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giovedì 2 agosto 2018

Rifiutare il concetto di "territori occupati" per avvicinare la pace?





World Israel News
Titolo originale: US Rejection of Term ‘Occupied Territories’ Brings Peace Closer

26 aprile 2018
di Daniel Krygier


Per la prima volta dal 1979, un documento ufficiale del Dipartimento di Stato USA ha rimosso la dicitura "occupati" con riferimento a Giudea e Samaria. Preso a sé, questo dato può apparire irrilevante. In realtà, è il riflesso di una nuova politica per il Medio Oriente, che agevolerà il conseguimento di una pace fra arabi e israeliani.
Sin da quando gli stati arabi fallirono l'impresa di distruggere Israele nell'ambito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la comunità internazionale ha inquadrato il conflitto in termini di «Occupazione israeliana della Palestina». Tuttavia, l'espressione «Territori palestinesi occupati» è di natura esclusivamente politica e non legale o storica. «Palestina» è il termine assegnato dai romani alla Giudea occupata, e mai alcuno "stato di Palestina" è esistito in Terra di Israele.
Nel suo monumentale lavoro "I presupposti giuridici e i confini di Israele nell'ambito del diritto internazionale", Howard Grief ha argomentato che il titolo legale che assegna la Terra di Israele al popolo ebraico, è previsto dalle dichiarazioni della comunità internazionale in seno alla Conferenza di Sanremo del 1920.

Le implicazioni di questo riconoscimento sono che le comunità ebraiche in Giudea e Samaria sono legittime dal punto di vista del diritto internazionale, anche se respinte regolarmente da un Palazzo di Vetro parziale e politicizzato e dall'Unione Europea in quanto tale. A differenza della ex Algeria occupata dai francesi, Giudea e Samaria costituiscono le radici ancestrali di Israele. Israele ha ottenuto questi territori in seguito ad una guerra difensiva, dopo essere stato attaccato dagli stati arabi confinanti. Dal momento che la "Palestina" non esiste, Giudea e Samaria dovrebbero essere definiti tutt'al più territori "contesi", e non occupati. Ciò implica che Israele ha pieni diritti in Giudea e Samaria.
Ciò non implica che Israele si arroghi il diritto di annettere gli interi territori in discussione. Non è neanche nell'interesse dello stato ebraico, aggiungere 2 milioni di arabi alla sua popolazione. Tuttavia, un futuro accordo definitivo di pace fra arabi e israeliani potrebbe prevedere l'annessione delle aree a maggioranza ebraica più popolate di Giudea e Samaria. Dopotutto, ciò rispetta lo spirito e la lettera della Risoluzione ONU 242, che contempla la possibilità che Gerusalemme trattenga parte dei territori contesi.

E questo ci riporta alla voluta omissione del termine "occupati" da parte di una recente nota della Diplomazia USA, con riferimento a Giudea e Samaria. È un dato politicamente rilevante, perché il fulcro del conflitto non è mai stata la presunta occupazione, quanto l'opposizione della comunità araba e musulmana alla rinascita dello Stato di Israele, a prescindere dai confini e dalla capitale. Sono stati gli arabi, e non certo gli ebrei, a respingere sistematicamente ogni accordi di pace che contemplasse due stati distinti, a partire dalle raccomandazioni britanniche elaborate nel 1937 dalla Commissione Peel.

Israele non occupa alcunché. Né è stato rifondato per offrire un rifugio alle genti scampate all'Olocausto, come recentemente affermato dalla star di Hollywood Natalie Portman.
I confini definitivi di Israele devono essere ancora definiti. Tuttavia, ciò che appare indiscutibile è che l'Israele moderno è la realizzazione storica e legale del diritto del popolo ebraico a vivere nella propria Terra.
Il percorso verso una pace duratura ed effettiva non può prescindere da questa realtà inoppugnabile.

lunedì 20 aprile 2015

Smontata la calunnia dell'acqua

Un altro prezioso contributo di NGO Monitor fornisce finalmente un'ampia analisi in merito alla ben nota accusa dell'acqua. Anche questa accusa, come vedremo, nasconde un preciso intento politico di biasimo e delegittimazione dello stato israeliano e, cosa ancor più grave, contribuisce a sostenere la tesi (insostenibile da ogni punto di vista, alla luce dei fatti) del cosiddetto "genocidio palestinese".
Come spesso mi è capitato di far rilevare, le bugie della propaganda anti-israeliana sono sintetiche, colpiscono l'immaginario e suscitano sentimenti accesi, qui si chiede al lettore invece di accendere il pensiero critico, di inseguire il percorso che smonta punto per punto le accuse, dedicando tempo ed attenzione all'approfondimento.
Fra le due modalità deve essere sempre e solo la prima quella vincente?
La risposta ad ognuno di noi:



Le Organizzazioni non governative (ONG) hanno incrementato la strumentalizzazione del problema dell'acqua nell'offensiva politica nei confronti di Israele. Si va dalle false accuse di «discriminazione» e di «sottrarre acqua», alle pressioni nei confronti di società internazionali affinché boicottino la compagnia israeliana idrica, la Mekerot; per giungere alla spudorata distorsioni degli accordi sottoscritti fra israeliani e palestinesi.
A seguito di queste campagne diffamatorie, la compagnia idrica olandese Vitens ha cancellato l'accordo di collaborazione pianificato con Mekerot; l'italiana Acea è stata indotta a fare altrettanto, e analoghe campagne hanno visto la luce nel Regno Unito e in Argentina.

Le questione e le dispute legate ai diritti sull'acqua non sono definite dai confini internazionali tracciati su una mappa. Una stretta collaborazione e cooperazione fra le parti è prescritta affinché i problemi siano risolti in modo creati e costruttivo, onde l'accesso ad acque pulite e sicure sia garantito in modo paritario e ottimale. Inoltre, la complessità e la centralità della questione delle acque nel conflitto arabo-israeliano sono esasperate dalla scarsità della medesima a livello locale. Infatti, in questo ambito è stato istituito un "Comitato Congiunto per l'acqua" israelo-palestinese" (JWC), allo scopo di «gestire tutte le problematiche relative all'acqua potabile e alle acque sporche nel West Bank». Il processo decisionale alla base del JWC è di tipo «consensuale, inclusa la pianificazione, le procedute e le altre problematiche». Analogamente, un principio cardine del Trattato di Pace fra Israele e Giordania del 1994 prevede che «la cooperazione nelle problematiche relative alle acque vada a beneficio di ambo le parti, e contribuirà ad alleviare la scarsità di acqua».
Sfortunatamente, malgrado l'esistenza di una cooperazione fra israeliani, palestinesi e giordani, l'acqua è diventata un'arma nelle mani delle ONG politicizzate, che usano le accuse sulla disponibilità e sui diritti idrici come parte dello strumentario di delegittimazione e di antinormalizzazione nei confronti di Israele. Le ONG presentano una descrizione distorta dei fatti, ignorando gli accordi negoziali fra Israele e palestinesi, come gli Accordi Interinale del 1995 (che seguirono gli Accordi di Oslo), allo scopo di accusare falsamente Israele di violazione del diritto internazionale; quando nella realtà la fornitura di acqua da parte di Israele è ben superiore a quella precisata negli Accordi.
Questa narrativa inoltre accusa falsamente Israele di bloccare i progetti di sviluppo idrico palestinesi, inclusi gli impianti di trattamento delle acque reflue, di creare una «crisi idrica» a Gaza, e di fornire ai palestinesi la «quantità strettamente necessaria a sopravvivere, fornendo al contempo generose quantità di acqua ai coloni». Sotto diversi punti di vista, le campagne delle ONG hanno ricalcato l'agenda politica palestinese.

