non si fa scrupolo di utilizzare morti per attizzare l’odio. Oggi il web è stato inondato da una foto spacciata come quella di Abu Maysara Hamdiya, un prigioniero palestinese, morto questa settimana in un carcere israeliano, la morte del quale è stata presa a pretesto per scatenare una nuova ondata di violenze nella West Bank.
Hamdiya soffriva di cancro, e l’accusa è che egli non abbia ricevuto le cure mediche di cui aveva bisogno. La foto lo mostra ammanettato a un letto di ospedale e insinua che gli fossero stati inflitti trattamenti crudeli, inumani durante la sua pena detentiva.
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| Il volto del sessantacinquenne prigioniero Abu Maysara Hamdiya, sovrapposto ad un braccio ammanettato decisamente più giovane |
Il portavoce israeliano del Prison Service, Sivan Weizman, ha spiegato che erano state prese tutte le precauzioni necessarie per la salute di Abu Hamdiya, tra le quali il trasferimento in un carcere più vicino a strutture ospedaliere. Ricordiamo che Hamdiya in effetti è morto nell’ospedale di Bersheeva e non in carcere. Hamdiyah scontava l’ergastolo per omicidio, appartenenza a Hamas e possesso di armi. Nella didascalia alla foto sopra si legge: ”prigioniero, comandante e jihadista”, insieme a una foto di Abu Maysara Hamdiya. L’immagine implica che Abu Hamdiya fosse ammanettato ad un letto d’ospedale.
In realtà, il braccio nella foto sopra è una porzione ritagliata di una foto scattata in Siria, di un ribelle in ospedale. La foto è stata originariamente pubblicata l’8 dicembre 2012.
La fonte della smentita è il sito dell'IDF: http://www.idfblog.com/2013/04/04/proved-fake-photo-of-palestinian-prisoner-maysara-abu-hamdiya-handcuffed-to-bed/
Qui la traduzione in italiano: http://fedsit.wordpress.com/2013/04/04/prestami-il-tuo-braccio/#comments
giovedì 8 agosto 2013
Israele: un'isola che protegge i cristiani in Medio Oriente
Israele, unica isola che protegge i cristiani in Medio Oriente
di Michael Oren
La Basilica di Betlemme è sopravvissuta più di mille anni attraverso guerre e conquiste, ma il suo futuro in quel momento appariva in pericolo. Sulle sue antiche mura erano state vergate con la vernice a spruzzo le lettere arabe della parola HAMAS. Correva l'anno 1994 e la città stava per passare dal controllo israeliano a quello palestinese.
In qualità di consigliere del governo israeliano, mi incontravo con i sacerdoti della Basilica su questioni inter-religiose. Erano sconfortati, ma anche troppo spaventati per sporgere denuncia. Gli stessi teppisti di Hamas che aveva profanato il loro santuario avrebbero potuto prendersi anche le loro vite.
Il trauma di quei sacerdoti è diventato oggi esperienza quotidiana fra i cristiani mediorientali. La loro percentuale, sulla popolazione complessiva mediorientale, è precipitata dal 20% di un secolo fa a meno del 5% oggi, e continua e decrescere. In Egitto, l'anno scorso, duecentomila cristiani copti sono fuggiti dalle loro case dopo i pestaggi e i massacri ad opera di folle di estremisti islamici. Dal 2003, 70 chiese irachene sono state bruciate e quasi mille cristiani uccisi solo a Bagdad, provocando la fuga di più di metà di quella comunità da un milione di persone. La conversione al cristianesimo è perseguita come reato capitale in Iran, il paese dove il mese scorso è stato condannato a morte il pastore evangelico Yousef Nadarkhani per apostasia (rinuncia all'islam). In Arabia Saudita le preghiere cristiane sono fuori legge anche in privato.
Come un tempo vennero espulsi dai paesi arabi 800.000 ebrei, così oggi vengono costretti a fuggire i cristiani da terre dove hanno abitato per secoli. L'unico posto in Medio Oriente dove i cristiani non sono in pericolo, ma anzi fioriscono, è Israele.
