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venerdì 10 agosto 2018
Bimba, prestami la tua foto, chi vuoi che se ne accorga?
Oggi è il 9 agosto 2018 e ancora una volta con cinismo disgustoso la propaganda palestinese mette in rete la foto di una dolce bambina che viene spacciata per vittima dei bombardamenti israeliani a Gaza.
La notizia parla dell'uccisione di una donna incinta e della figlioletta Bayan Abu Khamash... ma sarà veramente lei?
Basta una accurata ricerca in rete e presto viene svelata dal sito israellycool.com l'ennesima truffa: la foto della bimba è stata rubata su Instagram, lei si chiama Elle McBroom, sta benissimo e vive a Los Angeles.
Qui : http://www.israellycool.com/2018/08/09/palestinian-blood-libel-of-the-day-the-baby-and-her-pregnant-mother-edition/
Ora la domanda è sempre la stessa: sarà vera almeno la notizia della morte della bambina e della madre incinta (in tal caso ci uniamo con sincerità al dolore dei parenti sopravvissuti), oppure si tratta della consueta notizia non verificata dai nostri media che sta facendo il giro del globo sull'onda dell'emozione?
Speriamo sinceramente che sia tutto falso, che la madre incinta e la bimba - se esistono veramente - siano sane e al sicuro ma intanto una cosa è certa: questa foto è un fake, aiutaci a segnalarlo!
giovedì 2 agosto 2018
Hamas smentisce il Corriere della Sera
“Quella bambina non l’ha uccisa Israele”Hamas smentisce i media ma il caso è diventato virale sui nostri giornali e tv
di Giulio Meotti
su Il Foglio
26 maggio 2018qui: http://www.focusonisrael.org/2018/05/26/gaza-ora-lo-ammette-anche-hamas-quella-bambina-non-lha-uccisa-israele/
“Layla al Ghandour è il volto del massacro di Gaza”, aveva titolato al Jazeera, infiammando la rabbia del mondo arabo-islamico. La foto della bambina palestinese di otto mesi morta il 14 maggio al confine con Israele ha fatto subito il giro di tutti i media occidentali, Corriere della Sera compreso che l’aveva messa in prima pagina. Nessuno aveva resistito: “Strage a Gaza, anche una neonata”, un’agenzia di stampa. “Una bambina muore nella nube di Gaza”, scandiva il Los Angeles Times. “Una bambina di Gaza muore, è nato un simbolo” riferiva il New York Times nel servizio di Declan Walsh. “Orrore: bambina uccisa nella repressione israeliana” proseguiva l’Huffington Post. “Il volto angelico di una bambina di otto mesi uccisa dal gas a Gaza”, ammoniva il Mirror. Ansamed: “59 morti, fra cui una bambina di otto mesi uccisa dal gas”. “Una madre stringe la figlia di otto mesi uccisa dai soldati israeliani”, il titolo del Daily Mail. “Il bilancio delle proteste di Gaza sale a 61, bambina muore per lacrimogeni”, riportava il Washington Post. Dalla Rai alle tv europee, nei desk room era tutto un dire: “Hanno ucciso pure una bambina”. E Abu Mazen, il presidente “moderato” dell’Autorità palestinese, si è fatto fotografare in ospedale mentre sfoglia la stampa araba con una vignetta in prima pagina, dove un soldato israeliano asfissia una bambina palestinese. I paragoni non potevano mancare con Aylan Kurdi, il bambino morto annegato su una spiaggia turca, e Omran Daqneesh, ricoperto di sangue e polvere ad Aleppo. Anche il funerale orchestrato da Hamas per Layla a Gaza ha fatto il giro del mondo. Sulla Rai, Massimo Gramellini ha paragonato la foto di Layla a “un quadro di Caravaggio”.