Le ONG che hanno condotto questa campagna diffamatoria includono Al Haq, Al Haq, Palestinian Center for Human Rights (PCHR), BADIL, Coalition of Women for Peace/Who Profits, e EWASH (una coalizione di ONG palestinesi, organizzazioni internazionali per lo sviluppo, e agenzie ONU). ONG internazionali ed europee, come Human Rights Watch, Amnesty International eUnited Civilians for Peace (UCP: un ombrello che comprende l'olandese ICCOOxfam Novib, Pax - meglio nota come Pax Christi - e Cordaid), analogamente accusano Israele di negare un «equo accesso all'acqua», architettando accuse infondate sulla fornitura di acqua ai palestinesi.
Non di rado, queste ONG riconoscono di agire sulla base di motivazioni politiche ed ideologiche, e non per garantire un migliore accesso alle risorse idriche da parte di Israele. Ad esempi, EWASH si è opposta alla costruzione di un impianto di desalinizzazione a Gaza, che avrebbe sensibilmente migliorato l'approvvigionamento idrico, sostenendo che avrebbe «accomodato l'occupazione» e «legittimato le azioni israeliane». EWASH inoltre ha affermato, malgrado l'evidenza opposta, che «la desalinizzazione sia una «soluzione tampone», mentre è pacifico per tutti che la desalinizzazione sarebbe un rimedio definitivo per la scarsità oggettiva di fonti idriche.


LE CALUNNIE PIU' RICORRENTI

Accusa. «Mekerot approfitta del controllo israeliano di un'area sottoposta ad occupazione. Gli Accordi di Oslo impediscono ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico, e negano la possibilità di acquistare acqua da altri stati o da aziende internazionali» (Who Profits, 2013). «Israele impedisce la costruzione e la gestione di infrastrutture idriche nel 59% del West Bank, nella zona nota come Area C, mediante la negazione sistematica di permessi di costruire o ripristinare impianti idrici» (Al Haq, 2013).

Realtà. Il coinvolgimento di Israele nel settore idrico nel West Bank, nonché la fornitura idrica ad alcune comunità palestinesi e agli insediamenti ebraici nel West Bank, sono regolati dagli Accordi Interinali del 1995, sottoscritti da Israele e dall'OLP, e garantiti dalla comunità internazionale. Al contrario di quanto affermano alcune ONG, questo accordo non «preclude ai palestinesi di sviluppare il loro settore idrico e della depurazione». L'articolo 40 afferma che l'approvazione dei progetti idrici nel West Bank è demandata al JWC, che si esprime all'unanimità. I palestinesi sono liberi di realizzare tutti gli impianti che desiderano, a patto che vi sia la preventiva approvazione del JWC. Una volta approvato il progetto, Israele non ha alcuna autorità sulle aree B e C. I progetti idrici palestinesi nell'area C, sottoposta a controllo amministrativo e militare israeliano, richiedono il permesso dell'Israeli Ministry of Defense Civil Administration (CA). Tuttavia, nella maggior parte dei casi l'implementazione di questi progetti è demandata al PWA. In molti casi i palestinesi rinunciano ad implementare progetti già approvati e finanziati, per motivazioni politiche legate dal conflitto con Israele, e per le pressioni esercitate dalla lobby agricola palestinese.
Dal 2000 il CA ha approvato 73 richieste su 76 presentate con riferimento all'area C. Il carteggio fra CA e PWA dimostra che progetti approvati nel 2001 non sono stati ancora eseguiti nel 2009. Ulteriori 44 progetti approvati dal JWC nelle area A e B, inclusi diversi impianti per il trattamento delle acque reflue, condutture primarie e reti di distribuzione che raggiungono diverse città e villaggi, nonché cisterne idriche; non sono ancora stati implementati.
Infine Mekerot non trae alcun profitto dalla fornitura di acqua ai palestinesi. Il prezzo corrisposto è stabilito di mutuo accordo, alla luce degli Accordi Interinali di Oslo. Questo prezzo, fissato a 1,66 shekel israeliani per metro cubo (1996), è stato in seguito aggiornato a 2,85 shekel, alla luce della crescita dei costi di produzione. L'entrata complessiva per Mekerot è pari a 4,16 shekel per metro cubo; tale in realtà da comportare una perdita. Come riferimento, gli israeliani pagano 8,89 shekel per metro cubo, sussidiando così l'erogazione di acqua ai palestinesi.

Accusa. «Il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni sulle importazioni dalla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni necessari per lo sviluppo e la manutenzione degli impianti, hanno indotto il raggiungimento di una crisi nella questione idrica» (EWASH, 2015). «Il blocco ha privato i bambini di Gaza della normale possibilità di bere acqua pulita» (Save the Children, 2012). «Stringenti restrizioni imposte da Israele negli ultimi anni all'accesso alla Striscia di Gaza di materiali e strumentazioni occorrenti per la riparazione degli impianti, hanno cagionato un ulteriore deterioramento della qualità dell'acqua e degli impianti di desalinizzazione a Gaza» (Amnesty, 2009).

Realtà. Gli Accordi di Oslo prevedono che la manutenzione degli impianti idrici a Gaza sia interamente demandata ai palestinesi (eccezion fatta per gli insediamenti e le basi militari), con Israele che si impegna a fornire 5 milioni di metri cubi all'anno ai palestinesi. Pertanto, dopo il disimpegno unilaterale del 2005, il governo di Hamas e l'Autorità Palestinese sono gli unici responsabili della situazione di Gaza.
Malgrado gli incessanti attacchi missilistici contro le famiglie israeliane da parte di Hamas da Gaza, Israele ha continuato a mantenere l'impegno di fornire la quantità di acqua prevista dagli Accordi di Oslo. Inoltre, malgrado le aggressioni, il personale dell'azienda dell'acqua israeliana ha garantito la riparazione e la manutenzione degli impianti a Gaza.
Un fattore cruciale nella scarsità di acqua a Gaza è la mediocre manutenzione della rete idrica, che comporta una perdita di acqua del 40% (a fronte del 3% della rete israeliana e del 33% di perdita nel West Bank). Affrontare questa problematica migliorerebbe in modo decisivo la disponibilità di acqua a Gaza, e ciò senza assistenza dall'esterno. Il trattamento delle acque reflue, il riciclo, l'irrigazione a goccia migliorerebbero immediatamente la situazione idrica nella Striscia.
Nel lungo periodo, la desalinizzazione è probabilmente l'unica soluzione per fornire una fonte affidabile e sicura di acqua a Gaza (come in Israele). La comunità internazionale si è offerta di costruire questi impianti; ma i palestinesi e le ONG si rifiutano di collaborare , sostenendo che normalizzerebbe la situazione, legittimando Israele.
Malgrado i problemi di sicurezza, Israele ha consentito che a Gaza entrino impianti idrici, completando la costruzione di una conduttura aggiuntiva, che fornire a Gaza ulteriori 5 milioni di metri cubi di acqua all'anno.

Accusa: «Mekorot sfrutta le sorgenti palestinesi, rifornisce gli insediamenti e trasfesce l'acqua palestinese attraverso la linea verde» (Who Profits, 2013); «Negli ultimi anni, i palestinesi hanno acquistato circa 50 MCM acqua all'anno. Questa acqua viene estratta dalla Mekorot dalla falda acquifera montana e i palestinesi dovrebbero essere in grado di estrarsela da soli se fossero autorizzati a scavare e mantenere i propri pozzi» (Stop the Wall, 2013).

Realtà: Water Agreement consente ai palestinesi di scavare e mantenere i propri pozzi, e la maggior parte dei pozzi in Cisgiordania sono di proprietà e gestiti da palestinesi. Mekorot scava pozzi in Cisgiordania come concordato coi palestinesi nel JWC, al fine di rifornire l'acqua per palestinesi e israeliani a prescindere dalla nazionalità. Niente di questa l'acqua viene trasportata dalla Mekorot fuori della Cisgiordania. L'acqua è fornita esclusivamente ai residenti della Cisgiordania palestinesi e israeliani. Infatti, dei circa 57 MMC (milioni di metri cubi) che Israele ha inviato ai palestinesi della West Bank nel 2013, solo circa 10 MMC provengono da pozzi della Cisgiordania. Il resto viene trasferito dall'interno di Israele nella Cisgiordania. In altre parole, Israele usa quantità significative della propria acqua per alimentare i palestinesi e non il contrario, come sostenuto dalle ONG. Le rivendicazioni delle ONG per quanto riguarda le "fonti palestinesi d'acqua" (in questo caso la falda acquifera di montagna - l'unica grande fonte di acqua in Cisgiordania) sono prive di fondamento. La falda acquifera di montagna è un acquifero comune; due terzi rientrano Israele, e il rimanente terzo sotto la Cisgiordania.