Dalla nascita d'Israele, nel 1948, le comunità cristiane del paese (ortodossi greci e russi, cattolici, armeni e protestanti) sono cresciute di più del 1.000%. I cristiani giocano un ruolo importante in tutti gli aspetti della vita israeliana, sono presenti in Parlamento, nel Ministero degli esteri, nella Corte Suprema. Sono esentati dal servizio militare di leva, ma migliaia di loro si arruolano come volontari prestando giuramento su un testo del Nuovo Testamento stampato in ebraico. I cristiani arabo-israeliani sono in media più benestanti e più scolarizzati della media degli ebrei israeliani, e prendono anche voti migliori nei test di immatricolazione.
Questo non significa che i cristiani d'Israele non si imbattano a volte in manifestazioni di intolleranza. Ma a differenza del resto del Medio Oriente dove l'odio verso i cristiani è ignorato o addirittura incoraggiato, Israele è e rimane legato al solenne impegno contenuto nella sua Dichiarazione d'Indipendenza di riconoscere "completa eguaglianza a tutti i propri cittadini indipendentemente dalla loro religione". Israele garantisce libero accesso a tutti i Luoghi Santi cristiani, che rimangono sotto esclusiva tutela del clero cristiano. Quando i musulmani tentarono di erigere una moschea a ridosso della Basilica dell'Annunciazione a Nazareth, il governo israeliano intervenne per preservare la sacralità del santuario cristiano.
In Israele si trovano molti i Luoghi Santi cristiani (come il luogo di nascita di San Giovanni Battista, Cafarnao, il Monte delle Beatitudini), ma lo stato d'Israele si estende su una parte soltanto di quella che la tradizione ebraica e cristiana considera Terra Santa. Il resto si trova nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ma in queste aree sotto controllo palestinese i cristiani patiscono le stesse condizioni dei loro correligionari nel resto del Medio Oriente. Da quando Hamas, nel 2007, ha preso il controllo della striscia di Gaza, metà della comunità cristiana che vi risiedeva è fuggita. Proibite sono le decorazioni natalizie cristiane e la pubblica esposizione del crocefisso. In una trasmissione televisiva del dicembre 2010, esponenti di Hamas incitarono i musulmani a trucidare i loro vicini cristiani. Rami Ayad, proprietario dell'unica libreria cristiana di Gaza, venne assassinato e il suo negozio ridotto in cenere. Si tratta della stessa Hamas con cui l'Autorità Palestinese che governa in Cisgiordania ha recentemente firmato un patto d'unità. Non c'è da stupirsi, quindi, se si registra un esodo di cristiani anche dalla Cisgiordania, dove un tempo erano il 15% della popolazione mentre ora non arrivano al 2%.
C'è chi attribuisce questa fuga alla politica di Israele che negherebbe ai cristiani opportunità economiche, ne arresterebbe la crescita demografica e ne impedirebbe l'accesso ai Luoghi Santi di Gerusalemme. In realtà, la maggior parte dei cristiani di Cisgiordania vive in città come Nablus, Gerico e Ramallah che sono da sedici anni sotto il controllo dell'Autorità Palestinese: tutte città che hanno conosciuto una vistosa crescita economica e un forte aumento di popolazione… fra i musulmani.
Israele, nonostante la vitale necessità di proteggere i suoi confini dai terroristi, in occasione delle festività consente l'accesso alle chiese di Gerusalemme anche ai cristiani provenienti sia dalla Cisgiordania, sia dalla striscia di Gaza. A Gerusalemme stessa il numero di residenti arabi, compresi i cristiani, è triplicato da quando la città è stata riunificata da Israele, nel 1967.
Dunque deve esservi un'altra ragione per spiegare l'esodo dei cristiani dalla Cisgiordania. La risposta si trova a Betlemme. Sotto il patrocinio d'Israele (1967-1996), la popolazione cristiana della città era cresciuta del 57%. Dopo il 1996, invece, sotto l'Autorità Palestinese il loro numero è precipitato. Palestinesi armati si impossessarono di case cristiane da dove per anni i loro cecchini hanno fatto fuoco sule case dei prospicienti quartieri ebraici di Gerusalemme sud, fino a costringere Israele a costruire la barriera protettiva (che ora gli viene imputata). Palestinesi armati occuparono anche la Basilica della Natività, saccheggiandola e usandola come latrina. Oggi i cristiani, che a Betlemme erano la maggioranza, non costituiscono più di un quinto della popolazione di questa loro città santa.