Soltanto che ieri il ministero della Salute sotto la guida di Hamas a Gaza ha dichiarato di aver rimosso il nome della bambina dalla lista delle persone rimaste uccise negli scontri con le truppe israeliane. E’ lo stesso ministero che, una settimana prima, aveva detto che Layla era “morta per inalazione di gas lacrimogeni”. Il portavoce del ministero, il dottor Ashraf al Qidra, ha detto che un’indagine è stata effettuata e che “Layla al Ghandour non è elencata tra i martiri.”
Eppure, i media avrebbero potuto essere fin dall’inizio più cauti, visto che un medico di Gaza aveva dichiarato il giorno dopo all’Associated Press che la bambina aveva una malattia preesistente e di non credere che la sua morte fosse stata causata dai gas israeliani. Ma i giornali erano eccitati dal sangue e dai morti, non un dubbio su quei genitori palestinesi che portavano i bambini (in questo caso con una malattia cardiaca) a uno scontro in cui sanno che ci saranno i gas lacrimogeni e il fumo di pneumatici bruciati. Nessuno voleva dubitare della verità stabilita da “fonti mediche palestinesi”, quando si sa quanta libertà e trasparenza ci siano in quella regione. Ma Layla non era più una bambina, un essere umano, ma un simbolo politico, una causa. L’avvocato americano Alan Dershowitz ha scritto sul Jerusalem Post: “Hamas trae vantaggio da ogni morte che Israele causa accidentalmente. Per questo Hamas esorta donne e bambini a farsi martiri. Parlare di ‘strategia del bambino morto’ può sembrare crudele: infatti è una strategia crudele. Si deve accusare chi la utilizza cinicamente. E si devono accusare i mass-media che fanno il gioco di coloro che la utilizzano, quando si limitano a riportare il conteggio dei corpi e non la deliberata tattica di Hamas che porta a quel risultato“.
Israele è stato trasformato in un “babykiller”, da quegli stessi media che hanno glissato sui bambini israeliani di Sderot, di Sbarro, di Maalot, i Fogel, gli Hatuel, le vittime del terrore palestinese. Per loro non c’è Caravaggio. Il prossimo World Press Photo è già pronto per Haitham Imad, il fotografo che ha immortalato Layla fra le braccia della madre. “C’è una guerra e noi non siamo neppure sul campo di battaglia”, ha detto tre giorni fa Michel Oren, vice ministro israeliano per la Diplomazia, a proposito dei media. Il giornalismo ha svolto un ruolo centrale nell’attacco di quel lunedì al legittimo diritto di Israele di difendere i propri confini e cittadini. I media faranno ammenda ora che nuove informazioni sono venute alla luce? Ci vuole coraggio per ammettere di aver sbagliato.
venerdì 11 luglio 2014
Scoop della BBC: le immagini da Gaza sono false
Come prevedibile, con il rinfocolarsi del terrorismo e con il conseguente intervento armato israeliano a Gaza, ricomincia a girare in rete e sui principali media internazionali tutto il repertorio di immagini fake che ben conosciamo, questa volta però se ne sono accorti anche alla BBC.
11 luglio 2014
Un interessante video della BBC mostra come la propaganda filo Hamas manipoli l’informazione sul conflitto attualmente in atto tra israeliani e palestinesi. Le immagini fatte girare da Hamas e riprese dalla stampa di tutto il mondo, in molti casi, o non sono attuali oppure sono state scattate in altre zone di guerra (Siria, Iraq, Iran, etc.). L’informazione che arriva da Gaza e dalla Cisgiordania, spesso, è filtrata da agenzie di stampa palestinesi vicine ai movimenti estremisti di quei territori.
ECCO IL VIDEO:
Articolo originale : http://www.mediabias.it/bbc-scoop-gaza-israele/
venerdì 9 agosto 2013
Prestami il tuo braccio!
4 Aprile 2013
Quando la mistificazione non si fa scrupolo di utilizzare morti per attizzare l’odio. Oggi il web è stato inondato da una foto spacciata come quella di Abu Maysara Hamdiya, un prigioniero palestinese, morto questa settimana in un carcere israeliano, la morte del quale è stata presa a pretesto per scatenare una nuova ondata di violenze nella West Bank.