Accusa: «Il settanta per cento dell'acqua assegnata per insediamenti nella Valle del Giordano occupata proviene dai pozzi della Mekorot» (Who Profits, 2013); «I pozzi israeliani nella valle del Giordano producono circa 40 MMC all'anno ... usati quasi esclusivamente dai circa 9.000 coloni che operano gli insediamenti agricoli nella valle» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: ai residenti israeliani nella valle del Giordano sono dati circa 10 milioni di metri cubi all'anno in meno rispetto al volume dell'acqua dei pozzi della valle del Giordano che era stata esplicitamente approvata per il loro consumo nell'accordo di Oslo del 1995. Allo stesso tempo, circa 7 milioni di metri cubi di acqua del National Water Carrier di Israele sono annualmente forniti ai palestinesi in comunità (tra cui Gerico, Uja, Bardale, e altri) nella Valle del Giordano. Detto questo, la fornitura di acqua agli insediamenti della Valle del Giordano, così come la perforazione di pozzi in quella regione, sono tutte in conformità con l'accordo sull'acqua tra Israele e Autorità Palestinese, e sono condotte sotto l'autorità del JWC. Mekorot non sta privando i palestinesi di acqua nella Valle del Giordano o in qualsiasi altro luogo. La stragrande maggioranza dell'acqua che Mekorot fornisce alla West Bank (a palestinesi e israeliani) viene inviata da Israele (attraverso il Nazionale Water Carrier di Israele). Inoltre, i palestinesi hanno estratto meno del 50% della loro acqua di falda approvata dai pozzi della Valle del Giordano. Le estrazioni annuali dalla falda acquifera montana orientale, che forniscono sia palestinesi e israeliani nella Valle del Giordano, rimangono ben al di sotto della capacità della falda acquifera.

Accusa: «Mekorot permette una vasta produzione agricola in insediamenti illegali israeliani» (Who Profits, 2013).

RealtàCirca il 60% di tutta l'acqua utilizzata in agricoltura israeliana in Cisgiordania o è trattata dallo scarico delle acque reflue o proviene da altre fonti non potabili (ad esempio acque saline salmastre e deflussi di allagamenti), e l'acqua è fornita agli insediamenti in conformità con gli accordi internazionali vincolanti. Al contrario, i palestinesi si rifiutano di utilizzare acque reflue trattate e utilizzano solo acqua potabile per uso agricolo, pari al 50% del consumo palestinese di acqua dolce e aggravando così la crisi idrica. In molti casi, soprattutto nel nord della West Bank, gli agricoltori utilizzano l'acqua estratta da pozzi illegali e non ne pagano il consumo, ciò permette loro di sperperare acqua in modo irresponsabile. Inoltre, anche quando i finanziamenti da organismi internazionali e governi stranieri sono prontamente disponibili,la PA non ha presentato (p.5) progetti per la costruzione di impianti di trattamento delle acque reflue (WWTP), che potrebbero fornire fonti d'acqua aggiuntive per le esigenze agricole e ridurre l'inquinamento delle fonti d'acqua naturale, come anche il flusso delle acque reflue verso Israele.

Accusa: «Mekorot fornisce molta più acqua agli insediamenti che alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è una distorsione palese del sistema di approvvigionamento idrico in Cisgiordania. La PWA è responsabile della fornitura di acqua alle comunità palestinesi. L'approvvigionamento idrico di Israele agli insediamenti fa parte della dotazione d'acqua di Israele come previsto dal Comitato Congiunto per l'Acqua, e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. In generale, Mekorot fornisce più acqua ogni anno alla PA (57 MMC) rispetto a quella a cui sarebbe vincolato a base all'accordo sull'acqua (29 MMC, di cui 5 MMC sono forniti a Gaza). Questo in aggiunta all'acqua prodotta dagli stessi palestinesi (circa 140 MMC all'anno).

Accusa: «Al servizio dei coloni, Mekorot limita i rifornimenti idrici alle comunità palestinesi» (Who Profits, 2013); Mekorot riduce regolarmente la distribuzione / quantità di acqua fornita alle comunità palestinesi durante i caldi mesi estivi, mentre raddoppia il consumo delle colonie (EWASH, 2011).

Realtà: l'approvvigionamento idrico israeliano agli insediamenti fa parte della dotazione di Israele di acqua e non pregiudica la fornitura ai palestinesi in alcun modo. Inoltre, Israele fornisce meno acqua per i cittadini israeliani in Cisgiordania di quella stipulata negli accordi di Oslo e trasferisce la quota rimanente ai palestinesi.

Accusa: «Mekorot applica prezzi dell'acqua discriminatori, fatturando ai palestinesi tariffe più elevate rispetto a quelle israeliane» (Who Profits, 2013).

Realtà: Questa affermazione è completamente falsa. Come detto sopra, Mekorot vende acqua alla PA in perdita, la fattura 2,85 NIS per MMC (come previsto nell'accordo sull'acqua), mentre il costo di produzione per Mekorot è di 4,16 NIS per MMC.
Mekorot fa pagare ai cittadini israeliani 8,89 NIS per MMC per l'uso domestico.

Accusa: «Il 30% dell'acqua si disperde dalle tubature d'acquedotto palestinesi - perché Israele si rifiuta di permetterne il rinnovo» (Amici della Terra in Palestina / PENGON, 2014).

Realtà: La PWA perde il 33% dell'acqua nel suo sistema ogni anno (rispetto al 3% nel sistema israeliano) a causa dei furti all'interno della rete di acqua del Palestinian Water Authority e per la scarsa manutenzione. Israele non impedisce ai palestinesi di riparare il proprio sistema di tubi. Molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute malamente e sono ferme per riparazioni per lunghi periodi di tempo, a causa della mancanza della capacità tecnica di riparare le pompe e della mancanza di sforzi concertati per farlo.

I furti di acqua dei palestinesi, da entrambe le reti israeliane e palestinesi, è uno dei principali motivi della perdita di acqua. Di più 250 trivellazioni illegali è ben nota l'esistenza nel nord della West Bank solamente. L'autorità israeliana dell'acqua disconnette 600 di questi collegamenti ogni anno. Le richieste israeliane di ripristinare la Supervisione Congiunta [israelo-palestinese] e le Squadre di Supervisione e Controllo (JSETs) al fine di combattere i furti d'acqua sono state respinte dai palestinesi. I verbali delle riunioni JWC mostrano che in molti casi la PWA si era impegnata a chiudere trivellazioni illegali, ma senza darne seguire. Quando il CA alla fine li demolita, la PWA protestava. Inoltre, molte delle pompe dell'acqua PWA sono mantenute male e sono chiuse per riparazioni per lunghi periodi di tempo a causa della mancanza di capacità tecnica di riparare le pompe e in alcuni casi per il rifiuto di accettare l'assistenza israeliana.

Accusa: «Il vasto pompaggio di Mekorot sta riducendo la quantità di acqua di sorgenti e pozzi palestinesi» (Who Profits, 2013); «Israele limita la quantità di acqua disponibile annualmente per i palestinesi ... mentre ha continuato a costantemente sovraestrarre l'acqua per il proprio utilizzo in misura di gran lunga superiore al consumo annuo sostenibile dellafalda acquifera» (Amnesty International, 2009); «La sovraestrazione d'acqua da parte di Israele ha provocato un calo della falda in Cisgiordania» (Human Rights Watch, 2010).

Realtà: Israele non riduce la disponibilità di acqua ai palestinesi in Cisgiordania. Le estrazioni d'acqua di Mekorot all'interno della Cisgiordania sono molto al di sotto degli importi previsti che sono attentamente impostati da esperti di acqua e approvati dal Comitato Congiunto israeliano-palestinese per l'acqua.

Riduzioni della capacità di alimentazione della falda acquifera può verificarsi come risultato di anni consecutivi di scarse precipitazioni nella regione. Come notato sopra, Israele risponde convogliando più acqua dalle risorse proprie di Israele, piuttosto che rischiare sovraestrazioni dai pozzi della Cisgiordania.

Al contrario, centinaia di pompe idriche abusive palestinesi (pp.10-11), in particolare nella parte settentrionale della falda acquifera montana in Cisgiordania, hanno abbassato il livello dell'acqua nella falda acquifera montana, minacciando di peggiorare la qualità dell'acqua. Allo stesso tempo, Mekorot ha ridotto il suo pompaggio dalla falda acquifera montana negli ultimi anni, al fine di mantenere i livelli di estrazione dell'acqua sostenibili.

