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martedì 15 luglio 2014

Non serve essere sionisti per riconoscere un falso ideologico

 A chiunque frequenti i social network è capitato di sicuro almeno una volta di trovarsi sotto gli occhi questo collage di mappe, anzi propendo per l'idea che soprattutto in questi giorni in cui il conflitto è sotto la lente dei media, queste cartine spuntino fuori in continuazione nelle nostre pagine home di facebook, condivise da amici, associazioni, siti di informazione, politici... quanti di loro in buona fede pensano di fare un servizio all'informazione e non sanno che si tratta di un collage menzognero?
Eppure non c'è nulla da fare, la forza della propaganda sta nella sua sintesi, nella velocità di quel messaggio che si coglie al volo, a colpo d'occhio, mentre le smentite sono lente e pesanti, si portano dietro un sacco di parole e richiedono volontà, tempo, attenzione che i più non hanno.
Ad ogni modo ci sembra il caso di ritentare ancora la via della correttezza storica e abbiamo scelto a questo scopo la voce di una persona che di certo non si può definire "un sionista", ma che pur giudicando pesantemente la questione dell'espansione territoriale israeliana, centra a nostro avviso il punto focale della questione: 

"basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza."
Questo per noi è il punto. Non solo chi combatte per una giusta causa, ma soprattutto chi si spende per aiutare un percorso di pacificazione vera e profonda, non può in alcun modo appoggiarsi alle menzogne o a mezze verità pretestuose.
15 luglio 2014




La mappa bugiarda su Israele e Palestina
di Giovanni Fontana
19 novembre 2012

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.
La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.
Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini palestinesi coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)

Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.
Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)

IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.
IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.
IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.
Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.
IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”. Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.
Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi senza continuità territoriale, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).
Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.
Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.


Come sarebbe un imbroglio uguale e contrario
Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la stessa definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 – e, cioè, “cosa Israele riconosce della Palestina” – per tutte e quattro le mappe si avrebbe questa situazione:
mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.
In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.


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Articolo originale: http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/


lunedì 14 maggio 2012

"La linea di partizione non sarà altro che una linea di fuoco e sangue"

La guerra arabo-israeliana del 1948 ha avuto luogo in due fasi. Durante la prima fase gli inglesi erano nel paese. Non era fisicamente possibile per gli ebrei espellere gli arabi con la forza. Le forze ebraiche erano deboli e gli inglesi impedivano massicce operazioni. Tuttavia, tra 100.000 e 300.000 profughi fuggirono entro il 15 maggio 1948, prima che gli inglesi lasciassero la Palestina.

Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale dell'ONU voto' la partizione del territorio sotto il Mandato Britannico conosciuto come Palestina, dividendolo in uno stato arabo e in uno stato ebraico, attuando le disposizioni di diritto internazionale, incorporate nel League of Nations British Mandate for Palestine (Si veda la risoluzione ONU 181: Partizione della Palestina.). Gli arabi si opposero alla decisione delle Nazioni Unite e alla creazione dello Stato ebraico. Il segretario della Lega Araba, Abdul Rahman Azzam Pasha, disse, dopo il voto delle Nazioni Unite, "La linea di partizione non sarà altro che una linea di fuoco e di sangue." (Ahron Bregman e El-Tahri, Jihan, Israele e gli arabi, TVbooks, NY 1998 p., 28).

Immagini della guerra di indipendenza di Israele

La Lega Araba, considero' i piani per la persecuzione di massa degli ebrei, che furono poi attuati e portarono alla massiccia espulsione degli ebrei dai paesi arabi. Gli Arabi iniziarono i disordini a Gerusalemme, attaccando le città ebraiche e i trasporti, mentre gli inglesi stavano a guardare. Gli ebrei contro attaccarono, e gli arabi cominciarono a lasciare la Palestina, in quanto la loro leadership disorganizzata si stava sbriciolando. Già il 30 gennaio 1948, il giornale di Jaffa, Sha'ab, avvertiva, "In testa alla nostra quinta colonna ci sono coloro che abbandonano le loro case e le imprese e vanno a vivere altrove .... Alle prime difficoltà se la danno a gambe per sfuggire il fardello della lotta. "