Hamdiya soffriva di cancro, e l’accusa è che egli non abbia ricevuto le cure mediche di cui aveva bisogno. La foto lo mostra ammanettato a un letto di ospedale e insinua che gli fossero stati inflitti trattamenti crudeli, inumani durante la sua pena detentiva.
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| Il volto del sessantacinquenne prigioniero Abu Maysara Hamdiya, sovrapposto ad un braccio ammanettato decisamente più giovane |
Il portavoce israeliano del Prison Service, Sivan Weizman, ha spiegato che erano state prese tutte le precauzioni necessarie per la salute di Abu Hamdiya, tra le quali il trasferimento in un carcere più vicino a strutture ospedaliere. Ricordiamo che Hamdiya in effetti è morto nell’ospedale di Bersheeva e non in carcere. Hamdiyah scontava l’ergastolo per omicidio, appartenenza a Hamas e possesso di armi. Nella didascalia alla foto sopra si legge: ”prigioniero, comandante e jihadista”, insieme a una foto di Abu Maysara Hamdiya. L’immagine implica che Abu Hamdiya fosse ammanettato ad un letto d’ospedale.
In realtà, il braccio nella foto sopra è una porzione ritagliata di una foto scattata in Siria, di un ribelle in ospedale. La foto è stata originariamente pubblicata l’8 dicembre 2012.
La fonte della smentita è il sito dell'IDF: http://www.idfblog.com/2013/04/04/proved-fake-photo-of-palestinian-prisoner-maysara-abu-hamdiya-handcuffed-to-bed/
Qui la traduzione in italiano: http://fedsit.wordpress.com/2013/04/04/prestami-il-tuo-braccio/#comments
giovedì 8 agosto 2013
Pallywood ha fatto scuola: Egitto 2013, ciack si gira!
Provate a pensare alle notizie che riceviamo dal Medio Oriente. Quando le leggiamo dai giornali, queste sono sempre corredate di foto illustrative, foto che a volte dicono molto di più delle parole e si imprimono nel nostro subconscio. Ci siamo mai domandati che cosa ci sia realmente dietro a quelle foto?
Prendiamo un esempio dall'attualità, in Egitto la popolazione manifesta a favore dell'ex presidente Morsi, diamo un'occhiata a queste immagini...
Giovani manifestanti innalzano cartelli che inneggiano a Morsi, in primo piano un giovane si protegge dai lacrimogeni con una mascherina e tiene in mano un oggetto che sta per scagliare contro la polizia che li fronteggia...
Alla manifestazione partecipano anche alcune donne velate, negli scontri con le forze dell'ordine la donna ferita viene prontamente soccorsa da un medico, mentre la sua compagna si dispera. Il medico le tasta il polso per cogliere il battito, forse è già morta...
Ancora violenze, questa volta sembra molto grave, il ragazzo non dà cenno di vita ed ha un colorito grigiastro. In secondo piano un foto-giornalista documenta gli scontri...
Altri manifestanti innalzano cartelloni dedicati a Morsi "Beloved President"... ma aspettate un momento!
A parte le poche persone inquadrate si vede benissimo che la strada è semi-deserta. Ben misera manifestazione per un presidente così amato dal popolo... La donna in primo piano sorride serena, ma non si è resa conto dell'ecatombe? Subito a sinistra un uomo giace a terra ferito e soccorso da amici e a destra riconosciamo il gruppetto delle due donne velate in nero con il medico che le soccorre. Addirittura c'è un fotografo che incurante del pericolo dà le spalle alle forze dell'ordine da cui si presume arrivino proiettili di gomma e lacrimogeni...
Ma su, non sarete mica così ingenui?! Non lo vedete che è uno stage fatto apposta per i media occidentali?