Allo stesso tempo, pur avendo ricevuto i permessi nel 2000 per pozzi nella sottoutilizzata falda acquifera orientale, la PWA ha perforato meno della metà dei pozzetti approvati. Israele ha offerto anche l'Autorità palestinese di costruire un impianto di desalinizzazione in terra israeliana, vicino ad Hadera, al fine di soddisfare i loro bisogni; l'Autorità palestinese ha rifiutato questa offerta.

Inoltre, la PWA non ha installato i contatori dell'acqua in circa il 50% delle case palestinesi e sulla maggior parte delle pompe agricole e quindi non è in grado di monitorarne l'utilizzo e riscuotere il pagamento da parte dei clienti.

Accusa: «La politica e le operazioni di Mekorot ignorano la Linea Verde» (Who Profits, 2013).

Realtà: Tutte le operazioni di Mekorot in Cisgiordania sono svolte nel quadro dell'accordo del 1995 e in base alle decisioni consensuali del JWC. Mekorot fornisce acqua a entrambe le comunità palestinesi e israeliane in Cisgiordania, e fornisce l'acqua al di sopra e al di là dell'importo pattuito con l'accordo di Oslo, un accordo riconosciuto a livello internazionale. Al contrario, la PWA ignora la responsabilità di fornire soluzioni idriche per i cittadini palestinesi, viola l'accordo sull'acqua in molti modi, consente la maggior parte delle acque reflue e inquinanti dei palestinesi di fluire in Israele (palesemente ignorando la linea verde), e scarica la colpa delle proprio carenze sulle spalle di Israele.



CONCLUSIONE

Data l'importanza dell'acqua per tutti i popoli della regione, è sconcertante che le ONG lo utilizzano come strumento per promuovere agende politiche anti-israeliane.

I problemi relativi all'acqua sono stati affrontati in dettaglio nell'accordo del 1995 acqua, sotto l'egida della comunità internazionale. Con riserva di ulteriori negoziati tra le parti, le disposizioni e i meccanismi concordati quindi sono pienamente vincolanti e devono essere rispettati. Le ONG che affermano di promuovere i diritti umani dovrebbero attenersi ai fatti rapidamente disponibili e facilmente accessibili e invitare l'Autorità palestinese e il governo di Hamas a Gaza ad accettare la proprie responsabilità in questo campo nei confronti dei cittadini palestinesi.

La vasta campagna internazionale su questo tema, che diffonde informazioni false e distorte, è parte integrante del tentativo di demonizzare e delegittimare Israele. Le ONG alla ribalta in questi sforzi non promuovono la pace e non aiutano i palestinesi a migliorare la loro accesso ad acque sane e pulite. 


Articolo originale:
Myths vs. Facts: NGOs and the Destructive Water Campaign Against Israel.

pubblicato in italiano da Il Borghesino:  

lunedì 26 gennaio 2015

Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali

Ripubblichiamo un interessante articolo del 2013 in merito ad uno dei tanti rapporti ONU sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte israeliana. Ne avrete sentito parlare anche voi dei 7.000 "bambini palestinesi" illegalmente incarcerati in Israele. Possiamo fidarci ciecamente dei rapporti che producono le agenzie dell'ONU?
Vediamo...



Un ragazzino palestinese viene fermato da due militari israeliani
durante una protesta (AFP Photo / Hazem Bader)


Rapporto UNICEF sui bambini palestinesi: accuse false e strumentali 

di Noemi Cabitza 
Rights Reporter, 11 marzo 2013

Ci risiamo. Ancora una agenzia ONU che per meri interessi economici usa il paravento dei bambini palestinesi e pubblica un rapporto basato letteralmente sul nulla, fatto di illazioni, di testimonianze non verificabili e stravolge completamente il concetto di "difesa dell'infanzia" assolvendo completamente i genitori dei bambini (i veri responsabili delle azioni dei minori) mentre punta sul lato che, in termini economici, è più remunerativo: Israele. 

Questa volta è il momento dell'UNICEF che, non paga dei milioni di dollari che ogni anno spreca in assurdi quanto improbabili progetti di difesa dell'infanzia palestinese (dove per altro si insegna l'odio verso Israele), con il concreto timore di un taglio consistente dei fondi, prova la carte dello shock e si inventa di sana pianta un rapporto unilaterale basato sul nulla e su testimonianze non verificabili da nessuno. La tecnica non è nuova, ma a tutto c'è un limite. 

   Andando con ordine, lo scorso 6 marzo l'UNICEF emette un rapporto intitolato "Children in israeli Military detention", sottotitolo: "Observation and Recommendations". Nel rapporto si racconta che ogni giorno almeno due minori palestinesi vengono arrestati dagli israeliani. Negli ultimi dieci anni sarebbero stati 7.000. Si racconta poi che i minori vengono prelevati nella notte, trasportati in luoghi lontani con un viaggio che dura anche 24 ore durante il quale vengono bendati e legati, privati dei servizi sanitari ecc. ecc. A parte la sciocchezza del viaggio che dura 24 ore (cosa fanno, li fanno girare in tondo? In 24 ore Israele si attraversa completamente almeno quattro volte), quello che appare più assurdo è il sistema descritto, palesemente volto a descrivere la figura del militare israeliano come una sorta di mostro (arriva nella notte, ti lega, ti benda e ti porta via), quando invece è risaputo che i militari israeliani e la polizia agiscono alla luce del sole e in pieno giorno (e i media ne sanno qualcosa dato che, chissà come mai, sono sempre pronti a riprendere gli arresti). 

   L'UNICEF addirittura scrive che il maltrattamento al minore inizia quando "il suo sonno tranquillo viene brutalmente interrotto dall'irruzione in casa dei militari" i quali urlano, spaccano mobili, fanno domande e chiedono spiegazioni. A parte l'assurdità della descrizione, secondo l'UNICEF una irruzione in casa di sospetti andrebbe fatta con delicatezza, suonare il campanello, chiedere il permesso di entrare, magari offrire una sigaretta. Ma il bello viene dopo. L'UNICEF scrive infatti che «il minore viene prelevato con la forza, senza spiegazioni né la possibilità di salutare o parlare con i familiari, ma con frasi vaghe come «è ricercato» oppure «lo riporteremo più tardi». Da lì comincia il viaggio verso i centri di detenzione". Anche in questo caso si tenta palesemente e smaccatamente di descrivere i militari israeliani come degli aguzzini senza pietà (il poverino non può salutare i genitori), senza una base legale (non dicono perché lo portano via) e bugiardi (lo riportiamo dopo). 


L'immagine che accompagna il rapporto UNICEF

   La realtà dei fatti è ben diversa da quella che viene descritta dall'UNICEF. Prima di tutto parliamo di ragazzi di 16/17/18 anni, non di bambini, ragazzi che si sono macchiati di atti di violenza contro civili e militari israeliani. Tirare un sasso contro una macchina o contro una persona non è un atto goliardico, è un reato che può portare a gravissimi danni. La stampa occidentale sorvola sul numero di incidenti e relativi feriti (altissimo) che si verifica a causa del lancio di sassi. Insomma, si tende a decontestualizzare il contesto facendo passare l'idea che poi, in fondo, lanciare una pietra di qualche Kg contro una persona o una macchina non sia poi così grave. 

Ma quello che soprattutto l'UNICEF non fa, in palese contrasto con la sua "mission", è sorvolare bellamente sul problema reale che sta alla base di queste violenze: i genitori. Se un ragazzo cresce in una famiglia in cui gli viene insegnato che l'unico ebreo buono è l'ebreo morto, la colpa non è del ragazzo, è dei genitori. Se nei campi estivi (parecchi gestiti proprio dall'UNICEF) ai bambini viene insegnato che Israele non esiste e che gli ebrei vanno gettati a mare, la colpa non è dei bambini se crescono con quella mentalità, è degli "educatori". In qualsiasi altra parte del mondo se un minore tira una pietra contro qualcosa o qualcuno provocando danni e feriti, prima viene arrestato (anche se minore) poi i suoi genitori vengono inquisiti per omessa sorveglianza o, nel peggiore dei casi, per istigazione nel caso in cui il gesto del minore sia riconducibile all'insegnamento dei genitori. Questo con i palestinesi non avviene mai. 