L'estinzione delle comunità cristiane in Medio Oriente costituisce un'ingiustizia di dimensioni storiche. Eppure Israele rappresenta un esempio di come questa tendenza possa essere non solo prevenuta, ma ribaltata. Se godessero del rispetto e dell'apprezzamento che ricevono nello stato ebraico, anche nei paesi musulmani i cristiani potrebbero non solo sopravvivere, ma crescere e prosperare.
(Wall Street Journal, 9 marzo 2012 - da israele.net)
http://www.ilvangelo-israele.it/approfondimenti/Israele_unica_isola.html
Israele e UNRWA, un rapporto difficile
Ridurre i danni causati dall'Unrwa
di Steven J. Rosen e Daniel Pipes
Chi muove delle critiche all'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'assistenza ai profughi palestinesi (Unrwa), l'organizzazione che ha il compito di sorvegliare i rifugiati palestinesi, tende a concentrare l'attenzione sui suoi errori. I campi dell'agenzia sono ricettacoli per terroristi. La sua burocrazia è congestionata e nel suo libro paga figurano dei radicali. Le sue scuole insegnano l'incitamento all'odio. I suoi registri puzzano di frode. Le sue politiche incoraggiano una mentalità vittimistica.
Tuttavia, il problema più importante dell'Unrwa è la sua missione. Da oltre sessant'anni, è diventata un'agenzia che perpetua il problema dei rifugiati piuttosto che contribuire a risolverlo. L'Unrwa non opera per trovare una sistemazione ai profughi; invece, registrando di giorno in giorno sempre più nomi di nipoti e pronipoti che non si sono mai spostati dalle loro abitazioni né hanno mai abbandonato il loro impiego, e inserendoli in modo fittizio nella lista dei "rifugiati", li si aggiunge al numero dei rifugiati che hanno dei motivi di risentimento nei confronti di Israele. Ormai, questi discendenti costituiscono oltre il 90 per cento dei rifugiati dell'Unrwa.
Inoltre, l'agenzia viola la convenzione sui rifugiati esigendo che quasi due milioni di persone cui è stata data la cittadinanza in Giordania, in Siria e in Libano (e che costituiscono il 40 per cento dei beneficiari dell'Unrwa) siano ancora rifugiati.
Come risultato di queste pratiche, invece di diminuire grazie alla dislocazione in una nuova zona o in un nuovo paese e al logorio naturale, il numero dei rifugiati dell'Unrwa è aumentato costantemente dal 1949, passando da 750.000 a quasi 5milioni. Di questo passo, i rifugiati dell'agenzia dell'Onu supereranno gli 8milioni nel 2030 e i 20milioni nel 2060, i suoi campi e le sue scuole promuoveranno incessantemente il futile sogno in base al quale questi milioni di discendenti un giorno faranno "ritorno" nelle case dei loro avi in Israele. Quand'anche il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ammettesse che l'invio di cinque milioni di palestinesi [in Israele] significherebbe "la fine di Israele", è chiaro che l'Unrwa ostacola la risoluzione del conflitto.
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| Un murales che ritrae Ayat al-Akhras, una kamikaze palestinese, sul muro di una scuola dell'Unrwa, nel campo profughi di Deheishe, vicino a Betlemme. |
I funzionari del governo israeliano sono ben consapevoli del fatto che l'Unrwa perpetui il problema dei rifugiati e conosce bene le sue pecche. Detto questo, lo Stato di Israele ha un rapporto lavorativo con quest'agenzia delle Nazioni Unite e guarda a essa per assolvere e garantire certi servizi.
La politica di cooperazione di Israele è cominciata nel 1967 con lo scambio di missive dell'accordo Comay-Michelmore, il carteggio in cui Gerusalemme prometteva "la piena cooperazione delle autorità israeliane (…) [per] facilitare il compito dell'Unrwa". Questa linea politica continua a essere osservata; nel novembre 2009, un rappresentante israeliano confermò "un impegno continuo a rispettare l'accordo" delle missive del 1967 e a sostenere "l'importante missione umanitaria dell'Unrwa". Egli promise altresì di mantenere "un coordinamento stretto" con l'Unrwa.