Cartelli in inglese, gente giovane, par condicio di donne e uomini, veli di ogni sorta a seconda delle preferenza, facce sorridenti o tragedie alla bisogna.
Questo è il Medio Oriente, signori miei, CIACK SI GIRA!!!
E ora, guardatevi l'intero video su youtube a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=fYbW_ukhfjQ&feature=youtu.be che ne pensate? Non vi sentite lievemente presi in giro? O forse il fine giustifica i mezzi?
Sapete che questi scatti verranno venduti a caro prezzo alle grandi agenzie di stampa internazionali e ce le ritroveremo su Repubblica, la Stampa, il Giornale, ovunque! Come faremo a quel punto a capire che cos'è la verità? Come distinguere la menzogna dalla notizia?
Ma d'altra parte ci aveva già avvertiti Ruben Salvadori, è bene fare un po' di memoria, qui il link all'intervista: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/04/ruben-salvadori-market-non-verita.html
I casi di "staging" vero e proprio in Medio Oriente sono all'ordine del giorno, date uno sguardo anche a questo: http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/david-goldstein-pour-haabir-haisraeli.html
mercoledì 23 maggio 2012
Le vittime? Sono sempre palestinesi!
Un fake datato ottobre 2000, per riscontrare come nei media internazionali molto poco sia cambiato nei metodi della disinformazione su Israele a mezzo stampa. A 12 anni di distanza ci accorgiamo che le strategie sono le stesse, anche se la mole dei fake continua ad essere prodotta in maniera inarrestabile, mentre le smentite non hanno mai sufficiente visibilità...
L’8 Ottobre del 2000, nel periodo del Capodanno ebraico, Tuvia Grossman, uno studente ebreo americano, prese un taxi con due suoi amici a Gerusalemme. Il guidatore decise di prendere una scorciatoia attraverso il quartiere arabo di Wadi Al-Joz e improvvisamente vennero aggrediti da un gruppo di 40 arabi che ruppero i vetri del taxi e trascinarono fuori Grossman. Lo picchiarono ripetutamente, lo presero a calci, lo pugnalarono ad una gamba e infierirono sulla sua testa con delle pietre.
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| L'immagine di Tuvia Grossman riportata con la falsa didascalia dal New York Times |
Un fotografo scattò una foto di Grossman, grondante di sangue, accanto a un poliziotto israeliano intervenuto in loro soccorso, evidentemente alterato a causa della scena che si presento’ ai suoi occhi. L’Associated Press, l’agenzia per la quale il fotografo lavorava, pubblico’ la foto con la didascalia “Un poliziotto israeliano e un palestinese sul Monte del Tempio”.
Questa foto e la descrizione falsa della storia che l’immagine voleva narrare, fu utilizzata dai giornali di tutto il mondo per rappresentare Israele come l’aggressore ed i palestinesi come vittime. Molte testate internazionali la pubblicarono, fra queste il Wall Street Journal e il New Jork Times.
Questo è un classico caso di “mancanza di volontà dei media di presentare la vulnerabilità della parte israeliana e la brutalità dei palestinesi”. L’Associated Press semplicemente dichiaro’ di aver creduto che la vittima fosse un arabo. E i giornali di tutto il mondo, dopo aver volenterosamente fatto circolare la notizia falsa, concessero uno spazio molto limitato alla smentita per riparare al danno causato.
Questa è la lettera che il padre di Tuvia scrisse all’editor del N.Y. Times:
“Per quanto riguarda la foto a pagina A5 (30 settembre) del soldato israeliano e del palestinese sul Monte del Tempio – vi informo che il palestinese è in realtà mio figlio, Tuvia Grossman, uno studente ebreo di Chicago. Lui, e due suoi amici, sono stati tirati fuori dal loro taxi a Gerusalemme, da una folla di arabi palestinesi e sono stati seriamente picchiati e feriti.