I campi estivi di Hamas. 
Migliaia di palestinesi tra 6 e 15 anni parteciperanno ad attività di stampo militare
Fonte: La Stampa 


   In questo l'UNICEF ha grosse responsabilità, prima di tutto perché tollera che ai ragazzi palestinesi venga inculcato l'odio sin da piccoli (cos'è questa se non una violazione dei Diritti dei bambini?) poi perché non affronta il problema alla base, cioè quello dell'educazione alla pace. 

   Insomma, siamo di fronte all'ennesimo rapporto spazzatura che guarda caso esce proprio quando si fanno sempre più insistenti le voci di tagli al budget dell'UNICEF in Cisgiordania, tagli che derivano proprio dalla gestione semi-terroristica dell'educazione infantile. 

   E' vero, alcuni minori che si sono resi colpevoli di gravi atti di violenza sono detenuti in carceri israeliani (istituti di pena per minori) così come avviene in ogni parte del mondo. Ma non ci sono torture, rapimenti nella notte o cose del genere, anzi, nella maggioranza dei casi i minori vengono curati e istruiti, cosa che a casa loro non avviene. L'UNICEF, se facesse veramente il suo lavoro, dovrebbe preoccuparsi di come i genitori arabi educano i minori e del fatto che i cosiddetti "palestinesi" inculcano nei loro bambini l'idea del martire (lo shaid) invece che quella della pace e della convivenza. Ma su questo non vedremo mai una sola parola, semplicemente perché non rende. 


I bambini palestinesi spesso vengono spinti dai genitori ad inscenare dei tafferugli con i militari
a favore di videocamera e macchina fotografica. Guarda il video.


   Per finire alcuni dati: i minori attualmente detenuti in istituti di pena israeliani sono 174, di questi oltre l'80% hanno più di 16 anni e scontano una pena che va da sei a otto mesi. Non ci sono detenuti minori di 16 anni. Le istituzioni internazionali li possono visitare ogni volta che vogliono, anche senza preavviso. La Croce Rossa Internazionale li visita TUTTI almeno una volta ogni due settimane. Dove sta la tortura o la detenzione illegale in tutto questo?    

venerdì 1 agosto 2014

Gaza: ONU e ONG complici di Hamas e Jihad Islamica

aiuti umanitari entrano a Gaza da Israele





Dall’Onu e dalle Ong ci si aspetterebbe sempre una posizione imparziale e soprattutto volta alla protezione dei più deboli. Nel caso della Striscia di Gaza (come in altri casi simili) questo non solo non avviene ma si assiste all’esatto contrario, cioè si assiste alla difesa di Hamas e dei suoi traffici mafiosi a scapito della popolazione.

L’ultimo lampante esempio si è avuto ieri durante le commemorazioni dedicate all’anniversario della fine dell’operazione “Pillar of defense” che lo scorso anno Israele fu costretto a iniziare per fermare il lancio di centinaia di missili dalla Striscia di Gaza sul suo territorio. Ebbene durante questa commemorazione ha parlato James Rawley, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi il quale ha detto che «la situazione umanitaria a Gaza è peggiorata a causa della distruzione dei tunnel gestiti da Hamas da parte dell’Egitto e di Israele».

A parte che ci sarebbe da chiedersi cosa ci faccia un rappresentante dell’Onu in una manifestazione organizzata da un gruppo terrorista (Hamas) allo scopo di propagandare una immaginifica vittoria contro Israele. Poi, come può un rappresentante dell’Onu giustificare e difendere un mercato clandestino nelle mani  di una organizzazione mafiosa e terrorista come quello implementato da Hamas attraverso i tunnel? 
E come può un rappresentante dell’Onu ignorare completamente il fatto che tutti (e sottolineo tutti) gli aiuti umanitari che arrivano a Gaza attraverso Israele non vengono gestiti come dovrebbero dalle organizzazioni umanitarie ma vengono sequestrati e venduti da Hamas? 
E si, perché va detto che contemporaneamente alla distruzione dei tunnel che confinavano con l’Egitto, distruzione implementata dall’esercito egiziano per ragioni di sicurezza, è aumentato il flusso di aiuti da Israele verso Gaza come dimostrano i bollettini rilasciati periodicamente dal IDF. 

Come mai quegli aiuti la popolazione di Gaza li deve pagare quando invece li dovrebbe avere gratis? Solo di recente questo flusso è rallentato a causa della scoperta di un tunnel del terrore costruito da Hamas con il cemento entrato da Israele. Eppure di tutto questo James Rawley non ne ha fatto parola nonostante ne fosse perfettamente a conoscenza. E sia sa, chi tace acconsente.

Non da meno sono le Ong che accusano Israele e l’Egitto di isolare Gaza ma non dicono una parola sul motivo delle decisioni israeliane ed egiziane che poi sono le stesse e si chiamano Hamas e Jihad Islamica. 
Ma la cosa più scandalosa, in merito alle Ong, è che non fanno la minima menzione al fatto che tutte le loro operazioni nella Striscia di Gaza sono soggette all’approvazione di Hamas, cioè devono pagare il gruppo terrorista per l’attuazione di progetti umanitari o di sviluppo. 

Questo si che è scandaloso perché, nei fatti, degli oltre 300 progetti umanitari o di sviluppo finanziati dalla comunità internazionale nella Striscia di Gaza, solo un decimo vengono realmente implementati. Ma loro continuano ad accusare Israele ed Hamas di isolare Gaza.

Ora, ammesso che sia vero che la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza è peggiorata, di chi è la colpa? E’ ora di finirla con questa ipocrisia che poi, diciamocelo francamente, è direttamente legata alla richiesta di fondi alla comunità internazionale piuttosto che al reale pensiero delle condizioni di vita della popolazione di Gaza, perché se realmente a Onu e Ong gliene fregasse qualcosa della gente di Gaza denuncerebbero il sistema mafioso di Hamas e non le operazioni di difesa di Israele ed Egitto.


Sharon Levi


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venerdì 18 luglio 2014

L'Onu ritrova razzi in una sua scuola a Gaza, aperta un'inchiesta

L'Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato di aver lanciato un'inchiesta sul ritrovamento di 20 razzi nascosti in una delle sue scuole a Gaza. "Ieri, nel corso di una regolare ispezione in uno dei suoi edifici, l'Unrwa ha scoperto circa 20 razzi nascosti in una scuola vuota nella Striscia di Gaza", ha fatto sapere l'agenzia con un comunicato, nel quale denuncia una "palese violazione" del diritto internazionale.

"L'Unrwa condanna con forza il gruppo o i gruppi responsabili di aver piazzato armi in una delle sue installazioni - si legge ancora nella nota - Si tratta di una violazione palese della inviolabilità dei suoi edifici, in base al diritto internazionale". Si è trattato, secondo l'agenzia Onu, del primo incidente di questo tipo, che ha "messo in pericolo i civili, compreso lo staff (Onu, ndr) e ha messo a rischio la missione fondamentale dell'Unrwa".

Nel comunicato si precisa che l'agenzia ha "informato le parti interessate", "ha poi preso tutte le misure necessarie per la rimozione degli oggetti" e ha "lanciato un'inchiesta". Israele ha più volte accusato Hamas di usare edifici civili per depositare e lanciare i suoi razzi e ha anche usato questo argomento per spiegare l'alto numero di civili uccisi nei suoi raid a Gaza.

venerdì 11 luglio 2014

Come sarebbe il mondo se vincesse Hamas?




di Pierpaolo Pinhas Punturello
9 luglio 2014

Un solo minuto. Per un solo minuto vorrei vedere come sarebbe il mondo se vincesse Hamas. Se i regimi come l'Iran avessero la meglio sull'occidente, se i talebani governassero sull'Afganistan, se i califfati di Iraq fossero regimi legittimamente accettati dall'ONU. Vorrei vedere le libertà dei miei amici di sinistra che fine farebbero ( ohibò ma in fondo anche io sono di sinistra seppur ebreo ed israeliano...o no?) che fine farebbero le istanze femminili, i diritti delle donne, come vestirebbero le mie amiche di Napoli, Roma, Milano, Londra. Come sarebbe la vita dei miei amici gay che troppo spesso adorano Tel Aviv dimenticato il prezzo che ci costano le libertà di Tel Aviv. Vorrei vedervi tutti amici miei senza un Israele da boicottare e da accusare di ogni crimine, mentre con il burka, le barbe, le spose bambine, le lapidazioni ed i corpi degli omosessuali impiccati vivreste le vostre vite. Senza più aria, senza più senso, senza più vita. Io difendo questo e voi?

giovedì 8 agosto 2013

Israele e UNRWA, un rapporto difficile




Ridurre i danni causati dall'Unrwa 
di Steven J. Rosen e Daniel Pipes


Chi muove delle critiche all'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'assistenza ai profughi palestinesi (Unrwa), l'organizzazione che ha il compito di sorvegliare i rifugiati palestinesi, tende a concentrare l'attenzione sui suoi errori. I campi dell'agenzia sono ricettacoli per terroristi. La sua burocrazia è congestionata e nel suo libro paga figurano dei radicali. Le sue scuole insegnano l'incitamento all'odio. I suoi registri puzzano di frode. Le sue politiche incoraggiano una mentalità vittimistica.