L'avvertimento fu inutile. L'esodo dei profughi arabi continuava. Nelle grandi città, Haifa e Yaffo-Tel-Aviv, agli attacchi arabi ai quartieri ebraici, risposero contrattacchi efficaci degli ebrei. Alla fine di aprile, gli arabi fuggirono Yaffo e Haifa in massa, nonostante le suppliche degli inglesi e delle autorità israeliane. Secondo il Console degli Stati Uniti in Haifa, "... i  leader arabi, dominati dai mufti locali" spingono "tutti gli arabi a lasciare la città, e un gran numero lo ha già fatto." (Aubrey Lippincott, Console Generale degli Stati Uniti in Haifa, 22 aprile 1948)

Allo stesso modo, Jamal Husseini, il nipote del Gran Mufti Hajj Amin El Husseini, riferi' alle Nazioni Unite che, "Gli arabi non volevano sottomettersi a una tregua, ma piuttosto preferirono abbandonare le loro case, i loro averi e tutto ciò che possedevano e lasciare la città, questo è in effetti quello che hanno fatto.». (Jamal Husseini, presidente ff del Comitato Palestina araba Superiore, parlando alle Nazioni Unite Consiglio di Sicurezza. Documenti ufficiali del Consiglio di sicurezza (n. 62), 23 aprile 1948, p. 14.)

Time Magazine del 3 maggio 1948, riferi' di Haifa:

     "L'evacuazione di massa, indotta in parte dalla paura, in parte da ordini di leader arabi, ha ridotto il quartiere arabo di Haifa in una città fantasma. Dietro gli ordini arabi c'era più che orgoglio e sfida . Sopprimendo i lavoratori arabi, i loro leader speravano di paralizzare Haifa. I leader ebrei, speranzosi hanno detto: "Torneranno in pochi giorni. Già alcuni stanno tornando. "

Il Times di Londra del 5 maggio 1948 ha riferito:

    "Le strade arabe sono stranamente deserte e, evidentemente, seguendo il misero esempio  della classe più abbiente c'è stato un esodo anche da Gerusalemme , pur se non nella stessa misura di Jaffa e Haifa."

 Nonostante l'opposizione araba, il 14 maggio 1948, mentre gli inglesi stavano lasciando la Palestina, David Ben Gurion dichiarò lo stato indipendente di Israele. La Dichiarazione di Indipendenza di Israele recitava:

"Nel bel mezzo di un'aggressione deliberata, abbiamo fatto appello ai cittadini arabi dello Stato di Israele per tornare alle vie della pace e fare la loro parte nello sviluppo dello Stato, con la piena e uguale cittadinanza e la rappresentanza dovuta nei suoi organi e nelle istituzioni - provvisori o permanenti. Offriamo la pace e l'amicizia a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e li invitiamo a cooperare con la nazione indipendente ebraica per il bene comune di tutti".


La reazione degli stati arabi fu molto diversa. Il 15 maggio, a dispetto delle Nazioni Unite gli stati arabi attaccarono Israele. Secondo il giornale egiziano, Akbar al Youm del 12 ottobre 1963, il 15 maggio 1948, "il Mufti di Gerusalemme chiese agli arabi della Palestina di lasciare il paese, perché i paesi arabi erano in procinto di entrare e combattere al loro posto . " Secondo il New York Times del 16 maggio 1948, il segretario della Lega Araba, Abdul Rahman Azzam Pasha dichiaro' "questa sarà una guerra di sterminio e un massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e crociati".

Secondo il palestinese Nimr al Hawari, nel suo libro "Sir Am Nakba" (il segreto della Nakba), pubblicato a Nazareth nel 1965, il Primo Ministro iracheno Nuri  al Said dichiaro':

    "Noi distruggeremo il paese con le nostre armi e cancelleremo ogni luogo dove gli ebrei possano trovare rifugio. Gli arabi dovrebbero condurre le loro mogli e i bambini in aree sicure, fino a quando i combattimenti saranno cessati."