Quella foto non può essere stata scattata sul Monte del Tempio perché non ci sono stazioni di servizio e certamente nessuna con la scritta in ebraico, come quella che si vede chiaramente dietro il soldato israeliano che cercava di proteggere mio figlio dalla folla.”
Aaron Grossman, M.D
Lettera di Howard Gissinger all’editor del New York Times:
“Caro direttore,Anche il solito parziale e sbilanciato NY Times nei suoi reporting dal Medio Oriente ha toccato un nuovo minimo. Finché il Times cercherà di trasmettere la convinzione che i palestinesi sono tutti degli agnelli innocenti, tormentati da un oppressore aggressivo, non potrà nemmeno concepire che ci possano essere feriti NON palestinesi. Questo caso mi riguarda personalmente. Nel Times di sabato, alla pagina A6 , l’immagine del “palestinese ferito” è, infatti, quella di mio nipote, Tuvia Grossman, uno studente ebreo AMERICANO, in Israele. La sua unica colpa? Essere ebreo. Non si trovava su un “fuoco incrociato” , ma è stato semplicemente l’obiettivo di “agnelli” palestinesi che hanno lapidato sua vettura, lo hanno trascinato fuori dal veicolo, gli hanno schiacciato la testa con pietre e lo hanno colpito a una gamba. Il soldato israeliano, il quale ovviamente avete voluto rappresentare come carnefice del povero palestinese ferito, è stato invece quello che ha salvato la vita di mio nipote. Un’occhiata anche veloce allo sfondo dell’immagine può dire a chiunque che non si tratta del Monte del Tempio . Credo che una ritrattazione, in una posizione di rilievo sul vostro giornale, sia necessaria, unita alle scuse ai genitori.Howard Gissinger
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| Tuvia Grossman in un'altra fotografia. |
lunedì 30 aprile 2012
I soldi arabi comprano l'industria dei media
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| Quello che i media dicono o non dicono |
Ronn Torossian, amministratore delegato di una grossa società americana di pubbliche relazioni racconta come le nazioni arabe e le organizzazioni terroristiche ottengano una copertura positiva nei media pagando le agenzie di Public Relations. Queste garantiscano copertura mediatica o nascondano alla vista dei media chi le finanzia... quale terzietà, quale informazione onesta e indipendente si può avere in queste condizioni?
Titolo originale: How Arabs Win the PR War
29 aprile 2012
di Ronn Torossian
Ronn Torossian è Amministratore Delegato di 5WPR, una delle 25 principali agenzie di Public Relations negli Stati Uniti, è autore di “For Immediate Release: Shape Minds, Build Brands, and Deliver Results with Game-Changing Public Relations”.
L'industria statunitense delle Public Relations è un'industria di altissimo profilo, ma si tratta di una ristretta cerchia in cui non più di 75 imprese contano più di 50 dipendenti (cioè hanno una portata sufficiente a rappresentare un governo straniero o interessi stranieri).
Durante il pranzo la scorsa settimana, uno dei miei colleghi che, come me, possiede una delle 25 agenzie di Pubbliche Relazioni più grandi degli Stati Uniti, mi ha spiegato perché la sua azienda non darà più copertura mediatica alle organizzazioni ebraiche e pro-Israele.
Semplicemente ci sono molti più soldi e quindi molto più interesse a lavorare per organizzazioni arabe e filo-arabe. Dal punto di vista commerciale, dal punto di vista del businnes, non è più conveniente lavorare per organizzazioni ebraiche o filo-israeliane. Si tratta di una tendenza in atto, che crescerà nei prossimi anni e vedrà gli interessi arabi ancor più positivamente ritratti nei media internazionali.
Le ultime notizie dicono che il Bahrein ha assunto almeno 10 aziende di Pubbliche Relazioni negli ultimi 12 mesi.
Sì, avete letto bene - 10 - tra cui Qorvis, la famosa azienda di Washington già ingaggiata dall'Arabia Saudita per salvare la reputazione regno all'estero dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre.