   Tuttavia, il problema più importante dell'Unrwa è la sua missione. Da oltre sessant'anni, è diventata un'agenzia che perpetua il problema dei rifugiati piuttosto che contribuire a risolverlo. L'Unrwa non opera per trovare una sistemazione ai profughi; invece, registrando di giorno in giorno sempre più nomi di nipoti e pronipoti che non si sono mai spostati dalle loro abitazioni né hanno mai abbandonato il loro impiego, e inserendoli in modo fittizio nella lista dei "rifugiati", li si aggiunge al numero dei rifugiati che hanno dei motivi di risentimento nei confronti di Israele. Ormai, questi discendenti costituiscono oltre il 90 per cento dei rifugiati dell'Unrwa.

   Inoltre, l'agenzia viola la convenzione sui rifugiati esigendo che quasi due milioni di persone cui è stata data la cittadinanza in Giordania, in Siria e in Libano (e che costituiscono il 40 per cento dei beneficiari dell'Unrwa) siano ancora rifugiati.

   Come risultato di queste pratiche, invece di diminuire grazie alla dislocazione in una nuova zona o in un nuovo paese e al logorio naturale, il numero dei rifugiati dell'Unrwa è aumentato costantemente dal 1949, passando da 750.000 a quasi 5milioni. Di questo passo, i rifugiati dell'agenzia dell'Onu supereranno gli 8milioni nel 2030 e i 20milioni nel 2060, i suoi campi e le sue scuole promuoveranno incessantemente il futile sogno in base al quale questi milioni di discendenti un giorno faranno "ritorno" nelle case dei loro avi in Israele. Quand'anche il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ammettesse che l'invio di cinque milioni di palestinesi [in Israele] significherebbe "la fine di Israele", è chiaro che l'Unrwa ostacola la risoluzione del conflitto.

Un murales che ritrae Ayat al-Akhras, una kamikaze palestinese, 
sul muro di una scuola dell'Unrwa, nel campo profughi di Deheishe, vicino a Betlemme.


   I funzionari del governo israeliano sono ben consapevoli del fatto che l'Unrwa perpetui il problema dei rifugiati e conosce bene le sue pecche. Detto questo, lo Stato di Israele ha un rapporto lavorativo con quest'agenzia delle Nazioni Unite e guarda a essa per assolvere e garantire certi servizi.

   La politica di cooperazione di Israele è cominciata nel 1967 con lo scambio di missive dell'accordo Comay-Michelmore, il carteggio in cui Gerusalemme prometteva "la piena cooperazione delle autorità israeliane (…) [per] facilitare il compito dell'Unrwa". Questa linea politica continua a essere osservata; nel novembre 2009, un rappresentante israeliano confermò "un impegno continuo a rispettare l'accordo" delle missive del 1967 e a sostenere "l'importante missione umanitaria dell'Unrwa". Egli promise altresì di mantenere "un coordinamento stretto" con l'Unrwa.

   I funzionati israeliani distinguono fra il ruolo politico negativo dell'Unrwa e quello più positivo di servizio sociale che fornisce assistenza principalmente medica e educativa. Essi apprezzano che l'Unrwa, con i fondi messi a disposizione dai governi stranieri, aiuti un terzo della popolazione in Cisgiordania e tre quarti nella Striscia di Gaza. Senza questi fondi Israele potrebbe dover affrontare una situazione esplosiva sui propri confini e le pretese della comunità internazionale che, raffiguratolo come la "potenza occupante", esigono che esso si prenda cura di questa gente. Nei casi estremi, le Forze di difesa israeliane sarebbero dovute entrare nelle zone ostili per sovrintendere al funzionamento delle scuole e degli ospedali, tutto a carico dei contribuenti israeliani - una prospettiva assai poco attraente.

   Come riassume un funzionario beninformato, l'Unrwa gioca "un ruolo determinante nel fornire aiuti umanitari alla popolazione civile palestinese che deve essere mantenuta".
Questo spiega perché quando degli amici stranieri di Israele cercano di sospendere i finanziamenti all'Unrwa, Gerusalemme invita alla prudenza o addirittura ostacola questi sforzi. Ad esempio, nel gennaio 2010, il governo canadese di Stephen J. Harper annunciò che avrebbe reindirizzato gli aiuti dell'Unrwa all'Autorità palestinese (Ap) per "assicurare la responsabilità finanziaria e favorire la democrazia nell'Ap". Anche se il B'nai B'rith del Canada ha dichiarato con orgoglio che "il governo ha prestato ascolto" al suo consiglio, i diplomatici canadesi hanno asserito che Gerusalemme ha pregato i canadesi di ricominciare a finanziare l'Unrwa.

   Un altro esempio: nel dicembre 2011, il ministro degli Esteri olandese asserì che il suo governo "avrebbe rivisto" la propria politica verso l'Unrwa per poi dire in seguito, in via confidenziale, che Gerusalemme gli aveva chiesto di lasciare stare i finanziamenti dell'Unrwa.

   Il che c'induce al seguente interrogativo: si possono conservare gli elementi dell'Unrwa utili a Israele senza perpetuare lo status di rifugiati?

   Sì, è possibile, ma questo comporta che sia separato il ruolo dell'Unrwa di organismo che fornisce servizi sociali da quello che consiste nel produrre sempre più "rifugiati". Contrariamente alla sua prassi di registrare i nipoti come rifugiati, la Sezione III.A.2 e la SezioneIII.B delle "Prassi consolidate sull'Eleggibilità e la Registrazione" le permettono di fornire dei servizi sociali ai palestinesi senza definirli rifugiati. Questa disposizione è già in vigore: in Cisgiordania, ad esempio, il 17 per cento dei palestinesi iscritti nelle liste dell'Unrwa nel gennaio 2012 e aventi il diritto di usufruire dei suoi servizi non sono stati registrati come profughi.

   Poiché l'Unrwa agisce in base al mandato conferitole dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la sua automatica maggioranza contraria a Israele è pressoché impossibile imporre un cambiamento. Ma i principali donatori dell'Unrwa, a cominciare dal governo Usa, dovrebbero smetterla di essere complici della perpetuazione da parte dell'Unrwa dello status di rifugiati.

   Washington dovrebbe trattare quest'agenzia dell'Onu come un mezzo per fornire servizi sociali e niente più. Si dovrebbe insistere sul fatto che i beneficiari dell'Unrwa che non sono mai stati spostati o che hanno già la cittadinanza in altri Paesi, anche se forse non hanno diritto a fruire dei servizi dell'Unrwa, non sono dei rifugiati. Stabilire questa distinzione permette di risolvere un'importante questione nelle relazioni arabo-israeliane.



Pezzo in lingua originale inglese: Lessening UNRWA's Damage 

(The Jerusalem Post, 10 luglio 2012 - trad. Angelita La Spada)


martedì 16 luglio 2013

Anche l'UNESCO contro Israele?

Titolo originale:
UNESCO: l'obiettivo è cancellare la storia ebraica dalla terra di Israele 
di Emanuel Segre Amar



Nei giorni scorsi si è parlato molto, sui nostri giornali, della decisione dell'UNESCO di accogliere lo "Stato" di Palestina tra i suoi membri. Come sempre le varie testate, ed al loro interno la maggior parte dei collaboratori, si sono espressi facendo attenzione soprattutto a quanto la loro fede politica, più che la realtà dei fatti, imponeva. Quindi nulla di nuovo sotto il sole. 
Ritengo che sia utile per molti, a questo punto, approfondire alcuni aspetti spesso difficili da ricordare, e per questa ragione approfitto di quanto scritto in un lungo articolo pubblicato sul Jerusalem Post da Caroline Glick, giornalista sempre molto informata e precisa su tutte le vicende israelo-palestinesi. 