Questa sembrerebbe essere la prova inequivocabile che gli arabi cominciarono la guerra, e che i leader arabi in realtà favorirono la fuga dei rifugiati all'inizio della guerra. Gli egiziani invasero Gaza e Israele, e bombardarono Tel Aviv. Il giordani invasero Gerusalemme, per giustificare la loro aggressione, la Lega Araba rilascio' una dichiarazione:

"I Governi degli Stati arabi sottolineano, in questa occasione, ciò che hanno già dichiarato prima della Conferenza di Londra e alle Nazioni Unite, che l'unica soluzione del problema palestinese è la creazione di uno Stato unitario palestinese ... (Per cui) i luoghi santi saranno conservati ed i diritti di accesso ad essi garantiti".

Ottavo (paragrafo):

"Gli Stati arabi, in modo deciso,  dichiarano che (il loro) intervento in Palestina era dovuto solo a queste considerazioni ed obiettivi, e che mirava a niente di più che porre fine alle condizioni generali (in Palestina). Per questo motivo, hanno grande fiducia che la loro azione avrà il sostegno delle Nazioni Unite; e (che sarà) considerata come un'azione volta alla realizzazione dei suoi obiettivi e di promozione dei suoi principi, come previsto nella sua Carta".

Gli arabi erano "fiduciosi" che l'ONU li avrebbe aiutati a sfidare una risoluzione delle Nazioni Unite! La dichiarazione continuava:

"L'aggressione sionista ha provocato l'esodo di più di un quarto di milione degli abitanti arabi dalle loro case, costringendoli a cercare rifugio nei paesi vicini arabi. Gli eventi che hanno avuto luogo in Palestina hanno smascherato le intenzioni aggressive e i disegni imperialisti dei sionisti, come le atrocità commesse contro gli abitanti arabi amanti della pace, soprattutto in Deir Yasin, Tiberias e altri".

Secondo tutte le fonti, non ci furono atrocità a Tiberiade. L'Haganah reagi' agli attacchi arabi e gli arabi partirono volontariamente. La rivelazione che un quarto di milioni di arabi erano già fuggiti dalla Palestina, mentre gli inglesi ne avevano ancora il controllo, è una chiara indicazione che la fuga dei rifugiati non era dovuta a espulsione forzata, dal momento che la "forza" a disposizione degli eserciti clandestini ebraici era trascurabile mentre c'erano 100.000 truppe britanniche in Palestina.
(....)


 Non c'è modo di poter mai ottenere giustizia totale e completa nel mondo reale. Coloro che insistono sulla "pace con giustizia" dovrebbero prendersi cura di ciò che sperano. Il nazista Gran Mufti di Gerusalemme sfuggì la punizione a Norimberga perché fu liberato dai francesi, apparentemente al fine di interferire con la politica britannica in Palestina. Morì nel suo letto. Le decine, forse centinaia, di migliaia di ebrei uccisi dai nazisti a causa del Mufti non riusciranno mai a ottenere giustizia. I profughi ebrei dei paesi arabi non avranno mai, probabilmente, speranza di essere risarciti per le proprietà che hanno perso, o per i secoli di umiliazione sotto il dominio musulmano. Gli ebrei di Gerusalemme, che morirono durante l'assedio per le bombe, la fame, lamalattia o le pallottole del  nemico non otterranno giustizia. Gli arabi innocenti, e c'erano sicuramente innocenti, che sono morti o sono stati espulsi nel 1948 non otterrano giustizia. I romani, gli arabi, i crociati, i turchi e i britannici che hanno invaso e ricoperto la terra di Israele non hanno mai affrontato la giustizia . La grande ingiustizia che si sta facendo agli ebrei di Israele e agli arabi della Palestina è la perpetuazione del conflitto e dell'odio, in nome di obiettivi impossibili e biasimevoli.

(ARTICOLO ORIGINALE QUI)