* Il regime del Bahrein, che tortura i propri cittadini, ha una terribile situazione dei Diritti Umani e non riconosce l'esistenza di Israele, ha anche ingaggiato Joe Trippi, ex manager della campagna di Howard Dean per la sua candidatura presidenziale nel 2004, e Sanitas International, il cui partner è Christopher Harvin, un ex aiutante di Bush alla Casa Bianca.
Molte cose sono cambiate nel "nuovo" Medio Oriente - fatta eccezione per il riconoscimento di Israele- milioni di dollari vengono spesi in campagne professionali di pubbliche relazioni che sostengono gli interessi arabi:
* La Harbour Group, società di lobbying di Washington DC, è stata assunta dal nuovo governo della Libia. Come The Hill ha recentemente rivelato, Harbour ha da poco firmato un nuovo contratto di 15.000 dollari al mese con l'ambasciata libica.
* Anche Patton Boggs, un altro grande “K street lobbying group” rappresenta ora il nuovo regime libico. Ma avevano già lavorato con il dittatore libico Muammar Gheddafi, affiancati dal Cambridge, un Monitor Group basato in Massachusetts, che ha ottenuto un enorme contratto da 250 mila dollari al mese con Tripoli per il reclutamento di eminenti accademici americani affinché lodassero il governo del dittatore libico negli Stati Uniti.
Non è una novità quindi per il Medio Oriente che i governi arabi investano un sacco di soldi in pubbliche relazioni. Il regime siriano ad esempio continua con la macellazione di migliaia di suoi cittadini quotidianamente, mentre si fa notare la mancata copertura dai media mainstream (e una delle cose che una buona agenzia di Public Relations è in grado di fare, è esattamente garantire che le storie negative non vengano pubblicate).
Un giorno scopriremo chi sta lavorando oggi per la Siria. Pochi mesi fa gli hacker hanno pubblicato centinaia di e-mail dell'ufficio del presidente siriano Bashar Assad, che hanno rivelato un grande lavoro di preparazione di Assad per la sua intervista con Barbara Walters della ABC, del dicembre 2011.
* La società di PR, Lloyd James Brown, ha lavorato in passato per aumentare la popolarità e l'influenza internazionale del regime di Gheddafi. Loro stessi hanno dichiarato: "abbiamo assistito il governo libico nei suoi sforzi per raggiungere tutta la comunità politica internazionale attraverso le Nazioni Unite, la politica degli Stati Uniti e la comunità universitaria".
Le organizzazioni terroristiche di Hamas e Hezbollah hanno assunto agenzie di PR per fare lobbying per loro sulla stampa e sulla scena non solo americana, ma mondiale. Questi gruppi terroristici hanno ingaggiato foto-reporter e giornalisti.
* La Fenton Communications, società di PR di New York City, lavora con lo stato arabo del Qatar per sviluppare una campagna di delegittimazione di Israele, in sostanza, orchestrando campagne internazionali anti-israeliane che mirano a rompere il cosiddetto assedio della Striscia di Gaza.
Fenton Communications lavora anche per "Al Fakhoora", un'organizzazione pro-palestinese sempre con sede in Qatar che ha "lanciato una campagna di sensibilizzazione per sporgere denuncia legale contro Israele e cambiare la percezione del pubblico in Occidente sulle sue azioni". Nel loro sito, nell'aprile 2012 dichiaravano di lavorare con Fenton Communications NYC per sostenere la campagna per porre fine al blocco di Gaza. Questa organizzazione continua ad assistere apertamente gruppi terroristici.
* L'ufficio dell'OLP negli Stati Uniti ha assunto la Bell Pottinger, una delle principali agenzia di PR internazionali, per ricevere "consulenze sulla comunicazione strategica, relazioni pubbliche, relazioni con i media e gli affari del Congresso".