Abu Mazen ha dunque deciso da tempo di abbandonare il processo di pace per cercare piuttosto il riconoscimento internazionale di uno stato che si trova, de facto, in stato di guerra con Israele. E così, finalmente, i suoi sforzi hanno ottenuto un primo risultato positivo con l'organismo dell'ONU che si occupa di educazione, scienze e cultura. 

  Ma non è un caso che l'OLP/AP si sia indirizzata, in prima battuta, proprio all'UNESCO per ottenere il primo riconoscimento ufficiale per lo "Stato" di Palestina. Fin dal 1974 l'UNESCO è stata un partner entusiasta dei palestinesi nel loro tentativo di cancellare la storia ebraica, antica eredità ben presente nella terra di Israele. 

  Nel 1974 ha infatti votato il boicottaggio di Israele ed ha deciso di "astenersi dall'assistenza israeliana nei campi dell'educazione, della scienza e della cultura a causa della persistenza israeliana a voler modificare le caratteristiche storiche di Gerusalemme". 

  Gli sforzi dell'UNESCO nel negare i legami ebraici con Gerusalemme sono poi continuati nel corso degli anni: nel 1989 l'UNESCO ha condannato "l'occupazione israeliana di Gerusalemme" sostenendo che distruggeva la città tramite "atti di interferenza, distruzione e trasformazione". 

  Nel 1996 a Parigi è stato organizzato dall'UNESCO un simposio su Gerusalemme al quale né ebrei, né israeliani sono stati invitati a partecipare. 

  All'inizio del 1996 l'ente palestinese Wakf ha iniziato a distruggere sistematicamente i manufatti del Secondo Tempio iniziando gli scavi, del tutto illegali, per la costruzione di una moschea, priva delle necessarie licenze, nel luogo dove c'erano le stalle di Salomone. L'UNESCO ha scelto di tacere di fronte a simili atti, pur contrari alle leggi internazionali che avrebbe, al contrario, dovuto difendere per statuto. La ragione di ciò va ricercata nella già citata scelta del 1974 di essere partner degli arabi nella cancellazione della storia ebraica dalla terra di Israele. 

  Nel 1995, in occasione del 50esimo anniversario della fine della II Guerra mondiale, nelle sue dichiarazioni, nonostante le richieste israeliane, ha deciso di non far menzione alcuna della Shoah. 

  Nel 2009 l'UNESCO ha designato Gerusalemme "capitale della cultura araba"

  Nel 2010 ha denominato la Tomba di Rachele e la Grotta dei Patriarchi ad Hebron "moschee islamiche"

 Nel 2010, pubblicando i risultati scientifici ottenuti dal mondo arabo, ha parlato di Maimonide, ri-denominato Moussa ben Maimoun, come se fosse un islamico

 Da una recente indagine risulta che l'Istituto per il Controllo della Pace e per la Tolleranza Culturale nell'Educazione Scolastica (IMPACT-SE) ha dimostrato che i testi della AP rimangono imbevuti di affermazioni antiebraiche in ogni livello di studi. Nulla si è mosso a livello ufficiale. 

  Deve, a questo punto, essere fatta una riflessione anche sull'atteggiamento dell'amministrazione Obama di fronte ai recenti avvenimenti. E' necessario ricordare che l'annunciato blocco di tutti i pagamenti degli USA verso l'UNESCO (pari al 22% del totale degli introiti di questa organizzazione) è basato su una clausola di una legge votata dal congresso USA sotto la presidenza Bush, che vieta qualsiasi finanziamento americano in favore di organismi che riconoscono ufficialmente paesi che ancora non esistono. 

  Nel frattempo, tuttavia, la rappresentante USA Martha Kanter ha annunciato la volontà americana di rinnovare la fiducia all'executive board dell'UNESCO, pur "colpevole" per la legge americana, ed ha dichiarato che questa decisione di riconoscere lo "Stato" di Palestina era "spiacevole" e "prematura", quasi per attutire la necessità di sospendere ogni finanziamento. Nel frattempo alcuni rappresentanti della Casa Bianca hanno iniziato le discussioni con il Congresso per modificare questa legge. L'Ambasciatore USA presso l'UNESCO ha, dal canto suo, dichiarato che "gli rincresce sinceramente che i grandi e bene intenzionati sforzi di tante delegazioni per evitare questo risultato siano finiti troppo presto", aggiungendo di sperare "nella continuazione di questi sforzi per rinforzare l'importante lavoro di questa vitale organizzazione". 

  A questo punto bisognerebbe ancora confrontare le precedenti parole dell'Amministrazione Obama con quelle espresse nei confronti della decisione israeliana di costruire nuove abitazioni: si è dichiarata "profondamente dispiaciuta per tale annuncio". Le decisioni pro-palestinesi dell'UNESCO sono "regrettable" e "premature", quelle israeliane rendono l'Amministrazione "deeply disappointed". 

  Queste sono realtà alle quali sarà bene fare mente locale in un momento che è davvero difficile, e non solo per Israele. 


(www.romaebraica.it, 8 novembre 2011)

mercoledì 23 maggio 2012

Onu o negoziati: che ne pensa il palestinese medio?

Quando sentiamo urlare slogan contro Israele e innalzare striscioni che portano le scritte Free Palestine, siamo sicuri che questi attivisti abbiano veramente a cuore solo il benessere dei Palestinesi? Se è così, come mai non ascoltano cosa realmente vuole la maggioranza dei Palestinesi?
Qui riportiamo due sondaggi che hanno dato risultati destabilizzanti: la maggioranza dei Palestinesi vuole convivere pacificamente con Israele, vuole tornare a negoziare la pace con i suoi vicini e una buona fetta dei Palestinesi di Gerusalemme Est, messi di fronte all'ipotesi dei due Stati, sceglie liberamente Israele... allora, li vogliamo ascoltare o è più semplice singhiozzare "Stay human" e "Free Palestine" di fronte all'ultimo video dell'ultimo attivista dell'ISM da Gaza?

8 settembre 2011

“Qual è la vostra opinione, l'opzione migliore per l'avvenire della Palestina? Il riconoscimento in sede Onu, senza conclusione degli accordi di pace con Israele, o ritornare al tavolo dei negoziati, con gli israeliani, allo scopo di ottenere una pace stabile e ricorrere in seguito all'Onu? - Sondaggio di opinione pubblica palestinese, pubblicato il 6 settembre 2011.

Il 35% ha detto «Andiamo all'Onu », mentre il 59% ha detto «ritornare al tavolo dei negoziati con gli israeliani».

Per sostenere la proclamazione della risoluzione Onu che riconosca lo Stato Palestinese, il 26% dei palestinesi ritiene utile  «una grande manifestazione pacifica in prossimità delle barriere stradali, come protesta contro l'esercito israeliano e i coloni » ; solo il 15% è favorevole a  «compiere azioni violente contro l'esercito israeliano e i coloni», ma la maggioranza, ossia il 53% si dice speranzosa di « tornare a negoziati pacifici con il governo israeliano».

( Fonte: Daily Alert d’après Nabil Kukali – Palestinian Center for Public
Opinion)


RIASSUNTO DELL'INCHIESTA SUGLI ARABI DI GERUSALEMME EST :

Secondo le precedenti inchieste,condotte dai migliori standards internazionali, gli arabi di Geruslamme Est in larga maggioranza preferirebbero diventare cittadini israeliani piuttosto che cittadini di un nuovo stato palestinese. In oltre, il 40% si dichiara (da possibilista a sicuro) pronto ad accettare di traslocare in Israele, piuttosto che vivere sotto legislazione palestinese.
Il 44% dei palestinesi di Gerusalemme Est si dice molto, o comunque in parte, soddisfatto del proprio livello di vita. E' una percentuale molto elevata se raffrontata ad altre popolazioni del mondo arabo. Solo il 30% circa si dichiara vicino ai movimenti Fatah o Hamas o al movimento islamico arabo-israeliano. La politica non appare la loro preoccupazione maggiore.