I funzionati israeliani distinguono fra il ruolo politico negativo dell'Unrwa e quello più positivo di servizio sociale che fornisce assistenza principalmente medica e educativa. Essi apprezzano che l'Unrwa, con i fondi messi a disposizione dai governi stranieri, aiuti un terzo della popolazione in Cisgiordania e tre quarti nella Striscia di Gaza. Senza questi fondi Israele potrebbe dover affrontare una situazione esplosiva sui propri confini e le pretese della comunità internazionale che, raffiguratolo come la "potenza occupante", esigono che esso si prenda cura di questa gente. Nei casi estremi, le Forze di difesa israeliane sarebbero dovute entrare nelle zone ostili per sovrintendere al funzionamento delle scuole e degli ospedali, tutto a carico dei contribuenti israeliani - una prospettiva assai poco attraente.
Come riassume un funzionario beninformato, l'Unrwa gioca "un ruolo determinante nel fornire aiuti umanitari alla popolazione civile palestinese che deve essere mantenuta".
Questo spiega perché quando degli amici stranieri di Israele cercano di sospendere i finanziamenti all'Unrwa, Gerusalemme invita alla prudenza o addirittura ostacola questi sforzi. Ad esempio, nel gennaio 2010, il governo canadese di Stephen J. Harper annunciò che avrebbe reindirizzato gli aiuti dell'Unrwa all'Autorità palestinese (Ap) per "assicurare la responsabilità finanziaria e favorire la democrazia nell'Ap". Anche se il B'nai B'rith del Canada ha dichiarato con orgoglio che "il governo ha prestato ascolto" al suo consiglio, i diplomatici canadesi hanno asserito che Gerusalemme ha pregato i canadesi di ricominciare a finanziare l'Unrwa.
Un altro esempio: nel dicembre 2011, il ministro degli Esteri olandese asserì che il suo governo "avrebbe rivisto" la propria politica verso l'Unrwa per poi dire in seguito, in via confidenziale, che Gerusalemme gli aveva chiesto di lasciare stare i finanziamenti dell'Unrwa.
Il che c'induce al seguente interrogativo: si possono conservare gli elementi dell'Unrwa utili a Israele senza perpetuare lo status di rifugiati?
Sì, è possibile, ma questo comporta che sia separato il ruolo dell'Unrwa di organismo che fornisce servizi sociali da quello che consiste nel produrre sempre più "rifugiati". Contrariamente alla sua prassi di registrare i nipoti come rifugiati, la Sezione III.A.2 e la SezioneIII.B delle "Prassi consolidate sull'Eleggibilità e la Registrazione" le permettono di fornire dei servizi sociali ai palestinesi senza definirli rifugiati. Questa disposizione è già in vigore: in Cisgiordania, ad esempio, il 17 per cento dei palestinesi iscritti nelle liste dell'Unrwa nel gennaio 2012 e aventi il diritto di usufruire dei suoi servizi non sono stati registrati come profughi.
Poiché l'Unrwa agisce in base al mandato conferitole dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la sua automatica maggioranza contraria a Israele è pressoché impossibile imporre un cambiamento. Ma i principali donatori dell'Unrwa, a cominciare dal governo Usa, dovrebbero smetterla di essere complici della perpetuazione da parte dell'Unrwa dello status di rifugiati.
Washington dovrebbe trattare quest'agenzia dell'Onu come un mezzo per fornire servizi sociali e niente più. Si dovrebbe insistere sul fatto che i beneficiari dell'Unrwa che non sono mai stati spostati o che hanno già la cittadinanza in altri Paesi, anche se forse non hanno diritto a fruire dei servizi dell'Unrwa, non sono dei rifugiati. Stabilire questa distinzione permette di risolvere un'importante questione nelle relazioni arabo-israeliane.
Pezzo in lingua originale inglese: Lessening UNRWA's Damage
(The Jerusalem Post, 10 luglio 2012 - trad. Angelita La Spada)
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