* Il gigante statunitense delle Public Relations, Burson-Marsteller, in risposta alla richiesta di Israele per una riunione, ha dichiarato: "Non prenderemo in consegna un progetto del genere ... La nostra è un'impresa commerciale. Se accettassimo il progetto, questo ci creerebbe un'enorme quantità di reazioni negative... Israele è un progetto particolarmente controverso."
C'è una ragione per cui gli arabi vincono la guerra dei media: assumono professionisti della comunicazione, finché spendono soldi continueranno a vincere.
In Medio Oriente, l'uccisione di persone innocenti continua – dal Bahrein alla Siria e i professionisti delle relazioni pubbliche permettono loro di continuare a vendere le loro storie.
Sono rimasto molto rattristato quando il mio collega mi ha spiegato perché la sua agenzia non avrebbe più lavorato per gli interessi ebraici o per Israele. La mia agenzia non lavora per i barbari moderni che macellano gli innocenti, ma nel frattempo i nostri concorrenti fanno milioni vendendo terrore e brutalità.
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giovedì 19 aprile 2012
Lady Ashton: storia di una cenerentola moderna. Chi sarà mai il suo principe azzurro?
Dopo le foto-fake di bambini palestinesi diffuse via Twitter dall'incaricata ONU per le relazioni con i Media e l'Informazione Khulood Badawi, guarda caso pochi giorni prima della famigerata Marcia del Giorno della Terra, o come forse sarebbe stato meglio chiamarla Marcia di Assedio allo Stato di Israele da parte di pacifisti poco raccomandabili, è ora il momento di gloria di Lady Ashton, che nel giorno della terrificante strage antisemita di Tolosa non ha trovato di meglio che ricordare i bambini di Gaza, per poi formalmente ritrattare adducendo una scusa a noi italiani ben nota: “mi hanno fraintesa”.
Ma chi è mai Lady Ashton?
Nasce Catherine Ashton in Upholland, Lancashire on 20 March 1956 da una famiglia di minatori di carbone da generazioni... ma non mi dire, allora non è una nobile!
Prima nella sua famiglia, si laurea in sociologia... brava!
Conosce e parla solo l'inglese... beh, ma è giovane si farà!
Poi arriva improvvisamente e per meriti ignoti ad aggiudicarsi il titolo nobiliare di baronessa... beh, ma qualcosa di buono deve averlo fatto, no?
Se non ricordo male si disse che aveva grandi meriti in campo educativo: incarichi in associazioni e organizzazioni attive nel sociale, sì certo, ma niente a che vedere con quel che l'attendeva per il futuro.
Da qui in poi, infatti, è un turbinio di stelle: la neo-baronessa-per-meriti-ignoti Ashton, con una comune laurea, un po' di esperienza nel sociale e continuando a conoscere e parlare solo l'inglese, entra in politica e si ritrova subito ad avere incarichi ministeriali presso il Governo Laburista di Tony Blair e poi, nel giro di pochi anni, in un crescendo di nobiltà e potere, giunge ad aggiudicarsi non uno, ma bensì due incarichi in Europa, uno dei quali inventato, si direbbe, apposta per lei.
Il posto venne creato infatti contestualmente alla riorganizzazione della UE a seguito del Trattato di Lisbona, quello stesso Trattato che la baronessa in persona aveva caldeggiato e portato all'approvazione alla Camera dei Lord nella sua Inghilterra.
Così, improvvisamente e sempre conoscendo e parlando solo l'inglese, Lady Ashton fa il balzo dalla politica inglese alla politica europea e diventa nientepopodimeno che la seconda carica più importante dell'UE e contemporaneamente la donna più pagata di tutta Europa... BINGO!
Ma certo, anche in questa bella storia ci sono i cattivi di rito, in questo caso si tratta dei maligni, diplomatici e politici di tutta Europa, i quali lamentano il fatto che questa donna, completamente priva di esperienza di diplomazia internazionale, continui a non dimostrarsi all'altezza del ruolo che ricopre, che equivarrebbe ad un Ministro degli Esteri Europeo.