(I dettagli dell'inchiesta qui: David Pollock – CAPE  )
http://ambisrael.fr/onu-ou-negociations-pense-la-rue-palestinienne/

domenica 20 maggio 2012

La bugia che partori’ l’UNRWA

maggio 14, 2012

Un buon esempio di sfacciata menzogna  palestinese contro Israele è la “Giornata della Catastrofe”, il cosiddetto Nakba Day . A quanto pare il primo arabo a coniare questo concetto fu lo storico siriano  Costantino Zureiq, nel suo libro del 1948, Ma’na al-Nakba (il significato del disastro). Ma la commemorazione nazionale ufficiale fu inaugurata soltanto nel 1998, da Yasser Arafat. In seguito alla dichiarazione di Arafat di riconoscere ufficialmente il giorno, oltre un milione di arabi palestinesi hanno partecipato a marce e altri eventi.

Qual è il disastro che il Nakba Day commemora ? Niente meno che il giorno in cui Israele ha dichiarato l’indipendenza, nel 1948. E per aggiungere al danno la beffa, i palestinesi commemorano la giornata nazionale del disastro ogni anno, in coincidenza con la Giornata dell’Indipendenza di Israele, il 15 maggio.
Perché la Dichiarazione di Indipendenza di Israele è stata un disastro per i palestinesi? Questo ci riporta alla Guerra d’Indipendenza di Israele del 1948. L’esodo palestinese del 1948 , noto anche come Nakba, cioè il “disastro”, “la catastrofe”, o “il cataclisma”, si è verificato quando circa 725.000 arabi palestinesi fuggirono o furono espulsi dalle loro case, durante questa guerra amara.
Digitando “Nakba” sul web, la ricerca restituisce numerosi siti web palestinesi che  pretendono di spiegare questo evento della storia palestinese, ricercando simpatia e anche donazioni finanziarie per i numerosi palestinesi “rifugiati” nei paesi arabi, discendenti dei profughi originari del 1948. All’epoca nella quale questo problema si sviluppo’, a seguito dell’arrivo di centinaia di palestinesi negli stati confinanti, gli arabi rifiutarono di accettare qualsiasi soluzione al problema, addossandolo a Israele. Israele dal canto suo decise di accettarne una piccola percentuale. Ma per gli arabi la soluzione era o tutto o niente.
Così i profughi palestinesi fuggiti Israele nel 1948 durante la Guerra d’Indipendenza rimasero bloccati in squallidi campi in Giordania, Libano, Siria, Iraq ed Egitto. E hanno fatto molto comodo per la propaganda politica contro Israele, calata sulle spalle dei palestinesi.  Una domanda sorge spontanea: esattamente come hanno fatto a diventare profughi i palestinesi, nel 1948? La prima causa è stata sicuramente la Guerra d’Indipendenza stessa. I palestinesi che vivevano in Cisgiordania e Striscia di Gaza e nel resto dell’ Yishuv ebraico, respinsero con veemenza il piano di partizione delle Nazioni Unite per la Palestina, e presero le armi contro lo stato nascente di Israele. In altre parole, i palestinesi che divennero profughi non furono solo spettatori innocenti. Erano combattenti attivi che si gettarono nella mischia con i paesi invasori arabi, il cui scopo era quello di annientare lo Stato ebraico alla nascita.

Ci sono stati casi in cui i palestinesi sono stati allontanati con la forza e deportati da Israele? Probabilmente, ma forse in una guerra è sempre meglio peccare per eccesso di cautela, quando si tratta di avversari armati. E la cronaca mostra che non c’è mai stato un funzionario del governo israeliano che abbia firmato un documento per l’allontanamento e l’espulsione di eventuali combattenti palestinesi.

Il fatto è che nel 1948 i leader arabi palestinesi incoraggiarono fortemente  la loro componente a lasciare Israele, promettendo di poter tornare in seguito alle loro case da vincitori, liberati dalla scomoda presenza ebraica, risultato che era unanimamente considerato ovvio. I leader arabi dissero alla popolazione palestinese di uscire dal pericolo e lasciare che gli eserciti invasori arabi facessero il loro lavoro, senza interferenze. Fu uno dei motivi dell’esodo.  L’osservanza del Nakba Day, pertanto, non ha nulla a che fare con fatti storici, ma scaturisce solo ed esclusivamente dall’ impulso nazionale di esprimere odio e rancore contro il popolo ebraico e contro Israele. Fu una guerra che Israele fu costretto ad affrontare per difendersi e non c’è mai stata nessuna guerra nella storia che non abbia causato un problema di rifugiati. Ma ecco che fu ideata l’UNRWA.
L’Unrwa è la mega-agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai profughi palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. I fondi Unrwa in totale ammontano a cinquecento milioni di dollari. Da cinquantasei anni l’Unrwa impersona il simbolo stesso del doppio standard applicato dalla comunità internazionale per quanto riguarda la guerra del mondo arabo contro Israele. La principale missione dell’Unrwa, agenzia unica nel suo genere fra quelle dell’Onu sui profughi di tutto il mondo, non è stata finora di aiutare i palestinesi ad affrontare la realtà, dopo la guerra del 1948. Aiutare i profughi palestinesi a reinserirsi non è il suo scopo. L’Unrwa è stata usata per mantenere i profughi palestinesi esattamente nella condizione e nel luogo in cui si trovano, affinché possano servire per giustificare l’infinita guerra contro Israele. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’Unrwa, essi continuano a essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.
“La creazione dell’Unrwa rispondeva alla strategia araba di usare i campi profughi come un’arma sempre eternamente puntata contro lo stato di Israele”, ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz. O per dirla senza garbo con James Lindsay, già alto funzionario dell’agenzia Onu, “l’Unrwa è un’agenzia con fini politici e terroristici”. Nell’ultima guerra a Gaza, i terroristi islamici di Hamas sparavano all’esercito israeliano dagli edifici della Unrwa. Molti impiegati dell’Unrwa sono membri non solo delle principali fazioni terroristiche palestinesi come l’ala militare di Fatah, ma anche del gruppo jihadista  Hamas. Fra i candidati della lista Hamas, eletti nelle elezioni palestinesi, un certo numero risulta sul libro paga dell’Unrwa. Hamas ha persino gestito la sua nuova emittente televisiva dall’interno di una moschea, relativamente al sicuro, nel campo profughi di Jabalya, gestito, guarda caso, dall’Unrwa.
L’Unrwa impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole, invocanti lo sterminio degli ebrei. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture Unrwa. In una scuola dell’Unrwa lavorava Awad al-Qiq: una lunga carriera come insegnante, ma anche il principale fabbricatore di bombe per il Jihad islamico. E’ rimasto ucciso nel 2008 mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili da usare contro Israele. La Unrwa ha permesso ad Hamas di nascondere armi e uomini nelle sue ambulanze. Nidal Nazal, autista di ambulanze dell’Unrwa, fu arrestato nel 2002 dopo che il suo automezzo era stato usato per trasportare terroristi impegnati nella preparazione di attentati suicidi. Un altro dipendente della Unrwa era Said Sayyam, ministro dell’Interno di Hamas, ucciso dall’aviazione israeliana, imam nelle moschee più fondamentalistiche di Gaza e teorico dei rapimenti dei soldati israeliani. E’ stato lui a imporre alle donne palestinesi l’uso del velo islamico negli edifici governativi. Noto per la sua ferocia con i militanti palestinesi accusati di “collaborazionismo”, Sayyam era anche indicato dagli Stati Uniti come il responsabile dell’uccisione di funzionari americani nei Territori palestinesi. QUI
L’UNRWA quindi, è stato l’ente che, appositamente creato, ha continuato ad assegnare lo status di profugo “ereditario”, unico caso al mondo. Dalla cifra iniziale di profughi, stimata tra i 5000 e i 7500, sono attualmente calcolati intorno ai 5.000.000 e continueranno ad aumentare.

Infatti – a differenza dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees), l’organismo che si fa carico di tutti i profughi del mondo che non siano palestinesi – l’UNRWA garantisce i suoi servizi a tutti i discendenti dei profughi palestinesi della guerra del 1948 anche dopo più generazioni: un meccanismo attraverso il quale l’ammontare dei profughi palestinesi registrati non fa che aumentare ogni anno. QUI
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” :
«Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 5 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.»
I palestinesi sono stati usati come carne da macello dai loro vicini arabi e non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non saperlo. Ed enti come l’UNRWA hanno creato su di loro la propria fortuna. Questa è la vera Nakba palestinese.
Ancora sull’UNRWA:
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