Tuttavia lei è lì, di certo non eletta dai cittadini europei, ma queste son cose che noi comuni mortali non possiamo comprendere. L'importante è che Lady Ashton da quel luogo possa liberamente riversare milioni di euro sulle autorità palestinesi, che solo i più maligni possono considerare anche solo lontanamente connesse al terrorismo islamico. La baronessa ci va d'amore e d'accordo, orsù, un buon motivo ci sarà!
Tuttavia lei è lì, di certo non eletta dai cittadini europei, ma queste son cose che noi comuni mortali non possiamo comprendere. L'importante è che Lady Ashton da quel luogo possa liberamente riversare milioni di euro sulle autorità palestinesi, che solo i più maligni possono considerare anche solo lontanamente connesse al terrorismo islamico. La baronessa ci va d'amore e d'accordo, orsù, un buon motivo ci sarà!
Giusto per fare esercizio di memoria, solo pochi giorni dopo la strage di bambini ebrei a Tolosa, il 20 marzo 2012, Lady Ashton stanziava 35 MILIONI di euro dei contribuenti europei che non l'hanno votata a favore di due (probabilmente lussuosissimi) progetti, uno dei quali per il potenziamento del valico merci di Gaza...
Lo so cosa state pensando, ma è perché siete in mala fede, non ve l'abbiamo detto e ripetuto tante volte che Gaza è un lager a cielo aperto?
Comunque non contenta, la nobildonna britannica probabilmente ha pensato che ci fosse bisogno di fare un ulteriore dono, o come lo chiama lei, un “contributo d'assistenza”, per i suoi amici Palestinesi, tanto che il 22 marzo (a soli due giorni dallo stanziamento dei 35 MILIONI) già perorava la causa di un legittimo dono di UN MILIARDO DI DOLLARI di fronte al Coordinamento dei Donatori per i Palestinesi, a Bruxelles, per salvare l’Autorità Nazionale Palestinese dal fallimento finanziario.
Dobbiamo stupirci poi se Lady Ashton, quando le hanno comunicato che erano morti dei bambini ebrei si è affrettata ad allungare il brodo, mischiandoli ad un'altra manciata di bambini in giro per il mondo, ignorando bellamente la matrice antisemita del massacro, e affiancando subito questi bambini trucidati da un odiatore feroce e senza scrupoli per il solo fatto di essere ebrei, ai bambini di Gaza (che, come tutti sanno, vengono trucidati dal mostro odiatore occupante sionista solo per il fatto di essere Palestinesi)?
Insomma, una carriera fulminante per meriti ignoti, grandi spostamenti di soldi verso individui non esattamente trasparenti e tante tante gaffe. Pensavamo che ad un simile exploit potessero aspirare solo le vallette televisive in Italia, invece no. C'è speranza per tutte, ma proprio per tutte!
Catherine Ashton, pardon, Lady Ashton, è la prova vivente che la vita è come una favola, solo una cosa non abbiamo ancora capito: chi è il suo principe azzurro?
Fonti e approfondimenti:
http://www.freeitalianpress.org/2012/03/22/palestina-un-miliardo-di-dollari-per-salvare-i-lussi-palestinesi/
http://www.presseurop.eu/it/content/article/481821-catherine-ashton-la-donna-invisibile
GRANDI NOVITA'!
E' stato finalmente individuato il principe azzurro dell'ineffabile Lady Ashton... CONTINUA A LEGGERE QUI. Questo per dire che, scava scava, prima o poi la verità emerge e di solito è una mera questione di soldi. Ma questo sarebbe impossibile senza il contributo attivo di tutti coloro che fanno ricerca e informazione in rete, quindi, aiutateci a diffondere queste notizie tramite i vostri siti, blog e le pagine facebook!
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Articolo a cura di Ricercatori nel Web
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